La Rivista Illustrata del Popolo d’Italia, 1929 Vol. 2
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GARANTITA È PURA OLA P_TRISO FIGU oNEGLIA Preferito in tutto il mondo
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Li ILLUSTRATA Direttore: Palbblbciià : DEL “POPOLO D'ITALIA" Fondatori: ARNALDO MUSSOLINI - MANLIO MORGAGNI REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE MILANO via Lovanio, b TEL N. 86441 Anne VII - N. 6&- Giugno igag - LA RIVISTA esce ogni mese ABEGHA MENTO per dl DAS I, 1) - Kaess L. 300. NUMERO SEFARATO LL. 10 Conconsianeria cnclaciva Unione Pobblirak Mialiama I disivri di rigradiniane e di traduzione acso rissrvati per costi È gazal MANLIO MORGAGNI ANNUNCIATORI DI POTENZA Non ancora è spenta la eco degli osanna sero scianti nel cielo teutonico alla gloria della nostra mu- sica immortale, che già un nuovo coro di ammirazione si innalza dall'Oriente verso l'ardire delle nostre ali. I nostri stormi audaci avevano l'anno scorso sol. cato in poderosa teoria le acque del Mediterraneo, avevano portato il saluto della rifiorente Italia alla sorella latina, la sorella affettuosa ed amica sincera, e sorvolando sulla vecchia Europa avevano richiamato sal coraggio, sulla disciplina e sulla capacità dei nostri avieri e dei nostri tecnici l'interessamento attonito di tutto il mondo. Lo stormo di Italo Balbo aveva assicurato col suo volo che la temeraria sicurezza di Del Prete e di Ferrarin, che la tenacia metodica ed incrollabile di De Pinedo, che la indomabile resistenza di Maddalena e l'ardire volitivo di De Bernardi non erano unica- mente virtù di singoli, ma spontanee possibilità na- turali di tutta la nostra stirpe che sa pensare, volere, agire e vincere. E gli italiani vibravano d'orgoglio per la bella gesta e coltivavano ognora più quel sen- timento di affettuosa gratitudine, di commossa dol- cer, quasi di famigliare, egoistico compiacimento che nutrivano verso questo giovane figlio della Madre comune, che ha guadagnato le generali simpatie nella dura vigilia della guerra, nell'ardore dolorante delle squadre, nel condurre la rivoluzione a Roma, nella incondizionata è devota fedeltà in ogni ora e in ogni tempoa Benito Mussolini condottiero della nuova Italia. Ma Italo Balbo sentiva che egli col suo volo for- tunoso aveva contratto una precisa responsabilità verso gli italiani « di fronte al mando: provare con sempre maggiori ed irrefutabili argomenti il valore è la imperiosità dell'ala italiana. Interprete sicuro degli intendimenti del Duce ed esecutore assiduo e sagace degli ordini, prepara la nuora audacia ed al pensiero fa seguire l'azione, Italo Balbo è un organizzatore formidabile, In questa intel» ligenza di preparazione sta, per molta parte, la ga- ranzia del successo. Il giovane comandante della nostra aviazione non è di coloro che si accontentano dei rap- porti. Provrede personalmente e cura, sin nei minimi particolari, l'attuazione del suo progetto, Circondato da uomini di provata fede, di indubbia competenza, di non mentito coraggio, i risultati non possono riu- scire che ottimi. E lo dimostrano i nuovi voli che, annunziatori di potenza, egli con i migliori nostri piloti ha intrapreso nelle lontane e suggestive aure del dorato Oriente, Non io ripeterò qui il racconto della impresa che è ridetto ovunque con quel calore che si espande dalla gioia profondamente sentita. E' troppo seguita e nota. Ma io dirò che immensa e realmente fattiva è la forza d'esempio che si sprigiona da questa azione condotta da un soldato che non conosce osta- coli e che vince le avversità. Luminoso è l'ammaestra- mento che ne deriva, Quanto ci appare lontano è pal- lido il ricordo di quel tempo in cui gli uomim del Governo eranò abituati ad esaminare progetti, ad impartire timidi comandi che sembravano preghiere... per starsene poi ad osservarne gli esecutori. Gli uomini nuovi di questa nuova fascista Italia, preparano essi il programma della loro azione, ne attrezzano i mezzi, ne studiano i migliori sviluppi e partono al comando ed all'esecuzione. Solo così si può ricordare al mondo che gli ita. biani di Mussolini non sono più i tradizionali e mise- revoli emigranti in cerca di pane e di lavoro, appor- tatori di fecondità e di ricchezza ad altri popoli, ma sono cervelli carichi di pensiero e di fosforo, volontà di acciaio in nervi di rame e cuori temprati e parati A cGgni audacia. Questo hanno compreso i Popoli che stettero a guardare nel cielo il volo mirabile delle nostre aquile meccaniche e le accolsero nelle terre ospitali così di» verse nei reggimenti, negli istituti, nei costumi e nella razza, con identiche, entusiastiche acclamazioni e con non dubbi segni di caloroso e vivo e vero entusiasmo. E così l'idea dell'italianità nuova si propaga perchè si comprende che altra é ora l'anima della nostra Patria, come diverso è il suo volto. Si comprende che una nazione la quale ha saputo in così breve tempo guarire — e perfettamente — da una minacciosa ma- lattia mortale, e rifiorire così rigogliosa, racchiude in sé tesori di genialità e di potenza di cui gli azzurri avieri sono gli alati ambasciatori. Diplomazia al rombo delle eliche è diplomazia efficace che non abbisogna di subdole strategie né di volpine furberie, ma che
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pan _—x SL E dl Generale Malo Halba. impone la verità delle sue argomentazioni e la fermezza del suo diritto con la smagliante iridiscenza dei suoi tre colori con orgoglio sventolanti in tutti i cieli. In questa ora di raggiunta potenza, in questa cons sapevole fierezza di una meta toccata, il pensiero = fra i battiti più accelerati del cuore — vola ai pionieri che aprirono col loro sacrificio tutte le vie al trionfo. Quanti eroi caddero nel breve cammino ascen- sionale dai primi tentativi alla ottenuta signoria del- l'aria. Essi sono qui presenti agli occhi del nostro ricordo, vivi nella luce della loro gloria imperitura. Come vivi e splendenti ci appaiono nel nostro cielo, che conosce tutte le sfolgoranti grandezze, gli Eroi del volo fatale così tragicamente finito a Verona or sono dieci anni. Essi partirono confessori di una nuova civiltà è segnarono con il loro sacrificio una nuova conquista nell'ascesa della nazionale aviazione. E fra gli Eroi vi era chi fu un assertore infati- cabile dell'arma saerea, e ci conferma con la morte la bellezza e la continuità del sogno stroncato. E verso Lui, più di sempre, corre, oggi, il mio memore e dolorante pensiero, oggi nell'ora del trionfo che Egli, Tullo Morgagni, aveva vaticinato, è il cuore si riconforta per il prestigio che dall'impresa nerca di Oriente ne viene alla Patria e per l'alloro che scende dai velivoli vittoriozi sulle tombe lacrimate dei caduti Eroi. MANLIO MORGAGNI
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GLI AVVENIMENTI INTERNAZIONALI DOPO LE ELEZIONI INGLESI Il risultato delle elezioni inglesi segna la disfatta del conservatorismo e la rotta irreparabile del libe- ralismo. Ma non altrettanto netta è la vittoria del laburismo, il quale pur avendo ottenuto la maggio. ranza relativa di fronte ai conservatori e ai liberali, non ha conquistato la maggioranza assoluta sulla somma delle forze avversarie. Tuttavia i risultati sono pieni chi significato. Dal: tra parte l'alternarsi dei partiti al Governo di Lon- dra ha molto spesso avuto conseguenze decisive nella storia curopra. L'umtà d'Italia fu resa possibile per chi un certo giorno salì al potere il liberale Pal. merston, che appoggiò la politica di Cavour. Esaminiamo il significato e le possibili ripercus- sioni del fatto contingente. I conservatori manifestamente hanno perduto la fiducia del gran pubblico inglese. Essi sono caduti per la loro mancanza di iniziativa. per la loro quasi in- sensibilità di fronte ai più gravi problemi sociali. Di- nendo di un grande Impero, di formidabili ric» cherzze minerarie e di poderose risorse finanziarie, essi hanno lasciato l'Impero senza coloni, le miniere senza sfruttamento, gli operai senza lavoro, Il Prin- cipe di Galles, con brillante iniziativa, avera raccolto sterline e coperte di lana per i minatori disoccupati, era disceso in mezzo alla loro miseria. aveva voluto rendersi conto della grande trageilia. Ma il problema non poteva essere risolto con 1 mezzi inevitabilmente limitati della beneficenza. Esso poteva e doveva es- sere risolto con provvedimenti di Governo, L'Italia fascista, che non ha risorse imperiali, è stata trasfor» mata in un magnifico sonante cantiere. L'Inghilterra ha visto invece lo squallore più tragico nei suoi can- tieri. Malte industrie sono state nettamente paraliz: zate. Miliardi e miliardi furono vanamente profusi in sussidi, Silenzi che si provvedesse n rimodernare I macchinari, Gli industriali furono imprevidenti, Gli operai imposero alti stipendi e scarse ore di lavoro. Il risultato della indisciplina degli uni è degli altri fu la paralisi. Ma i conservatori ebbero altri torti. Da una parte si chiusero in una dura intransigenza contro la Rus- sia, lasciando campo libero nell'enorme non sfruttato territorio dell'Urss alle iniziative tedesche e ameri- cane, Dall'altra, con uguale intransigenza, si posero in gara di armamenti navali con gli Stati Uniti. Da ciò derivò la necessità di ricercare nuova- mente l'amicizia del Giappone, urtando contro gli in- teressi dell'Australia, della Nuova Zelanda e del Canadà, e di poggiare sulla Francia, urtando contro gli interessi renani della Germania e contro quelli mediterranei dell'Italia. In definitiva la politica dei conservatori aveva avuto il brillante risultato di incancrenire la disoc- cas all'interno, di asservire l'Inghilterra alla tica del Quai d'Orsay, di aprire una pericolosa gara di armamenti con l'America, di i inasprire il dis- sidio con la Russia subendone le ripercussioni în Cina, in India e in Egitto, e infine di aggravare la situa- zione sul Reno e di intiepidire l'amicizia con la Na- sione italiana. La controprova di tutto ciò è nel fatto che la ca- duta dei conservatori ha avuto commenti ottimistici in America, in Germania e in Russia, così come il riaffermarsi dei laburisti — malgrado il loro dichia» rato antifascismo sul terreno della politica interna — non ha destato preoccupazioni di sorta in Italia. In realtà, se la nuova situazione litica inglese renderà possibile il disarmo navale, pn del Reno, la ripresa di rapporti con la Russia e la fine delle tensioni egemoniche continentali e mediterranee, ciò segorteri henelizii imestimabili per l'Europa e per il Mondo. Ma conviene frenare le speranze, perché i labu- risti, sc hanno vinto, non hanno stravinto, e la situa= zione parlamentare alla Camera dei Comuni non è né chiara né stabile. NELLO SCACCHIERE DANUBIANO.ORIENTALE Mentre i Ministri degli Esterni della Piccola la- tesa si riunivano a Belgrado, il Ministro polacco Zaleski si recava a Budapest, per un incontro col Conte Bethlen. La contemporantcità di queste due riu» nioni politiche deve essere considerata come uno dei sintomi dei nuovi orientamenti, delle complicazioni e delle divergenze che vanno delineandosi nello scac- chiere danubiano-orientale. La Piccola Intesa è una costruzione diplomatico» militare del Quai d'Orsay e dello Stato Maggiore francese, realizzata allo scopo di tutelare lo satu que stabilito dai Trattati di ewilly e del Trianon e di afltancare la Francia nel suo giuoco di egemonia come tinentale. La Piccola Intesa è dunque in primo luogo antiasburgica, antimagiara è antibulgara, altreché an- titedesca. Tuttavia essa è meno unitaria, meno compatta, meno concorde di quanto le apparenze superficiali è le ideologie dei suoi artefici potrebbero far ritenere. Uno dei più attivi è più agili sostenitori di essa é il Ministro crecoslovacco Benes, il quale manife- stamente vorrebbe manovrar la Piccola Intesa come una Grande Potenza unitaria, prevalentemente slava, appoggiandosi alla Francia per aver assicurate le spalle contro la Germania, è possibilmente anche alla Russia, per estendere con l'ausilio di essa l'influenza panslava sull'Adriatico e sull’ Egeo. Praga ha orga- mzzato ben cinque umwversità slave, di cui una russa. Le relazioni czeche con Mosca furono riallacciate de facto sin dal 1932 e Benes nel recente convegno di Belgrado aveva proposto, schbene senza SUCCESSO, che esse fossero riprese de jure da tutti i tre Stati della Piccola Intesa. Lo stesso panslavista Benes nel corso della sua visita a Spalato definiva l'Adriatico come "“ Mare slavo”, Ed é ancora Benes che tenta influire sulla Bulgaria, per trarla nel reticolato della Piccola Intesa. I sogni di una Confederazione danu- biano-balcanica e di una Locarno orientale, non sono che fantasie della stessa mentalità nslavistica. Ma le grandi ambizioni del piccolo Benes non cor- rispondono alle possibilità interne della sun Repub- blica e alle situazioni esterne. La Crecoslovacchia, più che ai sogni napolconici in formato ridotto, deve provvedere all'equilibrio interno, profondamente e in- sanabilmente turbato dall'irredentismo di forti masse slovacche iare e tedesche, La Russia non ha an- cora bia di una grande azione diplomatica, la quale per essere efficace dovrebbe necessariamente essere sostenuta da forb risorse finanziarie e da un rialfermato prestigio militare. La Bulgaria è tratte-
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nuta, fuori e contro la Piccola Intesa, dall'irreden- tismo dei macedoni. L'Ungheria ha rotto l'isolamento, allacciando amicizie con Roma e con Varsavia. Infine, e soprattutto, questo giuoco panlavistico di Benes è in piena antitesi con gli interessi della Romania, la quale vede la più grave minaccia precisamente nella Russia e nella Unlina panslavista di Mosca, per la questione della Bessarabia. Nel seno della Piccola Intesa, la Jugoslavia è lo Stato che sente una più stretta solidarietà con la Crecoslovacchia, per ragioni non sola antiabsburgiche e antimagiare, ma anche ed essenzialmente slave. La recoslovacchia ha rivelato una manifesta tendenza a ottenere due corridoi, uno verso la Russia, l'altro verso la Jugoslavia. L'odio contro l'Italia, la tendenza verso Trieste, l'antagonismo contro la politica del- l'Italia nell'Adriatico, in Albania, in Ungheria e in tutto lo scacchiere damnubiano-balcanico, è proprio tanto di Belgrado quanto di Praga. Ma la [ugoslavia, considerandosi lo Stato militarmente più forte della Piccola Intesa, non intende lasciare a Benes fun- zioni di primo rango. E d'altrà parte il nuovo Go- verno dittatoriale di Belgrado, pur sempre guardando alle future possibilità della gran madre Russia, per ragioni di politica interna non è proclive ad allacciare rapporti con l'attuale regime comunista. Ma è dal lato della Romania, che il dissidio in- terno nel seno della Piccola Intesa circa l'orienta» mento panslavo appare evidente e insanabile, Mentre il risorgere politico, diplomatico e militare della Russia è un sogno inebriante per i panslavisti di Praga e di Belgrado, esso rappresenta per la Ro- mania il più grave pericolo del domani. Ed è per una dichiarata solidarietà politico-militare antirussa che la Romania ha stretto vincoli di alleanza con la Po- lonin. La Ficcola Intesa, se può dunque funzionare come alleanza antiabsburgica e antimagiara, rivela una intima insopprimibile divergenza sul problema dello slavismo, Solidali soprattutto contro l'Ungheria, i tre Stati si dividono in due campi opposti nei rigoardì della Russia e del panslavismo. Praga e Belgrado sentono la solidarietà slava. La Romania ricerca in- vece solidarietà antirusse, è in ciò si incontra con la Polonia, il cui avwenire è minacciato a occidente dalla Germania, a oriente dalla Russia. Per il rafforzamento del fronte antislavo — è per- tanto in aperta opposizione con le direttive pansla- viste di Benes — Zalescki tenta riavvicinare Ungheria e Romania, offrendo una conciliazione pel problema degli optanti. Se il piano di Zaleski per un fronte polacco-magiaro-romeno e forse anche turco contro la Russia riuscisse, esso porterebbe in primo luogo alla disgregazione della Ficcola Intesa. Noi nom riteniamo che una soluzione in tal senso sin nell'ordine delle possibilità immediate, perchè il problema più urgente per l'Ungheria non è precisa» mente quello antirusso, e perché d'altra parte la Ro- mania, sino a che non sarà costretta a difendere con le armi il possesso della Bessarabia, terrà duro con- tro l'Ungheria per i problemi territoriali, ragione fondamentale e gravissima di dissidio, Tuttavia il giuoco di Benes è la controstrategia di Zaleski rivelano in piena luce l'esistenza di un pro- fondo conflitto tra ideolagie panslaviste e forze anti- slave di resistenza e di difesa. Ciò accresce il confu- sionismo degli orientamenti, mentre la futura resa dei conti in Europa man potrà determinarsi che sulla antitesi tra le forze di conservazione intransigente dei Trattati e le forze di revisione. L'egemonia della Francia sinora é stata assicurata dalla solidarietà del Governo conservatore inglese, dall'organizzazione diplomatico-militare di tutte le forze interessate alla difesa intransigente dello «tate que — e cioè Belgio, Polonia, Czecoslovacchia, ]ugo- slavia, Romania — è infine dalla disorganizzazione delle forze che logicamente dovrebbero tendere alla revisione, La pace è assicurata soprattutto da questa disgre- gazione. Quando la Germania non sein più la fran- collia di Stresemann è la Bulgaria non sarà più in- fiuenzata dalla francofilia di Buroff, allora l'Europa comincerà a mostrare il vero suo volta. GAETANO POLVERELLI Il nuovo Gobinetto inglese. - Da sinistra: AH. Thomas, P. Snowden, Ramsay MacDonald, Primo Miairiro, I AR Clynes è A. Henderson,
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Mania Floriani: Ritratto del Duce
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L'inaugurazione dell'Esposizione Internazionale di Barcellona, L'ingrenro all'Esposizione cisto dal Palazza Nazionale. Sopra: / Reali e i membri del Governo assistono all'intogurazione.
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la LUIGI FRANCO COTTINI ll Camerata Cottini è un capo degno di voi — scriveva l'on. Sta- race alle Camice Nere milanesi nel Messaggio ad esse rivolto al momento di passare — compiuta la sua nobile fatica — al nuovo Segre: tario Federale il Comando diretto del glorioso Fascismo primogenito, così caro al cuore del Duce. Presentazione più bella e più significativa non poteva @sscre fame bita, tanto più perchè veniva dal rarca valoroso che in cinque mesi di feconda operosità, svolta a di- retto e quotidiano contatto col Fa- scismo milanese, aveva ritrovato questo quale lo aveva conosciuto nei giorni inobliabili dell'azione è del sacrificio glorioso, animato dalla stessa indistruttibile fede che il Duce aveva saputo infondergli è pronto, come allora, a scattare, a tutto osare, purchè il Capo amato dell'Italia e del “ip lo comandi. Elogio | r il Capo ed anche per le Camice Nere di Milano, che per il loro passato su erbo come per il prestato — materiati di disciplinata cua operosità © di devota ion al Bliine e al suo Grande Capo — meritano un capo perfetto, r virtù di mente e di cuore, per cede e entusiastica volontà di opere per la potenziazione del Regime e della Fatria. Luigi Franco Cottini è veramente l'uomo, il Capo che il Fascismo milanese meritava, specie in questo momento di fervorosa ripresa di ogni attività. Vete- rana Camicia Nera, educato alla scuola del dovere, energico, fattivo e soprattutto dotato di una grande fede, egli è degno di dirigere il Fascismo milanese, di cui ha vissuto l'epopea gloriosa, fin dai primordi del- l'azione che — sotto la guida animatrice di Benito Mussolini — doveva ridare agli Italiani una coscienza e all'Italia rinnovata potenza. Il passato di Franco Cottini è un po' lo stato di servizio della nostra generazione. Giovanissimo, infiam- mato dal nobile patriottismo che Benito Mussolini aveva saputo suscitare con la sua campagna per l'in- tervento, si arruolò volontario per recarsi lì dove si decidevano le sorti dell'Italia. Destinato nell'arma di artiglieria, ne divenne poi ufficiale e fece brillante mente il suo dovere, meritandosi anche una decora» zione al valore. Congedato dopo la fulgida vittoria italiana, aderì ai Fasci Italiani di Combattimento, ai quali recò sin dal primo momento l'entusiasmo della sua giovinezza. Erano tempi difficili quelli, ma per i pri i, non per un giovane come lui, a cui il cimento Ilico aveva rinvigorito l'amore di Patria. Fai. V. Aragonesi Lai. gi Franco Cellini. Noi lo ricordiamo fra i baldi squadristi della *Sciesa ", sempre pronto e deciso a tutte le azioni che la tracotanza dei néegatori della Patria rendeva indispensabili in difesa del patrimonio ideale che i gloriosi caduti avevano lasciato in retaggio a quanti ne sentivano tutta la bellezza. Lo squadrista animoso fu poi fra i camerati fon- datore del gruppo rionale " Sciesa “ di cui più tardi doveva divenire il Fiduciario, recando ad esso tutto il contributo di fede, di passione e di entusiasmo di cui è ricco il suo animo generoso. Luigi Franco Cottini è un distinto professionista, che gode la più larga estimazione nel Foro milanese. E seniore della Milizia Volontaria nella salda 24" Le- gione ‘ Carroccio ”. Nel Partito ha coperto lodevol: mente altre cariche, fra cui quella di Presidente dell'O. N. A. La sua nomina all'alto posto di comando e di re- sponsabilità, a cui l'hanno voluto chiamare le supe» riori Gerarchie del Partito, ci riempie l'animo di gioia, poichè — noi che conosciamo le sue virtù e la sua fede — sappiamo che egli è pienamente all'altezza del compito che egli ha accettato con la serenità del sol- dato deciso a mantenere onoratamente la consegna fino all'ultimo, a qualunque costo. e —_——_—— —_— «_ ___ ———_
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DLE aL A MRI. == parti Pr Ci dl'afrrEIrgro denner Malaloni, JENNER MATALONI L'unanime e schietta esultanza con le quali le Ca- mice Nere milanesi hanno salutato la nomina di Jenner Mataloni a Vice-Preside della Provincia di Milano, se testimonia l'affettuosa stima che circonda il came- rata di tutte le belle battaglie, dice, più altamente delle parole, il vibrante attaccamento del Fascismo primogenito alle sue origini gloriose e al Duce amato. E' una nomina questa che non si vuol considerata infatti come una semplice attestazione di rinnovata fiducia — che mai è venuta meno — da parte del Duce per una valorosa Camicia Nera che conobbe la passione e le cruenti azioni della vigilia; in essa si é veduto bensi dun significativo ritorno al passato attraverso gli uomini che fermamente credettero nel Duce e per Lui e con Lui combatterono, Jenner Mataloni è appunto une di questi uomini della vigilia radiosa ed eroica. Ma immensamente me- glio della nostra, vale l'alta parola del Duce a lu- meggiarne la figura. Quando, nel primo anniversario della Rivoluzione, a8 ottobre 1 933, il Capo del Go- verno volle consegnargli la m aglia uodrista, l'ac compagnò con questa nazio ‘Nei due anni delle nostre oscure battaglie, di cui mai scriveremo E) la storia, perchè noi la storia ln viviamo ma non la scriviamo, tra coloro che rispondevano sempre presente all'appello, che non man- cavano mai quando il bisogno pre- meva, che davano opera quotidiana alle fortune del Fascismo, si tro vava sempre, in prima linea, Jenner Mataloni, capo e gregario della prima ora", Il neo Vice-Preside della Pro- vincia di Milano fa arte del ri» strettissimo numero dei dicianno- visti. Appena congedato, dopo trenta mesi di effettivo servizio nella Ma- rina, ebbe l'incarico di formare uella squadra " Antonio Sclezn della quale fu l'animatore e che per la sua tenace volontà divenne poi il Gruppo Rionale “Antonio Sciesa ‘, Coi suoi “ Sciesotti", partecipò all'adunata di Trento e al Congresso di Roma del 1921, come a tutte le altre manifestazioni fasciste di quel periodo ercico, Il 1922 lo trovò pronto e preparato più che mai al- l'azione; fu membro dei vari comi- tati segreti che si sostituivano al Ilirettorio nei momenti più arroven- tati della battaglia contro il sowrer- sivismo, sempre più ciecamente im= bestialito contro la Patria. Dopo aver partecipato all'assalto del pa- lazzo Marino, restò a capo del pre- sidio delle Camice Nere. Portò i sun squadristi all'assaltodell'Asali, dove per poco non rimase fulminato = come i due martiri sciesotti To- noli e Melloni — nei reticolati per. corsi dalla corrente elettrica. Le azioni di quei giorni, se gli fruttarono il conforto di una solenne citazione all'ordine del giorno di A tutta la sua squadra, gli procura: rono altresi una denuncia all'auto- rità giudiziaria che elevò a lu e ad altri 12 camerati una serie di imputazioni. La storica Marcia su Roma lo trovò al suo posto di combattimento e coi suoi fedeli e animosi sciesotti compi intiero il suo dovere, | E iminza poi al posto di comando e di responsa bilità al Gruppo “ Sciesa"” e cessata l'azione squadrista egli si dedicò alla realizzazione delle opere assisten- ziali, di propaganda, di organizza ione e di assistenza giovamile delle quali il Gruppo fu tutta una fioritura. Nel 1924, il partito gli affidava una delicata missione in Toscana, quale Commissario straordinario della Seconda Zona pisana. Compito che egli assolse con la piena soddisfazione della Direzione del partito. Poco più tardi, nel 1936, Minion abbandonara tutte le cariche politiche, inclusa la presidenza del Grup Sciesa, per dedicarsi all'azienda commerciale da lui fondata. Noi che lo abbiamo considerato più che amico, fratello, siamo specialmente lieti della sua nomina n Vice-Freside della Frovincia, sicuri che la sua intelligente collaborazione riuscirà veramente gio. wevole all'Ente e al camerata Sileno Fabbri che lo presiede. Ma sopratutto ne siamo lieti, perchè nella no- mina cli Jenner Mataloni vediamo valorizzato il no- bilissimo sacrificio dei nostri martiri. Fai. Cammlnadli
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Te Tac = L'insediamento del Generale Macbado JI. Morales, per la seconda volta Presidente di Cuba, avvenuto nel Palazzo del Campideglio di Havana si piedi della statua simbolica della Repubblica, opera dell'italiano Angelo Zanelli.
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li Dice parla ai quindicimila quliardi fascisti adunati allo Stadio Fi Roma. Fal Crdadlazdan
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|| Dl A 6 L at] | sù dn Si) fa lA DANS E PRU tace e 7 KB FEE RITA = dd b, = ua Pa 3 nt ” b | ù >" Ù, I] ta x ff - nali à si. ha pf di [1 La conferenza di S.A Ri Daca degli Abeuezi sulle sorgenti dell' Uebi Scebeli all'Angueteo, I Principi Reali e le Autorità all'uscita del teatro, Sopra: La sala. Fai LUCE.
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li viaggio dei nostri Reali alle ivole Egec: 1 Soerani escone dal Palazzo del Governo. LA VISITA REALE A RODI La visita n Rodi di S. M. il Re, accolto dalle ma- nifestazioni d'entusiasmo di quella popolazione pacifica e fedele, ha avuto un carattere solenne di consacra- zione dell'appartenenza definitiva delle Isole Egec allo Stato Italiano, cd ha dato inoltre un eccezionale ri- lievo ai proponimenti ed ai sentimenti cui si ispira la politica del Regime nell'Oriente prossimo. Non senza ragione, il Sovrano è andato a Rodi quando la situazione diplomatica delle nostre isole era erfettamente accettata da tutti. E lo sforzo del Regime per liberare le isole da insidie vicine e lontane è apparso così mirabilmente riuscito. Anche le più lontane è artificiose risonanze della " questione del Dodecaneso " sono soppresse. I due Stati orientali coi quali Rodi è in con- tatto amichevole, la Turchia e In Grecia, si sono riavvicinati a Roma: e mentre tutta la nostra poli= tica orientale si sta rinnovando, Redi e le Isole del l' Egeo vi hanno la lora parte, e rappresentano non più un pomo di discordia, ma un centro d'attrazione intorno all'Italia. L'avvenire delle Isole sarà determinato dalla loro eflcienza economica, cioè agricola e marittima: ed è sicuro che questa efficienza farà serii progressi, quando le comunicazioni nell'interno, quelle tra isola e isola, quelle tra il Gruppo e la Patria saranno intensifi» cate, e i rapporti commerciali colla Grecia e la Tur- chia saranno ripresi su più larghe basi: rapporti com- merciali coi due Stati xicini, che devono divenire so- stanza dei nostri legami politici Com essi,
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"TE i a (i LI DA di. TAIL gue: era I Sovrani, all'arrivo a Rodi, ricevono il valuto entusiastico della popolazione. Sopra; Lo sbarco sulla banchina del porto, i i edi. _— _r———————€”
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‘(di J MIE, | F Aa” di di LAI i L (pe if mo na dle i. pa da, Sera, doma pet WE n cui e a P == == ————_—@@ x i Ì IONE TR z x Tre fedi: La visita ci &. MI. il Re alla Casa del Fascio, Sopra: ll corteo reale, passiado dra aiole di rose è sopra lappeli preziosi, «i aevia dal Pontile alla Cattedrale. dI
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FI STO E la & df. dl Re si reca al Monastero di San Giovanni. Sopra: ba salita al castello di Laido. re» E
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A Patao: S&S Al. il Ke, seguito calle Principesse Meali, eisita il colebre Ad onastero,
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niet è i e... pi — ue rag * gi ini gir È ae. = gi c DERE Fede E : i = " E. Sa dl DE Lina tipica abilanie di Caslelrorro nel costume locale
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2) Ere 0, “SE Ven E PR Po), | { Sovrani allraversano la città di Coo. Sopra: La dimostrazione popolare degli abilanti di Castelrosro ai Meali.
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i NCR RIME DIO IO O CO LIL E e = —- = #” RM n sha . " ali Udi ppi ole PL i A n 1 j Î n RI sii "T "UP eg pie E “= | n dia Pen al 4 Li a Pa H a ni î du Li — —- î ni sa “ 2 rt : er: e IA s Si ul, Pe °° a li W ————————_—Òy; An adr TE Pat PR È si 3 “a — 17 L'arrivo di SE. il Governalore alla cerimonia. So prà a, = L'inagniazione del monuorento agli ervici coduli Zavagli e Bertorello. Il monumento. Al AM agadizei.
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"9 fog " a ri a aida = TRES Ga, * li ausceo compo sportivo del Littorio aperto al pubblico di Magadiacia con und gara di calcio. pra: SE. dl Governatore Corni taglia i nastri del campo.
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RR tro ii PUTTI: RICARICA DE Li | | fot | | Pa IC) | | pr ac oil SOLE ce LA, Doe + LITRI. Me Le feste Nazionali crebrate volennemeinte all'Asmani: lo Alena al € napo per fa ricorrenza dell'entrolo in querra.
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si ri : arsa LI j rl A nl pei E É Fia iani n mMeprealtazi dll cslero. di nostro «linbaecialene a Madrid snanile all imiugunazione della AMlestra o}i prrpetti per il monumento a Colombo a San Domingo. Sotto: di congresso delle Agenzie telegrafiche di stampa 4 Cowtantinopoli, coll'intervento del Presidente è del Direttore dell'Agenzia Stefani.
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EVERARDO PAVIA E LE SUE RACCOLTE GARIBALDINE Lo scrittore scomparso improvvisamente, ancora nella pienezza delle sue forze è della sua maturità, apparteneva all'elettàa schiera degli studiosi delle nostre memorie del Risorgimento e delle nostre tra» dizioni popolari. Ma il nome di Everardo Pavia rimarrà legato al Musco Garibaldino che un anno fa gli cra valso l'onore di un magnifico ritratto dal Capo del Go- verno con una lusinghiera dedica. Il Musco Gari- baldino fu la passione di tutta la sua vita. Egli lo sistemò per la prima volta, credo, a Roma alle Terme Diveleziane, riportandone enorme successo, e durante la guerra volle trasportarlo a Milano alla Scala per propaganda patriottica. Nel dopo guerra, poi, lo fece nvedere al pubblico romano nel Palazzo Spinola. In questa circostanza Everardo ce ne dette anche il catalogo illustrato, che è una vera opera di ricostru- zione storica, artistica, biografica dell' Epopea Gari- baldina. Esso comprende ben 1091 oggetti, in massima parte quadri e stampe, spesso di pregio artistico, € ci dimostra che la raccolta è veramente bene ordinata. Ma, pur troppo, si tratta di un Museo non an- cora a disposizione degli studiosi, rimasto proprietà pers del povero Pavia. Ora che Pavia è scomparsa, il Governo Nazionale, accogliendo un suo voto, s riamo voglia assicurarzene la proprietà. Rimarrebbe, così, in Italia una raccolta oggi impossibile a rifarsi, raccolta per la quale il Pavia impiegò trent'anni di amorose ricerche, e, nella nobiltà del suo ammo pa- triottico, rifiutò sempre di vendere fuori d'Italia, non ostante le frequenti e al- lettanti offerte wenutegli dall'estero. Il Museo Garibaldino prende le mosse dal 1830 ed arriva fino alla morte dell' Eroe, abbracciando, quindi, tutta la storia del nostro Risorgimento. Ogm episodio della vita di Ga- lidi è commentato da stampe, cimeli, armi, ritrate ti, ricordi di guerra cd in- time memorie familiari. La parte artistica È copiosa cd importante se si considera che comprende ben zoo fra quadri, stampe e sculture, non tutte, senza dubbio, di verà eccellenza, ma tutte interessanti t la icona» grafia garibaldina e molte dovute a pittori è scultori di fama. Di Gerolamo In- duno xi sono otto tele, fra cui un ritratto di Garibaldi a mezza figura e Gli ultimi mementi di Anita, evocante il dolce episodio così fer- vidamente cantato da Gio vanni Marradi nelle belle terzine che ricordano la corsa affannosa del Duce con la fida com ia morente fra le braccia, pei deri del Guiecioli alle Mandriole, verso la E TO lonica dei fratelli Ravaglia. Una stampa dell' Amici ci rammenta i dintorni di S. Pancrazio e nove inci. sioni del Barzott e del Padioli ritraggono altri epi- sodi. Troviamo, poi, un vivo ritratto di Garibaldi di Saverio Altamura, un altro, a pastello, del De Ste- fani, una stampa del Carelli sullo Sbarco a Marsala, una serie di miniature del Benedetti e di cammei, vetri dipinti di diversi artisti che raffigurano l' Eroe nelle diverse divise militari. Ricca è la raccolta delle litografie in nero eda colori: ve ne sono del Pasini (episodio di Milazzo con Garibaldi in atto di sciabolare un ufficiale della ca- valleria borbonica) dell'Adam (ritratti di Bixio, Co- senz, Garibaldi, Medici, Sirtori e Turr) del Riccio {mtratti di Menotti, di Eber, Dassi, Ripari, rispetti» vamente segretario e medico del Duce, di Giorgio Trivulzio Pallavicino) del Di Lorenzo (tipi delle ar- mate garibaldine e napoletana, bombardamento di Palermo, battaglie del Volturno e di Milazzo, arrivo di Vittorio Emanuele è Garibaldi al Palazzo Reale di Napoli}, E vi sono molti disegni a penna. Ma tra le pitture dovremo ricordare anche un ritratto di Garibaldi di Tranquillo Cremona, un ritratto di Mameli, di Roberto Bompiani, che pare sia il solo autentico che esista, essendoci stato fin'oggi offerto un Mameli barbuto e maturo, mentre è noto che il wero Mameli, morto a soli 21 anno, era di costitu- zione gracile. Probabilmente, invece di quello del Mameli, si dovette, sul prin cipio, diffondere un ritratto di Luciano Manara, e l'er- rore iniziale continuò per anni ed anni fino ai giorni nostri. Troviamo, poi, i ri- tratti di Narducci (sul letto di morte) di Ciceruacchio, di Ugo Bassi, e molte stam- pe popolari che evocano la riconciliazione fra Cavour e Garibaldi (1861) auspice Re Vittoria, A Greta tile della visita dell al Manzoni è dell'offerta del mazzolino di viole, il giuramento di Pontida, il triste episodio di Aspro- monte, ecc. Fra le curiosità notiamo un Gambaldi di- into con le sembianze del Redentore per farlo entrare nello Stato Pontificio ove era victato introdurre ri- tratti del Duce. Fra le sculture ricorde» remo il busto di Garibaldi di Ercole Rosa, magnifica opera d'arte, il medaglione a bassorilievo in marmo che evoca Anita e Garibaldi visti insieme di profilo, è che wiene ritenuto l'unico vero ritratto dell' Eroina, Bandiera bicolore offerta dalla Repubblica Ramana a Caribaldi per fa vittoria di Velletri.
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= EE Medaglione in marmo di Giuseppe e Anita Garibaldi. e qualche busto del Galli. Nè manca uma ricca col- lezione di medaglie è monete commemorative. E Et ai cimeli, ce n'è per tutti i gusti. Troviamo Garibaldi, diremo così, in pantofole, perchè si va dai suoi berretti da notte, uno orientale l'altro in velluto bleu a ricami d'oro e sete verde, rossa e gialla, ai suoi fazzoletti ed ai suoi ccchiali d'oro. Più oltre ci sono: il suo binocolo, il suo canocchiale, la squadra di cui si servi sempre a Caprera pei lavori agricoli, le grucce e il bastone col pomo e le iniziali di argento, di cui fece uso dal 1855 al 1880, un pancho ed un Pan PaLo un portasigari in cuoio, donatogli dal colon- nello Moretti, il bicchiere di cui si serviva e che, in cristallo e oro, recava nel centro la sua immagine, un porta-orologio in velluto granato con iniziali in oro, una bandiera tricolore in seta, dono della Repubblica Romana, recante nel mezzo il suo ritratto e ai lati le iniziali S-P.Q,R., bandiera che appare macchiata di sangue raggrumito, ricordo di qualche combattente che se la strinse al petto prima di morire sulle alture del Gianicolo, ove essa sventolò nella storica difesa di Roma. E, ancora, abbiamo cimeli più intimi del Duce, da un dente a qualche unghia, a qualche ciocca di capelli ca qualche pelo della barba. Poi troviamo i ricordi dei campi di battaglia. Ecco la sua sella, il morso del cavallo, la barella e lo stivale di Aspro- monte (186), le pinze con le quali venne estratto il proiettile, una benda della medicatura che gli fecero al piede, le sue sciabole e le sue pistole, la sua cas- setta da ordinanza, la sciabola che recava nel partire da Quarto e che gli fu fedele compagna in tutte le battaglie siciliane, molte medaglie d'oro, di argento, di bronzo. Ed anche la sua vita pubblica è ricordata dallo stallo ove sedette le rare volte in cu fu alla Camera. Figurano in questo gruppo, ricordi di Gari- baldi vincitore di Caffaro, Bagolino, Verza d' Edolo, Bezzecca, e memorie della campagna di Francia, tra cui una bandiera (l'unica strappata ai tedeschi), Mon mancano i ricordi della vita di Garibaldi m America. E così troviamo un'incisione colorata che lo riproduce con 1 polsi legati dietro la schiena mentre lo fustigano alla presenza delle truppe del Gover- natore di Gualegnay, altre ce lo danno in costume urugunyano e nella divisa della Legione Italiana di Montevideo. In questo grup di memorie vi sono re delle pietre raccolte sul campo di Sant'Antonio el Salto all' Uruguay.
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34 Accanto a Garibaldi &cco i suoi compagni di fede e di azione più illustri, cari al cuore di ogni italiano. Ci sono le maschere di Ca- vour e di Mazzini, la ma- schera e la spada di Gof. fredo Mameli. Del Mazzini troviamo anche il calco della mano destra, eseguito da Ettore Ferrari, che una volta si proponeva di fon- derla in argento, è la ta- vola su cui venne imbal- samato. Macabre ma reli- giose reliquie. Ecco, ora, la ruccia di Achille Fazzari, e cassette di ordinanza di Menotti e di Kino Bixio, il bocchino di spuma nel quale il colonnello Loste stava fumando un sigaro quando cadde fulminato dal piombo nemico, la pistola di Luciano Manara e quella del colonnello Spangaro, la sella donata da Madero a Peppino Garibaldi dopo la rivoluzione messicana, la giubba grigio-verde tagliata di dosso a Ezio Garibaldi mortalmente ferito sul Carso nella guerra curopea. Ma la raccolta non finisce qui. Ecco la sciabola di Cariolato donatagli dallo stesso Garibaldi, ecco la pistola di Baldassarri e la sciabola di Augusto Va- lenzani caduto erdicamente alla breccia di Porta Fia, ecco il gilet usato da Cicervacchio nel 1846, tutto in seta an quadratini con la iscrizione: “ L'Italia farà da sé — lo disse Pio il grande”. Varie stampe ricor- dano Ciceruacchio mentre si prostra in atto di omag- gio a Pio IX, ce mentre viene fucilato insieme al figlio dodicenne; altre rievocano ura di Pellegrino Rossi ed evocano la sun uccisione, E Pio IX è ricor- dato in un acquerello del Podesti ed una incisione del Chiassi nello studio di Paolo Mercuri. Troviamo anche il Proclama col quale il Pontefice benedice l'Unità d'Italia, un piatto allegorico col suo stemma, ed il ritratto del suo Segretario di Stato, cardinale Anto- nelli, eseguito da Roberto Bompiani. Ma, come abbiamo detto. fin da principio, questo Museo è ricco di ritratti, di stampe, di quadri, che ne costituiscono il nucleo maggiore. Ecco le immagini di Mamiani, di Ernesto Cairoli sul letto di morte, (ronnie ua _l’pro ca | DUI Gi sllimi momenti dI Anita. {Quadra di Cr. Induno), del colonnello Nullo, di Crispi, di Cavour {acquaforte del Calamatta) di Cialdini, di Rattazzi, del conte di Persano, dei Fratelli Cairoli (terracotta di Ercole Rosa), di Felice Orsini, di Francesco Giuseppe e di Napoleone II a cavallo, di Francesco II Re di Na- poli, dci Maria Sofia. Vi é anche la figura di un ga- ribaldino anonimo dipinta da Michele Cammarano e vi è un Garibaldi dovuto a Filippo Palizzi. Ricca è la serie delle caricature in nero e a co- lori, delle stampe polari, delle cromolitografie, che illustrano i fatti salienti della storia del nostro Risor- gimento. É numerose sono anche le fotografie, gli autografi, i manifesti murali. Alle memorie personali si accompagnano, in questo interessante Museo, quelle collettive. Così vi troviamo la bandiera del battaglione universitario e quella del battaglione lombardo, un fucile ad avancarica usato nella difesa di Roma del 1849, una daga romana con elsa a forma di croce, dalla lioa rabescata, che ri: monta alla stessa cpoca, la decorazione concessà Pio IX ai soldati pontifici che presero parte alla battaglia di Mentana (1867), un trofeo di armi romane interrate nel 1859 e più tardi rimesse in luce, una grande tavola, infine, che reca, sul suo piano intar- siato, la figurazione della battaglia di Varese. Maiani 4 Di speciale interesse è ri una vetrina che raccoglie una spoletta ed un fram- > mento di granata francese, Luna palla di cannone, un | pezzo della porta bruciata del Santo Uffizio, uno di quei caratteristici fermi a quattro punte disseminati lai romani sulle strade per impedire il passaggio della cavalleria francese, un frame mento bronzeo di una delle tante campane che a Roma vennero fuse per farne can- I aes °° Due berretti di Garibalaà, in D eelluto bleu e in velluto rosso, TRAE ricamali in ord.
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Goffredo Mameli Disegno si Roberto Bompiani, l'unico rilratto dal cero del Poeta, morto a contata;
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— i Sì i -—
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SESTANTE VAI IF DIEIE Part el z Lio [ITA TA ae al n; ” a - AA i = IPSE » ra | ID) | PPT CISTTIZPFFar ron Una senie di preziosi cimeli, raffiguranti il Cienerale nelle varie spoche. noni, due distintivi, infine, della Guardia Nazionale. E xi 30N0, ANCOra, Il fazzoletto tricolore che reca stampati i versi ‘“ Siam Fratelli, Siam stretti ad un patto... o warbe pistole dell'esercito napoletano, di- verse daghe dell'esercito napoletano e di quello ro- mano, una zippa «dd una scure usata dai Pionieri di Garibaldi durante l'assedio di Roma, il fucile-batonetta che portavano i garibaldini nel 1849, l'elmetto è il porta polvere degli ufficiali della Guardia Civica Romana, una staffa dei Lancieri di Gari- baldi, una spada di ufficiale Pontificio, una spada d'onore cd una sciabola di ufficiale della Guardia Civica, il grap- polo patriottico, curiosa foto. grafia a forma di grappolo di uva coi ritratti di coloro che si distinsero nella guerra del Risorgimento, compreso quello di Garibaldi. Ma l'oggetto che in questo Musco ha un maggior valore cd una maggiore be cera ideale è una spada senza fodera. Terminata in un'elsa di avorio cd argento scolpito, casa venne offerta, molti anni fà, da un gruppo di triestini a Menotti Bicebiere di cristallo omalo di fregi d'oro Garibaldi col preciso incarico di consegnarla al ge- nerale italiano che avesse l'alto onore di varcare per primo la frontiera ed entrare in Trieste liberata. Il fodero di questa lama non esisteva, nb si conosceva affatto presso chi si trovasse; cesso sarebbe saltato fuori solo quando fosse venuto il tempo di ringuainarla, cioé quando Trieste avesse inalberata la bandiera tricolore. E, difatti, Menotti Garibaldi consegnò al gene: rale Diax la bella lama che proprio in Trieste liberata trovò alfine requie nel fodero uscito, come d'incanto, non si sn bene da dove. Everardo Pavia, che rac- colse in tanti anni di amorosa attività una messe di ricordi patriottici sul nostro Risorgi- mento così vasta ed impor- tante, non avrà più il piacere di vederla sistemata in un Museo Statale Ttaliano. Ma per onorar la sua memoria bisognerebbe che nella Mole Vittoriana, accanto a tanti altri ricordi patrii, fosse de- finitivamente custodita anche uesta collezione che ha pure | sud catalogo. Per gli albus diosi, pel prestigio nazionale. ARTURO LANCELLOTTI col batto dell'Erve che st ne servì a lungo.
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I LIBRI PIU EELLI Ho ammassati sulla scrivania un muechio di libri, agnuno dei quali non so se per caso, ma certo non per eccemione, appartiene à un genere letterario profondamente diverso. La cita di un Sommo Porta, l'evocaziaone e la ricostruzione storica ili un'antica città italiana, una raccolta di canti no- stalgici o sensuali. ispirati all'Oriente, c il diario giornalistico di un pellegrinaggio oltre Adriatico, in terra irredenia. Come daro un'unità critica alla rassegna. di opere iamio dissimili? Sono tutti libri italiani, stampati da case editrici italiane, e attestano quasi contemporancamente di un fervore cli lavoro più che noievele. Questo ci importa apra lullo 08- servare e mettere in rilievo, considerando una volta di più come ilal carattere di questa rubrica debba necessariamente csulare agni pretesa di critica, che passa in seconda linea di manzi alla segnalazione di opere nostre, «di nosiri autori ed eclitomi. Incominciamo dunque dal Somma, Come dare un'intoma: zione critica, per cscmpio, alla recensione de Le silla a fArate di Giusoppe Lando Passerini (Vallocchi editore « Firenze}? Un volume di quatirocenio fitte pagine, denso di documenta» zioni, colmo di richiami anche polemici, dovuta ad uno dei più illustri cultori del verbo dantesco? Per un'analizi degna di una sillatta opera, dilettano qui il luogo e la spazio, Ma da questa rasirgna, che vuol cisere sopra lutto divulgatrice, non ci siancheremo di ripetere come siano principalmente i libei ali cultura, quanalo appalano scritti per il pubblica e non per gli studiosi soltanto, quelli che più dobbiamo invocare per Velesazione intellettuale della nostra magnifica gioventà, Sosteniamo insomma che non sarà il sor lito romanzetto d'amore, sul quale anche i ragazzi di vent'anni hanno imparato a sorridere, a distrarli dal fanatismo per le gare «li calcio; ma potrà soltanto l'esempio dei grandi, il do siderio di conoscere opere cil ariani cccersonali, invagliarli A dedicare qualche ora alla lettura. 1 questo fine, il libro di cultura ba da ciacre chiara © chiarificatore, vissuto ed ivodica, e non apparire soltanto erudito. Diceva il Conte Cesare Balbo: "lo serivo per gli ioenini colti al e curiosi di particolari, ma non propriamente per gli eruditi“. È Giuseppe Lando Passerini, facendo pro prie tali parole, dichiara di non aver avuto altro intendimento che quello di “ assembrare * nel suo volume “i faiti accertati, o almeno, peer ragioneroli congetture, probabili ibella sata dll Dante, che a nessuno degli Ntaliani, degni veramente di questo nome. dovreblessere ignoia ”. fermazione Gn troppo modesta, Perche il volume del Passerini non è soltanto una raccolta di fatti accertati o pro babili, ché in tal CAR, trattanda un tema già arolto da nu merosi e illustri servitori. si limiterebbe ad vn'arida cronaca. ma una disamina acuta penetrante degli tlemenii da sè bere © «la scartare, uno studio intraspeitivo che sa scendere in profondità e, per l'amore che l'ha dettato, appassiona. È ne si pensa che inà i moli biografi Canin c'e ap fidarsi. tra 1 contemporanei o quasi del Poeta, di ter Villami, del Boccaccio e di Leonardo Bruni, i quali pur si accapigliano ira loro spesto e volentieri; che fino a tutto il Cinquecento, il Landino, il Velluiello e il Filelfo (per nomi nare solianio i maggiori) non fanno che accogliere o conte: siare le notizie date dai predecessori, senza aggiungere nulla di proprio: e che per arrivare ad una biografia di carattere ssientilico = cioé non costituita soltanto di elogi — bisogna venire, nella secomila metà del Seilecenia, a Cn Pelli, per tornare nel primo Chitocento agli aibaldoni confazionari dei vari Arrivabene e Fraticelli: quesio volume del Passerini che obbedisce finalmente a un metodo critico, seguendo le pudiziore indagini degli studiosi moderni, ci appare l'opera più esauriente, più organica e completa sulla Vita di Dante: vita del sommo Porta e Profeta di nostra stirpe inquadrata nel quadro più vasio, prima, li Firenze Sua patria, Suo amore e dalare, pai => nell'esilià — della Patria più grande e so gmata: l'lialia, Parhi sanno, crediamo, che il primo muocleo di Ferrara, formatosi alla punta di San Giorgio, nello spazio compreso fra i tre rami di Po Grande, Volano e Primaro, foase chia» mata dai forestieri Babilonia, perché si irovava rispetto al delia del Pa nella posizione alessa ali Babiloma rapelto al delia del ilo, Ce lo dice Gianna Parsi nel suo volume Fermana salioa è Ferrara d'oggi (Linghini © MHanchiai, editori » Ferrara): è par tendo da quelle remote origini, dall' Esarcato Greco e Loago- bardo, attraverso dl dominio alel Marchese Tedaldo è del Marchese Honifazio, arriva a narrarci l'episodio pietoso della piccola Marckesella degli Adelardi, che doveva preludere al glorioso periodo del Ducato Estense, Ed è qui che la serit- trice si compiace di indugiare più a lungo, falesia chie la Signoria degli Eniensi a Ferrara è nella Rinascenza Italiana "una realtà storica trapunta di bagliori‘. Ferràtà ha, allora, il suo immoriale cantore in Lodovico Ariovio, ed è, a detta di Lui, la più “adarma" di tutte le citta el'Italia, “asa pur di mura e ampli felll regi ant di Bei audi e di carini sgegi *" Nicola II d'Este, Borso, Duca di Ferrara Modena è Reggio. Ercole I, Alfonto Il, quanta ricchezza fartora, quanta fioritura d'ingegni alla corte, quanta copia di opere. In seguito, per circa due srcali, il gorenao Pontificio: la decadenza. Poi, riassunte in rapidissimi paragrafi, le fervide Isite del Risorgimento, fino al periodo contemporaneo : la guerra, il dopaguerra col miserabile svalutamenta della vit toria. le sanguinose giornate rosse e la riscossa fnascisa. L'epilogo è listo: e la scrittrice, fiera di poter consatare che Ferrara oggi si rinnova, s'abbellisce è cammina, ci "conduce im gira per la ciuà muosilerna, ci guida a condacere le sue cu riosità, ad ammiraro templi © palazzi. forterze e monumenti. E lo fa, oltre che con garbo, con pronia e sicura efficacia nliernando dati o cifre alla narrazione di episodi a alla «de scrizione di luoghi, rapidamenie. fascisticamente. Sicché i fer- rarcii dovona riscrle grati del dona geatile di così utile libro. Te sono uh ragazzo giramondo che il destino ha sospinto dal palazzo alla tenda, dal mante al deserto, dalla cia al Voanai, dalla lotta per il pane all'avventura senza tema e senza pane Ad aprire un libro e leggervi a caso queste parole, c'è da giurare che il libro non possa casere se nom di Mario dei Gaslini, che per natura è sempre un po autobiografico, e nia che racconti s analizzi, che descriva 0 a salti, non può far tacere il suo tormento e la sua malinconia di nomade fanta» sicsa è sognante, appunto di lui, è stanno in teata alla presentazione del suo più recente volume che ha il fatidico titolo di siguifatti amll’Adriatico (Cana Editrice Unitas - Milano) è stgue a breve distanza un altro suggestivo volume, Panadizi #'OQrionle (Giur seppe Morreale, editare - Milano). ana caso le abbiamo citate. Percht, indicando ai leitori dan libri di uno strato autore, ne poîendoci dilungare su tuiti © due, tali parole ci sombrano questa volta singolarmente se- gnalabili come quelle che, adatte ad annunziare genericamente uno qualunizue dei Ibi del Gaalini, trovano qui invece, nelle pagine di diario di Agwifolti mll'Adriatice, una realtà viva che le precisa, una passione che soffre ardente alla loro mas linconia, una speranza fiammeggiante che dà al porta la gioia della conquisia. Non senza fierezza l'autore afferma: * di tuivi I trofei strappati alla sorte durante la mia giovinezza nomade... uno solo è quello che fa da bandiera alla mia trincea; dl mò afgaglia cli italiamo ”. Ed ccco il combattente, il valontaria, inviata nel maggio dell'anno scorso, coi voloniani di guerra. n Zara la Santa e in Dalmazia, a nome del " Popolo d' Ialia". A Zara, a celebrare il nosiro intervento, il n maggià Quale mattino più luminnao di quello che vide, nel Duomo della città ialianissima, i volontari d'ogni nostra regione giu» rare in rito solenne "di continuare a lottare affinché un giorno sia vendicato È martirio di Francesco Riamoendo e di Tom- maso Gulli" Note di diario dunque, appunti brevi e nervosi: ma di- nanzi a quelle ‘* mote” si sente che il ragazzo giramondo resta mulo & pensare, è quando riprenile & scrivere, le sue parole hanno la febbre e possono, si, diventare cantò. Rilo d'amore: ma che tocca vibrazioni profonde nella sua tacita consapevolezza di episodio affidato alla storia. Ca alla da “Tr — ———— lu - ro => A
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w La signora Irene fu la prima a svoltare dal sen- tiero sulla stradicciàla sassosa lungo la quale ci aspettavano con un'aria stranita le dieci sparse ca- sette del villaggio; e là si fermò pompando un po' di fiato e disse come potè: — Bene... aff, benissimo... mi pare... che si stia veramente bene quassù. L'idea della seggiata era stata sua ed cera giusto che ella la difendesse. Quanto a noialtri cinque, d'altronde, non avremmo certo avuto forza in quel momento d'ostacolare le sue opinioni. Camminavamo da un paio d'ore in cerca di un'osteria a cui fermarsi a cenare, € aspettare così il chiaro di luna con il quale saremmo ridiscesi attraverso suggestivi paesaggi alla nostra base di villeggiatura. In ogni villeggiante, signori, da luglio a settembre sonnecchia un poeta romantico disoccupato; perciò la patetica idea della signora Irene aveva trovato accoglienza nei nostri cuori. Ma fin dalla metà della passeggiata, quando le mulattiere della montagna ave vano cominciato a troncar le gambe al povero Gio- vacchino, a suscitar fuoco e vampe nel vasto petto della signora Zelinda e a metter genericamente un po' di zavorra ne' piedi di tutti noi, fin da allora i poeti romantici si erano fermati a sedere sulla proda del fosso, e non era rimasto in cammino che una curiosa troupe di persone sbuffanti e lamentose, arrampicane tesi in disordine su per la monta con gemiti e qualche sommessa imprecazione selvaggia. Quando sbucammo sulla stradicciola che congiun= geva Rupecanina, lassù, a chissà che parte di mondo, dovevamo aver l'aria di una trib cacciata violente» mente dal nemico fuori delle natie capanne e giunta in simili condizioni di sconquasso al limite della zona di guerra. Questa imagine, suggerita da Amerigo, ci parve gustosa e poichè il vento, che lassù spiràva freschis- simo, ci rimetteva un po' di vigore ne' polmoni, ci all, mi parc fece anche ridere. La spedizione cominciò così ad as- sumere un lieto volto, e quando entrammo in quella famosa osteria, di cui si rlava fin dieci chilometri lontano e che bastava ai bisogni di venti villaggi, eravamo rasserenati e nettamente di buon umore. Invero, chiamandola famosa osteria s'avrebbe di- ritto a immaginare un'altra cosa: era una botteguccia annerita, con un banco, un lungo scalfale a palchetti, un barilotto di acciughe e una seggiola nici rid Sul banco erano le bilance è la stadiora del sale, sullo scaffale una fila di fiaschi di vino, pacchi di candele, qualche barattolo di carne, un prosciutto, pacchi di tabacco, la cesta delle uova, un perzo di forma delle bottigliette di inchiostro e delle scatole di ina toni; dal soffitto pealpviae granate e fettucce da scarpe. In complesso la bottega aveva l'aspetto cine- matografico di certi locali del Far West, illustrati dai films d'avventure americani, Tutti ne avemmo sol- leticata la fantasia. Ma eravamo appena entrati che un flebile gemito, e un altro, e un altro ancora, ci giunsero attraverso una porta che si apriva a sinistra, su una scala, per la quale si doveva salire alla casa di quella powera gente. = Che c'èt= disse Lilla trasalendo. Una vecchia, l'ostessa, che stava dietro il banco, fece: "Uhm", e ci lasciò un attimo sospesi. Poi disse, semplicemente: — E' mio marito, E° ammalato. Ha un cancro. Smania da venti giorni. Ieri chbe la Comunione. — E andò a chiuder la porta a sinistra. Il gemito non si udi più. Li per li le parole dell'ostessa ci colpirono; ma erano state pronunziate con tanta semplicità, e sul viso della vecchia, che pareva scolpito vigorosamente nel legno, era tanta calma e fermezza; e d'altronde il nostro pensiero erà così lontano dalla abile che l'argomento sfiorò appena il nostro cuore. Dicemmao:
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Ja “ poveretto", e poi, siccome la vecchia aveva ripreso posto dietro il banco è domandava che cosa deside- rassimo, chiedemmo del brodo. Ma brodo non ce n'era. Per la pasta a burro, mancava il burro, Ci accordammo su una pasta in salsa di acciughe. oi cominciò il travaglio per sta- bilire il piatto di cucina. Domandammo se c'era qual- cosa di carne. La vecchia apri le braccia con un legnoso gesto di sconforto, — (C'è un piccione, signori, = disse. — Lo ave- vamo cucinato per noi, Siamo più d'uno, ma lo divi- deremo volontieri con lora, Signori, se eredono. Calcolando che, anche astrazione fatta da tutti noi, la signora Zelinda considerava con disprezzo i piccioni per il solo fatto ch'essi son troppo grossi per esser messi in file di sei allo spiedo, con crostini è fegatelli, a mo' delle allodole, non ci parve di poter fare troppo assegnamento su quel piatto. Ringra- ziammo, e finimmo per stabilire un antipasto di pro- sciutto, un piatto di uova con pomodori, supplementi di acciughe condite, miserve di formaggio. Fra prosciutto, acciughe è formaggio, soltanto a parlarne era un desi- nare che metteva sete. E bevemmo; e l'alle- gria aumentò a ogni SOPrso. C'era stata imban- dita la mensa su un tavolo zoppo, in un angolo della bottega, e fino dagli antipasti avemmo la compagnia di tre gatti famelici è ruggenti e di cinque pollastrini singolar- mente audaci è ave venturosi, destatisi e accorsi da chi sa qual pollaio, Con dure mosse, con impassibile wiso, la vecchia ci serviva dividendo evidente- mente la propria at- tenzione fra la nostra tavola e il piccione che stava cuocendo su in cucina. Andava e veniva, La nostra vi- sita e la cottura del piccione dovevano es- sere due cose meme rabili in una sola se- rata. Venne un bim= betto e domandò alla nonna se il piccione fosse cotto. Babbo e mamma lo seguivano. Poi, di corsa, anclante, arrivò un giovinetto. La vweechia si stizzi un po' con tutti costoro, per la loro impazienza; disse che l'attendessero di sopra, è il piccione sarebbe stato pronto fra poco; poi, mentre noi mangiavamo il formaggio, altre tre rapide ombre attraversarono la bottega e volarono su verso il pic- cione. Giovacchino credette di poter fare il conta, complessivamente, di dodici persone raccolte intorno al piccione; ciù aumentò la nostra allegria che ano dava facendosi impetuosa e rumorosa, mentre sotto la tavola le partite di pugilato fra polli e gatti cre- scevano d'intensità, Ricordo benissimo che le cose erano a questo punto e che Amerigo stava mescendo in giro un altro bic- chiere di vino, quando a un tratto la porta di sinistra si apri e tutti i personaggi che vi cerano passati uno dopo l'altro se ne uscirono con un lieve scalpicciare di piedi scalzi, sommessamente, a testa bassa. Una ragazza singhiozzava. Ora, non poteva essere che il piccione avesse fatto loro male. Perciò io mi volsi al signorina Lalla € le chiesi che ci fosse; cssa passò la domanda a Gioac- chino, ed egli alla signora Irene, e Amerigo rimase
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col fiasco sospeso, è tutti fummo a guar- darci stupiti chieden- do: — Che c'è? A nessuno venne in mente il wecchio moribondo. Chianmammo: > OQstessa ! Richiamammo: — Padrona! Ostessa! Padrona ! Finalmente cessò comparve sulla soglia. Più che di legno, ora il suo viso era di pie- tra, tanto duro appa- riva in ogni ruga, è due grosse lacrime immobili le brillavano sui cigli, Siccome noi la interrogavamo col nostro silenzio, casa ci disse semplicemente : — E' morto. Nessuno di na trovò una cosa da dire. Ricorderò finché vivo come quelle due parole sperzarono di colpo la nostra alle. gria e ci ridussero muti e fermi, Maestà della Morte. Fu una cosa grande e solenne. Eravamo sei. Fu come un soffio di vento che trasportasse su moi i nei poeti romantici ri» masti addietro: vestiti di nero, con grandi cuori pal- pitanti, con grandi occhi sbarrati verso il fantasma dell'oste di Rupecanina, che usciva dalla sua camera e entrava per l'ultima volta in bottega. Era morto l'oste di Rupecanina, lassù, nel suo piccolo regno, chissà da quanti anni suo. Il vecchio banco cricchiava, le acciughe si stringevano smarrite nel loro caratello, da fiaschi di vino si levavano disperati vecchi folletti, un'ombra di disperazione cir- colava fra i pacchi di candele e di tabacco: la pal. vere sembrava sollevarsi nei cantucci. Era una cosa strana « terribile. Credo che se una folata di vento fosse entrata c avesse spento il lume, noi tutti ci saremmo messi a tremar nell'ombra come fanciulli, e avremmo veduto cose singolari di granate è di scatole di bottoni. Intanto coloro che erano usciti avevano data la notizia. Le donne uscivano dalle case con un leve sciamare. "E" morto". "E" morto". Nel villaggio c'era una piccola cappella in rovina, abbandonata: ma le donne solevano andarci ancora è litamiare in corò, e vi si radunavano al suono della campana, Una fanciulla andò e suonò. Allora tutte le donne, lentamente, sciamando, andarono da quella parte, sciamando entrarono nella cappella c vio sm chiusero, Il villaggio rimase silenzioso e deserto. Ora, cravamo usciti anche noi lasciando sul tavolo i bicchieri colmi e il formaggio. Fuori la notte splendeva in un plenilunio trion- fale: era veramente un infinito di cielo, di stelle, di lumi lontani, quello in cui si perdeva il mormorio delle donne preganti nella cappella. La montagna era solenne come la notte e come la morte: si vedevano i paesaggi, i casolari, le viot- tole, le mulattiere, da cui, chissà da quant'anni spin- gendosi innanzi il somaro carico d'acciughe, di candele e di tabacco, era passato l'oste di Rupecanina. Quando le donne tacquero, un fremito, come di un'ala invisibile, passi & si stese fra gli alberi della montagna. Sei poeti, lassù in alto, senza fiato, si sentirono correre un brivido per la schiena, MARIO BUZZICHINI
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Sotto: ba fomba della nenelre del Dice" “ Sirada cecchia Sn Cassino ”. All'Associazione fra i Calabresi a Roma, il pittore Antonio Can- nata ha esposto una serie di 37 quadri che illustrano la terra na» tale del Duce. LA TERRA DEL DUCE NEI QUA. DRI DI ANTONIO CANNATA
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4I La ridente plaga inlorno al paese di Formia. FORMIA E LE SUE OPERE D'ARTE Dice Guareppie De Lorenzo: “La terra è, per dl contemplante, da per tutto ugualmente bella: nei fulvi deserti sabbiosi, come sui candidi poli gelati, nelle isole battute dai flutti oceanici, come sugli altipiani eccelsi cinti solo dall'azzurro del cielo, lungo i fiumi irriganti i fertili piani sonanti di wita, come sulle ardue cime intorno a cui solo sibila il vento”. Ma se uno spirito di puro esteta può profondamente go- dere d'ogni spettacolo ch'offra la multiforme natura, taluni luoghi sopratutto ci turbano per la loro com- movente alan: e fra questi luoghi è in Italia la regione formiana, con la sua grande corona di monti, “cl suo tranquillo specchio di mare, chiuso tra il gi- antesco tumulo di Gaeta e la catena del monte Hassico, con le sue coste acclivi profumate di agrumi, e il suo tiepido sole che par fighi lontano il tetro gelido inverno. “O tiepida Formia, dolce lido marino, te prefe- rizce nd i luogo Apollinare, quando fugge la città del terribile Marte, e vuol deporre ogni molesta an- sietà. Nè egli ammira così la dolce Tivoli o i recessi ombrosi di Tuscolo e del monte Algido, nè ama del pari Palestrina o Anzio, o in tal grado desidera la suadente Circe o la dardania Gaeta, nè Marica, né il Liri, né la fonte Salmace nell'onda Lucrina ", Così si esprime Marziale nel suo famoso epigramma e certo egli si fa eco del sentimento generale dei Romani per questa ridentissima piaga tirrena. I Romani, avvezzi a contendere per secoli il loro pane a un suolo arido per roccie vulcaniche affioranti, în cui scavarono centinaia di chilometri di gallerie per strappare alla palude qualche lembo di terra da coltivare e per allontanare la malaria dall'angusta regione che 1 fati avevano loro assegnato, dovettero salutare sin dall'inizio con assai viva gioia il loro af- facciarsi sul mare di Formia, porta è annunzio della feràcissima e amena terra campana. E il loro amore crebbe col tempo, favorito dalla mitezza del clima, dalla vicinanza a Roma, dal bisogno di trovar qualche ora di riposante solitudine tra il tumulto della vita perennemente agitantesi sui campi di battaglia o nelle non menò terribili contese civili, E così la migliore società di Roma ebbe a Formia case e ville, e si maltiplicarono lungo il lido formiano, per le acque relativamente tranquille, per la pescosità del mare, r l'abbondanza di sorgenti d'acqua dolce che rego- vano la salsedine marina e favorivano il prosperare dei pesci, quelle singolari costruzioni, che sono le pi- «tinte O peschiere, vasti vivai di pesci squisiti 0 rari, prego r la delicatezza delle carni come per la Ilezza delle iridescenze. Le piscine davano occasione ai milionari antichi a prodigalità favolose, per le ingenti spese che richie- cheva la costruzione dei recinti in mare, è pel com- plesso di edifici che per rifugio di barche, per abita- zione ai pescatori, per deposito di attrezzi e di prov- viste, e per la pesca dall'alto da parte dei padroni si rendevano indispensabili. Si aggiunga lo scavo di appositi spechi in cul 1 pesci potessero trovar ombra e riparo contro i calori estivi e si aggiungano le follie cui i proprietari si abbandonavano fino ad ornare di anelli i pesci preferiti. Ma che importavano gli sperperi se davan qualche ora di gioia 7 " Non è necessario — dice Marziale nel già citato cpigramma — cercar lungi nel mare con la canna da pesca la preda; si può dall'alto scorger ben profondo il pesce, e lo sì può veder abboccare alla lenza gettata dal letto stesso, nel proprio cubicolo. Che se il mare è procelloso, ci si può rider della tempesta; la mensa é ugualmente sicura, poichè la piscina è ricca di rombi e di lupi dì
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I eg li ria Vidi Ed bb di RR "naro E Geronimo Slabile = Trillico con Madcnna e il Bambino, ina i sanli Sebastiano e Hocco, mare nati nella piscina stessa. E la murena delicata nuota verso il suo padrone e lo schiavo addetto ai nomi chiama via via il noto muggine, e le triglie adulte corrono alla chiamata "'. La sorte ci ha conservato gli avanzi di talune di ueste singolari costruzioni. Ecco una delle piscine di ‘armia, e precisamente quella che affiora innanzi al giardino pubblico. Il vivaio è nel suo insieme come una scatola da colori: ognuno degli n ie della piscina locmlala contiene un reparto di pesci di particolare specie. Questa del giardino pubblico è una piscina lunga duecento piedi e larga cento. Il grande rettangolo è a sun volta diviso in tre rettangoli minori; nei due estremi sono inserite delle grandi losanghe; nel rettangolo centrale sono più piccole divisioni, sieché in tutto la piscina dispone di quindici vasche entro cui l'acqua salsa circola mediante delle saracinesche, che nel muro perimetrale sono binate, poichè accanto a grate a piccoli fori dovevano esser poste in azione le para- toie cieche da abbassare in caso di tempo burrascoso, A chi apparteneva questa piscina ? Forse a quel Licimio che el il cognome di Murena dal nome del pesce di cui era così goloso, e che sembra fosse il primo a costruire di tali vivai verzo il go avanti Cristo? Impossibile oggi, e forse ozioso rispondere. Certo, sulla ridente costa acclive che si stende tra l'Appia antica e il mare, si scaglionaron ville fastose, e se di recente è stato possibile individuare quella che un tem appartenne all'imperatore Cocceio Nerva, non vi è che da augurarsi che fortunate scoperte permettano di se- gnare altresi il luogo di quella di Fonteio Capitone, l'amico e luogotenente del triumviro Antonio, di Murena — dove fu ospitato Orazio che insieme con Mecenate e Cocceio faceva nel 38 avanti Cristo quel viaggio che egli magistralmente descrisse in una delle sue satire — di Cicerone, e di tante famiglie di quel patriziato romano che riempie di st la storia della Repubblica e dell'Impero. Ma più di questo è da augurarsi che il suolo restituisca parte almeno di quelle opere d'arte di cui i discendenti di quei rozzi Latini, che avevano indurito le loro virtù nell'aspra secolare battaglia contro la loro aspra terra e contro le asperrime popolazioni fnitime, amarono circondarsi da quando cessi cominciarono a di»
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Chiesa di &. Giocnanni a venire signori del mondo, e iniziarono a loro profitto nel- I" Italia Me dicnale” in Sicilia, nella Grecia e nell'Asia Minore la metodica rapina di quei capolavori che il genio ellenico aveva dovunque con prodigalità profuso. Nei lavori che il Comune di Formia ha tra il igzo e il 1933 condotto pel prolungamento della via Vi truvio, alcune di queste opere d'arte son venute alla luce, e insieme con esse talune grandi statue-ritratti d'arte romana, che han per noi interesse non minore delle scolture greche, e sono ugualmente capolavori, r la maschia vigoria del rendimento dei volti, per a incomparabile nobiltà del drappeggiamento, per la sobrietà e la finezza dell'esecuzione. L'immagine stessa della maestà togata ci offre la statua di un personaggio che ha la toga portata sul capo alla maniera dei sacrificanti; e il volto grave È pieno dell'augusta dignità che solo Roma ha saputo dare in tal grado ad esseri umani, La fronte senza rughe, gli cechi profondi, la bocca dalle labbra ser- rate senza sforzo, e più di tutto la solennità del drap- peggiamento, ricco, vario, pieno di luci e d'ombre, è pur, nel suo insieme, riposante, ci dicon come nessuna 43 ato fai Man: Tacola con Masoana e i Bambino, ina i vanti Lorenzo è Schastiano. parola saprebbe, quanto nobile orgoglio desse a cia- scuno dei cittadini romani il sentirsi partecipi della sovrumana maestà del nome di Roma. E nel vigoroso profilo di una statua ervica, sco- pertà ugualmente nel igao durante i lavori medesimi ci par di cogliere 1 segni della virile vigoria della razza, nata pel governo del mondo. “ Dura stirpe, creata da un'aspra terra", come cantava Lucrezio. Il potente naso leggermente arcuato, il mento piut- tasto pronunciato sotto le energiche labbra, la solida struttura del volto ovale, l'ampia fronte sotto cui si incassano gli occhi profondi dinno alle linee del volto una fermezza, una sicurezza tranquilla, un senso chi riscluta volontà, quale è dell'uomo di comando. Non un personaggio ideale, come pur la clamide eroica geltata sul corpo nudo potrebbe far credere, ma un romano erdizzato abbiamo qui dinanzi. E Roma ha saputo, attraverso le lince di quel volto, come at- traverso la maestà del personaggio togato, dite un altro verso della sua epopea, come in grandissima stile l'ha cantata nelle sculture dell'Ara Pacis o nei poderosi rilievi della Colonna Traiana.
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Le opere grandi di Roma non son le sole che siano à ricercare amorosamente in Formia: anche la Formia medievale e più recente può forse forme motivo di grate sorprese all'attento studioso. Da quando Roma non assicurò pi n Formia la suna splendida opulenza, il mare e il profumo dei giardini furon certo per Formia quasi un inutile bene; e la città visse secoli di grama vita, come qualsiasi altro borgo italico, tra le modeste occupazioni agricole e pescherecce, e nel continuo terrore di invasioni barbaresche. Ma pagine queta della vita della città — e specie di quella che è l'alta spirituale vita dell'arte — ci possono essere tuttavia rivelate, che ci permettano di formarci, insieme con i documenti delle vicende politiche, um quadro più compiuto della storia cittadina. Ecco, per esempio, le chiese di Formia, ed cecco nella chiesa di San Giovanni a Mare una tavola di metri 1,10 per n.10, che ci ripete un noto schema compositivo: La Vergine seduta su un banco, col putto divino nudo e stante sulle sue ginocchia, e ai due lati i santi Sebastiano e Lorenzo. Non è possibile dire uanta delicata poesin, quanta dolcerza gentile spiri dai volti chiusi nella cornice dei biondi capelli. Teste e particolari sono ancora idealizzati: la tendenza na- turalistica non si afferma qui tanto quanto in altri quadri, che son da assegnare al pari di questo alla seconda metà del Fi patiGonato; ma la pacata luce che nel quadro è diffusa e la sua freschezza di tocco e la grazia della composizione non sono facilmente dimenticatili. A chi è da attribuire il bel quadro? Sarà materia di disputa fra gli studiosi; ma ciò che credo certo è che esso chbe vita attraverso Roma e attraverso la scuola pittorica che vi fiori sotto l'influsso della cor- rente toscana. Chi consideri la posizione geografica di Formia, è tenga presente che su Fondi è Formia si mantenne così a lungo la signoria dei Caetani, non zi meraviglierà dell'esistenza di tali rapporti trà For» min e Roma. Un Onorato Caetani, quello stesso che costruì il Castellone di Formia, è raffigurato in un quadro della chiesa di San Pietro di Fondi, da asse- gnare anch'esso alla seconda metà, anzi agli ultimi decenni del Quattrocento; un quadro firmato appunto da un rappresentante della scuola pittorica di Roma, quell'Antomiazzo Romano il cui nome si incontra as- sociato con quello di Melozzo da Forlì sin dalla ve- nuta di questi a Roma circa il 1460, e che diffuse l'arte di Piero della Francesca in Roca e nel Lazio, Senonchè anche Napoli esercitò su Formia una azione politica, e basterà ricordare che fu opera de- gli Aragonesi il castello di Mola: è con l'azione po- litica si svolsero certo e si mantennero i contatti ar- tistici. Nella chiesetta dei Santi Sebastiano e Rocco presso la porta del Castellone di Formia è un trit- tico con la figura della Madonna col Bambino tra i santi Sebastiano è Rocco, che porta la firma MHiere- aporia Stabilir neapolitanue pinvit. Il pittore è quel eronimo De Stabile che operò nei primi decenni del Cinquecento, e che è ricordato in un atto notarile del settembre ibis a ropasito di una “ cona"” commis: sionata dallo Stabile a mastro Giovanni Mariano {forse Marigliano, dli Nola}, intagliatore in legno. Il trittico è anche più notevole in quanto assai pochi sono i pittori napoletani del Rinascimento di cui ci è pervenuto il nome e qualche opera superstite. D'altro lato questi stessi pittori (Perrinetto da Bence vento, Mario di Laurito, Angelillo Arcueci) non rap- presentano correnti artistiche che abbiano avuto un roprio sviluppo, o abbian prodotto opere di singo- are bellezza, ma furono invece ignari delle forze ve- ramente vive del Rinascimento e risentirono via vin l'influsso degli artisti delle varie regioni — di Lom- bardia, del Veneto, dell'Emilia — che vennero a Na- poli in cerca di lavoro. Quante di queste scoperte, grandi e piecole, può assicurare l'accurato esame di ciò che ci è serbato nelle chiese, negli archivi, nelle case private? Forse assai più di quel che si possa a tutta prima immaginare. E° Formia il paese dei feroci Lestrigoni “ non si- mili a womini, pari a giganti". Era qui, come dice Omero, la fonte d'Artacia, “che mena buon'acqua di vena ", dove i compagni di Ulisse trovarono la figlia di Antifate, alta e grande così che parve loro “quale un gran monte” La identificazione di Formia col paese dei Lestri- goni è stata di recente messa in dubbio con argo» menti ben altro che dispreszabili. Nel nome Lestri- goni si è voluto vedere un appellativo marinaresco il cui significato italiano sarebbe quello di “ pietra delle deanzi di antica “piscina” dinanzi al giardino pubblico.
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Romano in costume di vacrificante Particolari di slelaa tàpanta mel Ipio in Formia
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A, eg gi (RA pe rire Arg erge | giglio Gago) | ppi Dgpoga Veg.
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4 Ì DIRI tod I | | 1) - —-=———= MEN DE lat La Testa di personaggio rootano. (Particolare Ai statua scoperta nel i9s0 in Formia). tortore ". E la derivazione etimologica di Artacia da arkies, orsa, farebbe della fonte di Artacia la “ fonte dell'orsa ". Qra nel volume ‘“ Les Phéniciens et l'Odysséte il Bérard ha osservato che nei nostri mari è notis- simo il Capo dell'Orso traverso le bocche di Boni. facio. Già duemila anni fa quel capo era detto da Tolomeo il “Capo dell'Orso”, e di lontano lo ricono» scevano assai bene i naviganti che risalivano da mex- zagiorno la Sardegna, Doppiato il Capo Ferro, si pre- sentava ad essi a un tratto questo promontorio, e la sua oma d'orso, di evidenza impressionante, lo fas ceva distinguere subito tra le mille insenature e spor- genze rocciose tutte eguali una all'altra. Quale vane taggio costituisse un punto di riferimento così carat- teristico è facile immaginare, se si tene conto natu ralmente che i meandri delle bocche di Bonifacio han sempre costituito un punto per la navigazione singolarmente difficile, E prossimo al "Capo dell'Orso" è una fonte, nell'ansa della punta Parau — la fonte che Omero chiama d'Artacia — e nel porto è uno “scoglio co- lombo ", vicino a un promontorio detto dai Romani "“ Columbarium promontorium" per l'incredibile ab- bondanza dei colombi, di cui gli schiamazzi rendevano impossibile il sonno a chi per caso avesse dovuto passar la notte in uno di quegli isolotti. Sicchè è propria, questo, lo scoglio où” pietra delle tortore ", il paese della Laistrygonia, presso la fonte di "Capo dell'Orso” o " fonte d'Artacia ‘. E altissime sono a Capo dell'Orso le roccie, come nella descrizione omerica, e impressionante è, come
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Gre E (ae _ sauce TT ira i e La ferre di &, Erasmo sull'alto del Costellone. dice Omero, il contrasto fra il mare esterno eterna. mente agitato e il mare del porto sempre calmo, è reale è perfino il particolare della via che scende dalla montagna al fondo del porto. Poichè ancor oggi scerdon dalle foreste di Tempio con la legna i rozzi carri, così come secondo l'Odissea avveniva nella via per la quale si misero i compagni di Ulisse, Difficilmente talune di queste concordanze po- trebbero sostenersi esistenti per Formia. E difficil- mente potrebbe trovare per Formia spiegazione il nome Telepilo, ©“ Porta lontana ”, con cui vien desi- gnata la città dei Lestrigoni, quando invece il nome si spiega assai bene per le bocche di Bonifacio, che per gli antichi navigatori dovevan proprio essere come una porta che dai mari d'Oriente immetteva in quelli di Qecidente. Ma che importa se questa parentela di Formia cal paese dei fieri Lestrigoni deve essere ritenuta im- probabile? lo dico che è quasi a desiderar che la inverosimiglianza divenga certerza. Paese di dolcezza, tra tanto sorriso di cielo e di mare, è per noi For- mia. Né con minore reverenza, anche se non si tratta della fonte di Artacia, noi ci appressiamo alla fonte del ninfeo della cosiddetta * Villa Cicerone ". FE pur senza la leggenda erudita, tornano per essa alla no- stra mente le parole dell'antico cpigramma, è cl pare di sentir dire dalla ninfa custode della fonte: dl ebi n necosla il placido mio sonno nen dispiaccia ; della fresc'acqua gelida beca, si bagni, e lacca. GIULIO CRISOLITO
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LI DL) Li La La LI 1] L] È evi STES 47 rex SIETE Aibanbra : La sala del Re e dl Cortile dei Lei. LE Di un grande popolo conquistatore che conobbe tante vittorie, d'una stirpe gloriosa che conobbe tante grandezze, d'una profonda anima collettiva che ebbe potenza di suggestionar l' Europa, sopravvive, tra i molti ricordi estetici, un monumento che di gran lunga supera gli altri, un tesoro d'arte che, rinchiuso nello scrigno prodigioso della muraglia di Granata, domina i secoli. Forse nessun popolo della terra ha racchiuso tanto di sè in un solo monumento, quanto dell'anima araba sta nella meravigliosa poesia dei marmi dell'Alhambra, il * Castello rosso” che fu costruito alla metà del secolo decimoterzo per ospitarvi il Serraglio è l'Harem dei Re. Nella ardita geometria delle volte, nella sug- gestiva eloquenza delle mura fregiate di parole sa- pienti, nella sinfonia decorativa delle colonne è dei capitelli, nelle divine strofe marmoree, il genio d'una stirpe ha voluto cantare l'età dell'oro, della potenza piena, ha voluto tramandare nei secoli il poema so- lenne e fantastico, profondo e meraviglioso, grave ed inebriante. Gli elementi dell'arte è della storia, della leggenda e della fantasia hanno sempre esercitato un fascino imperioso su tutte le genti che han contemplato le meraviglie del Castello rosso — su tutte le genera- zioni mumerose ancor soggette alla suggestione pro- fonda che il popolo conquistatore esercitò ai tempi della sua gloria: il poderoso eterno monumento ancor MERAVIGLIE DEL CASTELLO ROSSO oggi attrae e inquieta, conquista e rattrista, preoc- cupa ed inebria ogni ammiratore. Bisogna ricordare le severe prescrizioni del Co- rano, interdicenti la rappresentazione della figura umana, per intendere e valutare l'appassionato e pro» digioso sforzo spirituale del popolo arabo che ha eter- nato la più alta espressione della sua genialità pro- fonda nel più fastoso monumento d'architettura e di decorazioni che scchi umani possano ammirare, nel più superbo esperimento di geometria che menti umane possano considerare, Di fronte alla meraviglia che n'è derivata = di colonne agili, di capitelli cubici, di volte a stalattiti, di fantastiche cupole, di mille è mille ricami ed ara- beschi che danno anima e luce a marmi lussuosi +, di fronte alla miracolosa espressione della sublime cultura islamitica custodita in saloni superbi, in sug- gestivi cortili, in gallerie incantevoli, i poeti di tutte le stirpi han sentito la povertà d'ogni loro più alata parola: e si son limitati ad aggiunger testimonianze a testimonianze sul divino sogno di grandezza e di bellezza che il popolo arabo ha voluto concretare e saputo eternare nel marmo. Appare l'Alhambra — all'ammirazione universale = chiusa in un paesaggio mirabilmente suggestivo: cinta di boschi e di monti fino all'orizzonte lontano dove i picchi nevosi s'elevano al bel cielo dell'Anda-
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LP L) pa II Meri ‘PA La PE - es ST: c® dl 1 LT 3} pa Pi EE "pao PARITA VIII De) Mi pIPRL IA pì LI ila TTI 1a bi; 1 ui a) PIE pa: nor i puri MILL "appa La 1; PRIA) VA RL FEET PI =" a pr Le logge della Regina all'Albambra. lusia. Una grande anima d'artista orgolioso della sua terra, Martinez Sierra, appassionato delle meraviglie del Castello rosso, è fra i pochi ammiratori che han saputo esclamare un degno elogio davanti al miracolo inebbriante : “Ecco la meraviglia dell'arte umana; ecco il pa- lazzo in cui una scienza sicura di st si è concesso il gusto sovrano di far l'insensata; ecco il labirinto, il guazzabuglio, la fioritura, il favo con tutto il suo sciame di api; ecco la fonte dell'acqua poeticamente disposta come voce del silenzio; coco la xoluttà della stanza recondita e fresca sotto il cielo di fuoco; ecco il verso teso per i muri in grandi lettere ornamentali perchè, per gli vcchi, quasi inconsciamente il cuore
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49 riceva il suo alimento; ecco la grazia delle colonne e l'au- dacia dei fragili archi; ecco il dinmante a centomila facce che racchiude tutta Viride: ecco l'insperato giardino inca- strato come uno smeraldo nel cuore stesso del labirinto; ecco la fonte che parla non solo per l'acqua ma anche per il labbro di marmo della sua tazza e dice il suo elogio è l'elogio del suo signore... ‘*. Mel meraviglioso scrigno naturale d'Andalusia l'Alham- bra appare gelosamente na- scosta all'occhio avido di me. raviglie: il nostro De Amicis conlessò la prima impressione ch'egli provò quando gli mo- strarono le "catapecchie” che chiudono nelle loro mura se- colari il fastoso tesoro dell'ar» te araba. “Passammo sotto la portà, e continvammo a salire per una strada incassata, fin che ci trovammo sulla sommità Tia esce Di rate eat tic moli i della collina in mezzo a uno spianata ricinia d'un para» petto e sparsa di piante cli fiori. lo mi voltiai subito verso la valle per godere il colpo d'occhio; ma il Gongora mi afferrò pel braccio e mi fece guardare dalla parte opposta. Ero dinanzi a un grande pa- lnzzo «dello stile del Rinazci- mento, mexzo in rovina, e fans cheggiato da alcune piccole case di meschina apparenza ". Oggi, di tanto in tanto, si leva qualche voce allarmata cd allarmante a lamentar la minacciata “rovina” del mira- bile capolavoro dell'arte more- sca, orgoglia di Granata e della Spagna intera. Ma ogni allarme è ingiustificato: ché iutti gli architetti ispettori Particolari «A nn capitello cenbico, carallerivico | della architettura antba.
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li Sovizioso interno della Torre delle Infanii. del monumento sono stati sempre e sono concordi nella loro opera di somma responsabilità - di conser- vare e fortibcare le singole parti del tesoro evitando assolutamente ogni iniziativa di restaurazione è di ricostruzione. Così son rimaste allo stato di rovina soltanto quelle parti secondarie che han ceduto ai secoli scorsi, i tre meno importanti membri architet- tonici dell'Alhambra GI cortile dell'Harem, la galleria di Machuca è la porta dei sette soli): ma tutti gli altri edifici, come la maggior parte della grande mu- raglia, sono ancor oggi in uno stato di perfetta soli- dità. È anzi doveroso riconoscere « ad onore della Spagna contemporanea - che lo Stato non ha lesi- nato in alcuna occasione le somme che gli architetti
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La cupola poligonale della Sala degli Abencerrajes. dell'Alhambra hanno richieste per conservare alla gioja estetica del mondo intero la divina meraviglia moresca, Così dalla Sala dei Re al Cortile dei leoni, dalla dala degli Abencerrajer alla Tore delle Jafanti, dalle arcate terrene alla Torella della Regina, ogm parte principale del mirabile monumento si mostra oggi con- servata con diligenza scrupolosa. Così possono ancor oggi | nostri occhi mortali contemplar la fastosa Reggia delle Mille e ans notte, la splendida città morta per entro la quale la luce d'Anidalusio risu- scita la vita dei marmi, la gloriosa tomba d'una stirpe di conquistatori, chiusa nella corona voluttuosa d'una terra feconda e giojosa.
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si ALCEO TONI Ci sono vomini che vivono senza accorgersene, presi come sono dalla furia e dalla felicità della vita di tutti. Appena nascono, il destino li prende, li ac- compagna sull'uscio e indicando loro con un gesto da gran signore il mondo dice: "* Tutto quello che vedi è tuo, Corri e prendilo senza fermarti perchè ci sono in giro troppi galantuomini, capaci di portartelo via, Quel cielo è tuo: quel mare, tuo; questa canzone che passa, tua; quella donna... è d'un altro ma può essere anche tua: così, non fermarti, non voltarti indietro e specialmente non compiacerti mai di quanto ài fatto, Per vivere sul serio bisogna morire ogni serà e ricomin» ciare, come se fosse la prima volta, ogni mattina". Il segnato cal non felice destino si spicca allora con impeto dalla soglia di casa e si butta a corsa per le infinite strade che gli si affacciano man mano che va, spalancando gli occhi come due ob di meraviglia, gittando strida, prendendo, lasciando, mettendosi ine torno un gridio di primavera è di tempesta, ficomin- ciando sempre daccapo. Gli uomini regolari, quelli che nascono con un bravo programmino in testa e sanno che dai caperzoli della balia passeranno a una cattedra di Storia Naturale in qualche università, appena si imbattono in codesti matti geniali, si tirano indietro dispettosi e cercamdlo di trattenere la barba veneranda percossa dalla folata, brontolano: “* Che chiasso inutile. Troppo rumore per nulla!” Ma se- guono di sottocchi il festoso clamore che passa è an- drà molto lontano. Gli " irregolari *. intatti, vanno lontano senza accorgersene, donando quanto anno, prendendo quanto piace. Ad essi basta di camminare, di cantare, di buttar via e di trovarsi, la sera, con le ciglia ancora fresche di vento è con il cuore pieno di allegrezza per ricominciare all'alba una nuova giornata. Il maestro Alceo Toni è uno di questi irregolari. Diritto nella figura, sagomata tra lo schermitore e il damerino, gli occhi spalancati per una meraviglia con- tinua, il sorriso che corregge la vivacità della parola sempre pittoresca e acuta, le mani in aria in cerca di un'orchestra, il volto chiuso in cerca di un pen siero, i capelli sbandati come due all che calano a volo nel vento, Alceo Toni è inconfondibile tra la folla e quando non lo si vedesse, basterebbe un gesto. a mulinello, una risata allegra è un ciuffo di capelli in aria, per giurare che è lui. Cammina a folate come se urtasse qualcuno, si fa largo da solo, gode di ogni così bella altrui verso la quale muove impetuoso e felice e fa donò, quasi sbarazzandosene, di ogni cosa bella sua, senza pensarci, senza credere di compiere un gesto memorabile, senza far pesare quanto da e quanto prende, Per questo non À preconcetti e pro- grammi, per questo è capace di passare anche sopra di st, giovanilmente, è per questo i professori con e senza barba veneranda, che misurano il talento dalla digestione e dagli incassi della giornata, quando lo sentono © lo vedono si tirano in disparte brontolando: “ rumore per nulla". Ma starnutano, Il wento > anche quando non fa nulla — un po' di accidente lo mette sempre in corpo. Eppure questo imegolare, arguto dii punte e di api» goli, à una sodezza dottrinale e una preparazione colturale che farebbe meravigliare anche me, se me ne intendessi. Uscito dalla scuola del maestro Torchi di Bologna, Alceo Toni non si è seduto, come tanti altri, mettendo in mostra sulla strada il suo sapere al modo dei di nascondere e di far dimenticare la coltura e la pas- sione innata per il tanto detestato classicismo. Trenta volumi di esumazioni e di trascrizioni, edite dalla Casa Ricordi e dall'Istituto Musicale, sarebbero li a testimoniare del suo amore e della sua preparazione musicale se gli venisse il ghimbizzo di far pompa di sé. Tre quartetti, un quintetto, quattro cantate e un centinaio e più di liriche, tutte edite dalle migliori Case Musicali d'Italia, potrebbero attestare il suo talento di compositore quando gli venisse il capriccio di mettersi in lizza coi talenti accaniti degli altri. Due opere teatrali, ancora incomplete e nelle quali ha pro- fuso freschezza e melodia da gran signore, potrebbero domani passare vittoriose tra la folla sempre in at- tesa del Messia, se gli venisse la voglia di spiegare le ali ancora sconosciute. Ma Alceo Toni A una sua più bella e grande passione: l'orchestra. Quando sul podio, si curva sul gorgo che sta per iscatenarsi, e leva le due mani con un gesto risoluto e nervoso, è gira intorno i due occhi chiari di fanciullo è di com- battente, orchestra e Toni, woci e gesti diventano una febbre c una passione sola e la sua personalità balza ardita e chiara come in un volo, A' diretto in tutte le terre più lontane, da Buenos-Aires a Buca: rest, da Lisbona a Londra; ed in Italia A diretto in tutte le più importanti città musicali, da Bologna na Roma, da Torino a Trieste, escluso Milano; perchè a Milano, città commerciale, per aver diritto di cit- tadinanza bisogna presentare le bolle della dogana Li) farsi commessi volontari nella bottega musicale do- minante da anni in qua. Ma, lontano 0 vicino, escluso 0 cercato, ogni volta che Alceo Toni è salito sul padio, à chiamato in» torno a st la musica italiana ed ha diffusa la voce dell'arte mostra nuova ed antica. Egli non à mai cercato di cantare la sua sostanza come è in uso, portando, specialmente in terra straniera, 1 soliti pro- grammi di bravura e di virtuosismo. Ogni suo pro. gramma è una hera e chiara affermazione d'italianità. Fu Toni a ridurre a libretto il Giudizio sd Salomane di Carissimi portandolo all'ammirazione e al successo in Inghilterra; fu Toni a dare per la prima volta il Ballo dell'Ingrate di Monteverdi; ed é lui che, come ultimamente a Trieste, al proprio successo personale come direttore antepone l'aspra battaglia ed anche magari l'insuccesso, eseguendo la musica dei giovani compositori italiani esclusi dui templi e dai papi della chiesa trionfante. Tanta passione impersonale, tantu venditori di vecchi libri, ma dà cercato
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453 li Masrtiro amore e tanta fede nell'arte nostra, dovevano fatal- mente trascinarlo alla battaglia quotidiana del critico dove, per essere amici della verità, si spiace ai più (sempre amici dei creduti più forti) ma anche la sua battaglia continua, osata talvolta da sola, portata con tenacia testarda contro abitudini e forze soverchianti, è un programma appassionato di italianità e di la misura di quanto Alceo Toni potrebbe suscitare è ereare se invece della penna avesse nelle mani la bae- chetta del direttore e del concertatore. Il teatro lirico muore. La musica italiana, intenta a risolvere i problemi tecnici, perde il suo meravi- dlleea Toni. Fai Casmasi e Loamagni glioso primato nel mondo. Il maestro futuro, che vorrà riassumere il tormento artistico dell'epoca non è an- cora entrato in Conservatorio. Queste sentenze sono la moneta spicciola del giorno. Ma chi dice così sono coloro che per ammirare i grandi morti di ieri, disa- nimano i vivi i quali, se altro non facessero, portano nella «ita la fede necessaria per ricondurla verso il nuovo avvenire. Bisogna lasciare il passo a chi tocca. Gili irregolari d'oggi, saranno i regolarissimi di da- mani, Alceo Toni — il capo manipolo dei giovanis- simi — è sulla strada procellosa che conduce lontano. Non è più possibile asserragliarlo, Passerà, pinccia o non piaccia. ARTURO ROSSATO
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IL COLORE NEL TEATRO DI ROSSO DI SAN SECONDO E “LA SIGNORA FALKENSTEIN " C'è, in ogni opera teatrale di Rosso di San Se- condo, un tratto che incide ed un alone che svapora: un segno netto ed un senso vago. Per quel senso, più che per quel segno, l'autore mi sembra degno di figurare in cima alla rta dei nuovi, al movimento ed all'orientamento d oranI che hanno il compito, arduo, di venia air ance l'Ttalia ricostruita, finalmente, un teatro vRaene Fin dagli inizi della sua attività Rosso si rivelò singolarmente moderno per quel che di espressivo è suggestivo era nel colore è nel sapore dell'opera. L'atmosfera" teatrale, così intensa da diventare opprimente e talora da ingenerare una confusa e di- scussa opacità nemica del piano sviluppo logico della vicenda, dei tipi e dei fatti, l'ha creata lui. L'ha creata lui, e s'è parlato talvolta, a torto, di miasmi velenosi e di ispirazione malsana. In verità il color bianco e il rosa e il celeste mancano sulla tavolozza di Rosso di San Secondo E il suo tentativo è cominciato, naturalmente, con le tinte più cariche, con i mezzi più facili. L' ignominia e l'odio, 1 sensi © la febbre, Îi rancore e la pazzia, cessando di essere valori scenici studiati nella chiusa indagme del personaggio, per svaporar più vasti © indeterminati nell’ "alito dell'" "ambiente da enna di» wentarono striature incomposte, slabbrate e pesanti di colori intossicati, di facili ed immediati effetti lu- minosi: del carminio e del verde, del paonazzo € del giallo. Fin da La della acdbormenlala apparve in scena un che di fantasmagorico è di abbagliante a dirci che il colore aveva acquistato finalmente anche in scena più importanza del disegno, E non tanto il color del uogo e dell'ora, della tradizione e del costume, quanto il color del senso. Più tardi con L'ovpite e con La danza, con ha così di carme ©, meglio, con Febbre questa tipica maniera di Rossa di San Secondo acquistò vigore è decisione, C'è anche un segno sempre, peraltro, in ogni opera, abbiamo detto: e quel segno è fondo e netto. Ma ci sembra meno singolare della tinta. Appartiene ad una tradizione che si allaccia ormai a troppi esempi. Vo. lendo essere scrupolosi nell'esame dovremmo dire che qual segno, varie volte ripetuto, rivela anche un di- etto di fantasia. Infatti, troppi caratteri fondamentali, e le vicende che dal loro conflitto si dipartono, sono nelle malte opere di Rosso di San Secondo essenzialmente identici, I deliri è le smanie, la glorificazione, anzi la beatifi- cazione, della maternità a contatto ed in contrasto con la prostituzione della carne, la forsennata follia dei sensi e quella imbestiata dell'odio senza ragione apparente o senza un'adeguata causa determinante, son motivi mpetuti all'infinito. Da questi motivi na- scono maschere allucinate od estasiate, stupefatte o convulse con le quali ormai il pubblico ha fatto da tempo conoscenza e desidererebbe, forse, non in contrare mai più, Ma, ripeto, c'è, somma dovizia e rigeneratrice passione dell'arte nova di Rosso, c'è il colore. Il uale serve a rendere indeterminati i contorni precisi el disegno, ed apparentemente li confonde e li rin- nova: ma mon può mai abbandonare quei contorni senza sperdersi in una inutile e caotica velatura di chiazze è di macchie sovrapposte. In altre parole, Rosso, che pare l'autore dram- matico dello spazio © della folla, è, invece > e lo ha dimostrato sempre — il poeta delle più chiuse e più circoscritte vicende. La sua maniera dona a queste vicende una apparente ariosità, una lirica vastità coloristica. Ma, se le «biaadona: si perde. Ecca, dunque, l'errore dell'ultima opera sua. "Con La signora Falkenziein Rosso di San Secondo torna da Berlino e, dopo un lungo soggiorno lassù, intende regalarci un quadra della Germania d'oggi. L'opera è mancata. E non ci si obbietti che un tema insolito e di difficile comprensione cela agli occhi più acuti del bblico, ed a quelli della critica, verità essenziali, Li cui scoperta condurrebbe ad un totale capovolgimento di giudizî. La signora Falkensicin opera di teatro, doveva raggiungere immediatamente, è per le vie più brevi della suggestione, il cuore è il cervello del pubblico, E' rimasta, invece, tutta raggomitolata nelle più mi- steriose intenzioni dell'autore quella Germania diversa, interessante, inquieta e rinnovata in parte, che noi avevamo il diritto di vedere o almeno di sentire, Rosso come colorista questa volta è mancato. Per la prima volta, proponendosi un tema essenzial- mente di colore. Gli sono falliti i toni grigi e gli è mancato il senso politico dell'opera. Gli è che il suo intuito è naufragato nella profezia. Per altri quadri, per altri ambienti, ripeto, Rosso di San Sicdalo si & trovato a lavorar agevolmente nel chiuso: sensi e misteri, febbri è passioni erano circoscritti in una determinata cormice. Lo serittore affondava la penna acuta a rintracciar le cause ed aver subito la nozione di tutti i possibili effetti. Il colore si sovrapponeva ad una ferma precisione di disegni: l'indeterminaterzza delle pennellate era voluta, era anche studiata, e ci regalava il senso di una atmosfera "immobile", stagnante, immutabile. Questa volta una grande arcata & ancora aperta sul divenire del quadro. Il quadro deve per forza prender luce dall'imprevedibile, e tutti i veli si agi- tano, e la tinta profetica è per forza quella che manca alla tavolozza, smagliante, ma densa, di Rosso di San Secondo: l'azzurro. Ecco come il tentativo è fallito, E' fallito nella suà intenzione più nobile ed ariosa, più singolare è seducente. E' rimasto il saggio di un pr robusto, di una scaltrita maestria scenica. Così come ce esenta, questa sua signora Farina bai rigia © renetica, erudele e dispotica, Appare su bito fico ra di meraviglioso rilievo. Pochi tratti bastano a definirla: poche ombre bastano a graduare il mistero che si allunga dietro di lei, nella sua lunga vita di dominio inflessibile e di superbo dolore, bastano a creare tutto quel movimento di cause remote che spia da lungi gli effetti ultimi della follia imminente. Ma appunto perché così magistralmente ed incon» fondibilmente definita, profetica ed allegorica non può apparirci più questa tetra signora Falkenstein. Quando il suo peas rimonta le ombre del sato o indugia sulla disperata difesa del presente l'eroi roina è viva e vestita di quel cupo color rossastro
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Ran di San Secondo, che ci dona il senso della febbre e dell'incubo. Ma quando la voce si fa lieve ed azzurra per volare incontro al miraggio di un divenire auspicato, di una sanità ipotetica e rigeneratrice, noi vediamo le pen- nellate di Rosso di San Secondo tremolare incerte sui veli inquieti della speranza e del vaticinio. In altri termini Rosso, che é un maestro nel creare l'indefinito, a furia di tinte, sul concreta, se deve, come questa volta, lavorare sull'indefinito si snatura. E la sua arte fallisce. Che cosa è la Germania oggi — oggi che la Ger- mania è in uno stadio di riforma, oggi che la Ger- mania pub essere soltanto definita da quello che sarà domani — non può dircelo che la penna convinta e concisa di uno scrittore infinitamente lontano dalle liriche indecisioni e dalle chiuse introspezioni perso- nali di Rosso di San Seconda. i Noi vogliamo che egli ritorni, per il bene suo e del nostro teatro, ai quadri che altre volte c'incan- tarono e ce lo tecero proclamare maestro in capo alla schiera, non folta ma laboriosa, che anche in Italia oggi si avvia. GINO ROCCA
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L 2 e At da | ali Pu "e i; Tua paese A AM 14 i abia MD . , i Ti d Una «cena del dramma “ I macchinista Hopkins" ci Max Braone, espressione tipica dell'avanguardismo teatrale tedesco. Sopra: Le grandiose sale di lettura alla Biblioteca di Slato di Naw- Fork.
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ABI Tutti però sono d'accordo nel riconoscerri l'impronta d'una fantasia e d'un equilibrio non comuni, quali "i mscontrano soltanto in un temperamento genuino d'artista. Le rapide caricature riprodotte in questa pagina sono curiose per l'abilità con cui l'autore ha saputo servirsi di elementi geometrici nel metterle in rilievo, ma appaiono specialmente interessanti per l'intuito sicuro dell'artista nel cogliere le linee caratteristiche 47 UN PITTORE FUTURISTA: MUNARI E' giovanissimo; ancora inesperto della vita è acerbo, per lo meno, nel mestiere dell'arte. Non è però ignoto; ha esposto già a Milano, Torino, Fi. renze, Ginevra e in altri centri minori. I suoi quadri sono stati discussi; c'è chi li ha trovati piuttosto ingenui, altri, all'opposto, che li vogliono conside. rare come risultati faticosi d'una maniera studiata. Orio Vergani. e più espressive delle fisionomie. Munari ha ingegno: se avrà anche carat- tere, e cioè volontà di migliorarsi costante» mente e di sodisfare il proprio gusto prima di quello altrui, se diffiderà delle compia- centi lusinghe e se- guirà invece il suo più intimo impulso, farà molta strada. In alto: Giro Aocca A «in.: Marco Ramperti
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LA PAGINA DELLE SIGNORE (Diregai di Fabbiano) La modestia di chi scrive è com grande, che, contando sull'assenza corta di lettori maschi, ritiene possibile riferire quello che per le donne serive Poirot in una rivista popolare degli Stati Uniti, menire va dirigendo la sua casa di crea; ziani parigine. in un viaggio continuo attraverso l'America. ina na. per cssore ben vestita, deve avere, come mi nimo, trecento vestiti per la durata dei dodici mesi dell'anno, Ovvero, corregge magnanimo il dittatore, pub limitarsi a mo- strare di averli. Il sistema è semplice. Lo steso vestita, liscio © mattinale, può figurare di essere un altro, anzi molti aliri, coll'aruto di qualche passeggera modificazione, Basta sostituire la cintura «pori, con una grande sciarpa a fiocco, la quale può allacciarai sul fianco ovwero sualla schiena. Anmodate un nasiro sulla spalla oggi. e sostituitelo domani con un cella di merketto, al posto del quale un abs! chiaro dara il giorno dopo una nota ali leggerezza nuota © gentile. Una bella sera tete decidere di togliere le maniche, di appuntare un fiore silla spalle, Goppure alla scollatura, e avrete così sul momento ua vestitino da pranzo intimo, ovreròo buono per una serata di commedia a ripresa inolirata, se non proprio da prima rap- presentazione, Trowo però che in erale le signore non do- vrebbero portare al Manzoni, all'Olimpia, al Filodrammatici, sù pure ad una prima rappreseniazione importante. î vestiti che mettono alla Scala: la cura dello gradazioni è il segreto della vera eleganza. (Come si annunciava al primcipéo dell'articolo, i consigli sopra riportati vengono dal signor Potrei. celebre oltre che er la sua sartoria mondiale, anche per aver fondato il club hei conto golosi, club dal quale fu cacciato più tardi per le sue pessime maniere, Ha persino voluto recitare con Colette, cx signora Willy, ex Senaloreasa de Joanevel, ma sempre ille liziosa soritirice, Ken credo, personalmente, però, che con un gioco di bus- solatti, per quanto destramente maneggiato, si posa attenere mai alcunchè di genuino. EÈ' doveroso aggiungere che Poiret detià questi suggerimenti ail uao delle americane, che non hanno nell'arto del vestirsi alcuna iniziativa personale, ed acc celiano, senza mutarvi una virgola, tutto quello che il sarto, Qi più facilmente incarna, il commessa del riparto "abiti fatti sceglie per affrire lora, Ad un'europea invece, il sarto, parlando contro il propria interesse, consiglia di fare qualche capricciono dl Inedito vor atito, con pochi soldi, molta immaginazione, una sarta in casa, eil una sbcura dose ili buon la, Se il vestito a trasformazione ha tra gli altri inconvententi quella di non potere ingannare né l'amica, né la cameriera, le due persone al cui giudizio una donna tiene enormemente, quest'aliro, delle ispirazioni casalinghe, offre dei veri pericoli. Può riuacire, non dica di na, qualche #olta = ma chi xi ga” rantisce poi che la creazione alla quale avrete dato il meglio del vostro artistico pensiero, non arrischi un fatal giorno di rasentaro il ridicalo? E chi darà poi alla mano triste della saria a giornata, la ascureszza del taglio, lo alancio della liaca? Tutti | tentativi di moda indipendente, che pallularono ne gli ultimi decenni. da noi come alirore, si sono visti misera- mente naufragare da noi come altrove, Era giusto e naturale, che al tempo delle diligenze. le mode viaggiassero così leniamente, da fare preferire ad ognuno i modelli di casa sua, tramandati dalla nonna alla nipote, Ma oggi non occorre che Madame Bertin spedisca alle corti sira- niente la bambola, seatita alla francia, per dimostrare cen rire spettabilo ritardo come si vestano le donne in quel paese af fascinante e lontano, dove Goldoni andrà più tardi a finire tristamente i suoi giorni. Cigni sarta va a Parigi in poche ore di comodissimo viag: gio. Compera il bello è il buona, è tarna in patria a vestire le sue elienti in moda che, so vadano a visitare qualsiasi car pitale, non appaiano diverse da nessun'altra donna elegante. Ricordo una milionaria, piccola cioccolataia (til nome che le hanno dato) residente parigina, ma villeggiante italiana, che RITI dell'autunno per riformre a Milano il suo guardaroba. lla meraviglia delle amiche, spiega: Se io vado dal gran sarto parigina, pere scegliere fra lo nue creazioni, e non avrò un'idea di quelle dei suoi colleghi. Dal grande sario milanese, invece, iroverb già scremata la migliore produzione dei più celebri artelici francesi. Ottengo così una maggiore varietà. con prezzi molto più convenienti. E seguiterò a fare così, pero chè ho adottato il sitema, soltanto dapo molte esperienze. Ora, so le parigine si trovano bene in Italia, a maggior ragione cercheremo di restarci noi. Nan si poi inventare una moda per ogni paese, ma, poichè lo spunto ci viene dal di fuori, cerchiamo almeno di elaborarcelo in casa. fon bulli i ati di rienza panda ri vgualmente nc: cettabili, Lat fare ev con la bi Flole. col no stro clima. col genere di vita che siamo soliti di candurre è col buon senvo di cui, grazie al cielo, gli italiami sono solida: mente provvisti. Questo dicasi per una nuova modificazione alle usanze, poriata da fanciulle modernissime. Niente di male. badiamo, L'indipendenza delle ragazze ha tanto bisogno di af- fermarsi, che qualche aposa, ora, preferiace entrare in chissa scla, per avricinarii all'altare, seguita dalle sue damigelle. mentre i genitori e le spose l'aspritamo col sacerdote, là dove le norze devono essere benedetto, Solamente per dimostrare che non è già il padre a darla in moglie, ma che ella stessa. di sua libera acelta e volontà, prende marito. Come sc una corte tradizione poitito ancora ingannare qualcuno, al giorno d'oggi. Non guasta niente, non compromette nessuno, ma È graziosa. Si sa bone che nessuno penserebbe più a cosiringere una figliuola ad un (oppure al) matrimonio. Sono anzi il più delle voli le ragazzo atcisc A iraxcinare il giorinoito esitante è addirittura nolente verso la cerimonia fatale. Ma, per scru- peolo di esniterza, vorranno cisé per questo, comdiarvelòà al guinzaglio o ammanettato? Non è necessario, im verità, Le dimostrazioni troppo eridenti sono «li posmimo guito, come dicora giorni or sono, parlando di iuit'altra cosa. Tul lio Carminati, di ritorao da Hollrwood. Le stelle del filamento provano, infatti. agli occhi del pubblico, i loro favolosi guadagni sino all'ultimo soldo e al
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di là. Hanno, per esempio, case lussuosissime a quell'unico scopo. lafanti, le adoperano acpraliuito pier ricevere, Ci lor mono anche, £ vera, ma è in semplice particolare. Esse non sanno godere la casa in silenzio e solitudine. Son ne amano la bellerrzà Armonica, ma il lusso cosnissa, E Vamano princi palmente, nel momento che altri possoso invidiarne il possosso, E umano. Domandatene notizie a Don Giovanni. in generale, cil in questo caso particolare alla Duchessa Vittoria Coloana di Sermancia, che È stata poco tempo fù Gipate ali Mary Pickford, la secstbvani d'America. A New York, la Duchessa è stata in casa di un'altra signora, la quale si è alfretinia a dare modizia al mondo, ia un prolisso articolo su Vagas, del come una Duchessa ialiana le ha insrgnato a consscere la cità dov'essa, l'americana. © nata, senza avere sapulo mai guardarsi intorno con occhi veggenti. Torniamo un momentino indietro, come nelle fabo della nostra infanzia, per osservare una piocola cosà intorno alla parola “ ospite”. Non vi pare che lo stesso some usaio così colui che capita come per chi viene ospitato, sia molto iosa inteso ad accomunare i due, per il feci piacere che possano darsi a vicenda, l'uno coll'affrire, l'aliro coll'accet tare, tutti e due convivendo e tenendosi amichevole compagnia? Pure, troppo Facemiloli simili, ecco che ingenerà un para di confusione. E un difetto «li lingua con una raffinatezza di corteria che abbiamo in comune can altri popoli latini, lo sa. Ma ha certamente il vantaggio di una maggiore chiarezza, la distinzione che fanno gli angleraaszoai Non posso dirvi quale sia in proposito l'uso tedesco, ma dii quello sarà più prudente mon occuparsi. Già in Francia si incomincia a strillare solamente perchè la moda ha diffuso più del previsto il germanico insieme dei colori, bianco, rosso è nero, | nostri vicini sentonò una recrudescenza di rancore, per ché hanno l'impressione che l'America protegga gli antichi nemici e i lara interessi, contro quelli degli alleati Trovano che noi abbiamo alla sua benevolenza protettrice gli stessi diritti. Siamo infatti meno morosi, ma le dobbiamo qualche miliardo anche noi, sc questo è un titolo che valga, Dopo tutto possiamo camliare facilmente nella combina: zione, il mero col turchino, è avremo così reso omaggio alla Francia ed agli Stati Uniti insieme. Pure, la sensibilità della Francia mi pare ciagerala. E” probabile che nessuno di cos loro che portano questi intrisi colori, ablia mai pensato di dove venissero, Per di più, si cambiano tanto presto le vor e, che prima che la protesta venga udita, i colori saranno inversa, tà, per cirm a c'È una +xeraà intastione di verde certosa (ho rispettato l'ialiano, ma non sono ben sicura che tuiti capiscano di che tinta intendo parlare) di salli-limone, di rosso-bruno nasturzia. ll verde del liquore certosino, unito ad un crema quasi bianco, ottiene effetti delizioni, per grande calate, soprattutto se il cappello sia di morbida paglia naturale, dal nome cwotica di costosa risonanza. È così la borietta e le scarpe. aggiungendo orecchini, fibbie, braccialetti è fermagli, compreso quello della borsa, in giada. ic va dimenticato. sul risvalto del guanto. un leggero ricamo verde, Guanti, dunque, è cinture, sciarpe è cap pelli, parasali © lbarie, ltulto #a inlanalo, © non è uno sperpero come pare, (Quando un insieme è tanto riuscito armonioso, dà wn tale piacere agli occhi, che non si pub più rinunciarei, senza una apecie di pena. Più sforzo vi è costato, e meno vi sentite di rito: minciare la prova che può anche non riuscire. Ritorna il vecchio #eilito princcsse" colla vita al posto naturale, © persino, con qualche illusione ottica, fatta figurare più alta del do wato. Juderenle come una carezza, arriva sino ai fianchi, svasandosi e arricchendoii più sotto. Altre gonne sì tagliano come inezoletiti, con un buco mel mer: tà per la #ita, cblenenilo così la ruota ampia, con due punte che si allungano sul davanti è due sul dietro. . alc. Si rivede il sagfelae, che è melto indizato per lè abllane ricche © rsostongte che diem briamo prediligere, Una volta che siano allargate ed allun EL gaie a dovere, ricominceremo all accorciarlo ed a atringerle. Dicono che la perfezione del piacere consista proprio in questo; di saperlo rianovare senza che sazi mai. Il piacere di vestirsi non è, dopo tutto, molto diverio da un'altra sod» disfazione. A scuola ci insegnavano: “ Alzatevi da tavola ine voddiafatti, se volete ritornarci con piacere al prossimo pasto”. Le danno innàîmarate ricordina il consiglia antica, fuori dbel salotto della sarta, e fuori anche di tavola. Ma non die mentichiso di fare la tavola bella, anche ce non intendono di rimpimzare 1 lora Qupiti, sino al massimo limile. at tavole si imbandiscona in modo da incantare. Quando non si mette la tovaglia {uso forestiero che non è affatto ne: comario imitare) la tavola dev'essere non soltanto lucida è le- vigata, ma intomata con corti ornamenti della decorazione cir costante, Noi abbiamo tanti marmi prozioni, che niente ci im pedirebbe di rivaleggiare con qualunque Creso americano. Ma il marmo è forio ira fredilo. Un pivbore comasco è a Mew York da molti anni occupato a decorare le cas dei ricconi. In wna sala da pranzo, intorno alla quale parevano uscire dalle pareti avelte colonne di lapislazzoli create dal pittore, ine tavole, Dl non Una, alrvvanò una superlicie Arziufra izleme tica a quella delle colonne. Le tavole, diversamente grandi, possono atare da at, nella rasta sala, come possano collegarsi in modo da formarne uma sola, sé ci alano molti invitati. Ed è molto meglio questo, che la vecchia storia delle assi, con ingombranti, quando sono in posizione ausiliaria, e cor anti estetiche, so la tovaglia non le nasconda piestosamente. Ho visto uma tavola in forma ali anello, il coi ccatro si sprofonda in una specie di laghetto, guizzanto di pesci rossi, colle rive cosparse di cespuglietti fioriti, Un'altra. invece del lago, avera nel centro us minuscolo giardino giapponese, con pianie nane e uccellini vivi, No mancano a volto i glaberti di criatallo, dei nosiri vecchi giardini, nei quali si specchiana, ridodii a miniatura, 1 wisi degli invitati. Aihimé, dl vizio del fuma è Gggigiorno cosk dill'uso, che ad agruno, sulla tavola colla minuscola saliera e il pepaiala, è dato un portacenere. Forse varrebbe meglio invece non inco raggiare quest’ abitudine, che rende vani gli sforzi del cuoco. Come distinguere infatti aromi e sapori, con le pupille degu- atnirici sature di acre fumo? Ma il ritrovato più carino consiste nel far trovare alle si gnore delle sigarcite coll'estremità redsa anziché dorata. Rossa, calore del carmine per le labbra, perchè sul mozszicone non rimanga visibile la traccia poco elegante dell'artificio comune, Verrà il giarno che, colla atcssa buona intenzione, faremo ferze rossi anche i tovagliuoli, MANTICA BARZINI — (4 Mi \
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bl | Cso RETTO Pe >WCEEYrRIrE- "50 CAPRE LDDOD)A..*°® AR RA E SCIALLI | pa 3 _ É n° i : ga VASTA Da VESTITI E % TUTTE MANTELLI | ATO ci pit | fg Î 4 an nai e il | i mat! E' nel cappello che gli artefici della moda dan- no sfogo alla loro non sempre esuberante fan- tasia, e il fatto si spiega dopo la monotonia delle recedenti stagioni, che ‘avevano trattato quasi alla stregua del copri- capo maschile. Criusta- mente oggi la paglia ri- torna in voga e gli esempi illustrati in queste pagine mostrano quanto vari © piacevoli possano essere i risultati. Sotto, da sinistra: Scialle ricamato in ela, - ilannialio da «era in fesa suo samipato. - Abito da taffetà nero. - Altro scialle in cripe de chine. | E n l'Era i * LI LES hi s e 3 pr” P ai EFRE E SETH re o) ("eee cà i
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Carr = upper. "Tra bed; i R 3 LIA bo m destra: sin, Da now bei Kr” Ri. 2 di wo, Tir "a #5 “ = Ka £ no "= n fallo di sera armato di renand nere Alto da sera in vela perde pallida, - Man- Linate combinate. x
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FI CREDI TA fe bri i I Le al Una «piaggia che probabilmente È ; Pio | i - pifi i ri -"i] FITTI ci Zi selle mosdne Jeltoi calli è che prime dini tari tt AUT di Comey ladano, cicine di SULLE SPIAGGE Sint Sta Sotto: Un conume i sj inaggia pinna Pal gra sloso; maglia azzurra im ce foni, accappatoio o dernmità atampalo dA fori muiuliicolori. STIA = Fai sita di don Francisco che e tilde dA inmifane il Lida si Venezia. Salto Nanna Sbenrer è suo pn rada, Irving Thalberg, famoso reginsenr cinematografico, al mare,
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singbereiite coconsicamente gli abitanti ile sbalordilive di newyorkesi è quella traviata metropoli darericana. D'OLTRE OCEANO Sotto: Mana Senianina del cinema mulo, Behe hate, che cli esi mei atantiene susidue rela» sioni con l'Oceano salle spiagge californiane. Per divenne miglia al ata al Sar Francia continua la lieta festa dei bagnanti. Sotto: Sull'altrà spenda cei Pacifico le giapponesi fanno concorrenza alle americane. 63
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— /IAR [IEDITERRANEO CROCIERA dsviATORIA ITALIANA NEL MEDITERRANLO ORILHTALE L MAR HIRO > cn DI sorovacanti mo SAVRIVIARIMETTI 3.55" di dur mora (SOFIA FRASCHIM ASSO" S0e AP N75 UNGHERIA Vrabegr n RUMANIA È F LI a | j RULGARIA<Î] ia E a perno a MORE pare Fe Lal
pi + Giusso dozg ll pertonro della Crociera Orientale. CONQUISTA ALATA DEL MEDITERRANEO Stia pur tranquillo quel lettore straniero cui ca- pitino sotto la lente d'ingrandimento queste righe, ché non vogliamo lanciarci in paralleli retorici fra le con- uiste mediterranee della Serenissima Repubblica di Fenezia e quelle aviatorie dell'Italia Fascista. Non conquista di lidi ma di spiriti, non dominio di mercati ma propagazione d'una volontà di pro- gresso umano, ma dimostrazione dello sviluppo ita» liano è fascista in ogni campo di moderna attività è di quella alata soprattutto, ecco il risultato dei voli mediterranei che il Duce ha ordinato e che il gene- rale Balbo ha diretto, Chi può megare che il Mediterraneo in questo senso sia già nostro? E' nostro anzitutto per con- quista delle awiolince civili, da Genova a Barcellona, da Roma a Cagliari, da Siracusa a Tripoli, da An- conn e Trieste a Zara, da Brindisi a Valona, da Brindisi a Costantinopoli, da Brindisi ad Alessandria d'Egitto; senza contare le aviolinee litoranee lungo la spiaggia tirrenica e lungo la spiaggia adriatica dal- l'estremo settentrione all'estremo mezzogiorno. uasi ottomila chilometri. i altra nazione ha coperto delle sue ali il Mediterraneo più della Patria nostra? Qual se splende nei cieli di questo mare delle stirpi più quente del Fascio Littorio? Ma oltre ai velivoli creati pei traffici pacifici, ecco che l'Italia ha lanciato, in altrettante pacifiche cro- ciere, a quella ideale incursione, a quella conquista di cuori, d'intelligenze, di consensi e di ammirazioni anche le sue ali armate, riunite in stormi ed in bri- gate e guidate da uomini di guerra. Certo che queste ali guerriere hanno soltanto mis- sione di pace! Esse recano il saluto degli italiani d'Italia agli italiani all'estero non immemori, esse mostrano a lontani popoli che ci conoscono poco € i soltanto attraverso interessate deformazioni, come l'in- dustria awiatoria italiana sia perfezionata, come i pi- loti italiani siano esperti, come lo spirito fascista ie 7 vigore cd ardore da un'armonica disciplina. a quest'ali dicono pure a coloro che vogliano intendere che non si potrebbe impunemente violare il diritto della nuova Italia ad una pacifica vita e ad una innocua espansione, Quelle stesse ali, cariche di mitragliatrici, di cartucce, di bombe, potrebbero por- tare assai lontano un fragoroso monito ed essere “ messaggere di morte sul mare guerreggiato ". LA CROCIERA ORIENTALE Ma di simili mòniti non vi sarà bisogno. Concentrate a Taranto da diversi aeroporti della penisola, alcune squadriglie nella forza ridotta di cinque velivoli ciascuna si prepararono alla fine di maggio pel grande volo. Srano la 192 di Pola, la 190 e la 191 di Brin» disi, la 1ro e la 1z1 di La Spezia, appartenenti ai pra pi 86, 87, gi, ed inoltre una “Quae speciale i dodici velivoli costituita nell'aeroporto di Vigna di Valle presso Roma. Queste squadriglie e gruppi costituivano uno stormo, a comandare il quale $S. E. Balbo designò il Colon- nello Aldo Pellegrini, capo di Gabinetto del Ministro. Tutti i velivoli partecipanti erano idrovolanti bi- motori da bombardamento del tipo Savoia Marchetti 55 ter (spinti da motori Isotta Fraschini Asso, cia- scuno della forza di 500 cavalli) ad eccezione di due Savoia Marchetti S. Sg bis è di un Cant. 33. Due dei Savoia Marchetti 55 ed il Cant erano attrezzati pel trasporto di passeggeri, tutti gli altri erano velivoli da guerra. Il Generale Balbo, Sottosegretario per l'Aeronau-
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Da PLA FORMAZIONE DEGLI APPARECCHI! IN voro Comando Crociera ca” > Col. Pellegrini Sii idà 1400 re === Dries Com. BTorappo salda Cap. Agrati —+ ie digg Dorso nie + ne a Ra Com. 91° Gruppo Com. 4° Gruppo x e Licia Cap cene! Sriiiimene Cap Manini > radi Magg Vari Mesi * A + * Cam. tri* Squad. Com 191° Squad. 3 <p Tonini Cap. Del e i Ci SECO e a his dritte api E alain as
ie a ag L'ordine di volo della {faltiglia aerea.
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[PELOSA ala 5 - ye o i iù ia ao De AA ur cr SEGGI ria IA SIC aa dilaga dl Generale De Pinedo parla agli ufficiali e agli equipaggi della erociena. tica, cd il Generale De Pinedo, Sottocapo di S. M. della R. Aeronautica, parteciparono al volo; quest'ultimo ebbe l'incarico della superiore direzione della crociera, di raccogliere datirelativi ai risultati otte- nuti e agli insegnamenti de- sunti dalla esercitazione sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista mi- litare e di riferire circa il comportamento dei più ele- vati comandanti. Come si vede, non im- provvisata passeggiata turi» stica, ma serietà l'arpaziz. razione ed intenti di eserci» tazione schiettamente mar- male. La preparazione, silenziosissima come sempre, fu assai accurata e laborio- sa, trattandosi non soltanto di scegliere le basi di ap- poggio, di disporvi gli anco- raggi, i rifornimenti, i rico- veri, gli alloggi {tutto ciò fu in do parte cura del ten. col. Coppola) ma anche di ottenere il benestare dei governi delle varie nazioni da attraversare e toccare. L'addestramento degli equipaggi fu anch'esso cu- rato, ma non cecorsero spe- ciali prove perchè tutto il personale in servizio per anzi & simili eventi. mm ui o [e 4 ee; ERRE PF ei | ù D) ee eee Te == ie Mc rim cli e a ina fi all” Duse ll Crenerale Francesco Me Pinedo, Capo della Crociera. effetto della attività quotidiana può dirsi sempre pronto L'itinerario prefisso cera il seguente: Taranto-Atene 650 chilometri, Atene-Stambul 640, Stambul-Varna 274, Var- na-Mdessa 453, Odessa-Co- stanza Ja6, Costanza-Stam- bul 374, Stambul-Atene64o, Atene- Taranto 650, Taran» ta-Orbetello 662, ossia in totale chilometri P. A bordo dei velivoli at- trezzati per passeggeri e di alcuni dei velivoli militari, presero posto per l'Eser- cito il Generale Rovere ed il Ten. Col. di Stato Mag- giore Camusso; per la Ma- rina il Sottocapo di Stato Maggiore della Marina Ammiraglio Bernotti, il Co- mandante Insom, il Coman: dante Miraglia, il Coman- dante Sandrelli; per la Mi. Tri il sipezarala Teruzzi è PRI pero. da parteciparono alla crociera gli addetti ae- ronautici americani Lowell e Bellinger. Gli addetti di Grecia, Turchia, Spagna, Inghilterra, Francia, segui- rono la crociera nelle prime tappe a bordo di un idroro- lante della aviazione regola- re Brindisi-Costantinopoli.
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ll carico di carburante vi uno dei potenti idrovolanti del mid. Lac ante sugli idrovolanti delle squadriglia sto come passeggeri molti ufficiali aviatori detti allo Stato Maggiore o ad altri uffici e comandi. LA CRONACA DEL GRANDE VOLO Il cinque di giugno, alle ore due del mattino, già tutti gli equipaggi ed i passeg= geri erano desti e si nvs vinvano alle imbarcazioni, Ai primi bagliori dell'auro- ra i trentascimila cavalli x mettevano in movimento, S, E. Balbo per pro spiccava il volo, ito dopo poco dal Consalanio De Pinedo, dal Colonnello Pellegrini, è da tutte le squadriglie or- dinatamente. Quei trenta- sette velivoli portavano in volo 250 persone e settan- tadue tonnellate di carico. Alla partenza 5. E. Bal- se ap dall'aria per ra- io il seguente messaggio al Capo del Governo: "* Cro- ciera nerea nel Mediter- ranco iniziasi nel nome del Duce che volle alato il de- stino d'Italia *. La prima tappa, svoltasi in condizioni meteorologiche discrete malgrado il forte Hl Colonnello Pellegrini, Comanegate dalla Slormo, vento, chbe termine felicemente nella baia di Eleusi a quaranta chilometri da Atene, perché al Pireo il vento fortissimo avrebbe reso gli ormeggi assai alca- tori. Le accoglienze greche nella capitale, pavesata dei colori italiani ed ellenici furono fervidissime. Il Pre- sidente della Repubblica Conduriotis ed il Presiden- te del Consiglio Venizelos vallero congratularsi con S. E, Balbo assieme a tutti i Ministri. L'ambasciatore d'Italia Arlotta offri un banchetto ai più elevati uf- ficiali della crociera coll'in- tervento delle maggiori per- sonalità della colonia italia» na e di alcune personalità greche, ed in esso l'amicizia fra le due nazioni fu esal- tata con vibrate parole da S. E. Balbo e dal suo ospite. Nel pomeriggio e nella notte di quel giorno i ri. fornimenti furono comple- tati, cosicchè all'alba tutti stavano pronti ad attendere il segnale di partenza, Ma sull'Egeo è sui Dardanelli sembrava incombesse il tem» porale, Tuttavia alle otto si parti, ed il #olo, salvo molti scossoni e qualche tratto dovuto compiere a bassa
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bi quota sull'acqua, ebbe regolarissimo svolgimento. Su Stambul lo stormo passò basso, facendo rin- tronare di echi le opposte sponde, le cupole d'oro ed i giardini copiosi. Oltrepassò la città, sorvolò il Bo- sforo, fece un Ampio giro sul Mar Nera e tornò indietro per ammarare a Buyvuk Derè e ad Emer bay, ormeggi prestabiliti. Le accoglienze turche furono certo non inferiori a quelle greche; l'ambasciatore Orsini Baroni ed una folta folla d'italiani assistettero all'arrivo con tutte le più alte autorità politiche e militari di Stambul è col comandante dell'armata turca Nadir Pascià che rappresentava il Presidente Mustafà Kemal Pascià. Verano anche le L.L. ALA. la Duchessa d'Aosta e la Duchessa delle Puglie, alle quali S, E. Balbo si recò subito a rendere omaggio. Scambio di telegrammi dii Auguro e cli ringrazia» mento fra S, E. Balbo, il Capo della Nazione turca ed il Presidente del Consiglio Ismet Pascià. Banchetto serale allietato dalla presenza della Duchessa delle Puglie; brindisi di saluto all'amicizia di due popoli che la guerra ha travagliato ma fatto poi risorgere a nuova grandezza. La partenza da Stambul va ricordata specialmente pel modo arguto col quale S. E. Balbo seppe eludere la curiosa legge imposta dalla Commissione interna zionale che in applicazione del Trattato di Losanna vieta il transito sul Bosforo ad un numero di velivoli superiore a quello posseduto nel Mar Mero dalla Potenza locale che ne possiede maggiormente. Solo ventun velivoli avrebbero potuto passare. Ma la Commissione forse non ha mai pensato che l'aviazione vola e che se non può accedere al Mar Nero passando pel Bosforo vi può accedere passando un poco più in là. Perciò ventun velivoli percorsero la rotta per- messa; altri sedici da Buyuk Deré tornarono verso Costantinopoli, sboccarono sul Mar di Marmara, gi» rarono alla loro sinistra... e traversarono la penisola di Bitima, raggiungendo il Mar Nero e riunendosi in seguito al gruppo dei ventuno. Fa un po' ridere, ma le leggi internazionali sono spesso di tal genere. Questo volo fu molto faticoso per la pioggia e le nuvole bassissime che costrinsero i sedici idrovolanti a volare rasente le colline boscose. Ma nessun inci- dente occorse e le ammarate a Varna furono feli- cissime. Le accoglienze bulgare emularono quelle prece- denti. Musiche, discorsi di benvenuto, applausi di alte autorità bulgare, scambio di telegrammi fra S. E. Balbo e Re Boris, e gran pavese di bandiere. Una tappa dietro l'altra. Il giorno otto ecco lo stormo giungere ad Odessa, Il tempo che era stato malvagio nelle tappe precedenti Tipo dell'iflecvolante bimalore da hombar- dameato impiegato nella erociera. fu in questa molto favorevole. Tre ore di volo è la Russia sovietica era raggiunta, tre ore di volo ed i piloti italiani videro il rosso vessillo sventolare in onor loro «.... del Fascio Littorio dipinto sulle prore dei velivoli. Le bande suonavano alternativamente la Marcia Reale e l'Internazionale. Grande cordialità, simpatica spigliatezza come fra camerati, cd anche qui fervidi auguri all'indirizzo delle rispettive Patrie. In fondo, tutto il monda è paese. I VANTAGGI DELLA CROCIERA Lo spazio ormai scarso su queste colonne ci co- stringe a rinviare al prossimo mese la descrizione del viaggio di ritorno cd un più diffuso commento della erociera. E*' ben vero che 1 fatti si commentano da sé, che essi valgono più d'ogni tentativo di panegirico, che nessun volo lirico può eguagliare in efficacia di sug- gestione questo volo d'ali meccaniche lanciate attra- verso così grandi distanze e così vari paesi. Nel viaggio d'andata, gli equipaggi volarono due- mila trecento chilometri in quattro giorni, fra venti è nembi, lavorando molto all'arrivo pei rifornimenti è per la manutenzione o pel preordinamento della tappa dell'indomani, a seconda dei gradi o delle mansioni, con perfetta disciplina e vivo fervore. L'organizzazione a terra si rivelò perfetta, il ren» dimento dei comandanti di vario grado da $. E. Balbo fu giudicato superiore ad ogni elogio. Certo il primo concreto vantaggio della crociera sta nell'addestramento intenso cui sottopose tutto il personale, ma bisogna non trascurare di riconoscerne i grandi vantaggi di carattere politico. Senza mancar di rispetto alla forza armata del mare, sembra ormai che le crociere in lontani paesi fatte per mostrar di tanto in tanto la propria ban- diera ni buoni amici acciocchè non s'intiepidiscano ed ai non sicuri amici acciocchè vi pensino bene, possano essere compiute con velocità, prontezza e perciò ef- ficacia maggiori, con minor dispendio e con più grande clamore, piuttosto mediante una schiera di ali che mediante una squadra di navi. Giacchè le navi restano alla periferia dei paesi da visitare, ma i velivoli possono penetrare nel loro interno, atterrare sui campi c presso le capitali più lontane. Anzi a questo pro= posito ci sia permesso di esprimere il voto che a questa seconda grande crociera di idrovolanti segua pre» sto una grande cro- clera di acroplani ita- liani, che possa vali- care i monti oltre che sorpassare | Mari. AMEDEO MECOZZI F'an Sacala Mar cbelli $i der. «pinto da nareferi deolla Fraschini Asso.
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Dite) I e BIL PRIMO VOLO Î TRANSATLANTICO DELL'AVIAZIONE FRANCESE L'equipaggio del vole a Parigi: (da sinirira) Lefoore, l'ufficiale di colta, Asvralani, if pilota, Sbreiber, l'incitalo cdande- sino e Lotti, ilfinanziatore, Llopo Lindbergh, Bwrd e Chamberlin la quarta tra- versata senza scalo dall'A merica all'Europa è stata felicemente compiuta da kl velivolo francese. Partiti dal campo di Old Orchard {Maine}, dopo (RO naviga- zione favorevole all'inizio, mà talvolta drammatica nell'ultima parte, i transvo- latori giunsero in vista della terraferma quanilo la ben- sini cominciava nd esaurirsi: atterrarono appena possi- bile e si trovarono nelle vicinanze di Santander, a 200 chilometri dalla fron- tierà francese. Dopo un giorno d'attesa ripartirono alla volta di Parigi è rag- giunsero verso sera l'aero- porto del Bourget, accolti dall'entusiasmo d'una folla, grata di vedere sperzato l'incubo dell'eroica sciagura di Mungesser e Coli. CE Î valorosi avialoni portali in trionfo dalla folla sull'aero- dromo del Bourget. A destra: £L''Olsean Canari" in vista del porto aereo parigino sremilo di qeale sll'imbranire, Sotto: L'ansioni altera Jalomo al porto di nadia a dae Bourget, mentre gir aviatoni alternano sulla costa spagnola. AN vo. a Eee ar GELO: 3 meri DEGZA-=TI =
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Apparecchi del nuovo servizio aereo, in parle nollurno, {ra Lande, Parigi e Marsiglia, su! campo del Bourget.
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I Ettore Tavernari necordman del monde sulla distanza di s00 melri. UN PRIMATO L'atletica leggera in Italia non ha avuto finora molti cultori e la mancanza di una attrezzatura adatta per la pratica di questo sport non ne aveva permesso uno si logico, Campi sportivi con piste in ce- nere è velina per lanci e salti, istruttori competenti sono gli elementi indispensabili per diffondere il sano esercizio atletico. Se in passato ualche campione ha raggiunto fama mondiale, lo si dira a sforzi indivi. duali; così Dorando Pietri ha p a a Senti sai 1908, conquistare popolarità ne aratona; Emilio Lunghi aggiudicarsi | pesto del mondo nella corsa di S8o vards a Montreal (Canada) nel 1909; Ugo Fri: gerio il titolo di campione climpionico della marcia, nel igao e nel 1924. Ai Giochi Qlimpionici di Amsterdam nel 1928 — l'atletica leggera forma la parte principale del pro- gramma olimpionico — l' Italia, ebbe su questo campo, una paurosa battuta di arresto, che impressionò le nostre folle, ma fu anche il segnale della nostra ri. ATLETICO MONDIALE CONQUISTATO DA UN ITALIANO presa. Il Regime infatti x era di già dato a creare in ogni comune campi sportivi e le legioni di atleti an davano sorgendo, piene di baldanza, ricche di ener- ie, armate di grande volontà. All'alba del 1929 af- orarono così i primi campioni e fra questi ecco il modenese Ettore Tavernari, un atleta bello, forte, franco, puntiglioso, combattivo. Egli corre specialmente sugli Boo metri, una gara faticosa, perché rappresenta uno prova di velocità rolungata; ma per giungere al campionato mondiale lla. classica distanza, che fece già di Emilio Lunghi un grande campione internazionale, ha ripreso ora il cammino a partire dalle piccole distanze. Conquistare il record del mondo, ecco il sogno di ogni campione. Ettore Tavernari a Budapest il 15 di questo mese, vi è riuscito, sulla distanza dei Sco metri, che egli roorse nel tempo di v'a"glio superando di slo i secondo il tempo che il germanico Peltzer aveva segnato pure a Budapest sal giugno 1936.
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vario DANTE FO , j 5 TI, | n È cita a fa Md: 3 dia —i ai nE ia | . n "i, LI d ig ; ì è ‘n n Rip. la i sù = ENTE no FE: "REIT orta — PIFE Nel monde del tennis. Pe Morpurgo e Moldenbauer di fronte nella sfortunata partita per la Coppa Davir ad Ambunga. Sopra: Lacovle, in primo piano, batte Borotr nella finale per il titolo di campione di Francia a Parigi.
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di È È get. F| al o 7 » MRO alia isa = O a Oriello del nob, Gr, de Montel, il cavallo che dopo aver vinto fe grandi prove nazionali dovrebbe, nell'antiunno prontima, affrontare i rivali francesi sulle piste di Parigi. da sella il fantino Caprioli. Fai. Argo
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bé tragiche pareli sel n “a È = a Mit i = ii Smil i = = " Fini I È E fa, Si hi n È + al bal Fedi Li "er "en ta da
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iruppo della che eleva le sue cime solenni nell'azzurro cielo trentino.
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NUOVI COMPITI DELL'OPERA BALILLA LE SCUOLE RURALI - Col R. D, 6 settembre 1928 VI, n. g1ré, l'Opera Nazionale Balilla aggiungeva ai numerosi e vasti che già le erano assegnati, un nuovo compito d'impor- tanza fondamentale. Il decreto stabilisce che le scuole * non classifi. cate" della Calabria e della Sicilia, in nome e per conto dello Stato, siano amministrate dall'O. N, B. Si tratta di circa 1200 classi elementari di cui oo diurne e Soo serali, L'on. Renato Ricci, autore vole ed attivissimo capo dell'O. N. B., ha chiaramente sottolineato il valore dell'avvenimento nella circolare rivolta agli insegnanti delle scuole passate all'Opera: “E'un compito non lieve che PO. N. B. assume, è un impegno altamente morale che i docenti si assu- mono anche di fronte alla Nazione " E, quasi a fissare anche nel nome, il molteplice significato del fatto, ha chiamato “scuole rurali" quelle che la burocrasia aveva, con un termine forse preciso, ma arido e secco, battezzato scuole ‘ non classificate Sono qunato le piccole classi disperse fra le balze, nelle frazioneine alpestri, i ka pianura dove gli sparsi casali sono lontani da ogni agglomerato importante di po lazione. Là, in un raggio di due chilometri non si giunge, sommando 1 ragazzi di tutte le età che sono soggetti all'obbligo scolastico, a toccare il nu- mero di quaranta. E allora lo Stato rinuncia ad inquadrare nel vasto organismo dell'istruzione pubblica che da cesso dipende questi piccoli agglomerati scolastici e ne de- lega la gestione ad Enti culturali che diano affida- mento di saper fronteggiare il compito degnamente. L'origine di questa "Tistinzione tra scuole classifi- cate (che sono restate allo Stato ed ai grandi Co- munil e non classificate, risale al R. D. dir ottobre 1923 che ha posto le basi della riforma scolastica attuata dal Fascismo, Fissato il principio che le scuole dovessero an» dare in delega ad Enti culturali, si presentò, grave e complesso, n, roblema della scelta degli Enti. Non vi era, in Italia, un organismo tanto esteso ced at- trezzato da caricarsi sulle spalle, da solo, tutto il nuoro fondo, E fu così che gli Enti delegati risulta- rono ben dieci e cioè i seguenti: 1. La Società Uma- nitaria per il Veneto e la Venezia Giulia; 2. l'Opera Nazionale per l'Italia Redenta per la Venezia Tri. dentina; 3. il Gruppo d'Azione per le scuole del po- polo per la Lombardia: q. Son d'Azione per le Scuole Rurali per il Piemonte; 5. il Comitato per la educazione del popolo per la Lissa: 6. l'Ente Na- zionale di Cultura per la Toscana e l'Emilia: s. le Scuole per i contadini dell'Agro Romano e delle pa- ludi pontine per il Lazio, gli Abruza, l'Umbria, le Marche; 8. il Consorzio Nazionale Emigrazione per la Campania e il Molise; 0. l'Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d'Italia per la Ca- bria, la Sicilia e la Sardegna; 10. l'Ente Pugliese di Cultura per le Puglie, Associazioni tutte, queste, che, non ostante qualche denominazione generica e sorpassata, hanno lavorato onestamente e con spirito idealistico per la diffusione della istruzione tra i ceti più poveri della Nazione e che, perciò, almeno in linea provvisoria hanno po. tuto esser ritenute degne, se non organizzate, per assumere il compito che lo Stato loro conferiva. Quali requisiti infatti chiede lo Stato agli Enti Lp le scuole non classificate? ice l'art. 5; del R. D. 20 agosto 1926: pasa Enti di tura aventi personalità giuridica he di un anno attendano eflicacemente al raggiun- gimento di scopi culturali è che diano affidamento di speciale competenza e capacità nel campo scola- stico elementare "" Anche dall'enunciazione dei requisifi d'idoneità richiesti agli Enti traspare l'imbarazzo della scelta fa- ticosa. Un anno di attività culturale non è, da solo, un gran che, per definire la capacità di gestire mi- glinia di classi. Se le circostanze lo avessero permesso era da domandare qualcosa di più ai delegati; so- pratutto ln garanzia di esser interpreti ardenti ed efficaci della idealità fascista, si di portare in quegli innumerevoli dispersi nuclei di popolazione scolastica la voce, lo spirito, la volontà del R Régime che & quanto dire la espressione di tutte le necessità ideali e ma- teriali del rinnovato popolo italiano. Basterebbe questo rilievo a spiegare perché con l'anno 1928-29 nell'elenco degli Enti delegati sia em- trata anche l'Opera Nazionale Balilla. Non deve essa, per l'art. 1 della Le ge d aprile 1926 che l'ha instituita, occuparsi “ dell'assistenza e della educa- Scnola di & Cristina di Varzi fPacia]: Gli esercizi di ginnastica e il vatuto alla bandiera.
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zione fisica è morale della gioventù? Ag- giunge il regolamento che “ per il consegui- mento delle finalità assegnatele dalla Legge” l'Opera de- Ve proewwedene. a) Ad infondere nei giovani il senti» mento della disciplina e della educazione militare; 4) alla istru- zione premilitare; e) alla istruzione ginni» co-sportiva; d) alla educazione spirituale e culturale; e) alla istruzione professio. nale e tecnica; Va! alla educazione ed assistenza religiosa. Ce n'è quanto basta, «d anche di più, per confe- rire all'Opera i titoli necessari per la gestione delle Scuole Rurali. Ed è inutile e superfluo rilevare che l'Opera, dal punto di vista del Règime, dà garanzie che nessun'altra associazione, similare in parte, può offrire. E'altresi conforme allo spirito unitario del Fascismo che tutti quegli sparsi Enti delegati, dio versi per l'origine è per la composizione, per le di- rettive, siano sostituiti da un solo organismo capace di fondere e potenziare gli sforzi che la Nazione compie per debellare, anche nei più piccoli luoghi, i residui di ‘ analfabetismo ‘*. Le scolette “rurali” {(chiamiamole sempre così, ora, anche a testimonianza d'amore), hanno tutto da gua- dagnare a dipendere dall'Opera Balilla. Per oeni classe rurale lo Stato versa all'Ente delizia. Le 76800 annue che devono servire a are i maestri ed a provwedere in parte agli arredi cd al materiale didattico. Unificando l'amministrazione delle scuole non clas- sificate si avrà una sensibile contrazione di spese generali a tutto beneficio degli insegnanti è degli nia Senza contare che le molteplici provridenze, già predisposte dall'Opera Balilla per i suoi fini prin cipali, (palestre, colonie, campeggi, cecc.), potranno estendere tutti i loro benefici alle nuove scuole dal- l'Opera dipendenti, Consegnando tutte le scuole rurali all'Opera Balilla si risolve del resto un problema già sorto con la delega parziale ad essa, data per il Mezzogiorno, delega che ha permesso di mostrare alla Istituzione, peri risultati ottenuti, tutta la sua serietà organizzativa. Quante sono le scuole rurali di Lombardia che gestisce ora il Gruppo d'Azione? l presente prospetto risponde al quesito ed in- dica, insieme, il progressivo ampliarsi della zona di attività del Grup Anno scolastico 1933-24 Scuole diurne n. 60; 1924-35 fi. ‘pi 1915-26 n. 257; 1926-27 n. 417; 1927-28 n. 685. I aggiungano 60 scuole per adulti analfabeti, in gran parte serali (4 sole festive), 75 scuole comple- mentari serali e festive. Si rileverà subito una notevole sproporzione di numero tra le 685 scuole diurne e le 155 serali. E' certo che in Lombardia, dove l'analfabetismo al cento per cento si è fatto ormai raro, non è da prevedere un numero di classi serali per adulti analfabeti così cospicuo come quello che si riscontra in altre regioni. Ma sembra, per altro, che sieno proprio pochine Aula di una «scuola rarale nel Comano, ti) le 75 scuole comple- mentari serali o fe- stive per gli adulti. Esse sono ripartite così: 57 con indirizzo agrario, 3 con indi- rizzo operaio, 15 fem» minili. Senza indagare le ragioni, principalmen= te di carattere finan- ziario, che hanno li. mitato così lo sviluppo di tali scuole, prezio- xissime è graditissime alle popolazioni, si può osservare chè, A ter- mini di regolamento, questo dell'educazio. ne tecnico-profes- sionale è proprio il campo specifico del l'Opera Nazionale Balilla. €", per l'Opera, un impegno d'onore affrontare il roblema delle grandi masse di contadini che, lasciata a scuola, ricadono d'anno in anno nella condizione di analtabetismo da cui li aveva tratti con faticoso lavoro di quattro o cinque anni, la scuola primaria. Posti sotto questa luce i due compiti, gestione delle diurne rurali e delle serali complementari, diventano uno solo. Con un solo intendimento si deve studiare l'organizzazione delle une e delle altre, mantenendo perfettamente il contatto fra di esse. E questo intendimento esula dal campo stretta» mente pedagogico per affermarsi in una più vasta sfera. Le direttive del Regime in favore della ruralità, gli sforzi che vengono compiuti per coordinare, attrez- zare, migliorare Da nostra agricoltura è metterla in rado di rispondere a tutte le necessità nazionali, evono essere costantemente all'animo di chi regge e gestisce le scuole più squisitamente rurali della penisola. Non è dunque un compito semplicemente culturale che le Associazioni delegate si assumono quando ri- cevono in gestione le così dette scuole classificate. E' qualche cosa di più, un compito politico e sociale di primaria importanza. Non si fa torto a nessuno di questi benemeriti Enti, che sono sorti per disinteressato amore alla cultura, quando si afferma che solo un organismo nato dal Regime, vivente ogni minuto nel Regime, può farsi sicuro interprete della volontà dello Stato circa l'organizzazione delle scuole rurali. Non poche sono certamente le difficoltà da supe- rare per raggiungere anche in questo campo il per- fetto funzionamento ideale, ma l'Opera Nazionale Balilla riuscirà. Non è mancata una autorevolissima ed illuminata voce ad ammonire che è bene non sovraccaricare l'Opera Nazionale Balilla di responsabilità per non correr il rischio di sminuirne la snellezza, ma è pur vero che questa ponderazione deve averla compiuta il legislatore prima di affidare le scuole meridionali al nuovo Ente, Del resto il problema & stato riconosciuto esatto nella sua base politica, temperamenti e gra- duazioni possono seguirsi per l'eventuale applicazione che, con le norme più prudenti, sarà arra di nuovi trionfi alla rinnovata educazione nazionale. Ci conforta nella previsione il giudizio sin qui dato ni competenti per il modo con cui l'Opera Nazionale Balilla ha trattato e risolto con faticosa cura qualche roblema immediato per le scuole rurali riuscendo là dove la burocrazia era fallita. L'unificazione è ga- ranzia del successa. LUIGI GRASSINI
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ESEMPI NATURALI DI DISCIPLINA E DI FECONDITA E' utile tratto tratto prendere lezione dani viventi inferiori, cogliere nella loro vita gli insegnamenti di morale, meditare sulla loro storia, che in fondo non é meno interessante della mostra. Oggi si propone al lettore una visita in mezzo alle formiche, Nessuna paura che si vogliano qui copiare le parole di Maeterlinek sulle termiti, e tanto meno nessun timore che 3 vogliano riportare le sue rifles- sioni. Maceterlinek del resto ha descritto le termiti assai più sulla fede altrui che mon sulla sua osserva. zione: e se il suo racconto è ricolmo di saviezza e di poesia, non è meno vero che dal punto di vista na- turale lasci molte incompletezze, Chi ci guida è uno studioso di scienze naturali che ha osservato e descritto le formiche dell'Indo» cina: Jean Barthellier, il quale ha offerto ai lettori un volume di osservazioni così degne di interesse, da superare in questo un romanzo di immaginazione fervida. Le formiche dell'Indocina ssono veramente ess sere assunte come esempio dell'organamento delle caste e delle gerarchie in natura: con una appendice di insegnamento morale sulla prolificità, poichè diffi- cilmente si trova un altro vivente nel quale il feno» meno della riproduzione sia curato con tanto amore e con tanta abbondanza. Le formiche indocinesi sono tra le più grosse del mondo, e i formicai arrivano talvolta anche ad 1,5 metri di altesza: vere colossali città di invertebrati, nelle quali si raccolgono numerosi elementi, perchè in per un buon formicaio contiene attorno ad un mi- tone di esemplari. Non tutte le termiti indocinesi formano formicai di terriccio sopraclevati dal suolo. Ve ne sono che si annidano nei tronchi, producendo danni considere- voli, poichè una colonia di termiti può ridurre in pol. vere sino a 3 kg. di legno per mese; ma le termiti terricole Saona i SEOpE: più interessanti per i nostri scopi educativi; e sulla guida di Barthellier vale la spesa di seguirne la vita penetrando i in una delle mirabili città che esse sanno costruire, Un formicaio è una città senza scontri, senza con- travvenzioni, senza disordini. Se contravrentori xi sono, le formiche-soldati pensano ad ucciderli ipso facto, ed hanno perfino disposto catacombe adatte a raccogliere 1 cadaveri che non debbono turbare la vita della grande co- lonia. Qgni formicaio è un organamento defi- nito con la sua regina obbligata ad attende- re soltanto alla ripro- duzione; con un re che in fondo non è cea principe consorte de- stinato alla feconda- zione della reginà, colle operaie e coi soldati. Il formicaio è una opera d'arte studiata in guisa da superare tutto quanto siamo a-
Hi dedalo interno di un formicaio di Macrolermes qiiews. bituati nd ammirare in natura, Persino l'alveare di- venta cosa modesta dinanzi a questa opera complessa. Attorno, verso la superficie, è un involucro resi» stente di argilla ben serrata che forma uno strato di circa Jo cm. sotto l'argilla è un'interca pedine di aria così da garantire alla colonia ottime condizioni di calore e di circolo d'aria. Poi un secondo involucro, interrotto da ponti e gettate, determina versa l'interno della città minu- scola, un altro spazio umidiccio nel quale crescono dei funghi. E' lo spazio della difesa dell'umidità : spazio che permette il buon sviluppo delle uova col suo caldo umida, e che forma una delle meraviglie della città. Sorpassata questa seconda barriera comincia il dedalo delle vie, delle hg) de mpostigli, dei depo- siti per i viveri e per i cadaveri... un intreccio su- e gi di fattura, di <o namento, di studio: e dal- l'intreccio si arriva alla camera regale, larga at- torno a 35-50 centimetri e lunga 18. EÉ' questa la reggia della città, il cuore della colonia, il nucleo di tutta la stirpe. Quivi sta la coppia reale: la grossa regina ridotta quam per intero all'addome {il uale supera 1 cm. di lunghezza) e il re assai più m esto. da regina è una vera & propria mitragliatrice da uova. Ne depone attorno a Sa.oco al giorno è con brevi intervalli continua la sua bisogna per dieci 0 odici anni, periodo del suo regno. Quasi immobile (l'esempio più mirabile si ha nel Macrotermes gileus) essa assume il cibo che le ope- rnie recano alla madre comune, e divora tutto il giorno, mentre lo ne” regale attende a ripulirla, a eccarla, a carezzarla Tratto tratto un'operaia la punge per diminuire il turgore dell'addome: e dal salasso geme un liquido bianchiccio che le operaie immediatamente succhiano con grande gioia. Ge nemici minacciano l'alveare, tutti si dispongono alla difesa della regina, che è nel senso più esatto il cuore della città. E tutte muoiono prima che il ne- mico arrivi alla camera delle nozze, ove si difende la continuità della razza, Le innumeti formiche sono divise in due gru differenti anche dal punto di vista anatomico: solda: ed operai. I primi rappresentano un terzo circhi degl elementi: le operaie formano i due terzi della colonia, Alle o- raie sono affidate opere più comples- se. Alcune incessante mente corrono a pro- curare il cibo, lo tra- sportano al formicaio, lo preparano, lo smi- nuzzano, ne nutrono la regina (nessuna at- tenzione viene portata al principe consorte, che decisamente deve pensare per proprio conto alla vita è non
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deve avere appannaggio di sorta). Altre allontanano 1 morti espellendoli dalla città o raccogliendoli nelle catacombe: altre ancora s0- no addette al servizio delle uova: fanno da levatrici alla regina, poi spingono le uova negli appositi canali portan- dol verso le camere dei funghi ove la temperatura e l'umidità sono bene atte al loro sviluppo. Non un imbarazzo, non un disordi» ne, non una rivolta. Tratto tratto capita di vedere qual. che formica-soldato che sor- veglia o guida o punisce: e tutto ciò si svolge con un'au- tonomia che costituisce as- sai più e assai meglio di una prova di ordinato istinto. I diversi gruppi e le di» verse caste sono già preor- dinate sino dallo stato di uova: e cioé da un uovo operaio nasce una formica operaia, da un uovo solda- ta, un soldato. L'alimentazione può mu- tare anche qui, come nelle Api, il destino: e si vede talrolta un'operaia mutar forma è diventare simile alla regina, assumendo la proprietà di dare uova. ll che dice come sia modifi- cabile, con adatti mezzi, lo stato dei viventi della co- lonia. Ma a questi artifici si ricorre ben di rado: sol. tanto quando per una im- provvisa moria la vita della callettività e la continua zione della colonia è com- promessa. Vi sono anche uova di regina e di re: ma i nuovi nati reali debbono lasciare la colonia e for- mare nuove entità, poiché comando e riproduzione non debbono essere affidati che ad un solo esemplare. Le formiche - soldato hanno talora caratteri spe- ciali. In alcune varietà pre- sentano un'appendice nasale strana, chitinosa resistente, ln quale serve a secernere è proiettare un liquido denso molto simile ad una resina, col quale i soldati coprono i nemici accecandoli. Nella specie Eutermes matagensis questa conformazione di- venta netta, tipica, e coo- pera magnificamente all'ag- gressività dei soldati. Sopra: L'insello ri- prociltare della «pecie MMacraleries giloe. 29 Il formicaio ha le sue leggi severe e i suoi or- dini netti. Ogni infrazione all'ordi- me è punita con la morte. Non wi è tempo per edu- care è corr re. La re ina © così abbondante fab- ricatrice di uova, che poco conta qualche esemplare scomparso. Di rado si hanno mani festazioni che ai nostri ce- chi possono parere di di- sordine o di rivalta, Per contro non rare sono le guerre tra tribù e tribù, tra specie e specie diversa. ! Le guerre sono feroci: non si dà quartiere. Le schiere muovono all'assalto del formicnio in ordine serrato e fitto, coi sol- dati, mentre nelle retrovie le operaie attendono ai tras i e ai servizi logi» sbici, Nell'assalto gli ani- mali danno prova di un coraggio eroico: la morte non conta ce nom interessa. Cadono schiere su schie- re e le nuove passano sui cadaveri. Talvolta si arri» va al vero massacro collet- tiva: e se le schiere assale» tatrici penetrano nella città, anche le operaie tentano difendersi, La distruzione non ha interesse. Purchè una cop- pia sessuata sopravviva, es- sa cerca poche operaie che cooperino, e si mette di nuovo a formare il nido che sarà il cuore della città. Mel che queste formiche dimostrano una costanza degna di imitazione e una s$seréenità che gli uomini pos- sono invidiare. Nulla le turba: anche dopo i macelli più orrendi, subito si inizia il muovo ciclo della vita, e immedia- tamente si ricomincia la for- mazione di una città. Non è forse esatto che in natura tutto è sopran- naturale? è non pare ve- ro che la storia delle for- miche indocinesi contiene almeno altrettanti elementi di educazione e di savicz- za, della storia di un po- polo? E. BERTARELLI dicerza d'albero cooutebone irasfor- mala in deravibtio,
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fili e meri di lontani paesi. Il carro lempio immancabile nelle cerimonie religiose degli Hindu. Sopra: Una casca guerresca parata a festa nell'isola cdi Salorno nella Polinesia.
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Il Patio dell'Albambra ( Granata]
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Bi —_——@—e———— rr Eri ll grande enlcano spente Fusi- Hama, sacro alla religione Sbintoista. EL CULTO DI SHINIO RELIGIONE NAZIONALE Lo studio della civiltà giapponese non è possibile senza una conoscenza del Shintoismo, sua religione nazionale. Il Shintoismo ‘ha determinato i caratteri essenziali di questa civiltà, gli ha dato la sua origi- nalità e la sua anima. Ha agita profondamente «01 sentimenti, sulle idee e sulle azioni del Giapponese, ispirando la sua letteratura, le sue arti, modellando le sue istituzioni tradizionali, animando infine, la sua vita esteriore ed intima. Lo scrittore Lafandio Hearn, il filosofo occidentale universalmente conosciuto come l'uomo puiùù competente degli ambienti e dei costumi trà Estremo Sr non ha esitato nei suoi numerosi libri, a s egare | "anima del Giappone attraverso le sue re Fd religiose come l'aveva fatto per la Grecia e per Roma Fustel de Coulanges nella sua * Città Antica”. Tre sono le religioni dominanti nell'impero del Sole Levante: il Shintoismo, il Confucianismo ed il Buddismo, Il Shintoismo è la religione rimitiva autoctona del vecchio Giappone, mentre le due ultime non sono che delle importazioni dalla Cina. Dal VI al XIX secolo della nostra era, il Bud. dismo ebbe una larga espansione, specialmente aiutato dal Governo degli Shyogun. Ma un movimento reli- gioso, nazionalista e politico si formò ben presto per combattere le due religioni importate, e per rialzare il potere del Shintoismo. La rivoluzione del 1868 distrusse il potere degli Sh un, che fu restituito al vero discendente di Dio, i ikado. La Chiesa Buddistica fu separata dallo Stato ed il Shintoismo fu di nuovo proclamato il culto ufficiale. IL SHINTOISMO Il Shintoismo è sopratutto il culto dei “ Kami", cioe il culto della spirito dei morti, che sono dei Mani e degli Da. Il carattere calligrafico Kami si- gnifica tutto ciò “ che è al di sopra". DEL GIAPPONE Secondo questa religione, gli spiriti dei morti con- tinuano a circolare fra i viventi, frequentano le loro tombe, le loro case antiche, le dimore dei loro discen- denti. Partecipano alle gioie, alle pene dei loro figli e dei loro nipoti, sorvegliando anche la loro condotta, e mantenendo divinizzati il carattere che avevano durante la mita. I morti diventano degli Dei, scrisse ‘“ Hirata " il grande filosofo della restaurazione Shintoista. Sono i morti che determinano tutti gli avvenimenti naturali, Eaki popolano il mondo, fecondano i campi, dirigono il movimento delle stagioni provocano le catastrofi e le carestie. Qnnipotenti nel bene come nel male sono buoni pro» tettori se i viventi mantengono il ricordo di essi ed of- frono loro dei doni, sono seweri e castigano sé si sentono dimenticati è negletti. Ricompensano e puniscono. Un legame così si costituisce fra i morti edi viventi, legame possente che fa si che le tradizioni si radicano profondamente nel popolo e lo rendono più devoto ai principî che hanno ispirato il pensiero © l'azione dei suoi grandi uomini scomparsi. LA MITOLOGIA SHINTOISTA Vi sono differenti qualità di “ Kami", I Kami della famiglia che sono weénerati in piccoli altari nelle case; i Kami dei Clan o dei villaggi che hanno l'o- nore di essere adorati nei tempietti dei villaggi; i Kami della Nazione, cioè gli spimti dei grandi uomini è sopratutto degli antenati dell’ Imperatore che vengono venerati nel palazzo imperiale e nei tempi di Ise. Vi sono poi delle altre miriadi di Kami che animano la natura, il cielo, le pietre, per- fino gli oggetti fabbricati. L'immaginazione giapponese ha mempito il mondo di innumerevoli spiriti buoni o cattivi, in modo che misteriosi rapporti uniscono l'i- gnoto e l'invisibile. La leggenda della creazione del mondo, secondo
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Bi questa religione è interessantissima, e si rassomigha alla tradizione del- l'Antico Testamento ebraico è ci viene descritta im linguaggio poss tico da due famosi libri snaceri del WII secolo 7 il Kopki di sd il Da Hi hongi". Essi ci dicono come dal “cea08 si formarono il cielo, la terra © tre divinità — la divinità den del cielo, quella dea della produzione Lis quella dea della bel- lesa, Esse inaugurano il mistero della creazione: le essenze passive cd attive si sviluppano e si molti plicano e così queste divinità di- ventano le antenate di tutte le cose. Creano subito iddue primi esseri umani, Izanagi il moschio, Izanami la femmina, che sono incaricati dagli Dei di creare il mondo. Una mattina, osservando due mecelletti impara rono il mistero dell'amore che essi ignoravano perchè erano puri. Con una bacchetta magica tempestata di gemme e di pietre preziose, dall'alto della volta ce- leste solidificarono una parte del mare creando così la prima delle isole giapponesi SR Onogaro". [ii scesi su questa isola, Izanami la femmina, invitò Izanagi il maschio, all'accoppiamento. Nascono dei fi- gli. Il primo però è un aborto che abbandonano in un battello (come fu abbandonato Mosti, poi nasce dal loro amore un'isola di schiuma marina che cssì ripugnarono e non vollero riconoscere. Llisperati, que- sti due poveri esseri umani, per avere una discendenza così spre- gevole, si mvolgono agli Dei del cielo che dopo profonde consulta: ia = CRE ” | prete ll viale di abeti che conduce di fentpio impentale A Ive. zioni, rispondono che la colpa è della donna perchè per la prima ha invitato all'amore. TI due stabiliscono allora di scpararsi, poi di rime contrarsi come due sconosciuti ed il maschio inviterà all'amore, la donna rifivterà, ma infine cederà. Con questa procedura calmarono l'ira degli Dei del cielo e dal loro nuoro amore divinizzato, nacquero l'Isola di " Avadapi ", le altre isole giapponesi e gli Dei della natura. La povera Izanami muore nel dare alla luce il Dio del fuoco. Il suo amante Izanagi scende negli infermi nel centro della terra per cercare lo spirito di lei, invitarlo ancora alla vita, ma si incontra con le deesse degli inferni che alla testa degli Dei del tuono è di cinquanta guerrieri infernali, lo costringono a fuggire. Salvatosi a stento, il Dio Izanagi si puri- A sinistra: blanco " Fori sabiato. Sotto: fino “ Fori" all'ingresra di un lempio sbintoista.
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De) su ————Te; Dea Amaterasa, e di persuaderla a ridare la luce al mondo, decidano di attirarla facendo appello ai tre sentimenti principali che ispirano ogni azione della donna. Fanno fab- bricare innanzi alla caverna di Ama. lerasu un immenso specchia, depon- gono su di un tavolo vicino ad cesso dei preziosissimi gioielli, &d invitano la Dea "Udsume" a ballare innanzi alla caverna. Amaterasu, attratta dal desiderio di vedersi nello apec- chio, apre la CAVETRA, Là uriasità femminile) poi affascinata dalla luce dei giotelli si avvicina alla tavola ove erano posti, (vanità femminile) infine fa cacciare la Den “Udsume” (gelosia femminile), ma intanto gli [bei della " via lattea "" Ta chiudono alle spalle la Ci Vere Sai delle pe tre enormi e così la luce viene data al mondo per sempre, Queste sono le leggende pitto- PAC he ed assurde della mitologia giapponese. LA MORALE SHINTOISTA Lila questa metafisica infantile, da questa mitologia complicata, quale morale si sviluppa? Il Shin. toismo a differenza delle altre re- ligioni sembra non avere mai avuto KTEI morale prati A N Ì gi trovano in questa religione, né dei precetti, né dei comandamenti circa ich che si deve fare è ciò che non si deve fare; non vi sono, nei suoi testi sacri, né dei codici, né dei deca- loghi. I commentatori shintwisti ci spiegano questa deficienza dal fatto che i Giapponesi non ne hanno bi- sogno perché sono di razza divina, Aiatmoeo, Mio della tempesta, fica nelle acque di un fiume, ma lavandosi il naso, crea " Susanowo", Dio della tempesta degli Oceani ; nel bagnarsi l'occhio destro, da alla luce il Dio “ Tsuki no Cann", Dio della luna che governa il regno della notte, e bagnandosi quello sinistro, crea la Dea Amaterasu, Dea del sole che governa la pia- nura dei cieli, e dalla quale discende il Mikado. La Dea del sole, " Amaterasu”, irritata dalle violenze del fratello Susanowe, Dio della tempesta, si chiude in una caverna celeste, e così il mondo cade nella notte più profonda e nell'oscurità più tenebrosa. Tutti gli Dei celesti preoccupati da questo avveni- mento si riuniscono nel letto disseccato del fiume che attraversa ln volta celeste, che sarebbe “ la vin lattea", e dopo inutili tentativi di calmare l'ira della A destra: L'intento di an fempio sbinteirta. Sotto: Vas Juazione per cacciare gli spiriti maligni.
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stessi è innato il senso del bene e del r agire bene basta che seguano la loro natura, nfatti, la parola ed il carattere “ Shinto" significa " Via degli Dei". Invece, i Cinesi è gli Europei che non sono di discendenza divina, hanno bisogno che i i dettino loro le norme della morale per ss nf naturale depravazione. In verità invece, anche in Giappone si è formato un insieme formidabile di tradizioni morali sanzionate dall'opinione pubblica e dettate dalle leggi che go- vernano questo popolo da secoli e lo disciplinano verso il suo luminoso avvenire. La più salda tradizione morale è religiosa é la famiglia nel senso largo della parola. Il culto della famiglia & una religione, la casa è un tempio. Nella famiglia deve esistere una disciplina, la subordinazione degli inferiori ai superiori, l'obbedienza dei figli ai genitori, delle donne agli uomini, dei più giovani ai più «ecchi. Che i bambini siano docili e le donne dolci. Sono i genitori che devono scegliere la profes: sione dei figli, sono essi che hanno il dovere di cercare i mariti delle loro figlie è le mogli per i loro Si: Il matrimonio assicura la continuità della famiglia, non può essere perciò abbandonato al caso od agli assurdì impulsi un qualsiasi sentimento d'amore. Esso deve ras voluto e preparato dai genitori 0 dai nonni che rappresentano, in questa circostanza, lo sum degli antenati. rigidità di questa disciplina però è compen- sata CAI, dovere inderegaliila del reciproco aiuto, che obbliga i i superiori a soccorrere, nd nivtare, a cons solare gli inferiori ed addolcirne la loro vita. Ma il dovere principale, lo scopo unico, essenziale, primo, del matrimonio, secondo la religione Shintoista, è la creazione di li maschi eredi che continuino a rendere omaggio ai loro antenati morti, Il celibato è condannato ed il celibe è disprezzato. La sterilità della donna autorizza il divorzio, o permette al marito di rendersi in casa una concubina legale per avere da ei dei figli maschi. Si può anche adottare un figlio +5 si ha una sola figlia, la si usa maritare con un giovane cadetto di numerosa famiglia e lo si adotta a parte della famiglia della moglie, costituendo cosi quella condizione par ticolare di marito adottato che generalmente, nel fatto lo sottopone ad una condi. zione di inferiorità e viene chiamato con un certo senso di disprezzo "To. shi". Il matrimonio diventa così uno dei numerosissimi casi di adozione. AI di là di questa mo- rale famigliare, vi è quella della comunità del villag- gio " Clan". E' doverosa la subordinazione delle fa- miglie alle tradizioni della comunità o Clan, E' pre- sro il culto degli mia: natide Clan, e così pure l'a- iuto reciproco fra i singoli componenti di esso. II Clan a sua volta in- terviene per mantenere la disciplina delle varie fa- miglie che lo costituiscono ed in essi male, e Sitcerdoli vbinteisti a coallo e nel caso la rinforzano considerando la violazione delle tradizioni famigliari come un crimine. Dal culto del villaggio o del Clan, si arriva a quello più vasto della nazione che si sintetizza con l'adorazione allo spirito degli antenati dell' Impera- tore, Sovrano e Dio. La pietà filiale si allarga così al patriottismo ed al lealismo alle leggi imperiali. La pena nazionale è così a base religiosa. Le Isole Giapponesi sono state create dagli Dei Izanami ed Izanagi. L'Impero del Sole Levante è il Paese degli Dei è la sua razza è rivilegiata e d'ori- gine divina. Il Mikado discende dalla Dea del Sole, egli è Re, il rande sacerdote, l'incarnazione umana di Dio, Il giapponese deve obbedire in ogni circo- stanza alla sua volontà. Deve rispettare “autorità, sottomettersi ni suoi superiori, nella società ove vive, che è organizzata in forma rigidamente gerarchica. Deve essere infine sempre pronto a sacrificare tutto al Mikado ed alla Nazione di cui esso è il Dio. Tutti i suoi beni, la sua libertà, la sua vita, la sua famiglia intera. Infine, per pregare ed adorare gli Dei “ Kami" è prescritto di purificare l'anima ed il corpo. Si pu- rifica l'anima col rimproverarsi il male fatto, si puri- fica il corpo col fare i bagni almeno due volte al giorno tenendolo sempre pulito. La pulizia fisica diventa quindi, per il giapponese, un dovere religioso. E l'uomo e la donna di questo popolo non si recano mai a letto, nè si alzano la mat- tina per recarsi al lavoro quotidiano, senza aver fatto i loro bagni, e questo avviene in tutte le classi sociali. Le generazioni del passato, culto dei morti, rico» noscenza agli antenati, rispetto ai vecchi ed ai parenti, disciplina volontaria, aiuto reciproco, patriottismo, lealismo, purità della donna, e si a del corpo, ecco i sentimenti che formano la morale della religione shintoista e che hanno forgiato per dei secoli, l'anima del popolo giapponese. Malgrado la stranezza bizzarra ed assurda della teologia e della mitologia di questa religione primitiva, tuttavia non manca in cessa una certa grandiosità. Col riattaccare l'essenza della esistenza al Sole, il Shintoismo esprime l'idea dell'unità del mondo. Cal culto dei morti formula con profondità il principio dell'eredità psicologica da padre in figlio, e cioè che i nostri antenati rivivonòo in noi, che i morti gover- nano i vivi. Ai buoni “ Ka- mi” si deve tutto ciò che è buono nella nostra ani- ma. In ogni amore materno, si sintetizza l'amore di mi- lioni di madri scomparse. E' ai morti che le donne devono la loro dal. cezza, il loro disinteresse, il lorà potere di amare, la loro magia divina, E' ai morti che gli uomini de- vono la loro intelligenza, la loro capacità, la loro forza fisica, e specialmente la loro possibilità di ca- pire i differenti caratten della psiche umana nella loro intimità più segreta. Il shintoismo ci rivela il valore della bontà, mo- in solenne pellegrinaggio.
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Bi Animale mitologico che rappresenta uno spirito maligno. strandoci a quale prezzo e con quali sforzi sia ap- parsa e si sia sviluppata nel mondo; infine, questa religione ha il grande merito di imporre alla società l'amore devoto è riconoscente werso il passato. IL CULTO SHINTOISTA Il culto è semplicissimo; consiste in offerte di riso e di altre vivande, nel recitare preghiere o formule magiche che datano da secoli e secoli, tramandate & voce ed attraverso i testi sacri detti * ‘ Norito”. Infine, vi sono delle danze sacre dette “ Kagura * ' ballate da ragazze di quattordici anni perché devono essere an- cora vergini. Queste danze hanno per scopo di ricor. dare la danza della dea "Udzume" davanti alla ca- verna della dea del sole " Amaterazu ". I templi non sono molto larghi, sono semplici, poco decorati e come emblema hanno uno specchio, un fog lo di carta, una 5 a, e alle volte deg E embleci fallic I sacerdoti non sono obbligati 4 al celibato e ans sono fare altri mestieri nello stesso tempo che eser- citano la loro missione religiosa. — Durante i riti sacri, vestono larghi paludamenti bianchi con grandi maniche e portano sulla testa una specie di berretto nero tenuto da delle fettuccine bianche. Il sistema di pregare è leratico, nei loro movimenti sono lentissimi, piegano il capo fino a terra, e chiamano gli spiriti degli antenati, battendo le mani. ANTONIO COTTAFAVI
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ere ILLUSTRATA DEL “POPOLO D'ITALIA" Fondatori: ARNALDO MUSSOLINI - MANLIO MORGAGNI Direttore: MANLIO MORGAGNI REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE MILANO via Lovanio, 8 TEL N 664% Anno VII + N p = Luglio 19r9 « LA RIVISTA esco ogni mase ABBONAMENTO per dì #2 L. b58: Fasero LI. NUMERO SEPARATO L. b& Pybblicliàr Coscralonera csclavivà Walont Posbblicio& Pralina, o È dirti di riprodazione è di cradiagiani pia siaeriaai por th | penid LA VALANGA Esistono blemi sociali che appaiono assiomati. camente insolubili. Quando poi, alcum di questi pro- blemi entrano nei rugginosi e ciechi ingranaggi delle diverse politiche c toccano gli scottanti ed avidi inte» ressi delle diverse nazioni, allora appare pazzesca anche la onesta brama che una soluzione qualsiasi venga a tagliare l'intricatissimo nodo gordiano. Che se, per avventura, gli interessi contrastanti riguardino nazioni che nel travaglio di pochi lustri accumularono fantastiche ricchezze non più calcolabili con l'aritme» tica corrente e nazioni che abbiano, si, una incalco» labile opulenza di memorie e di rovine e una vastità immensa di storia e di gloria, ma una limpida povertà di materia e di denaro e una schiatta riliorente e una attività indomabile e un desiderio di civiltà ardente indefesso, allora, nel rapporto del ricco col povero, del saturo col bisognoso, il problema assume propor= zioni rattristanti e rimane con tutta la sua misteriosa potenza catena preoccupante e dolorosa ai fianchi ed ai piedi di chi vuol marciare. Uno di questi terribili problemi che insidiano non solo la nostra genialità inventiva, non solo la nostra produttività alacre e indispensabile, ma la stessa no- stra civiltà millenaria che si impone al mondo e co- mandò per così esteso numero di secoli la vita degli uomini, è la calata americana sulla terra di Europa. Per la verità — e la verità non va mai taciuta a noi stessi, specie quando il confessarla può servire a ravwederci — assai contribui alla formazione dell'am- biente americaneggionte la stampa nostrana, la quale con il racconto e la diffusione delle eccentricità oltre- oceaniche educava l'opinione pubblica ad una favo. revole considerazione e ad una inesatta comprensione della vita, dei costumi, delle attività e della superio- rità americana, I periodici illustrati, nella grande maggioranza € in special modo quelli diretti al popolo, non recano che illustrazioni di beltà ardite della terra di Wash- ington, di sorprendenti libertà, di capovolgimenti pi randelliani della società, della famiglia, dei rapporti tra i sessi e via dicendo. Il cinematografo, poi, con la riproduzione di una vita falsa e di maniera, con la ricerca dello strano e di commozioni malsane, fa il resto. Non è da meravigliarsi, quindi, se anche da noi, dagli snobisti più scemi di ambo i sessi — come sono carine le impenitenti bevitrici di coktaili! — abbia avuto ospitalità e successo, almeno per sci mesi, l'or- ribile masticamento delle gomma. Ma questa è la melma della superficie, Il solido, il sostanziale va ricercato più a fondo, nel movimento dei commerci, nella sproporzione delle importazioni. Creato l'ambiente, li pirsesioni della a fo- restiera è oltremodo facilitata. Così che noi, oggi, anche contro la nostra volontà, ci troviamo odfferbi prodotti non nostri, anzi in concorrenza coi nostri, © concorrenza vittoriosa che non consiste nel prezzo, n nella qualità, né nel buon gusto, ma nel cattivo gusto nostro che ci fa preferire a nostro danno il prodotto di marca esotica. E° evidente che da questo fatto può derivare la rovina del nostro commercio e di logica conseguenza lo sfacelo del nostro benessere. Ma siamo ancora in tempo, Quando l'allarme è dato, è anche offerta la pos- sibultà del salvamento. Sta nella nostra volontà il fer- marci ed il prendere un'altra «in. Malti, e sono i più, attendono la manna dal Go- verno e vivono in quell'ottimismo ébete già così vee- mentemente flagellato dal Duce. Costoro sono di quelli che lasciato cadere uno sguardo sulla situazione, pen sano alla famosa insolubilità del problema e si rimet- tono completamente nelle mani del Governo il quale, dicono, deve fare, provvedere, tariffare, im ire, Costoro non pensano che, invece, la soluzione di questi problemi è facilissima ed è interamente in loro potere. Mentre il Governo, per quelle ragioni che sono intuitive e che saltano alla mente anche del più distratto profano, non può fare opera che possa pa- rere rappresaglia inasprendo tariffe doganali, proteg- gendo il prodotto nazionale, ostacolando l'importa- zione del prodotto estero, il pubblico invece può fare — bisognerebbe dire: deve fare! — tutto questo in modo facilissimo, rifiutando la merce che non porti la marca del nostro paese, che non rappresenti la guadagnata fatica del nostro operaio, che non sia in» somma il frutto del lavoro italiano. Solo in questo modo si difende la prosperità col- lettiva della Mazione, è, con quella, la prosperità di nuno. Sapendo che ogni oggetto, anche minuscola, che ci viene dal di Lì dei mari o dei monti, wistato da uno di noi ruba lavoro è guadagno ai figli della nostra terra e contribuisce i immiserirci tutti, noi dovremmo imporci tale una rigida vigilanza da supe- rare in breve tempo la crisi © sventare la minaccia. Quando cessa la richiesta l'importazione langue e si estenua da sè senza leggi restrittive e senza coazioni. Ma occorre volere. Le valanghe seminatrici di rovina e di pianti si vincono con la volontà, coltivando indefessamente le boscaglie protettrici. Arginiamo la valanga d'oltre mare con la nostra lontà. Vinceremo! MHANLIO MORGAGNI
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GLI AVVENIMENTI INTERNAZIONALI OFFENSIVA PACIFISTA DELLA FRAN- CIA E ARMAMENTI AD OLTRANZA Un giornale francese di sinistra, l'Ocunve, annuncia che Briand intende proporre la costituzione degli Stati Uniti d'Europa. Motiamo che l'idea è lanciata attraverso un giornale, per saggiare gli umori e gli atteggiamenti internazionali, senza che la responsabi- lità diretta del Ministro sia per ora impegnata con una proposta ufliciale. Ma gli amici di Briand, come la stampa francese riferisce, confermano l'intendi- mento. D'altra parte, nessuna smentita essendo inter- venuta, l'idea si è trasformata in fatto politico, per il movimento internazionale che ha provocato. Alcuni scrittori politici francesi spiegano la mossa del Ministro con lo scopo di ipnotizzare le sinistre in un momento di grave agitazione parlamentare. Altri, come il Pertinar dell'Ecbe de Paris, nccennano alla particolare situazione d'animo di Briand, il quale, ve- dendo approssimarsi alcune “ pesanti scadenze", e ciob l'evacuazione del Reno, gli impegni per il disarmo è i pericoli di una revisione delle frontiere orientali ai danni degli alleati della Francia, vorrebbe coprire il forzato “ripiegamento” della politica francese con il gas fumogeno di un nuovo idealismo wilsoniano. “ Per scongiurare tanti pericoli — serive l'impla- cabile Pertinax — Briand non può neanche contare sull'appoggio dell'Inghilterra, che egli pretese ncca- parrarsi sottoscrivendo i Trattati del 16 ottobre 1925. Volendo eludere le difficoltà che lo attendono, egli trova abile di insistere ad oltranza sull'internaziona» lismo di Ginewra e di Londra. In ogni caso egli spera suscitare, in Francia, un'ondata demagogica capace di soccorrerlo. Cià che noi saremo a forza costretti di cedere in esecuzione degli impegni sottoscritti dallo stesso Briand, sarà battezzato come un sacrificio of- ferto al più nobile degli ideali. 1 nostri alleati di Var- savia, di Praga, ecc., indeboliti dal ripiegamento della politica francese, riceveranno il consiglio di trovare speranza e conforto nel processo di fusione europea. Briand si appropria il programma della Il Interna zionale, che é anche il programma della rivincita tede- sca, perchè significa disarmo precipitoso, difesa meno assidun dell'ordine territoriale esistente è revisione del Trattato di Versailles (ad csempio per ciò che concerne l'Austria, autorizzata ad unirsi al corpo ger- manico) in virtà del principio che all'interno di una stessa comunità le frontiere hanno importanza secon- daria, Briand insomma si prepara ad urlare insieme ai lupi, per sfuggire ai loro morsi. Ecco ciò che va al di là di ogni immaginazione. A quando la fine di queste follie? *. Noi, pur considerando gli scopi interni della mossa di Briand, dobbiamo soprattutto valutare il carattere, la portata e le ripercussioni che essa può avere nei confronti dell'Europa e dell'America, Briand è un eccellente oratore e un abile creatore di aerce illu- sioni, ma le sue iniziative, dal Patto di Locarno per una controgaranzia del Tratiato di Versailles, alle traltative con l'America per un Patto che escludeva Inghilterra ed Europa, al compromesso navale anglo francese contro gli Stati Uniti, hanno sempre avuto scopi ben determinati e precisi. La muova offensiva pscudo-pacifista pancuropea sotto le nuvole idealistiche nasconde anch'essa finalità politiche, che possono ri. saltare in evidenza dall'esame della realtà internazio» nale. Briand non è, infatti, un filosofo platonico è aristotelico. E' il Ministro degli Esteri di una Re- pubblica che ha grandi tradizioni diplomatiche, Esaminiamo dunque la situazione. La Francia st trova in gravi difficoltà internazio» nali, impegnata come è contro l'America per la que- stione dei debiti, contro l'Inghilterra per il pacifismo e la germanofilia del nuovo Governo laburista, contro la Germania per la controversia renana. Quali scopi si propone Briand con la proposta degli Stati Uniti d'Europa? Intende forse creare una Confederazione in contrapposto a quella d'altre Atlan- tico? In tal caso la proposta si Iinquadrerebbe fa- talmente nella resistenza della Francia per il paga mento dei debiti verso gli Stati Uniti, e nella oppo- sizione che si va delineando in molti Stati d'Europa contro l'invadenza economica americana. Una simile crociata, in luogo di aprire un'éra di serafica pace, minaccerebbe di provocare una tensione tra due Con- tinenti, con formidabili contrasti economici e con pe- ricoli di conflitti navali. L'ampliamento delle coalizioni non climinerebbe le ragioni di contrasto, ma le ingi- gantirehbbe, così che il pacifismo europeo di Briand potrebbe dare inizio ad un'era di attriti oceanici e intercontinentali, di una vastità mai riscontrata nella storia. E con qual diritto si pretenderebbe trascinare in tali complicazioni l'Italia — per parlar solo del nostro caso — che, dopo aver dato un contributo risolutivo all'ultima guerra curopra, fu umiliata con nera ingratitudine ? Un conllitto contra gli Stati Uniti, a beneficio dell'imperialismo britannico minacciato dal possente espansionismo americano, © a beneficio della Francia, per la difesa della sua finanza e della sua egemo- nia, non entra nell'interesse dell'Italia, impegnata in una politica di pace sincera è di grande restaura- zione interna. Oppure Briand proporreble un blocco continen- tale, con esclusione dell’ Inghilterra? E' una vecchia idea napoleonica, ma anch'essa è un'idea di contrasto e di guerra. L'anno scorso la Francia poggiava sul- l'Inghilterra per rinsaldare la propria egemonia con- tinentale e mediterranea. Dopo la vittoria laburista la situazione si & trasformata e non è da escludere che Parigi tenda a cercare una costellazione continen= tale contro l'Inghilterra. Ma il giuoco, assai difficile allo stato delle corse, sarebbe pericolosissimo mei con fronti degli anglosassoni, potendo provocare in con-
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trapposto una coalizione anglo-americana, la quale avrebbe una schiacciante predominanza finanziaria è navale. Secondo altri, infine, Briand si proporrebbe di rafforzare con una unione doganale la già esistente alleanza diplomatico-militare tra Francia, Belgio, Pos loma e Piccola Intesa. Anche questa non sarebbe una manovra di pace, perché aggraverebbe la divi- sione dell'Europa. In definitiva, il cosidetto idealismo paneuropeo di Briand va accolto con la più circospetta diffidenza. La Francia, salvata sopratutto dalla leale dichiara. zione di neutralità e dal generoso intervento dell'Ita» lia, dopo la vittoria fece alleanza con la Jugoslavia contro di noi, Successivamente tentò un'alleanza con gli Stati Uniti, escludendo l’' Inghilterra è l'Europa continentale. Infine sottoscrisse un compromesso na- vale con l'Inghilterra, escludendo Europa continentale ed America, allo scopo di assicurarsi l'egemonia mi- litare contro la Germania e la supremazia navale contro l'Italia. Che cosa può ora chiederci il Signor Briand, contro l'America o contro l'Inghilterra ? Gli italiani hanno finito per convincersi che l'alleanza più leale, più sicura, più utile, più umana e più pacifica, è quella conclusa con giuramento di fede tra italiani. Contro l'offensiva delle illusioni, «alga la realtà dei fatti, Nel tragico ig15, la Francia sottoscrisse un im- pegno per compensi coloniali all'Italia. Sono trascorsi ben quattordici anni e non abbiamo ottenuto nulla. Parigi ci offre due casi di scarso valore, e neanche senza contropartita, perché pretende in edo la rinuncia a quelle convenzioni tunisine che l'Italia aveva ottenuto nel 1596, quando faceva parte della Triplice Alleanza, Se la creazione degli Stati Uniti d'Europa presuppone logicamente anche la messa in comune delle Colonie, come si può parlare di tale generosa e nercoforme utopia, quando si è ancora al piccolo giuoco delle casi, all'egoismo delle snazionaliz- razioni, all'astuzia dilatoria in materia di impegni di onore sottoseritti per la propria salvezza nel più tra- gico periodo della guerra? Il federalismo pancuropeo presuppone anche una equa revisione delle ingiustizie territoriali. La Francia è invece ancora ferma e intransigente nella difesa del- l'atlante politico curopco imposto a Versailles dal “ Tigre". Il trattato ammetteva la possibilità di re- visioni, ma il Quai d' Orsay tiene duro contro ogni necessità di mutamenti e attraverso la stampa uf- ficiosa più volte ha minacciato la guerra, nell'anno stesso della firma del Patto Kelloge, che dichiarava la guerra “ fuori legge ". E come è possibile federare l'Europa lasciando l' Ungheria mutilata in mezzo a un cerchio di Stati conlizzati per la sua oppressione, la Macedonia sog» getta al barbaro regime serbo del bastone e della forca, la zona centro-orientale balcanizzata sino al Mare Baltico? Non si può parlare di federalismo e nello stesso tempo difendere la politica del “Tigre " che fu è ri- mane dura implacabile politica di vendetta, di egoismo e di egemonia. Ciò che alla proposta di Briand sopratutto toglie ogni virtù persuasiva è la politica di armamenti che la Francia conduce ad oltranza. Le spese militari di questa Nazione sono salite alla cifra impressionante di oltre ba miliardi e mezzo di franchi, così ripartite: Bilancio della Guerra 4.305.492.350: Bilancio della difesa dei territori d'altremare (Tunisia, Algeria, Mas rocco) 1.76=.954.070; Bilancio delle Colonie (per la sola parte delle spese militari) 4ro.g71.836; Bilancio delle polveri è dei carburanti (annesso al Bilancio della Guerra 514.417.550; Bilancio dell'Interno {per le spese concernenti la Guardia Repubblicana e la Gen- darmeria) 53.734.040; Spese per l'Armata del Reno 476.171.746; Bilancio della Marina 3.683.153.486; Bilancio dell'Aria 1.995.652,560, A queste cifre occorre aggiungere: Per il bilancio annesso alle polveri 18.000.000 ; per costruzioni e materiali nuovi (ferrovie militari, arti- glicria, genio, sanità, intendenza) 3rS.000.000; per fortificazioni So.ooo.aod ; per muove installazioni di servizi &o.oono00; per vestiario Ji4.000.000; per costruzioni navali e riserve di combustibile 200.000.000; per costruzioni acronautiche 595.000.000; per studi ed esperienze tecniche dell'aeronautica 150.000.000, Su un totale di 14-529.035.643 franchi, la Francia spende dunque 2 miliardi e 743 milioni per l'Aeronau- tica, 3 miliardi e 883 milioni per la Marina, quasi 9 miliardi per l' Esercito, E" il bilancio militare più impressionante del mondo, superiore a quello della Germania imperiale del pre- guerra, © l'esercito francese è oggi considerato il più forte del mondo. Malgrado il trattato di Versailles, malgrado la rete delle alleanze militari, malgrado il Patto di Locarno e il Patto Kellogg per la “ guerra fuori legge". la Francia continua ad armarsi metodi» camente, secondo programmi e piani militari ben pre- cisi, in vista di una nuova più o meno prossima guerra. Ciò significa che nel fondo della coscienza nazionale francese, malgrado tutte le affermazioni di pace, vi è la persuasione che il Trattato del "Tigre" non può essere assicurato se non colle armi, e che la difesa intransigente di esso condurrà fatalmente ad una nuova guerra, in vista della quale la Francia si prepara. Di fronte a questa realtà, la proposta federalista paneuropea di Briand non può esser considerata se non come un ribormo dell'utopia wilsoniana. Ancor una volta una nuvola di illusionismo viene diffusa sulla realtà. Ma i mali rimangono e si aggravano. Discu. tere di federalismo significa allontanarsi dai rimedi necessari, significa illudere è illudersi vanamente. Il ginewrisma, il locarnismo; il Patto Kellog, hanno la- sclabo l' Europa nel suo travaglio, tra i discorsi di pace e la corsa agli armamenti, tra il vacuo umani. tarismo e i reali preparativi di guerra. La proposta per gli Stati Uniti d'Europa avrà uguali risultati di illusioni e di disillusioni. La realth è che il Trattato di Versailles ha la- sciato condizioni di guerra e la guerra va gradata- mente preparandosi. In vista dell'oscuro domani, l'Italia, che non ha fatto false professioni di pacifismo, ma ha lealmente praticato una politica di pace armandosi assai scar- samente, non può rimanere impreparata e maldifesa. Fra qualche anno, quando noi saremo ancora impe» gnati nella sana politica di bonifiche, di elettrifica» zioni e di generale rinascenza interna, il conllitto, senza nostra volontà e senza nostra determinazione, potrebbe scoppiare negli Stati disuniti d'Europa. Allora do- wremo esser tanto forti da poter scegliere la nostra via e da poter imporre il rispetto dei diritti della nostra Nazione. GAETANO POLVERELLI
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La Cinquantacinguerima Sessione della Società delle Nazioni a Madrie. Hl Palazzo del Senato, sede delle riunioni. Sopra : ba seduta inaugurale, sotto la Presidenza del Delegato del Giappone, Sarone Adalei.
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ta va Ò cus” Î Ù if * Veil Tp KETE RETE DE | 1 + id VIETEILET di è au =, = i = CL Più "% ba ri to ui et na aa ll ritorno di Re Giorgio d'Inghilterra a Londra dopo fa funga convalescenza di Windsor. La folla saluta il Sovrano, Sopra: fu famiglia Reale, dal Balcone di finckingbam Palace, riceve l'omaggio dello popolazione.
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wr pei To li monumento che celebra la gloria del soldato di Verdun. ll corteo ufficiale, nel giorno dell''inaugarazione, col Presidente Doumengue in testa.
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LI % — = SO 3 (N a L'es-re dell'Afghanistan, Aman Ultak, oggi cespite di Roma, al suo arrivo a dlaniglia. Sopra: Le rappresentanti H Li pa sile s i E ad si fa” 7 indiane al Congresso Internazionale Femminile di Berlino.
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La «scambio delle credenziali fra l'htalia e di Falicano, & E di Cardinale Gaspari restitulece fa civilta a & E. De Peccdi, datbosciatore è Matia presso la Santa dece. Sopra: sh £ Me Fecchi, copo la presentazione delle crecenziali, stende nella Basilica di San Pietro.
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i DESSESZIZZNE dii dl Il È E. =—_ . Vir-3r: don — — ill ict — à iui AE POE LI AI GL ld MI) w vu di LAI] La berlina di Al envignor Borgongini Duca, Nunzio Apostolico pressa SM. il Re d'Iolia, attraversa la storica Porta Pia, ia cecaslone della sua eisita al Quirinale,
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Îa 3 di #3 FA i la pei, E RETE ES] Nella pace di Carpeno. Henito Mussolini nel vuo podere in ana sosta del suo incessante Invoro. Sopra: 7 fili del Duce dimostrano un'evidente fendenza all'autonmobilivma,
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13 pPTa A E TW "% mala pa 1 WE ALE. RSA DI ig Ma BONE er I salato romano del più piccolo figlio del Duce,
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alle Md 04 Una Jervida giornata del Duce fra i gerarchi di Milano è provincia riunili a Villa Torlonia per rendergli snuaggio.
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salati Be. iis ME: rta spiace uf ! nes 3 | at - $° i Re EEA Pi LÌ L e E lot volenne comsnegae della bindiena alla Hi. Nasce Kenola "Colambo”, a trenova. Sopra: La * Colombe” nel porto.
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19 tal nb din sr Lia visita di una dielnione di sommergibili italiani a Cartagena. Ii comdacdenie e gli ufficiali della squadra italiana e auterità «spagnole. Sopra: / sometergibili ancorati nel porto.
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SET TIA a cr SI Pra iL CIT Ten Tr*> CELSO BREE Gli ufficiali italiani al concarso ippico di Karsacia. Il Maresciallo Pilinduki ammira Crispa ” del ten. cal. Borsarelli. Sopra: di Presicente della Polonia accanto al ten. col. Amalfi, capo della «quacra italiana che ba vinto fa Coppa delle Nazioni. All'estrenta deste il nostro Ambasciatore, S. E. Marlin- Frankiia.
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dl ia it oa si ailezr. iannan , 7 : È uc a ro n L'opera di penetrazione dell'Italia Fascista in Cirenaica. SE. il Maresciallo Badaglio, accompagnato di SE, il Pice-Governatore Siciliani (primo a sinistra), riceve a Sb Rabuma l'omaggio dei capi indigeni Hassan Red e Umar el Muebior, Sopra: La allro gruppo coi due capi nel centro. Sereiaba Focografice dall Gererna dalla Cintnadca
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(li a à - I SERRE E VI a n E TR “e D DI | . | n dl HI fl viaggio di SL E. Zali nelle aspre regioni dell'Eritrea sellenirionale. Il Governatore ricevuto ad Arnadlia dal capo degli Ae Sceck. Sopra: L'incontro coi capi dei Maria Ne.
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La solenne precarriane del Corprar Momini a Mogadiscio. fi corteo, inquadralo ailitarmente, sfila nel Fiale del ite
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“VOLI PER IL MONDO” DI ARTURO FERRARIN Ferrarin racconta. Il suo stile è tutto nel dolce ed arguto sorriso. La sua astuzia consiste nel rega- lare un tono dimesso e pacato, quasi sfuggevole, ai fatti più inattesi, alle rivelazioni più sensazionali. Racconta tutta la sua vita alata, così come, brano brano, l'ha raccontata nel cenacolo degli amici, nelle sieste al campo di volo, nelle serate calme dei brevi ritorni al paese. Stile da buon ragazzo veneto, che si difende con l'ironia quando lo portano nei salotti è diventa eloquente quando la tavola è nuda, il gotto é colmo, le faccie, intorno, sono arse è bonarie, aperte, serene e colorite soltanto dal vento e dal sole. Ha potuto accumulare un mucchio di fotografie: qualcuna è ingiallita e s'accartoccia sugli angoli e ri- vela sotto l'enorme visiera del berretto da sottote» nentino un musetto di bimbo che si prepara a giocar con le rondini, a stracciar le nuvole ed a tentare col dito se veramente son acri come le spine dei roseti le punte delle stelle d'oro. Qua ci sono i telegrammi: un cesto giallo che par colmo di grana. Qua ci sono le bandierine, i ricordi, le scheggie dei disastri, i fiori secchi dei trionfi, le coccarte giapponesi, i draghi cimesi dipinti sulla seta, gli autografi dei re è dei ministri, le reliquie dei morti, i messaggi delle donne innamorate, gli amuleti indiani & i primi giornali che pubblicarono il ritratto dell'asso italiano fra due bandiere incrociate, grande COR. Poi, la raccolta di quei giornali divenne impossibile. Ma i primi si rivedono sempre volontieri: è se, a furia di spiegarsi e di ripiegarsi si gualcirono proprio là dove l'articolo era più interessante, con una stri» sciolina di tela gommata, quasi così come si fa per le ali sdruscite, ecco che si accomoda tutta! E qua ci sono le scimitarre e le medaglie, le coppe e gli albums, gli stemmi e le targhe. Tutto è a posto, Un amico — un amico veneto, di buona tempra antica, uno di quelli che non pos- sono snaturare il tono e intendere il senso più vago delle sfumature, l'avvocato Rodalfo Protti — ascolta, consulta, annota. Così, nella quiete secolare di Venezia lenta e son» nacchiosa, scorre il libro delle più frenetiche velocità; e per ogni pagina c'è un fremito, e dalla prima linea di ogni capitolo sbalza un volo mortale e vittorioso incontro al mare è incontro al cielo. Il volo Roma-Tokio, le due coppe Schneider (1926- ig3r) e l'impresa atlantica dopo il record prepara- torio di durata e di distanza in circuito chiuso com- pongono il circuito attorno al mondo della giovinezza alata di Arturo Ferrarin, dopo il periodo fulgido delle audacie guerresche. Il Duce vuol bene a questo ragazzo dal cuore fermo, dal sorriso mite, dal fegato sana, che rappre- senta l'Italia rinnovata è vittoriosa. Ha volato molte volte con lui, e gli ha scritto una lettera che è il più nitido, affettuoso ed acuto commento al libra: "(Caro Ferrarin, ho letto le bozze del vostro ro- lume, è vi mando le poche parole che desiderate come prefazione, Poche e forse superflue. Il libro è di un interesse non soltanto vivo, ma emozionante è com» movente, Non c'è in esso soltanto la storia, varia, difficile ed ervica del vostro decennio aviatorio; ma vi è, anche, la storia della rinascita — non meno fa- ticosa ed eroica — dell'ala italiana. Ala che voi avete portato — con mirabile perizia ed intrepida fede — su tutte le terre, per tutti i cieli, oltre tutti gli Oceani. Voi potete dire, senza falsa modestia 0 precipitazione retorica, che veramente nel wostro occhio è passato il panorama del mondo. "i ringrazio perche avete voluto anche ricordare il nostro abbastanza movimentato volo del 33 maggio igzi: Roma-Udine è ritorno. "li italiani — specialmente i giovani — e sopra- tutto coloro che amano il valo è volano, leggeranno il vostro libro e trarranno da esso elementi di vita per quelle virtù che voi possedete in misura somma e che io vorrei diventassero inseparabili dall'italiano nuovo..." L'italiano nuovo! Colui che tornato da Tokio dopo la miracolosa prova così descrive il suo ritorno in patria il zo settembre 1920: “La quale patria, però, non mi aveva del tutto dimenticato. La Direzione dell'Arconautica aveva man- dato a bordo un tenente, venuto appositamente da Roma, per dirmi “che non mi montassi la testa, che non mi facessi illusioni è che me ne stessi quieto a riposo perché 1 tempi non consentivano dimostrazioni ". “Rimanemmo un giorno a Brindisi sotto il peso dell'avwilimento. I passeggeri stranieri, lasciata Brin- disi, pur ignorando l'ambasciata del tenente, celiavano lo stesso sull'accaduto; al che rispondevo per amore di patria che a Venezia, al punto finale di arrivo, avrei avute ben altre dimostrazioni. Ed a Venezia, dove giunsi il 20 settembre, trovai infatti le migliori accoglienze che il mio cuore potesse desiderare, perché mi attendevano mio padre, mia sorella, i miei fratelli, un cugino, quattro amici di Thiene, il capitano Ottino mutilato è decorato, gli aviatori Marzari e Stoppani, e nessun altro!". Ma quale fu l'apoteosi del .Moro per tutte le cons trade d'Italia, nel 193%, al suo ritorno dalla trasvo- lata atlantica? Quale distanza in otto anni! Tutto il popolo sul molo a rappresentare la patria genullessa. E Ferrarin pallido c solo, vestita di nero accanto alla gloriosa salma di Carlo del Prete. Il sorriso era mite ma af-
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Arturo Ferrarin. faticato. La distanza percorsa s'era rivelata, d'un tratto, tremenda. L'asso aveva varcato i limiti della vita e della morte: era piombato di colpo sulla nuda terra dura, sgomento e ferito, vivo per miracolo. Tornava, è guardava dall'alto della murata i ca- valloni nereggianti della folla silenziosa. Silenzio come a Venezia: e lacrime di commozione come quelle del papà, dei fratelli. dei parenti che lo attendevano dopo il miracolo di Tokio. Poll spagna i Quanta distanza fra i due fatti quasi identici, Wra le due identiche emozioni! quanta distanza poteva separare le due date! E quanto cammino aveva percorso la Patria sul- l'ala tricolore! Questo è il vero record che Ferrarin ha potuto ghermire, non per sè ma per tutti noi, faticando at- traverso le prove di dieci anni: ed è il record che rimarrà, poi che Dio lo vuole, imbattuto sempre! g. FP.
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I LIBRI PIU BELLI Ha passato una serata nostalgica perna di bellexza, in compagnia di due libri di guerra. d'indole e di intonazione assai dissimili: dovuto l'uno ad un maturo e più che esperto ècrillore è narratore, Cruido Milanesi: agorgato Valtro dal» l'anima più che dalla penna di un combatiente muovo alle lettere, il romagnolo Antonio Rossi. E attraversò raffronti inevitabili e ammonitori, ho sentito come ciascuno dei due libri, secondo il proprio stile e con maggiore 0 minore intensità, sAprise ricoadurzi al una pacata e pur vibranto visione di grandezza e di bontà, quasi che tanto il tragico faniasma sia capace di allivellare e armo- fissate menti è cuori e di indurre alla chiarcrzà, all'oncatà e alla sincerità dell'espressione. Scrive Augusto Turati sul volume di Guido Milanesi: Fiamené Aell'ard, racconti di guerra {Casa Editrico Coichina - Milano): * Tutta la vasta opera letteraria di Guido Milanesi, italinminsinma fin dalle sue origini e sempre intesa alla propa» ganda marittima, al culto della Patria, alla Borcaza della italianità, fin da quando queste cose sembravano dissolie in uno smidallato materialismo, raggiunge con questo libro la più alta espressione di suggestiva potenza. così da esserne degna corona. Non v'è quadre che nel finire non continui a far vibrare lo apirito come per unò spettacolo di gloria troppo presto interrotto ". Parole di alta lode, dapo le quali sembrerebbe superflua aggiungerne altre. Ma ci piace avvertire i molti ammiratori del Milamesi che qui si troveranno dinanzi come ad uno sorit= Lote niboro: no più il momaidle Faniasiono è avwenlturoas, il navigante che ul il mare © narra di st, Fianme dall'ani è un naturale seguito a Le agulle è a Liancona d'ore e com- pleta la trilogia del valore italica nel cielo, nel mare è nella terra. Îl marinaio parla qui della guerra di terra: ma non pretende nè di descriverla né di sintetirzarla in brani di bra- rura, Scoglie soltanto qualcuna fra le figure cpiche della trincoa e le illustra; pochissime. E non parla che per bocca dei te simoni è degli eroi medesimi. Qui sta il vogreto, Anche nol celebrare, saper discernere, e dire soltanto cose semplici ed essenziali. i chi anno ignoti, aal caempio, il nome ce il martino di Enrica Toti? Ma il Milanesi ci mette innanzi un aspeitò inedito dell'eroe: ci riconduce al tempo in cui il Toti era clettricista a bordo dell'Emanade Filiberto e veniva considerato una ©“ pelle storta“ dall'allora tenenie di vascello, oggi ame miraglio, Foschini. fino a quando in un tavolo nel locale della dinama, in fondo a un cassetto, fu scoperto un uaderno fitta di scrittura e intestato “| miei pensieri 1 suo, Sotto il titolo, alue parole farmilabili: Volere È potere. E quei pemsieri bsut- tai: giù tra il frastuono delle macchine, in una temperatura da forno, parvero così stupendamente rivelatori che il Foschini non tardò a cambiar parere su "carattere" «el giovanissimo e irrequisto elettricista, | Episodi lontani, brevi e rapidamente accennati; ma le gesta future del volontario, mutilato d'una gamba, la sua epica lete tera al [Duca d'Aosta, s'illuminano così d'una luce sempre più Wivà © Ammoialirice. Cos il sacrificio di Roberto Sarfatti, quello di Filippo Corridoni, quello di un aliro giovanetto, Alberto Picco, nar= rati dar testimoni: Gmo a Beppe Montemaggi. iatù ragazzo fiorentino che per vendicare Annibale Foscari scappo di far miglia e a uni di MAsCOsIa alla spedizione diretta a Livorno. e cadde a Sarzana, in piedi dinanzi all'agguato dei comunisti. Dopo la guerra. sua continuazione ideale, il martirio far scita, Un rogo solo: un'ara smisurata: è quelle fiamme di fede. di purcaza, di ideale che, riaccrie dall'evocatore, baite» rebbero da sale a creare un epopea, Di Antomo Ross, autaro di un volume di verai romagnoli, Fare” da pala, dirò che per comprenderlo bisogna leggerlo; n quando l'avrema lello © compreso {magari coll'aiuto della versione italiana, per i non romagnoli) saremo indotti a mo dlitare è ci sentiremo intimamente commossi. Amebe apucato slum ha, Litola d'onore, uri prelazione gli eccezionale significato: dovuta alla penna di Carlo Delerdia, Dice mirabilmente il Deleraixi # Anche in questi gworni 31 fa un gran «hiscutere sulle sorti della porsia e molti ai di- sperano perchè tutto sarebbe stato detto o cercano il nuovo lantano e fiori dli se, Tu bai dato ana bella lezione a questa gente. Tu hai dimostrato che tutto è nuova sotto il sale: che per essere poeii non importa estrarre essenze sirane da piante sbitaiacaite, ma bisagna dvi agli ucmini è alla vita in semplicità e raccontare e confessarsi per sè e per tutti”. Antonio Rossi, infatti, si confessa: non cita nomi, non parla di ersismi. noa giudica e mon s'esalta. Il testo delle sue poowie corrisponde alla perfezione alla promessa del sottotitolo: f fa d'art simdgasi di guess. E un soldato che racconlia alla brava le suo giarnato di trincea, came se scrivere a sua madre, come se non si trovasse mai dinanzi a un pubblico di lettori. Vien voglia di ripetergli quello che di lui dice ancora il Del ersizi “ Hai un modo di guardare e di dire le cose come se in bossi stato il primo a dirle e a guardarle, è questa £ la vinti de poeti: essi non crssano mai di meravigliarsi poiché vedono dore non vedono i più". Leggete * La radon, " La taglia ". “L'aneli ", " Nurantanoe ", * L'imbuscheda “, Ciuacia immediaterza di tapressione, e come la strola, che ha un ritmo è un'andatura popolaresca, si anima senza corcaro imagini, ma trovando sempre un colorito tra sobrio e ardito nella narrazione “ par- lata dei fatti Sembra poriia primitiva, tanto è schietta, o arriva diret: tamente al cuore e sorprende. E per non trascurare la così detta lettoratora amena, apriamo le pagine di un romanzo moderno: Tae cuori all'asta di Cornelia Tanzi (Ed. Alpes, Milano). Apriamole cor armpatia, Cornelia Tanzi vi confida subito che nan ha voluto seri: vere uno dei soliti libri “originali e divertenti“ e sopra tutto non ha valuto rivestire di eleganza il più grazioso " nulla" come iroppo spesso avviene, fessioni che esposte così ie camente, da una scrittrice agli inizi, fanno piacere. Fanno piacere, anche perché sonò quanta mai impegnative: ed è simpatico vedere un erordiente buttarsi a capofitto in din” impresa rischioaa. Riconossiamole, intanto, che le suo intenzioni iniziali non sono state tradite, Eleganza vana è superficiale, in questo Ibra, non e'è. Letteratara ingomibranie, nemmeno. Attraverso una forma antiromantica, l'autrice vuole soprà tutto esporre delle idee d'ordine morale è sociale. È wi riesce. La protagonivia, che si chiama Carlandirea perchè ha una individualità così complessa da non poter esser contenuta in una persona sola (ha, come molie donne, tendenze bianche e rosue; le bianche sona cipresso da Carla, e lo rosse da Andrca) è senza dubbio una creatura. osservata dal vero, con acutezza wingolare : compie grati e atti che rispondono alla più Fragile e contestabile spregiudicatezza modernissima. ma sa anche rivelare, senza ostentazioni e insistenze, il dramma occulio che potrebbe cir causa di uno sfacelo sentimentale; la man canza della famiglia, la nessuna educazione morale, il disordine. E ai salva. Si salva perchè Tautrice lo vuole! d perché appare a tempo l'uomo del destino? Kon importa; la vicenda non conia. Quel che conta. in fomido, © la instamza umoristica del romanzo: cipressa altra» verso digressioni, spezzettature, aforismi, riflessioni quasi cone tinue, Troppe: tali e tante che accertano della buona fede della scrittrice > cho vuol far sare © mon "alivoriire” — ma, col numero, perdono un po' di ellicacia. {Troppo peso, nell'ecomoeia del libro ha, ad esempio, una figura di fniuo cretino, dkrturing], Spira su queste pagine un bel vento di fronda, in con cluasome: che ae pus dare degli shandamenti prima che wi raccolgano le vele, paò condurre lontano, WUmrariatica + anche la socatanza del romaneo di Umberto Moracchia:; Pr somma sur uomo £ an avente {Edizioni Cor haccio « Milano}. Faster il iattotitala per chiampe i propositi dell'autore: Tar cera datoria del provalo eriginale, Mom si pub affrontare un simile tema, acne avere vn ba- lia alli idee dr inalli, ad and éarrin ndenti, da è sic poiche si A lera veramente della vicenda di Jilazio ed Era, del pomo e ilel serpente, preferiamo rimandare il lettore al romanzo sonza rivelargli prima i misteri che danno a questa istoria, vista da uno spirito moderno. un carattere suggestivo Cal il Si el dell' po lectio La forma è agile: e se talvolta sembra trattarsi di un umorismo a lutti i costi, gli ultimi capitoli sopra tutto, per la pensosa densità del contenuto, riescono assai efficaci, D, af
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Uliano Tonjano era l'immagine della saggerrza. Erà gravio; silenzioso: aveva peli lunghissimi e bianchi al mento; piazza licida sulla testa, vana di quelle belle piazze insate dal pens merò fino agli scoscesi bastioni delle tempie e della nuca, Qlijano Tonjano vestiva alla foggia del mio (hrienie di seta Gorata. Sulla pancia egli aveva una grande sciarpa rossa dli fusco: allaccata A nos so che gancio una sciabola. Bion era una delle tante sciabole ridotte a far mostra solianto del for dero e dell'elsa, con un simulacro di lama che, per fare del male, dovrebbe cere lanciata contro il corpo allo stato di ebolizione, poiché essa è sempre di siagno, Quella sciabola Gra Yera © sgreiva, & dimastrarne che egli, Qljamo Tonjano. era veramente un uomo pacifico. Infatti solo uan uomo pacibco di matura ha ona spada al banco senza provare mai la tenta sione di servirsene: Oljano era "gras", che nel mio Chriente corrisponile al titolo di Pascià, “ gioren, ewai, oltan, jima" che corrripondono al titola di miniatro, generale, magistrato è sacerdote. Per tutte queste cariche egli percepiva stipendi grossi, adempiendo con scrupolo al dovere primo degli alti funzionari del mio Oriente, che è espresso con la massima "fare è lasciar fare . Cor Qliano nona aveva altro pensiero che s# stesso: conser varsi in buona salute, godere con lo spirito, godere con il corpo e guadagnarsi il cielo compiendo qualche difficile opera di pietà e di bontà. (ljano viveva in una sua sontuosa casa piena di corazze, cimieri, elmi, mazzo, spadoni, teste di cervi con le lunghe ra mificazioni delle corna, e divani, Aveva con lui, altre a un esercito di servi che obbedivano alla ferula di quatiordici so- vriniendenti, due cagrini e una giovine moglie, bianca di carni e soda, che sfolgorava dagli occhi e dai gioselli con braccialetti ai piedi sl al collo, Chra, ceco la difficile opera di peetà che Oljano avera imposio a sé stesso per guadagnarsi quel pa- radiso, che. anche nel mio Oriente, non è cosa facile con- quistarsi: redimere sua moglie Emmija dalla irrazionalità nella quale avoera fino ad allora vissuto. Voleva farne un essere pensante e ragronamte portandola lentamente a uma comprem sione esatta della realtà, Egli credeva che questa fosse anche un opera imoritoria dinnanzi a Rawa, il dio degli csseri deboli e indifesi, per cui la rirtà dei forti è la protezione che sanna dare ai deboli. La razionalità deliziosamente fomminile di Emmija, ni chiamava (poiché nel mio Oriente gli vomini non comprendono quegli squisiti tiaeri pieni di miille airane complicazioni che sono le donne) irrazionalità, Essa è invece una maniera cutia apeciale di ragionare, la quale, con i suoi soliami, trionfa sempre degli argomenti maschili, Le donne del mio Chrsenie sonò così loatane dalle nosire che io non posso spiegare la maniera di ragionare di Emmija (esempio di quel che sono le altre doane) se nan con va sseme pio. Ecco un saggio di codesta irrazionalità che vince la stessa ragione! LI E' notte. (Hjano © contata nel lotto, accanto alla BLA Emmija leggermente ammalata. Dovrebbe prendere una pozione tiepida ; ma non vuole avegliare i and aervi perche Emmija è buona e ha il pudore dei suoi mali. Sulla tavoletta da notte È ima lampada che spande in simurro da una baccia di vatra turchina la luce fiottante da uno stoppino a galla d'un olio profiamato. Emmija si © messa ia mente di scaldare la sua pazione alla luce di quella lampada, Come per qualunque sua capriccio, CHiano la lascia fare perché s'accorga da st del- l'impossibilità. Intanto cerca. cal sussidio delle sue cognizioni scientifiche. di persuaderla. * Vedi Emmija, le fiamme ai di- idono im alue categorie, le lumintae C'] le calda, La luminose non scaldano, le calde non illuminano. L'alcool dà una fiamma caldiasima che mon illomina: la candela da gran luce che ile lumina, ma non scalda. Tu non puoi riscaldare la tua pozione a quella fiamma, perché apparticne alla categoria dello bamme fredda”. Emmija è serainia su Oi liamea : mà, hioacalanie questa, le ricscè perfettamente di fare un'alzata di spalle: “ Vedi Qljano” ella risponde, "con il rispetto che ogni maglie deve al marito suo dio in terra, sò ti faccio osservaro che i dotti maestri I quali ti insegnarono queste gravi cognizioni, sbagliarono. Prova fi mellere un dito sulla fiamma è Rermtimài ne scalda 6 mo sn {osi ragionando Emimiijaà, fvenne una dirà «he na pauttosto da aspettaricla, una cosa che non è rara nel mio Chriente: la donna giovane. con marito maturo, valse la mente a un vomo gaovane ih pensieri immatari che lo buttava qualche volta. passando a cavallo sotto le sue finestre. uma rosa bianca che ella raccogliera a volo. Nel mio Griente questa di buttare
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dei fiori a delle giovani donne di cui si è innamorati. è un dalcè simbala primaverile. La piania in sawechio, tutia germogli e aneliti di fecondità, si ammanta dei fiori che cita non può esprimere dalle sue gemme e che un uomo le dona. OQljanò aveva gli occhi aperti. e non gli sfuggivano quindi i segni che il cuore di Emmija si volgeva altrove. Pensò di rendersi bonemerito prosso Rawa riconducono la fragile creatura alla retta via; ma non potendo parlarle lu di corte cos, ne dit incarico a una vecchia ciperta mel dire lunghe ragioni alle donne in procinio di compiere qualche setocchezzsa. La vecchia si chiamava, per caso, Wa-bal-men (che vuol dire letteralmente: lavatrice di teste di amino). Chiase Wia-bal-men a Emmija non appena le fu segreta. mente vicino nell'ultima e più remota stanza del ginecto: — Tutti sanno! E' terribile; come sei siata imprudente, = E lu, ia? — (Giani: saresii ripodiata. [Di nuovo sarchbo per to la miseria da cui t'ha tolta. — Uh, fino a questo punto di crudelià egli arriverebbe con me? Egli non mi ama allora? E perché dovrei consacrarmi a un uomo che non mi ama! = Hai ragione: ma io di ho celato il vero, Ti wcciderebibe, - Vuol dunque tenermi con le minacce? E erede che la vialenza sia un merso adatto a tenere una donna? Ah, no: io sento già tuta la mia ribellione, = Egli non ti ucciderebbe e non ti lascerebbe in miseria, «E che cosa farcbbe allora? — Miente: assolutamente niente. = E dovrei ia allotà rinimenarie a iutio, nella «sia, per un uomo indifferente che non sa nè vendicarsi ne perdonare? - Emmija = dinso la vecchia sconfitta = ltiù hai ragione sempre, anche quando alfermi cose contrarie, quindi hai torto sempre, la non poro aliacorrere più on ma domina che ha costantemente torto avendo sempre ragione. — E andò via sdegnata, abaticchiandoa l'uscho (Quando Dljano *éeppe dalla vecchia l'errore ui èraà dr rivata la sua donna, risolse di prenderla sotto la sua diretta protezione, Egli era saggio prima che geloso è capiva che la causa per cui, dal cervellino di lei, i pensieri sciamavano lentano dalla sua famiglia, era nel numero, padrone dispotico del mondo e delle ccie d'amore. Il numero del propri anni era il fermento che faceva coagulare i suoi istinii in saggerza, quello di Lei Ii franfamara iù Follia. Chea l'amare del Raggio ai sublima nel sacrificio quando indulge alla follia e s adopera perché non danneggi il fragile irere amato, fina a che il suo numero non sia aumentato tanto da comporre con le ceneri della gaia fallia la maliaconica saggersa. Comincio quindi A parlarle adi un viaggio che sarebbe stato bello fare lontano, — dh, 31 — ruapose ella, come rispondeva sempre — ai: per me sarci molto contenta di questo... — Poi cominciò a sal: levare delle difficoltà: la salute, il freddo della regione che sa- febbero andati a visitare, E trovò subito un ausilio nel mer dico. il quale. guardandela asolo negli occhi, aveva capito che egli dovera scomsigliarle i climi freddi. Allora egli propose un viaggio a sud. ni Ah dl, per me sanci malto contenia, Poi cominciò a fare delle difficoltà. Il caldo, il caldo le faceva male è tiravà la Lian medico che sconsiglio i climi caldi.
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Egli le propere allora, alal manornbi che Gra càni delicata, di andare in villa, quell'anno, prima del tempo. = ih al, per me sarti molto conlentà, Ma pai lo siesso medico (saggio medico di casa il quale siperà che, sé voleva conaervarii il fangue posta, darerva ine dovinare 11 desiderio della signora, e sescondarlo) consiglid. che resînsse in cillà per cerie cure elediriche. [Miano allora gravemente Oljano, fissandola negli occhi, perché capisse che quelle parole noa erano dette nonza un" intenzione, — Emmija. tu nom ti accorgi come io abbia capito the tu ti lamenti di molto malattie perchè non vuoi lasciarti curare. = La mia malattia, credi Oljazo — è lo fissava ben dentro negli sacchi — è di quello che wi curano, lasciando che ab- biano il loro corso. ODliano pensi che questo era ben detto, Lascio che la ma- lattia avesse il suo corso: ma si propose di vegliare che caio fosse benigno. La lascià più libera: tenendo però la spago in mano, pronto a tirarlo se la colomba s'allonianasse troppo dalla sua torre. II risultato fa che un giorno, egli, che senza accorgerai le aveva dato più spago che non dessaso, la fron in un bo schetto remoto del parco col giovane uomo che le aveva lan- ciato rose per la sua horita, La rimprovero aspramente, le minacciò la fango, terribile supplizio ibel mio Oriente con cui ai paniicono le danne adultero tagliando a fette il lara corpo, a cominciare dai piedi fino al cuore che si lascia intatto, perchè £ incolperole. non essendo, il cwore anscettibile di cbbedire. {Al cuore non si comanda). — Ma non hai visto che sono innocente? Noi parlavamo soltanto — rispose lei fra i singhiorzi, = Ma in un luago remoto. E, dimmi, chi ha fatto entrare quell'uomo ? = FParlavamo soltanto, questo vuol dire che non facevamo miemie di male. Oh, come seno Infelice, chimée boverina. come non mi comprendi; ma io spero che tu abbia noalo, ehe ll, lui è sempre quello di due fa. Ch noaùa di rai che to sono inca afni atanie. Qljanò aveva pietà di quella creaiura è son le dette Wl ca stigo che si merita» wa. Ma fu anverò Can lai, Valle che nesse chiusa prigioniera. Ella gli disse tra le lacrime : rima= it casa, = Si tu hai ragio= ne ili fare così: io bo abissato della libertà, cd è giusto che mi sia tolta, Però una maitina 3 avwalera ché ella non si trovara nel suoletto. Erà fuggita profittando d'una terribile tempe- via, Chljano aveva tra- vato un biglietto: "Pers dona: ma la prigione fa sognano la libertà. Doveri chiudermi in si una cella don grosso inferriate alle pareti (61 consegnarei pri gioniera a me siessa legata a un giuramento, (Questa volta hai sbagliato Gan me". Qljano pensò con malinconia alla fuggiasca che egli non po: teca ra proteggere più: —_ Carra, coafra == si disse — con le ave chimere, non passerà tempo che inciamperà e cadrà — . Egli la soatitui subito can una circassa ardente dai languidi secchi a mandorla e le mise vicino due grossi eunuchi. Ella trà core lumà piccola pantera prigsoniera che frugava con lo sguardo a sinisira e a dosira come per trovare un buco alla sua invisibile prigrone da cui spiccar via la fuga. Ma i due cusuchi non la perdevano d'occhio an mamenta. I disc eunuchi rappresentavano la sun saggerza e quella di Qljano, Egli non tentò di ragionare com la piccola moglie, mai. ba per abbedire alla prescrizione divina di illaminare la mente di qualche piccolo essere che vivera nella penombra della intelligenza. si pirviò un piccolo cane e lo ammaestrò con iale amore che presto divenne un paortenta, Alcuni anni dopo i fatti qui narrati OQljano paisoggiava per la piazza grande della città in un giorno di mercato. Li'aschio glli cadde su una +cailiirice di arci che gli ricorda ra uba persona conogciata. Era poveramente vesta e non più giovane, ma, come nelle oroine dei romanzi, ai ricanvacerano in bei i segni d'una passata bellezza. A Qliano venne span: ianco, avvicinandosi a lea, il nome e, anche, il sorriso di gioia di quando si rivedono vecchi amici. n Fommipa. - (liano, Vedo che non mi sorbale rancore e questo è triste per me. Solo vi prego, dopo l'affronto d'avermi chiamato affabilmente, come se io non vavcisi fatto male di sorta, di non farmi anche lo spregio d'acquistarmi tutti quanti i miei arci Non ve li venderei. La vostra carità sarebbe umiliante. — Come sei arrivata a questo? = Ma, a farina di ragionare. Ho sempre voluto riflettere prima di compiere un'azione e mai, mai una valia che la ragione m'ablia sconsigliato dal (fare quello che desideravo. - Loso, la so per esperionza, — Forsene Fossiata: ta lane ancorata, mom avrei navigato ilanto. = Forse. - Adda, — iddio. Ella lasciò che OQliano facesse qualche passa, Poi lo chiamò. — Vedi, — gli dia- se — ila non volevo che tu mi facci lo spregio di comperare i miei orci, ma ho bisogno, e se me li rompi tutti, e poi mi mandi un servitore a pagarmeli. sarò mol del della tua to contenta buo denaro e... finta collerà. MARIO PENSUTI
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i.) ÎÌ 4 penare green en Arte buddista: la cupola del Tempio Gialle " Huang Sen”.
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33 Orazio Toschi: Autoriinitto (Galleria Bardi). ORAZIO Ho qui, nel mio studio, on quadretto prezioso di Orazio Toschi, rimastomi, per la mia gioia, dopo una sua mostra dello scorso aprile, a Milano. E' come la eco elegiaca di una musica da poco ascoltata. Non disdica l'immagine musicale nei riguardi di un artista che sente il re come un elemento sinfonico. “Au- tunno nella bassa crei sl ioppi che si dissol- vono nella indeterminata ei ii di tutte le cose; con una strada che serpeggia fra alberi, e un cielo opaco che si schiarisce 21: PRA in una linea luminosa. Il fascino che emana da questo disegno è pro- fondo, Si ha la sensazione del lustrore delle cose è dell'odore della terra dopo la pioggia. Per noi, ro oli, il paesaggio acquista una speciale dolcezza dalla nostalgia che ci tiene legati, col suo filo sottile, e pure infrangibile, ai cari ricordi della antica madre. Ma, anche per chi non sia roma- gnolo, il quadro, come tutta l'opera del Toschi, ha un valore assoluto; un valore lirico essenziale, espresso in modo tutto suo, in cui la ricerca tecnica non taglie TOsteHi freschezza alla ispirazione, ma si integra e QUasi si annulla in essa per risolversi in forza di commozione. I minimi mezzi producono allora i grandi effetti: e l'opera dell'artista, onesta e sincera sempre, si fa ef- ficace ed intensa, emotiva e inconfondibile. Grandi effetti, ho detto. Intendiamoci bene: per il pubblico che capisce e che sente, non per quello grosso che non conosce altri effetti all'infuori di quelli della vasta superficie e del colore sgargiante. - Ma le anime che trepide vivono d'intimi godi- menti son tratte a questa opera come da un sempre novo incantesimo: quasi una musica moderna, ma di classicn origine, ad una poesia nova e pur solida nel ritmo sapiente: poesia e musica fluttuanti nel clima di una spiritualità quasi mistica, in cwi senti- mento e pensiero creano l'armonia inimitabile dei va» lori lirici. L'arte di Toschi è, per quel che io sento, della poesia e della musica, fatte rispettivamente linca e colore. Essa è tutta un canto puro e limpido, che A l'innocenza dei primitivi: una innocenza tanto più
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34 Orazio Toschi: Alimatio s'ipnota (Galleria Bardi). pregevole perchè serbata ver- inale ed intatta pur traverso a quotidiana fatica delle èspe- rienze che consumano, Rarissimo fatto, che caratterizza i veri Artisti; per i quali l'arte è mis- sione consolatrice fra gli uomini e ad un tempo preghiera e atto di grazie levato a Dio, donatore impareggiabile. Credo che questo fenomeno sia comune a tutte le arti. L'e- sperienza costituisce un pericolo per l'ispirazione. Solo quando è superata, cessa di essere un impaccio o un pericolo. Altri. menti può o risolversi in un tecnicismo che soffochi il germe ercativo, o divenire strumento accorto di lenocinio, abilità ma- liziosa e scaltrita, che cospiri ai danni della probità. In questo artista il problema tecnico va di pari passo con quello psicologico: la realtà ge- nera stati lirici nello spirito di lui e, generàtili, si fonde con essi, se ne nutre, si trasforma e riappare claborata in guisa da perdere ogni asprezza per acquistare, invece, mortiderra di contorni. Si direbbe che la realtà metta le ali, onde spa- ziare in atmosfere di sogno. Chi penetri nel mistero creativo di questo nobile artista non può non sentirsi levato in un ordine di superiori meditazioni e perciò di squisiti godimenti. Orazio Teschi ha, al suo attivo, anche un libro che, sotto il titolo di " Pittura lirica", raccoglie pen- sieri dettati dalla sua esperienza. Sebbene egli dica che certi elementi teorici-estetici desunti da sue im- pressioni ed esperienze, non vogliono avere valore assoluto, essendo essi legati anche alla particolare sensibilità che ognuno possiede, è certo che quei pensieri, oltre a provare uno spirito pacato © rac- colto, tendente a stabilire valori e rapporti fra il mondo esteriore e il monda interiore, ci dinno come la chiave del sua santunrio, Il merzo di sorprendere il segreto psichico - artistico della sua creazione, Questo caro romagnolo di Lugo, nutrito fino da giovanetto di buona coltura classica, studiò prima a Ra: venna, poi fini a fare da sé, Oggi insegna a sua volta in una scuola di Arezzo. Ma la sua carriera di artista ha subito un con- tinuo progresso. Una tren= tina di mostre in varie città italiane fra il 1908 c il ‘a8, Orazio Toschi: Annunciazione (Galleria Bark).
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accolsero Opere sue, a cui vennero decretati medaglie e premi ministeriali, Inesauribili i soggetti della sua ispirazione. Nel Toschi il regionalismo, che pure ha accenti bellissimi {La «tella boara, sembra un canto levato di prima mattina alla Madre Ro- magna), tende a uscire dal cerchio de'sudi confini per dilatarsi ed estendersi in orizzonti universali ed u- mani. Quando fa del re- gionalismo, la con un maggior senso del reale. In certi pagliai, ad esempio, in certi buoi di una torrida estate romagnola che fiam- meéggia in un rosso diffusa, in certi casolari d'inverno, intonati a un giallore che riempie di sé l'intera visio- né, troviamo una maggiore aderenza alla realtà, Qui l'anima del pittore è stata tutta negli occhi: travaglio pane nullo o scarso. gli stesso, i suoi quadretti di tal genere li chiama: Orazio Toschi: Compara a merlo per ina giovinella (Galleria Bardi). LE) Orazio Toschi: // gelromino ao firmo (Galleria Bandi}, “i miei riposi”. Ma in tutti gli altri {cito solo quelli che merglio rappresentano le mete ideali del- l'artista) è costante la tendenza a considerare i fatti fisici come generatori di stati lirici. La luce, ad esempio, nel Cieco presso il campasalo, si fa disperazione; e il suono divien luce simbolica nella Compona a morto per tana giovinetta: albore di vergini {o d'angeli) che radon terra senza toccarla... Un equivoco in cul spesso sono caduti i eritici del Toschi, e che giova sfatare risolutamente perché non abbia a ripetersi, è quello della fonte letteraria delle sue ispirazioni. Macché lettera- tura! Poesia, si: ma attinta solo da st, dalla propria natura ric- camente dotata, nella quale le sfumature più complicate della sensibilità e le più astratte tra- scencdenze dello spirito si Mescoa lano e si fondono per creare l'armonia del suo canto. Pittura ritmica, dunque: nella quale tutto concorre e conduce a realizzare l'idea. Così in £ingareca (olio), intorno a un carrozzone di ran- dagi, tutto pare che vada e vada: alberi torti, nuvole erranti; fino un focherello che vi brucia, sem» bra assecondare con le volute fumose il movimento generale. Così nel quadra Gli amanti nel giardino (olo) lo svariare graduato delle tonalità dal cupo al chiaro, sembra volere esprimere l'anélito dell'amore che dall'oscuro turbamento iniziale dei sensi tende a illuminarzi è a schiarirsi nella ef-
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Orazio Toschi: AMfalivo pastorale sereno. fusione delle anime monde. Così in Notte i fabbee {disegno colorato) la lampada che arde e l'ombra che incombe pare che voglian rendere, rispettivamente, l'arsione febbrile e la fantasima del delirio. Pure in Margberitine (olio) il rapporto lirico appare evidente nella fusione delle fanciulle che, in gruppo, colgono gli amatnli fon del prato, con la sviluppo lineare del paesaggio, le cui colline son tutta una iridescente chiarezza. Infine 4! gelvomino neflurno (olio), nella vaga efflo- rescenza de' fiori aurcolati, risponde alla figura di donna che, recando un bimbo fra le braccia, si leva misteriosa sulla soglia, oltre la quale una lampada splende come un bocciblo di luce. Non è possibile fare una rassegna completa delle produzioni di questo artista, i cui caratteri fonda. mentali possono massumersi in un connubio felice di coscienza e di genialità, di ricerca e di ispirazione. Classico e pur moderno, sa essere solido e aereo a volta a volta che il soggetto lo richiede; così che a secchio esperto anche la più lieve trasparenza si rivela non inconsistente né improvvisata, ma meditata e defimita. A sommo di questa copiosa e svariatissima pro- duzione, scala d'oro che dà l'ebbrezza dell'alto, io amo collocare l'Asausciazione, in cwi il trepido mistero della maternità divina si offre nel fulgore più abba- gliante e si vela del pudore più casto. Due figure Appena individuate nelle rispettive zone di luce è penombra : visione di una bellezza e d'una solennità inelffabili, fra il divino e l'umano, atta a rapire in mistiche sfere l'anima di chi la contempla. lo amo figurarmi la Musa di questo mirabile ars tista come una novella Beatrice, dagli occhi di sme- raldo intenti nella luce di Dio, Per essi è dolce sen- tirsi trasportare in alto, sempre più in alto, nei cieli del vivo Amore e della pura Armonia. LUIGI ORSINI
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La chiesa di dan Giovanni di Bellagio Fotografia di E. Sommariva
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Allegare alla “Ririsia Dleicrana dal Popolo d' Inalta" an ideglia igsg » VIIL —@ sù “= Lul nr = —@m —— ———
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DI Es i meine. I d7 Fechla panoramica del atonastero. LA BADIA DI MONTECASSINO Siamo in questa antica solenne italianissima badia di Montecassino. La città prmamente sorta a difesa degli aggressori — dopo la tragica incursione dei Sa- raceni dell'E46 _ giace giù, in fonda, rinnovata dal lavoro, fervente di opere, improntata al trionto del- l'azione, pervasa tutta della nuova anima che il Fa- scismo ha infuso alla Nazione è a ogni nucleo di genti che vivano in Italia. La immensa verde fertile cam- pagna si distende al sole, maravigliosa e pura come una promessa, a perdita d'occhio. Città, ville, castelli d'intorno; e più prossimi, sotto di noi, il Trucchio e Rocca Janula, brulli e possenti. Qui i faggi è gli abeti stormiscono perpetuamente, foschi attorno al Cenobio, attorno alle grigie mura che sfidano i secoli, attorno alla imponenza di questo magico reame della fede, della bellezza e della santità. E la storia si anima, la storia vive perenne, & si- miglianza del canto d'una Musa, che ricorda il pro- digio della pazienza, del dolore, dell'amore immortali, aureolando della sua melodia la immagine presente del grandissimo Santa. Abbiamo visitato le stanze di Lui, sotterranee e segrete, dove gli affreschi luminosi ricordano quei lembi di cielo che taluni tranquilli laghi azzurri ri- specchiano, Abbiamo visitato la cripta profonda, so- migliante a una suggestiva sala arcana dell'antichis- simo Egitto, tutta a linee rigide e ferme, dall'ampio soffitto a mosaico; sotto le quali, viventi e presenti comé numi imperibili, le due statue in cedro del Li. bano, istoriate d'argento, dei due santi fratelli, San Benedetto e Santa Scolastica ricordano il tempo in cui il prodigio sovrano della novella religione di Cristo fu compiuta. Il prodigio eroico, la fine inelluttabile del fanatico culto di Apollo, la forza del maschio polso predestinato che abbatit a colpi di scure il simulacro di Venere, ed eresse li dove il paganesimo ancora sopravvivera, la chiesa a Santo Giovanni Battista, chiamandovi attorno a " pregare c a lavorare gli uomini di buona volontà, i monaci austeri e latini. E, mentre Benedetto questo operava, venendo da Su- biaco, dove già aveva istituito il suo ordine devota, giù al piano, Scolastica, presa dal medesimo amore divino del fratello suo, nella valle che soggiace al monte, richiamava le pie donne dattorno a sta “ pregare e a lavorare”, quelle che poi si dissero benedettine. Era l'anno 529 di Cristo. Era il secolo della bar- barie saliente, il crepuscolo della civiltà romana, l'as gonia della forza, del valore, della potenza dell'Urbe. Orde senza numero si precipitavano nelle pianure dell'Italia indifesa, trasformandole in deserto. Altre lingue, altri idiomi, altri canti risonavano là dove non era pur anco spenta la eco delle ferree penne nell'a- ria dell'aquila vittoriosa. Abbiamo visto, dunque, le due statue e le stanze segrete; le quali, sebbene restaurate modernamente (dal padre Desiderio Leute è dai suoi scolari), ser: bano tuttavia una eco del passato inestinguibile, degli avvenimenti selvaggi, e della inflessibilità dell'anima che San Benedetto seppe creare néi suoi monaci, fino a che visse, col suo esempio e, dopo la morte car- nale, con la sun presenza misteriosa voluta da Dio. Di là sotto, sembra udire quasi sensibilmente il rombo del secolare dramma italico, Non erano ancor trascorsi cinquant'anni dal tran- sito del Santo, che l'onda longobarda si abbattè contro l'Italia meridionale e contro la badia. Tutto arde e divampa nell'incendio selvaggio. Il luogo è messo a
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ammirevole porta della chiesa. sacco. l monaci, sorpresi all'improvviso, si difendono. C'è chi cade. C'è chi muore. I più riescono a fuggire è a raggiungere Roma. Solo un manipolo che non vuole abbandonare l'asilo a nessun costo, come la bufera è passata, si raccoglie nella cripta della chiesa e vi rimane, solitario, a guardia del sacro deposito. Cali altri, il grosso del mumero dei monaci, non tor- nano che dopo 131 anni — nel 730 — per volontà del pontefice Gregorio II. E, dopo i Longobardi, nell'846, i Saraceni. Nuovi incendi, muove stragi urlano ed empiono di furore lo spazio. Nuove vittime agonizzano, nuove violenze in- furiano, nuove tristezze velano la luminosa ardenza del sole. E' l'esodo ancora una volta dei monaci, che si dirigono a Teano, dove continuano, nel nome del Signore, a “operare, a lavorare”, come il Santo pre scrisse, come il fondamento della regola impone, come & giusto ed equo che sia su terra romana: ord ei fabora. La pietà per altro verso, sollecita gli uomini, Gi- solfo II, duca di Benevento, restaura i danni longo- bardi arrecati al Cenobio; Adelardo, il cugino di Carlomagno, vi si rende, nel 7565, monaco per ispira- zione di Dio; Enrico II imperatore dota di ricchi doni il monastero: lo dota non meno splendidamente
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colastica ® Se kE essi. Vea Ag z A __. Santa Sui ri ho] ni Di ci frind ri posi ini Ma VIET Adonte: È d 'egra fai ii ar Sp ale" ce pe ® 86
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Albrzata alla “Riviica Ullosaiata del Papato d'Italia” a 3 ibaglio gig VIE
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ngn a Pa Lodi TT La ci pi Sf i) SERE | i ee a eee e, | 0 e giglio ame 4 è Pa pes + a e Li i | La statua di S. Benedetto, fondatore dell'Ordine e edificatore della prima basilica di Montecassino. Enrico Ill; e l'abate Teobaldo, nel secolo XI, dà un lustro e uno splendore alla Badia, quale prima mai essa non aveva avuto, San Pier Damiani, celebrato da Dante, vi rimane ospite a lungo; ed ospite vi fu già a suo tempo Carlomagno: che volle i monaci di Montecassino fossero in Italia e in Germania maestri di scienze e di lettere. Faro di civiltà, di sApienza e di SARRETZA, il Ce nobio vide su di sé passare i secoli, restando. E resta oggi, casi mistica, su questa cima di monte che lo offre al cielo, e dove salgono in pellegrinaggio coloro i quali amano, per un bisogno profondo del- l'anima, respirare un alito della beatitudine e della serenità eterna. Per ogni dove, qua dentro, è bontà tranquilla, è pace veracissima, ‘Qui la coscienza è pura e in ac- cordo con sè stessa; dacchè tutto ciò in cui il dovere umano si riassume é compiuto. L'azione che plasma, crea, foggia, modella, qui celebra il suo silenzioso trionfo. La preghiera, che contempla, medita, ascende e si ricongiunge a Lio, qui è pienezza di umiltà e dedizione di spiriti assoluta. E qui l'uomo si aggira fra immagini create dal- l'uomo nell'estasi che a lampi rivela l'oltreterreno allo
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né prtt songo è Fr” I ni «dI g di ebiosriro brimaniesto dello chiesa. Sopra: di siechiurimo Jalerno della ba. dunti «viper colennali.
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7: dia o RA LI Li d Ù nr = La cripta colle figure sei Santi Guglieimo, Romualdo a Roberto, spirito prono ed aperto. Qui l'armonia giubila inter» namente di se stessa, Abbiamo varcato la basilica con un passo che avrebbe voluto non pesare. Non è più l'antichissima e venerabile basilica primamente edificata da Bene- detto. Quella cadde sotto l'urto barbarico. Né & quel- la-ricostruita dall'abate Pe- tronace. Essa diroccò sotto l'impeto mauro. E nemme- no è quella la terza volta eretta dall'abate Giovan- ni I. Fu abbattuta questa da un crollo della terra, da una convulsione vee- mente del suolo. E" la ba- silica riedificata, dal 1649, per volontà dell'abate De- siderio IV, Petronio, è per opera assidua dell'abate Domenico di Quesada e di Cosimo Fansaga: la basilica che, compiuta, fu dal cielo ribenedetta l'anno 1737. La magnificenza ci vin- ce. Il silenzio è così pro- fondo che udiamo qualcosa di mistico e di immateriale vivere sensibilmente aitor- no alla nostra persona. Di là dalle colonne di gra- nito orientale le cappelle splendono di una segreta luce multicolore, velata da un'ombra che accresce vigore al mistero. I prodigi operati dal Santo si svolgono raffigurati nelle volte, lungo la navata maggiore, con tale possanza di movi- menti e con tanta vivacità di colori che le figure as- sumono un rilievo quasi tan» pibile. L'arte di Luca Gior- dano vi rifulge nella sua pienezza. E rifulge ad un tempo l'arte del Solimene, del Conca, del Vanni, di Belisario Corenzio, di Car- lo di Lorena, di Andrea da Sabino, nelle navate late- i rali, nelle cappelle. Le cos lonne di verde antico, di alabastro, di cotognino, di broccatello di Spagna, wie narcano leggere e grandio- se, compongono una melodia marmorea inimitabile. I tesori si rivelano. Le spoglie del re Carlomanno nella seconda cappella di N destra, totto un quadro che | rappresenta il re franco ve- y stito della cocolla mona- ii | stica da papa San Zacca- SU ria. Il Ciborio di rame LA ha dorato, fulgido ali lapislaz. zuli, di agate, di ametiste: opera cel Bernini, nella 2 SERIA 130 rase; di cbioctro del Paradise,
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Abbazia di Montecassino: Madonna col Bambino e S. Benedetto ( G, Cesari ?)
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Albansto alla “Riviaa Hilasipaia dal Popolo d Badia” a s ibeglio agg - VII
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41 i VANI wr: L'Elemna: dipinto di li, Cesari. terza cappella pure di destra. L'altar maggiore, dise- gno di Michelangelo, dietro il quale tredici lampade d'argento illuminano il basso cancello della sottoposta tomba di San Benedetto e di Santa Scolastica. I grandi affreschi delle volte della crociera, opera del Corenzio, I due stupendi mausolei, di Guido Fiera- mosca e di Pietro de' Medici, colui che fu fratello a Leone X e che annegò nel Garigliano nel portarsi a Gaeta per soccorrere l'esercito francese: disegno mi- rabile di Antonio Sangallo. Ma tutto ciò non è ancor tutto. C'è in questa basilica qualche cosa che fa rima- nere perplessi di stupore e di meraviglia. C'è il coro di mezzo, opera unica al mondo: il grande coro coi due ordini di stalli: me- raviglioso per ricchezza, per linca, per gusto, e per gli intagli stupendi che incidono il compat- to legno di noce. E c'è la tribuna nel fondo è nella tribuna l'organo di Cesare Catarinozzi, uno dei miracoli dell'arte u- mana: quell'organo che ha mille voci fuse e cone cordi e rende suono co- me di un'orchestra. Si va di prodigio in prodigio, di bellezza in bellezza. La sacristia, gli armadi magicamente scolpiti, urne di tutte le ricchezze immaginabili ; il sn> cramo delle reliquie, il capitolo; la confessione sotter- ranca, incavata nella viva pietra del monte; il coro inferiore è il terzo coro destinato al salmeggiamento notturno... Non si crede ai propri occhi, Solo l'anima vigile ci avverte che im forse è la vera sapienza umana; che ivi certo palpita un fuoco occulto e sem- piterno del nostro spirito di stirpe industre pensosa e inveratrice di bellezza e di religione, Siamo così saliti alla biblioteca “Ora et labora". Dopo la preghiera, la fatica. Llopo nutrita l'anima di verità eterne, il nutrimento del penziero che si appaga e si compie nelle verità umane! E anche qui quali tesori, e quali ricchezze e quali pregi e quali mira» coli! Qui l'Italia può ricostruire la sua storia e la sua gloria su gli originali e inestimabili codici di ogni sorta. Qui il genio italiano sembra aver lasciato la docu- mentazione del suo di- venire nel tempo. Ma. noscritti rari, +xolumi che ricordano i primor- di della stampa, incu- nabuli, libri solenni, per- gamene alluminate.. e la monumentale prezio- sissima collezione com- pleta dei Padri greci e latini. La fontanella nel refettorio.
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Dan dei preziosi leggii che si amairano nel coro (vec. XF. Ridiscendiamo, dopo aver attraversato anditi im» mensi e portici taciturni. Statue di re e di pontefici ci riguardano dagli intercolunni. L'immenso chiostro del Bramante s'‘apre ad un tratto alla nostra pupilla sognante. Quello è il pozzo, nel mezzo, dove i monaci attingevano acqua nelle lunghe vigilie. Ed è questo il portone ad arco, guardato dai due leoni di San Be. nedetto; ed è questo il piazzale che circonda ruderi di mura ciclopiche, avanzi d'una civiltà preromana, La campagna spazia un'altra volta, circolare e inaz- rurrata, attorno a noi. Udiamo la vita fervere, Udiamo laggiù rumore di incudini percosse. Un treno si snoda sonoro perco» tendo l'eco veloce della sua corsa, a simiglianza d'un martellamento, sulla roccia della montagna. É più lontano, c'è Roma. Roma grande, Roma risorta, Roma immortale! Roma, dove qualcuno pensa assiduo e crea senza riposo, E comanda all'Italia, e comanda alla stirpe, e comanda al suo popolo, Lui l'uomo del po- polo; comanda come allora, nell'ivo buio, comandò San Benedetto, purissimo sangue italiano; “Ora ct labora” — opera e prega. Prega perla grande Patria il misericordioso Iddio. E costruisce il Suo grande avvenire. GUGLIELMO CASETTI
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Pedula d'insieme del grande salone del Museo. IL MUSEO DEI CALCHI IN GESSO DEL R. Fra le collezioni d'arte che Firenze, Atene d'Italia, custodisce in gran copia come in uno scrigno prezioso, un nuovo Musco è stato in questi giorni rivelato al- l'ammirazione del pubblico, dopo esser stato noto fi- nora soltanto alla curiosità dei conoscitori. Si tratta del Musco dei Calchi in Gesso del R. Istituto d'Arte di Firenze. Con Decreto 6 aprile 1928-VI, S. E. Benito Mus- solini, accoglieva favorevolmente la proposta di con- cedere all'Istituto d'Arte i locali adatti per collocarvi il Museo. E quest'anno, il 3 giugno vu. s., alla ceri- monia innugurale interveniva S. E. Augusto Turati. L'inaugurazione, all'ambita presenza del Segretario del FP. N. F. e di tutte le Autorità cittadine, acqui- stava così un carattere di solennità particolarmente significativa, che Ugo OQijetti, presidente del Consiglio d'Amministrazione dell'Istituto, metteva in giusto ri- lievo porgendo a S, E, Turati il suo devoto saluto. Questo Museo dei gessi ha una storia. I calchi in gesso, che oggi si ammirano nel grande salone che misura metri 4ox 30 c in una galleria di metri 60x13, provengono in gran parte da uma collezione che, ini» ziata nel secolo scorso, era stata messa insieme dalla famiglia Lelli (composta di formatori in gesso per tre generazioni), via via che ebbe la concessione dal Go- verno di compiere i calchi delle più pregevoli sculture del Rinascimento. E' merito del Prof. Mario Salvini, direttore del- l'Istituto d'Arte — e che deve considerarsi il fonda- tore del Musco — di aver acquistato a tempo la collezione Lelli, che andava lentamente disperdendosi ISTITUTO D'ARTE DI FIRENZE © di avervi aggiunto i modelli posseduti dall'Istituto. Qggi, per la volontà del suo riordinatore, siamo di- nanzi al più importante Musco di calchi in gesso d'Italia. Esso possiede circa tremila pezzi di stultura, com» prendende statue, gruppi, bassorilievi, particolari ar- chitettonici e ornamentali delle più famose opere d'arte, specialmente del Rinascimento, oltre a ornamenti go- tico-toscani e ad un gruppo di sculture greco-romane. Per gli artisti, basterà citare questi nomi: Gio- vanni Pisano, Andrea Pisano, Orcagna, Donatello, Ja- copo della Quercia, Michelangelo, Andrea del Verroo. chio, Andrea e Luca della Robbia, Desiderio da Set- tignano, Mino da Fiesole, Jacopo Sansovino, Nanni di Banco, Giambologna. E inoltre: Michelozzo Michelozzi, Filippo Brunel. leschi, Alberto Arnoldi, Lorenzo Ghiberti, Antonio Rossellino, Matteo Civitali, Benedetto da Maiano, Benvenuto Cellini, Benedetto da Rovezzano, Lorenzo Marrina, Andrea Contucci, Stagio Stagi, Antonio Fe- derighi, Francesco di Simone Ferrucci, Cecilu da Fiesole, Andrea Briosco, Francesco Laurana, Niccolò Dell'Arca, Agostino di Duccio, Pagno di Lapo Por- tigiani, Pierino da Vinci, Giovanni Bastianini, Pietro Tacca, Bernardo Rossellino, Vincenzo Danti, Matteo de Pasti, Luigi Pampaloni, Canova, Vecchietta, Bertoldo, Con tali opere il Museo, che onora Firenze è l'Italia, è destinato a fare la massima propaganda della scul- tura italiana del Rinascimento, con le riproduzioni dei calchi perle Scuole italiane e peri Musei esteri, e diverrà il centro culturale della storia della scultura. A. gf.
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"EEE IRPREAOTTTE a CETTE TE ni ———T_="5;-r—"-: n = —_——@ a) rr rr millio ATI asia n a I presen reo te ta A sisi Va altro late della grandiosa galleria. Sopra: La Tribuna di Jacepo della Quercia.
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ite < RE i n —__-: Pane ® Una «cena di “rianai debicebi”” eli Crievacchino Forzano, nppré= semiato colla com- pagnia dal Carro ci Lespi. Il '“iCarro di lespi” ha incominciato il ELbD viaggio nello piecalo crbtlà © mei paesi del erro giorno d' Italia: "hi l'inizio si anmunzia trionfale. Ma la prima fappa doveva cssere. cd è stinia, Roma: è la citta iliminza romana ha risposto con cnr sinamo al ilebuito del ieatro ambu- lante, che s'è mo ilrato im tre punti diversi: sulla ter rarea del Pincià, in Piazza Navona e alla Stadia. A renalere prù solemne l'avvenimento, il Dece ha valuto ar slatero in persona alla inaugurazione, UN'ISTITUZIO- KE POPOLARE EDUCATIVA Re RN
Piu cre ESEIE
A sin: di Cape ciel (roseria, fi comprgnalo dalle DL. di. d JE. Miaa- chi e follai, as siste alla prima MiCIdat ronnie. li “Carro di Te api” ha dimostrato di possclere innà pics cola organizzazione abenica in sagni demi- Lo perfetta: bui i particolari sono stati curali coi moz- zi pui semplici © più ecalermi, grazie all'avvediuta dere: sione artistica «di Ct (e hina Far sano, È gram parie del merito aspetta all' (Opera Mazior nale Liopolavora è a 5. E. Turati che hanno coluta ché il teatro, espres: sione d'arte alta mente educativa è popolare, atrimazie anche mei paesi dove è quasi sco fuachiuta, LE PRIME TAP- PE DEL CARRO DI TESPI
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MUSICISTI MODERNI: CARLO RAVASENGA Un giovine pianista milanese, Tullio Macoggi, il quale non ha ancora diciotto anni, ha fatto gustare nel giugno scorso al pubblico non facile dei Concerti del Conservatorio, una Sonatina in tre tempi del Mac- stro torinese Carlo Ravasenga, che è piaciuta molto. E' il caso di sottolineare l'episodio, ricordando che la serata di musica in cui quel giovanissimo e valen- tissimo pianista rivelava un "sb stesso e rendeva omaggio a un artista italiano di gusto assai moderno, si svolse sotto gli auspici della Mostra Musicale or- ganizzata in Milano dal Sindacato Regionale Musi- cisti per volere di Arnaldo Mussolini. Ed a il caso di non lasciar passare sotto silenzio il nome di Carlo Ravasenga, la cui vita artistica, piena di signorilità, merita finalmente che la si indi» chi ad esempio di una operosità Intellettuale nobile sotto ogni aspetto ed esteticamente aristocratica. Ravasenga? Se egli fosse un francese o un te- desco non ci sarebbe bisogno di molto inchiostro per rammentare al pubblico che questo musiciata ci viene da una giorinezza di studi classici, che parevano do- verlo preparare a tutt'altra carriera. Figlio di un av- vocato piemontese illustre, cd agiato quel tanto che basta per poter ascoltare con serenità il proprio tem- peramento, Carlo Ravasenga studiò musica in Torino, per suo piacere e contro indicazione familiare, alla seuola del Maestro Cravero. Non si studia davvero - dicono - che quando si studia così, Dopo quattro anni di studii l'allievo scommise con il uo insegnante che avrebbe scritta la musica di un'opera. Si appartò e Ja sei mesi di delizioso tor- mento creò Una È ia fiorentina " tratta dall'atto unico di Oscar nirngri dello stesso titolo, traduzione e riduzione di Ettore Moschino. L'opera piacque al Cravero e pareva dovesse essere rappresentata al Regio di Torino. Giunse poi, invece, alla ribalta sulle scene del Politeama Chiarelli. Eseguita insieme ad altra opera di Giocondo Fino ebbe vivo successo, persino nel indizio dei critici. Giovanni Bolzoni, di- rettore del Licco Musicale Verdi di Torino, quando la tragedia venne eseguita (1916), scrisse all'autore parole di alto plauso, nelle quali gli riconosceva “un temperamento eminentemente teatrale "" a non tu il teatro che diede al musicista le al- tre immediate gioie e un'altra sua opera di largo re- spiro ‘ Giuditta e Oloferne” non è riuscita a far perdere alle imprese non la testa del duce biblico, ma la diffidenza generica che esse oppongono agli ar- tisti italiani nuovi. Non l'hanno voluta ancora per le scene. Carlo Ravasenga ha composto inoltre un atto "Il Giudizio di Don Giovanni" poema dramma- tico di Armando Allara che mostra il celebre avven- turiere d'amore innanzi alla severa maestà di giudice di Minosse. Intanto in un concorso indetto dalla Associazione Musicisti Italiani “ Amica” di Torino, Carlo Rava- senga vinceva il primo premio con una Sonata per pianoforte e violino in re 1 re, eseguita nelle rincipali città italiane e lodata da critici come Guido | pletri Alaleona, Gasco, Orefice, che vollero ve- dere in quella musica, come era giusto, il segno di una genialità non comune. vanti altri concorsi e quante altre prove di ori- ginalità creatrice non dovremmo ricordare? Persino & New York, a parità di merito con Ludovico Rocca, il'Ravasenga ebbe premio per una Sail: in quattro tempi per orchestra. I nostri più squisiti cantanti hanno fatto conoscere di questo giovine musicista ro- manze di un puro diseeno melodico, che sarebbero diventato presto popolari, se forse non dovessero lot- tare col piacere dell'esotismo e con certa medioerità del pubblico, per cui nessuna ina moderna, che non scenda alle frivolezze di Piedigrotta o non si bagni di falsità nel lagrimoso romanticismo dei chiari di luna bugiardi, sembra che possa vincere rumorosamente. Là “ Nina Nanna”, la “ Lavandaia di San Gio. vanni", “ Scalpit”", "A Maria" sono, ehe nn musicali lirici, e così " Orfano ", * Fides "Ghe- rardo e Gaietta * che aspettano una cartonilà musi» cale più delicata da parte dei buongustai del lirismo r dare all'autore, oltre la gioia del successo quando le eseguiscono in concerto, il conforto del trionfo di vendita. Se non può far tremare le vene e i polsi il ricordo che non vuol essere certo un parallelo, Vienna si accorse del suo Schubert con qualche ritarda. Quali i criteri shilistici di questo nostro artista, che nella prima Mostra del Mowecento in Bologna chbe eseguiti da Sergio Failoni due schizzi sinfonici? In che cosa egli è essenzialmente italiano? Non soltanto culturalmente il Ravasenga, che per qualche anno a Torno ebbe l'incarico ufficiale di or- ganizzare esumazioni musicali classiche italiane per le Scuole Medie e che con un periodico suo “ L'Araldo Musicale" si batte {piacere signorile non dimenti- cabile) in polemiche di purissima italianità, ha di- mostrato di tenere in pregio le tradizioni nazionali ella musica. Egli non è uno di quei teorici del na- zionalismo musicale, che poi, quando compongono, si rivelano sudditi del gusto straniero. Crede in musica al colore, alla riccherza e alla varietà armonica, al sapore del contrasto ritmico, alla voluttà degli svi- luppi tematici, mn sa che tutto bisogna subordinare alla proporzione formale, alla chiarezza, alla espres- sione ed alla commozione. Convinto, anzi, che senza commozione non possa esistere grandezza, Carlo Ravasenga nella sua opera “ Giuditta ed Oloferne” è un maestro italianissimo, perchè canta con un impeto di melodia che aogni operista, anche celebre, gli potrebbe invidiare. Le correnti estetiche musicali estere sono, in suo giudizio, importantissime è nessun musicista moderno può fingere di ignorarle. Ma esse devono passare attraverso al crogiuolo del nostro temperamento. E sopratutto ogni creatore non è veramente creatore se alla fine non sa essere con sincerità sè stesso. Nell' opera per teatro, pensa il Ravasenga, si com- mette da troppi musicisti l'errore di nascondere la fisionomia delle persone drammatiche in conflitto, peechi si vuole fare dell'opera un tutto, del quale le igure non sono che parti esteticamente diversificate e nello stesso tempo Fuse per una ragione tecnica» musicale che contraddice così alla verità umana del Cammi. Dunque: Viva Verdi? Si, Questo giovine non ha atteso che Arturo Toscanini riscoprisse i Verdi per ve- nerare nel grande bussetiano uno dei giganti della com- mozione artistica. Ci sono suoi articoli di critica e di lemica, apparsi quando il zuo gusto si formava (nell' ‘età in cui è più difficile sapere ammirare), nei vali un inno già “I scioglieva alla limpidità, alla pro- bità, alla forza plasmatrice di caratteri dell'autore immortale del " Rigoletto " e del " Falstaff". Non fosse che per questa non recente fede nello splendore del genio della nostra stirpe, bisognerebbe augurare a questo giovine che ascende verso la fama la consacrazione del successo definitivo. INNOCENZO CAPPA
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PROBLEMI DI TEATRO “TRAMONTO DEL GRANDE ATTORE” DI SILVIO D'AMICO DI "Il mattatore è sparito, la compagnia dei guitti si sbanda: vogliamo che nasca il Teatro nuoro!" Questo libro {Silvio d'Amico: Trimenie del grande altere - A. Mondadori, Milano) dentro il quale si pro- filano tuite le maschere care al vecchio teatro, drizza coraggiosamente l'indagine conclusiva verso la caligine che s'inalba, verso le necessità del nuova. Bel libro, pieno è polemico, cauto cd audace, tutto sentito, tutto elaborato, tutto animato dal sincero fre- mito della passione: Silvio d'Amico, quando scrive di teatro, s'incendia. La notazione culturale non è mai fredda, non è mai rigida e ferma: chiude in sé il grido, il fremito, la gioia quasi infantile della scoperta. La vivacità pittoresca di certe descrizioni, di certe deli- nizioni è tutta raccolta sul filo e sul taglio di uno stile che s'è formato a teatro: indagando e ascoltando, imparando cd amando. Tutto il teatro degli ultimi tempi è dentro questo libro di elevazione, che vual ricondurre l'arte della scena, con fede sincera, alla mistica purità delle ori gin è vuol redimere la figura dell'attore dalla ingiu- stizia e dal pregiudizio che, per troppo tempo, l'hanno snaturata e relegata nel fondo scuro dei più bassi strati sociali: "0 E allora l'esposizione dell'attore, in qualunque modo avvenisse, non sarebbe mai prostituzione; riav- vampando il dramma d'un clima tutto spiritualmente affocato, il corpo di lui sparirebbe nell'incendio. La Grazia redimerebbe davvero, a un tempo, teatro ed attore, E si ripensa ad una frase, giusta nel suo senso profondo se non in quello letterale, dell'ultima Duse: “Il teatro è nato in chiesa, io vorrei ricondurvelo ". Queste sono le ultime righe del capitolo " L'attore e la Grazia” con il quale il libro si chiude. Con uno studio agile e acuto dedicato ad Eleo- nora Duse, il libro si apre. La Divina Inimitabile domina l'opera. Ma si rimescolano dentro, e aflorano disparati e vivaci, tutti i minori: Ruggeri e Benini, Viviani è Gandusio, Melato e Musco, Zago e Almirante, Vera Vergani è le due Gramatica, Betrone e Monaldi, Pi- casso e Petrolini, Pàvlova e Dondini... L'Italia drammatica è dunque tutta presente. Ma per l'amor del teatro Silvio d'Amico ha molto viaggiato, Il tema più interessante del libro nasce dal com» mento al contrasto tra quello che gli altri fanno è quello che noi ancora non ci siamo decisi a fare. Parliamone. La nostra miseria è grande: è pari, oggi, alla nostra grandezza di ieri. Conviene guar- darla coraggiosamente in volto così come fa Silvio d'Amico. Forse l'orrore consiglierà ai giovani, che hanno ragione di non voler morire, l'unico rimedio possibile. Teri, se si parlava di teatro drammatico, s'inten- deva Salvini, Rossi, Novelli, la Duse. Oggi s'intende Stanislawski, Reinhardt, Appia, Craig, Copeau, Pitotfi, Tairof, Piscator. Ieri attori, nostri. Qugi melleuneen-svene, stranieri. Questa cwoluzione verso il commento non snatura l'opera scenica: anche la declamazione era interpre- tazione personale, erano luce, calore, colore è vigor di vita aggiunti per il tramite di un'altra sensibilità ercatrice all'opera originale. Soltanto che ieri questa attività complementare si limitava al rilievo scenico del personaggio e nasceva, per merito di certe nature drammatiche dalla statura eccezionale, dominatrici e prepotenti, urlanti è massacranti, il mattatore, Qepi si allarga all'interpretazione di tutta l'opera nel suo insieme coloristico e simbolico, metafisico e sinfonico, e nasce, padreterno di tutto l'universo sce- nico raccolto nell'opera, il seffenr-en-artae. Si sa che mattatore è mellenr-en-vtine han cipiglio di tiranni nella inquieta tribù dei veri creatori, degli autori. E se ieri i divi dal torace possente lavoravan a furia di piattonate e di fendenti sul povero copione tanto da ridurlo, a valte, un brandello sanguinolento e informe fra le dita adunche della affamata “parte”, oggi gli altri despoti si accaniscono per il riconosci. mento di ben più pericolosi diritti modernamente in- tesi (l'ultimo Congresso di Barcellona insegna!) e re- clamano come l'autore, anzi più che l'autore, una per- centuale fissa sullo spettacolo ed un marchio che di- fenda la loro opera non come interpretazione, ma ad- dirittura come creazione. In questo problema che determina le ramificazioni più sottili, Silvio d'Amico lavora sottile di penna € d'indagine arguta: e come si è battuto a Barcellona per la difesa dell'unico ercator supremo dell'opera, l'autore, così si accanisce vittoriosamente e si ribella csemplificando. Non possiamo qui seguirlo nella disanima tortuosa. Qui vogliamo soltanto, e frettolosamente, lodando il libro e sposandone la sacrosanta causa, prender d'as- salto le ultime posizioni caparbiamente difese dalla ottusità dei nostri comici. Ancor oggi in Italia, imbestiati e afoni, certi co- mici, per quella presunzione che è figlia della più
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5 Silvio d'Amico, grassa ignoranza, non vogliono intendere il senso nuovo del teatro che li priva di una corona regale ma di carta pesta e di uno scettro che è diventato grottesco come un randello da pecoraio. Vogliono la parte e la misurano a spanne: reci- dono i virgulti fioriti della pianta per regalare Ancora al pubblico lo spettacolo squallido del nodoso tron- cone che sa le tempeste. Là nuova produzione non può più accontentarli, e si rifugiano sulle antiche cime, in gara col tuono e col fulmine, minacciando lo ster- minio al deserto, Non insegnano per paura di crear pericoli nel piccolo mondo della loro vanagloria im» becille: meditano di punire il mondo trascinando, come certi taumaturghi invasati, nella tomba il segreto della loro vacuità impennacchiata e fosforescente. Il mondo di questi “guitti" ha da finire. Siamo gli ultimi, noi italiani, per colpa di una tra» dizione che qualche volta ci immalinconisce, siamo gli ultimi noi a sopportarne ancora la nefasta invadenza. Hen venga il meltenr-en-scine con tutte le sue ti- ranniche pretese! Combatteremo, per lo meno, contro un nemico più intelligente, E forse non sarà impossi- bile trattar quella alleanza, che per il divenire di un'Arte finalmente e modernamente suprema, è nel cuore di tutti coloro che sanno, di tutti coloro che amano e di tutti coloro che sanno amare il teatro. GINO ROCCA
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— dina Ta Hr ne CIS li ititivo featro “Li- cimisan” sti E na, be pente inangurato alla fine d'agosto Fo Camorra Loan Blilaao UN CORSO DI RECITE CLASSI. CHE ALTEATRO “LICINIUM " DI ERBA du Si I __ A sin: Fia Rosbala, ehe nenì la dinezione delle danze melle recite classiche di Erba. Tra la fine d'agosto e i primi di settem- bre avranno luogo al Teatro " Licinivm"" di Erba alcune rap- presentazioni classi. che, organizzate dal Consiglio Provinciale dell'Economia, sotto la presidenza di Al. berto Airoldi. La di- rezione artistica è affidata a Ettore Romagnoli.
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Sal f progressi cella cinentatografia inglese. ue scene di preparazione del film The Celestial City, cella Baroneesa Orezy's, nelle quali i massimi effelli sono ollenali dal complesso gioco delle luci.
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Wii! #l' Fi hi In alto, da sinistra: dl Bien mel ui di ai per il qeli F Mary Briana, una he- nismina i Hollywood. Doris Hill ai bagni sli mune, I] n "i la'allra «tggarica inlerprele cel f NI Are ricane : Diana Mare, STELLE DEL. L'ARTE MUTA IN LIBERTA
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LA PAGINA DELLE SIGNORE Disegni di Fobitao. La moda ha due trampolini princi pali, dai quali palleggiare fra V'eataia è l'inverno, i costumi da bagno. ln dicembre, gennaio, febbraio, a Palm Frach compalana le più ardite variazioni sul modo di scoprirsi meglio. per nuotare più liberamente, è prendere con più facilità il beneficio dei raggi solari, Ma i giornali che mettono in evi- denza le novità, aggiungono, dieci valle su quindici: “ Un tentativo del genere, si era già veduto l'estate scorso al Lido". E quando «i parla del Lido, ai intende quell'unico che sta vicino a Venezia, la magica, Coil l'una di queste due mandania sime spiaggie, che portano con sovranità l'arma dei piedi più riechi del monda. è chiamata a perfezionare © a diffondere quella che l'alira ha iniziato. Ricono sciamo che la giustizia regnando sulla terra, i due ritrovi fnmosi si acambiano le parti, la volta dapo, perfezionando ciot il Lido quello che la Florida aveva fer licemente iniziato. Così nessuno è geloso» © ulti irovana il lorò tarnaccnto, Malto, sempre. su tutte le spiaggie e im futti i tempi, ha determinato l'orien- iamento delle faggie il ricordo’ del vestita da marinaio, Ed era abbastanza naturale Cra, per compensarla bei pantaloncini abbastanza corti coi quali enira in mare, la bagnante sulla spiaggia nasconde le gambe in larghissimi calzoni, che ricor: danò appunto quelli del vero navigatore, molto allargati ia fondo, per fare le ca- wiglie più fini, Mettiamo ehe slano di Manella rota è turchina, stretti sopra una camicia bianca senza maniche; al collo, ne gligentemente annodato sarà un fazzoletto di vari colori, com- preso quello dei pantaloni e della camicia, Dovunque, fuorche addosso, ma comunque pronta a servire. in caso di bisogno, una giacca lenta, sul tipo di quelle da denmiz, della sicsaa stola dei calzoni. Ì pigiami da spiaggia saccheggiano il mondo intero, in fatto di ispirazioni. (rià sempre al sole cocente le fanciulle in libertà amarano coprirsi il meno possibile, e questo poco nei più wiri colori: adesso poi che ci si meitono anche le reminizconze geo grafiche, la spiaggia diventerà un'adunata carmovalesca. Il Mes sica trionferà vicino agli indi americani; il mariraio fraterniz- serà con l'Orenali dell'ovest selvaggio. Overall è quell'indur mento che i meccanici indossano per proteggere 1 loro vestiti interi, quando piuliacona le macchine. Quanti no avrete veduii, addosso alla fanciulla che lavora nei campi paterni, al cine matografo, insidiata dal brigante del paese, mal protetia dal padre infermo, e salvata nel più nero pericola, da Tom Mix 6 da qualche suo imitatore, sul dorso d'un cavallo quasi umano! L'Ovenali, per le nostre eleganti, non sarà proprio identico a quello che conoscete. La stoffa più chiara, fiorita ed elegante, lascia libere le braccia e la scollatura; I calzoni, abbondanti, salgono a metà del buito, e di li raggiungono con due bre» telle il dorso che è mono protetto del sua apposto. Un'altra combinazione carina è data dal triplice soprabito, a lunghezza ineguale, in ire colori. ll primo è più corto, può tisere lurchiab: quella che vien subito sotto, an poco più lungo ® “il A TI "Pe PR Sto DI) & - ARS e ii ar, e non solamente all'orlo finale. bensi anche alle maniche, sarà bigia, t Vultimo, l'interno È prolungato, di un bel colore mubina. I calzoni abbandonati bigi. e rulla maglietta, cho può ancho cssere bianca, ovvero bigio chiara. una guernizione, un gioca, un capriccio che ripeta i tre colori. Leviamo ora alla nostra docile ed ilvalo provatrice di ve: siti, la giacca, e voltiamo la donna dall'altro lato, L'avete vista molto morigerata sul davanti, e sarete sorpresi di aco- prirle il dorso quasi interamente denudato. C'è una ragione a questa disuguaglianza, ed una buana e logica ragione, come ogni qualvolta scende in campo un capriccio della moda. Fatta la legge. irovato | inganno, diet un vecchia proverbio, Para- frasandala, fatta la moda, trovata la ragione. E soa è colpa mostra. Sono i creatori che fanno l'una come l'alira coca. La povere, le prime vittime sono precisamente le donne, Perché dusque il dorso debba essere quasi per intero cipesio ai cocenti raggi del sole e forse ai mon meno cocenti acchi degli imiliscreti, ci wiene spiegato dalla corriapoadente forma di scollatura usrata da qualche tempo per gli abiti serali. Starebbe malissimo {ed è del resto per avere daservatò l'incoaveniente che il rimedio è stato trovato? una schiena bianca bn là, dove il costume da bagno la proteggeva, e scura dla quel confine in su. Tutta di bronzo ha da ciiere ormai, senza risparmio ed ctonomia, Sarà cstotica, giova almenò aper rarlo, e sarà saluberrimo, Maglio di così, veramente, nemmenò il nebilomo Vidal, potrebbe desiderare. E al piedi? sandali. Di agni paese. di agni foggia, di ogni
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tempo. La atasio dicasi pei copricapi, che si adattano, va da se, alla foggia del pigiama, Fambrem messicano, o cappelluccio da marinaio americano, secondo il resta, E' una conseguenza quarti meccanica, Qui. dove le spiaggie sono per lo più di domiaio pubblico, la gente si aveste a casa e parte in macchina verso il mare, Tutto va beac, bach il costume è asciutto, ma la cosa diventa leggermente incomoda, al ritorna, Non del tutto asciagati dal tole, rientrano nella vettura avvolti in un accappatoio, che non può fare a meno di compenetrarsi sul momento di umidità. Dannoso per la salute, nonché per i cuscini dell'automobile. Per ovviare a questo inconveniente, ho visto un molto sen- sato mantello di cascià grigio (il colore non ha importanza di sorta) loderato di faliiima asia impermeabile di identica nta, Ua impermeabile same un'altra, salvo che protegge l'eitermò contro l'interno. Peri caontami da aqua non ali aslapera ciclusivamente La maglia; ci sono dei crespi colanoni, e ci sono anche degli amoerri pei quali è garantita l'ondulazione permanente. Si ado- pera tutto quella che si vuole, pure di star beno, O maglio. pure di piacere. Le due cose non si equivalgono, benchè a prima wista possan sembrare sinonime. Ma sfane Bene, è già il primo passo Fatto werio la possibilità di piacere. In ogni moda, una doana, per essere felice, dere piacere. E' ua as tioma inoppugnabile, Partita di li, la donna americana, non intende esere ie conda a nessun'altra. E come si veste la donna americanal? All'ultima moda, + indubitato, sia essa ricca 0 porera, Met tiamo subito fusri di causa le ricche. E troppo facile per lora hggicurarai un passaggio eul rapido transatlantico, andare dai migliori creatori di eleganze che reipirino sotto il cielo di Parigi, ed essere come la presente si gnora Dubonnet, ex signora Nash, la più ben vestita donna del mondo. A suon di quallirini al rivoliano le mon: tagne. Ma sono le piccole dattilagrafo, le segrotario, le commesse che in quer sto paese rifuggono dal vestito della passata stagione come iddalla peste, è 060 sempre ben messe, slirateo, fre ache, osdinalisazme, piacevali dla guar darai, e telici che la gente se no accorga, Come avrione il miracolo? Non pensate male. Dico proprio di quelle alle quali serve il parco stipendio che guadagnano, anche ammettendo che qualche Soy=ffneao le inviti sovente a cena e al cinematografo, Deceasione per le quali la necessità di un vestito grazioso si impone sempre più. Nan bamno queste figlivole vestiti da finire, per andare al lavoro? No. Non interessa a nessuno sapere dave finiscano le roba diaatan, perché mon al vedano più in circolazione. Il modello ultimo da noi, è privi legio di sarte costose, che vanno a Parigi parcechie volte all'anno è ne riportano di che soddisfare le csigense delle più ricche signore. Qui invece al procurano buoni modelli «h Parigi, le fabbriche più popolari. che raggiun: gono, a forza di allargare le vendite, delle poambilità di prezzi modici ve: ramente inspiegabili. Qualche valta la nuova linea corre già per Broadway, che ascora i Bou- levards non la sanno, Con rapidità il modella è aiato trasportato, diifatto, per ricalcarne il taglia, o meriso sollo à macchine speciali che tagliano lo iterio viatito a tento a cento. Ci sono fabbriche che si occupano esclusiva» mente, mettiamo di soprabiti per ra- gazzina, cioé di proporzione ridotta, Ci sono fabbriche che pen sano soltanto alle donne fuori di misura. Alire che si sono for- mate la specialità dei weatili coprituita, buoni per le faccende demeitiche. In conclusione una modesta ragazza può avere un vestitino di meravigliosa apparenza per una diecina di dollari. Con quindici, può raggiungere la quasi bellezza di un abito da sera. E il modello è bellissimo. (Ci sarà. per accontentare la maggioranza, una iceltà di colori menò fini. Le atodfe ime piegate non prometteranno la grado durata. A guardarli da vicino © sopratutto dal rovescio, lasceranno alquanto a de: derare. Che importa? Sarà forse un vantaggio di più. Îl vestito non si accomoda (nemmeno la biancheria, del resto). Va fin che va, è poi deve cisere gettato per fare pesto al suovo modella, Se al finire della qua dessderabile carriera. fasse ancora buono, bisognerebbe disfarvene in ogni moda, per fare posto al nuovo, | ripostigli per guardaroba non sono così vadli in queste piecole case per consentire il museo dell'ab- bigliamenta, ad vgni persona. E, al pestutto, è ehe serve un vestito, quando tutte le amiche l'abbiano gia visto e tutti gli amici abbiano già detto; Ti sta bene? Le vetrine straripamo di tentazioni, fra le quali non c'è che Vl imbarario di scegliere. Se non avete denaro bawianie, potete pagare a rate, purchè abbiate delle così dette "refe- renze “, Unica consolazione, nell'osclodere un certo numero di colori e di forme, è che su questa decisione si potrà sempre tornare fra poche seilimane o pochi giorni. E' l'illusione del lusso, per queste lavoratrici, il candimenta della vita e la condanna del risparmio, che gli statiati americani considerano dannosissimo alla prosperità del paese. È poiché queste figlivole, dopo tutto, lasorano pel bene della patria, chi pairà fare a meno di lodarle 1. MANTICA BARZINI
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INI ii ==: — ———_—— EB è o 1! = - — ch — —— ————r > x. ce A n {re grazioni cestili da passeggio. Sopra: Doe abili celtici in erdfpe de chine e in cripe marccaia e un vebrio mantello in tana unita beige con quarnizioni di cuoio siampato beige nero e rosso.
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EE EE E ——_— el’ --DW- al LL Il cappello in paglia di Firenze è sempre il preferito. Da sinistra: Abito si send in perlte bien maria è fiori Pata], > Adina dbilo da «eni î] 7) n ma di 5 in pisso bianco, - deialle in dela i vela aurrrone, dz- sunt, Ieige e arancione. VESTITI E CAPPELLI PER LA STAGIONE ESTIVA
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FUERNE RPIOT STR ISSZHa k ; : = i " i ii * b - Ci = È Pi s E e SR PERSO” ETZNI L'epica impresa del “ Patbfinder", dl popolo romano in Piazza Colonna acclama entusiasiicamente Williamwe e Yancey. Sopra: di “ Palbfinder"* (modello Bellanca) che per prime ba compiuto il valo New Fonk-Roma in 79 ore.
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f piloti americani R_Willianws (nel cenlro) e L. Yancey (a sinistra) che £. E. Mussolini, Capo del Governo e Ministro dell'Aeronantica ba, in seguito af glorioso colo, insignito della medaglia d'ora commemorativa di imprese aeronautiche,
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til È bili Riba ia» ed e (CRI AIBTTE e ca e] ria ] " se BI i - "3 L m PI É DT ' ” Ta 3 A = ù sai SA ca Pe Di a - ra n BI e o par netti . «Se il ny a STE È : ita Sii pai ni : Bitte ‘pd È Pale” 1] pae î n ds n: pre siria? = j i : se ni: È i ” dl "I - LI e È “ cl a DI Dini dt aid a Di i" Pi mina ra = ii a Mb | polti ii - se anioni. I : - fl È “Ma fn da i ci 6 è ii LI Ps * - fado sn ba “a ibi pi - O iti d a , se Li è di iii.) = sà RI | ole a, Ù = » ; z = NI - ù Ri 3 L || TE Zi è l'#) tI fi r” leo IP superbo “rale” della "Croce del Sud" che ba compinto fa Iraevelata Avetralia- Londra (sftz0 Km} in tredici giorni, battendo il recor@ ci Hert Hineler. Sotto: | piloti, capitano €. G. Kingefor? Amilb, comandante, Ulm, Litebfizle è Me Patio al doro arrivo a Roma. Sopra: Laeroplano all'atraperto del Liltorio.
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LE Ta lla l_ (Tn e "i TITO ii Jortunosre pala cell'appanecchio d di a Tarare l'raaco £ detrnplamo Fai ail a dare della Marisa Inglese. Sopra : f piloti prima della partenza. della naee sliatinee, da a Fagle ; Lat
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= TIT È î | Î Pc =, L'amaaraggio a Odessa. VERE Pi te ill Corlinza cirla in volo dii nostri iffveolanii. Sopra Pa I, n SA n. | pe Ea
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rv TENETE AEREI : % alli 7 FI ua taz ni ai e rl lì Lau | uit e > Il Principe aviatore. SAR il Duca delle Puglie, che ba portato con sé in colo da Alilano a Forino l'Atgieeta sv iiladre Picbera d'Aosta, Sotto: dl Principe a collognio col Comandante Ferraria,
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bl craig SE Le e Ù| lhi ì | e È | a TA dl È ' | al deg 1 RR de alia. bc: criari dea a difendere i) La collaborazione fra fa nave e il velivolo, Sul transatlantico tedesco " Bremen" è stata installata ana catapulta di lancio per idroplani.
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a N° | Pi ri Il campione dell'allevamento italiano Ortello, del Nob. De Montel, batte il quattro anni francese Pincenu del Barone Rotbscbil? nel Gran Premio di Milano. Sopra: La partenza. Sotto: L'arrivo.
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Li dA E è dl ** Bologna "conquista il campionato ilalinno di calcio Ballendo a HMema la squadra del © Torino". Vara fase dell'envozionanie partita.
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ciel gar AI ni Re 04 i) Di LI di tl Mi o lità Acli AZIO IIS BEIGE Pai mit za (li ilaliani ai campionati di allelica inglesi nello stadio di Slamford Bridge. lavernari, il terzo, nella semifinale delle &fo varde. Sopra: Beecali, mentre sallo, nella prova d'ostacoli di due miglia,
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del den A pe”; Di a VE TI E ra ) ki | | L| TUALTILI i = si este a a Facelli fatte a Londra il campione olimpionico Lord Bargbiey, abbassando il record inglese della corsa d'ortacoli su 40 yard
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o I r agi ero z * A A ri BRONI e = ur si mal w DI LI fe* à ia St Iron "ILE di pr Ary PI TIRES lia si ala | | ino di Francia si disliague una n Pe Nel € non (Polonia). Sopra: sifitenà ci aroderli corridori italiani. Cantoni, che rappresentava l'Italia al concorite dei Sokal Politcehi, prende parte tone del gagliardetto cel Fascio di Pa La spera ginnastica sel Colonifiéio all'inaugnraà.
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dl ponte i partenza su canale della Aprea. La vittoria ripor- tata dal nuotatore ita: linno Gianni Gambi, nella traversata di Herlino, assume un più alto significato quando si penza che mentre i nuotatori tesserati sommano, nel nostro paese, a poche centinnia, la {sermania, coi suoi trecentomila nuota- tori, si può considera» re, specialmente per le pare di mezzo fon- da, all avanguardia del'nuotòo europeo. Teoncorrenti alla classica gara tedesca ernn-civizi, a seconda del valore, in diverse categorie, fra cui quella dei campioni, in cui prese la par- tenza il nostro rap: presentante, chiama to a lottare contro avversari della forza del’ campione unghe- rest Pahok e del came Là TRAVERSATA A HUOTO DI BERLINO Pira e 73 A smi di wimeilore cara ta balllnnte Afarfet, piome germanico GAI duemila metri in ma» re, Steinhaulil. La gara si ridus- se ad un duello fra Gambi e Steinhauff, duello per modo di dire perché, sebbene avvantaggiato dalla maggiore COMoscenzA del percorsa, il tede» CO Dot riusci mai nd inquietare sernamente l'italiano, che ni tre- mila metri » il per Corso €PFa cli CE chilometri - aveva già corsa vinta. (Questa vittoria, conquistata in circo» stanze rese difficili, dal valore degli av- versari oltre che dal- la bassa temperatura dell'acqua, dimostra una volta di più che, nel campo atletico, sono aperte al mu- scolo e al coraggio italiano le più scon- linate possibilità. VINTA DALL'ITÀ. LIANO GAMBI
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74 GLORIE DELLA SCIENZA ITALIANA IL MICOLOGO GIACOMO BRESADOLA Giacomo Bresadola, rapito pochi mesi sono alla scienza italiana, è un magnifico esemplare di quegli innamorati della natura, per i quali la vita è uno spettacolo giocondo offerto dai viventi che la terra pone sotto il nostro occhio. Questo sacerdote mite è modesto appartiene agli innamorati degli spettacoli maturali: innamorati che sanno senza preparazione, senza mezzi, superare le difficoltà; diventando maestri per diritto divino, e assumendo la funzione di rivela» tori per forza del loro intrinseco amore. In Austria un alto sacerdote, il Mendel, aveva offerto nel passato secolo, un mirabile esempio di questa tendenza e di questa forza. In Francia uno studioso dapprima nascosto, Enrico Fabre, apparte- neva alla medesima schiera, colla sola differenza che se in Fabre la rivelazione al grande pubblico è de- rivata più dal poeta dei fenomeni naturali che non dall'esatto osservatore, in Mendel ed in Bresadola l'osservatore esatto seppe restare tale tutta la vita, a costo di sacrificare il senso della poesia ed il de- siderio del romanticismo naturale. Bresadola è di coloro che attestano coll'esempio, come la vita possa trascorrere felice nella osserva- zione delle piante: forse perché non vi è minor sa- viezra nello studio del regno vegetale, di quanto non si riscontri nell'esame filosofico della storia dei popoli. Forse in Bresadola cera quella stessa fiamma che ob- bligava Becthoven a fuggire gli uomini per vivere tra i fiori e le piante, sino a proclamare crudelmente che le piante lo interessavano più e meglio degli uomini. Il canto dei viventi che parlano col calore è colla forma è una pagina della storia del mondo, forse la iù pura e la più bella: perchè forse veramente i ri sono, come nel pensiero di Goethe, gli arcani ge- roglifici dei quali si vale la natura per rivelarci il suo amore. Era nato nel 184 a Ortisei in Val di Sole ed era cresciuto tra modesti studi, frequentando prima la scuola tecnica di Rovereto, ove la passione per la storia naturale e per il disegno si rivelava sino dal. l'inizio. Poi era stato spinto dalla famiglia e dalla mitezza del carattere agli studi religiosi: e, diventato sacer- dote fu prima capellano a Pinò, a Roncegno, a Malè e infine curato a Magras. Più tardi passava all'amministrazione presso la sede vescovile di Trento, trovando così occasione più ocio per coltivare le sue belle doti di osservatore, i studioso e di artista. Sino dai primi anni di studio aveva compreso la intima pocsia del regno vegetale, e si solfermava presso i fiori e le piante collo stesso amore col quale esercitava il suo ministero di sacerdote. I fiori erano la sua passione e la botanica divenne il mite amore della sun vita. Un amore sereno ma vivido, che lo spara allo studio esatto, all'analisi dei vegetali, alla perfetta classificazione sistematica delle forme. A taluno era parso dapprima strano questo prete che amava raccogliere fiori e foglie, e che tanto tempo trascorreva nel classare piante, nello stabilire varietà e nel definire specie. Gli uomini legati alla vita del guadagno e della pratica non potevano sentire l'arcana armonia della voce che allo spirito del giovane ca- pellano veniva dai vegetali: e forse credevano ad una innocua mania so poelitabtica di altri affetti e di al- tre passioni. Ma in Bresadola l'amore allo studio dei viventi era amore profondo fatto di saggesza e di fede. Per- correndo i suoi monti aveva appreso a conoscere i suoi fiori, a distinguere le varietà, a riscontrare le nascoste bellezze che l'occhio del profano non sa rintracciare perché non armato dalla intima fiamma che fa scorgere in ogni vivente una rivelazione della divinità. Dapprima si era occupato di fanerogame: poi i vegetali inferiori (e specialmente le crittogame) di- vennero il campo delle sue belle esercitazioni di stu- dioso e di innamorato. Quando il dilettante credette essere così ben pre- parato da insegnare agli altri, dovette subire una delusione, I primi studi di classificazione (era allora sacerdote a Malt) furono sottoposti al direttore della rassegna di micologia di Parigi, ed il giudizio fu poco lusinghiero. Una folla di errori di classificazione ve- niva riscontrata e la doccia fredda al dilettante do- vette parere bene amara. Allora il Bresadola comprese che occorreva rico- minciare da solo la preparazione con maggior critica. Coi pochi mezzi che aveva, si procurò 1 testi che dovevano guidarlo alla esatta classificazione: e con lena innamorata si rimise al lavoro senza sottostare al trauma dello sconforto, Prova evidente che quando una finmma ideale (non conta la natura dell'ossigeno che alimenta la fiamma) sta bene accesa nel nostro spirito, sempre deve finire questa fiamma per brillare vivida ed intensa. Nel francese Quelet (che era tra i migliori stu» diosi di funghi della Francia) trovò una guida non avara di consiglio è di aiuto. In breve il Brsadela si impossessò di tutto quanto & noto in materia di funghi, e tutto questo grande gruppo di viventi alquanto misteriosi e poco studiati, divenne un regno nel quale tutte le vie erano aperte al suo spirito. Dopo qualche anno egli era realmente considerato come un maestro di micologia: un maestro che amava studiare le sue creature, rappresentandole poi in di- segni ed in acquerelli di una esattezza mirabile e di una vitalità estetica che arrivava oltre i limiti della virtuosità per attingere veramente alle vette dell'arte. Una folla di pubblicazioni in un numero non gran- dissimo di anni rivelavano agli studiosi questo inte- ressantissimo tipo di scienziato-artista-sacerdote, for- mato da st, alimentato prima di tutto alla sua fede, e diventato umo dei più grandi, e forse il più grande, micologo del mondo. Ì Sessanta memorie scientifiche attestano del suo walore, della sua sagacia, della sua specifica coltura. Tutta la flora micologica del mondo era da lui Lies in rassegna, studiata sul vero, analizzata è isegnata. Le sue tavole sono modelli incomparabili, superiori di assai a tutto quanto siamo abituati a vedere anche come espressioni di laboratori di fama mondiale. Nel febbraio del 1937 il suo spirito di studioso
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E; lrincome raccolto aveva la gina di vedere il coronamento della sua opera, nelle feste che tutto il mondo degli stu- diosi gli tributava, e col riconoscimento unanime di grande micologo e di primissimo tra gli studiosi di micologia. In quell'occasione, da tutte le parti del mondo convenivano a Trento gli ammiratori è gli stu- diosi, per dire al vecchio glorioso e modesto, il plauso di tutti per una vita così mirabile di nobiltà, di bel- cerra, di passione. Sugli occhi del vecchio glorioso alcune lagrime attestavano la intima gioia: e lo stu- dioso vissuto fuori del mondo, collegato fraternamente con scienziati di tutti i continenti attraverso ad una corrispondenza senza limiti, sentiva di quale amore era stato sorgente il suo appassionato abbandono alla natura e la sun immane fatica di ricercatore, che nulla chiedeva agli altri se non la possibilità di conoscere e di rivelare. Leonardo aveva un giorno scritto che “chi più conosce più ama" e gli uomini di studio dicevano al vecchio micologo come sia pure vero che “chi più co- nosce più è amato". | Segno imperituro per tutti della nobile fatica è dell'alta mente, era l'inizio della pubblicazione della Sconsgrapbia mycelogica in ventun volumi: opera im- mane che fisserà per sempre sulla carta le ricerche Brandala. gli esami le classifiche e il nobile saggio artistico di questo sacerdote-botanico il cui nome non morrà. Lezione nobile e grande per tutti, questa vita e questa elevazione di un umile prete di campagna, che ha insegnato coll'esempio, che ha insegnato oll'a rà, che ha mostrato come sotto tutte le latitudini e in tutte le condizioni della esistenza, sia possibile ele- varsi e giungere alle vette. Esempio pieno di una arcana poesia, questo di un uomo vissuto fuori del rumore, unito per mezzo di fila spirituali ai fratelli di studio, vissuto tra il do- vere cella sua esistenza di sacerdote è la grande pas- sione per la natura. Amore non vuoto e perduto, ma ricolmo di saviezza, di nobiltà fattiva, di utilità umana: amore che rivela come nessuna difficoltà arresti il cammino, se all'a- more ed alla fede è unita la tenacia costruttiva. Un giorno nei libri di insegnamento che ai giovani rivelano gli esempi del passato, il nome di Giacomo Bresadola figurerà in posto nobile, così come altrove è illustrato il nome di Fabre o quello di Mendel, Questo prete italiano che ha tutte le stigmate di te- nacia dei nostri montanari e tutta la grandezza spi» rituale dei nostri umanisti, merità lo si ricordi e lo si ammiri in raccolta affettuosa fratellanza spirituale. E, BERTARELLI
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Ti Paesaggio alpestre nel cuore delle Dolomiti.
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i) La sede dell'Istituto Italiano di Speleologia a Postumia. LE NUOVE MERAVIGLIE DELLE GROTTE DI In verità più che meraviglie nuove, la celebre grotta ci offre quest'anno addirittura il compendio, la sin- tesi, la conclusione di meravigliose scoperte, esplora» zioni ed imprese, di cui, da alcuni anni a questa parte, abbiamo ogni tanto letto gli interessanti racconti. L'impazienza con la quale si attendeva la rivelazione di questa nuova parte del mondo sotterraneo di Po- stumia, impazienza che in tutti i wisitatori è stata sempre vivissima e si rivelava nelle richieste continue di poter visitare i lavori in corso, era pienamente giustificata. Ora, a rivelazione compiuta, si è potuto consta- tare che effettivamente questa fantastica regione, che sembrava non poterci offrire più nulla di nuovo, te- névà invece in serbo tanta varietà e novità di forme, di apparizioni, di proporzioni, di interi pacsaggi ce di immense cavità, da farci sbalordire, annientare nel» l'esaurimento più completo di ogni possibilità di espressione. Oggi si può ben dire che le RR. Grotte Dema- ninli di Postumia racchiudono il complesso più vario e più esauriente di tutto ciò che la caverna d' acqua, la grotta, l'abisso ed in generale tutte le forme è possibilità che si incontrano nel sottosuolo, possano offrire all'occhio vigile del visitatore intelligente, al- l'occhio bramose dell'esteta, all'occhio attento dell'in» dagatore e a quello di chi ama le impressioni nuove e strane e cerca la lezza più eccezionale e più varia, per abbandonarvisi con tutti 1 sensi della con- templazione più profonda. LA PASSEGGIATA SPELEOLOGICA Ci si permetta il paragone; le Grotte di Postumia sono divenute dopo l'apertura delle grotte nuove, quello che la celebre passeggiata speleologica romana POSTUMIA è per gli amatori delle antichità nostre: una continua vicenda di scenari suscitatori di tante e così svariate sensazioni che, giunti alla fine di essa, possiamo ben dire di aver dato fondo all'universo sotterraneo, Passeggiata speleologica dunque, classica per cc- cellenza. E che cosa infatti non si trova durante questa inusitata passeggiata attraverso le viscere di una in- tera, estesa, boscosa, montagna? Perché, con l'aper- tura della nuova grotta, Postumia oggi ci offre questa incredibile possibilità: di imziare un viaggio in fer. rovia sotterranea è di finirlo, uscendo dall'altra parte del monte, in motoscafo. Ecco, ad essere proprio esatti, il motoscafo non c'è ancora, ma non passerà molto che ci sarà anche quello. Per ora si esce alla luce costeggiando una riviera e dei laghi sotterranei. Ma procediamo con ordine. Quali sono queste nuove grotte ? Per poter orizzontarci in questo nuovo e così vario labirinto di Postumia, bi a anzitutto ricordare che esso È stato scavato tutto dalla Fiuca, il piccolo fiume che vi penetra per un'ampia spaccatura sotto il piaz» zale e che appena penetrati nella grotta, vediamo attraversare il Grande Duomo e scomparire subito a sinistra, per meande conosciuti soltanto a quelli arditi esploratori di cui leggiamo tante volte le gesta. Sono circa 25 chilometri di grotte che il fiume ha scavato; una parte di queste sono ancora percorse dalle sue Acque e sonò vere è proprie valli sotter: rance, una parte invece è stata abbandonata da csse e si è ammantata di quelle scintillanti conerezioni, che sono la maggiore è più insospettabile meraviglia di questo parco speleolagico. Ora la nuova attrattiva che le grotte di Postumia offrono alla curiosità del pubblico consiste appunto nella wisione di questa particolare forma sotterranta
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Salu delle Fine 79 che il fiume, con la termibilità della sua azione scan- volgente e corrodente, sta imprimendo per più di un na ometro di corso visibile, in fondo all'Abisso della iuca. IL NUOVO GRUPPO DI GROTTE Ma per avere un'idea schematica e precisa di ciò che costituisce il nuovo gruppo di grotte visibili uest'anno, bisogna sapere che, disgiunte dalla grotta i Postumia, esistevano separate da essa, poco lon- tano, in mezzo al bosco, due grotte scavate dalla Piuca in epoca lontanissima, una abbandonata da essa e frequentata in alcune parti più basse soltanto dalle sue acque in pieno, la Grotta Nera, ed una, l'Abisso della Piuca, percorsa ancora dal fiume per un chi- lometro circa. La Grotta Nera, conosciuta già da secoli, apre la sua lugubre entrata in mezzo alla foresta e, per la leggiadra inclinazione del suo ingresso, fu frequentata fin dal 500, cioè fin dai tristi tempi in cwi i Torchi cominciarono a compiere scorrerie, sempre impunite, fin sel Friuli. Questa grotta dall'aspetto tanto eccezionale, dove le stalagniti maggiori sembrano tagliate nell'ebano, dove i soffitti hanno assunto toni che esitano tra il viola ed il bruno e dove, a maggior contrasto, risal- tano stalattiti e conerezioni perfettamente candide degli ultimi secoli, era visibile soltanto a chi da Po- stumin si recava in mezzo alla selva e ne conosceva l'ubicazione. Altra grotta interessantissima, ma che era disgiunta e scparata, è l'Abisso della Fiuca, che sprofonda per So metri con pareti a piombo nelle viscere della re» gione, poco più in là della Grotta Nera. Fino al 1566 questo abisso rimase inesplorato, e soltanto in questi anni si volle conoscere il mistero di quell'ampia ca- verna, che dall'alto si intravvedeva squarciarsi nella parete a pieco e dalla quale giungeva il sordo ru- moreggiar di acque precipitose. Fatta l'esplorazione della valle sotterranca, si potè seguire il fiume in direzione di Postumia per circa un chilometro, in mezzo a «difficoltà enormi, che ri- chiesero mesi di fatiche è di lavori è si arrivé aid un lago entro il quale l'acqua rampollava da sotto una parete. Abbattuta questa parete, si apri una piccola saletta circolare, il cui pavimento cera formato dal- l'acqua del lago stesso, profondo in quel punto 26 metri. Da Postumia si tentò di arrivare fin là, lungo il corso del fiume, ma una situazione uguale a questa bloccò definitivamenie ogni esplorazione ad Huo metri da questo punto. L'acqua passa e l'uomo no. Ecco perchè queste grotte unite da una medesima vena ge- nitrive, erano per noi separate del tutto. L'altra parte di questo Abisso della Piuca, quella che procede in direzione di Planina fu pure esplorata, ma dopo puco cammino un analogo laghetto a sifone fer- mò ogni avanzata. Qggi sappiamo che da questo punto per 2200 metri il corso del fiume è ignoto, ma che dopo 230 metri le sue acque ricompaiono in fondo alla caverna di Planina e la percorrono quindi per 3 chilometri attraverso immensi laghi, fino ad uscir alla Ince precisamente poco al di li del nostro confine. Verri giorno in cui, superati i 2100 metri di corso ignoto dol fiume, questa meravigliosa grotta di Postu= mia si prolungherà lino a Planina e costituirà l'ultima e definitiva parola in fatto di colossi turistici sotterranei. LA PIÙ BELLA GROTTA DEL MONDO (C'era poi ancora la Grotta «bel Paradiso, la più bella grotta del mondo, né più né meno, che, per esser appunto la più bella e la più ricca di conerezioni di una delicatezza di trina e di una bellezza di colori
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abbagliante, non si sapeva come render accessibile al pubblico, perchè, essendo costituita da una caverna lunga foo metri, diramante da una parete del Cal. vario, a parte la inaccessitolità della sua porta di entrata, posta a grande altezza, a parte la estrema fragilità della miriade dei suoi cristalli, era come un sacco nel quale la gente entrando sarebbe rimasta precisamente insaccata se, giunta in tondo, non avesse potuto per altra vin uscirne. A queste difficoltà fu provveduto con una serie di espedienti quanto mm singolari ed interessanti. Un ponte gettato dalle pendici del Calvario contro la bocca di entrata della grotta, la collegò al sentieri della grotta di Postumia e una wia stretta stretta, ben chiusa da una doppia balaustra in accinio, con- dotta con molti ghirigori attraverso le selvette di questo miracolo della naturà, permette ora di am- mirare tutte le bellezze, facendo passar però ben lon- tani dalle concrezioni più fragili, mentre la balaustra forma una barriera insuperabile per tutti, apecial- mente per quelli che sarebbero tratti da indisciplina» tezza € poco rispetto per l'opera mirabile a varcare i confini del percorso segnato. La ultimo una breve gal. leria di So metri condotta dalla fine della grotta verso una grande caverna sottostante al Calvario, rende possibile l'uscita del pubblico, sempre rinnovantesi, Allacciata così la grotta del Paradiso al “ Nuovo (Giro si trattava cli passare nella Grotta Nern, La comunicazione con questa fu data dalla grande gal leria alla quale, ad eterna memoria degli insigni me- riti acquistatisi in questo campo dal tanto compianto Presidente del T. GC. I. fu dato il nome di Grallerina L. V. Bertarelli. Questa Galleria Bertarelli, che nel suo vario per- corso si allarga in piccole cavernette destinate ad ospitare le visioni della vita cavernicola è cioè: una abitanza preistorica, la lotta dell'uomo con l'orso della “averna, la flora è la fauna cavernicola di quelle lon- tane età c quella attuale, porta rapidamente n sboc- “are nella immensa sala nera della grotta dmnonimi: La strada, c questa è la parte più graniliosa è geniale nel tempo sbesso di tutto il progetto, scorre sollevata su un terrapieno più alto assai delle mas- sime piene, costeggiando da prima il laghetto e quindi (rotta del Paradise. internandosi in un'ampia gal- leria, che è squarciata di quando in quando da ampi finestroni che si aprono sul fiume in modo che al visita» tore appaiono le più inaspet- tate ed infernali visioni a ogni procedere di passo, fin- chè, superato il tratto delle rapide, la valle si allarga nella tranquillità di un'ampia riviera, sotto un arco di solf= fitto tutto pendulo di miriadi di frangie candide, e, lontano lontano, appaiono i maestosi pilastri azzurri che sosten- gono le arcate della grande caverna, sopra la quale im- provvise splendono le im- Un angolo suggestivo della Grotta del Panadiva,
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La Sala rosa. mente reti dorate dell'A- bisso della Fiuca, che una scalinata comodissima in ce- mento armato ci fa superare in pochi minuti, finché uscia- mo in mezzo ad "un cammino alto e silvestre”, il più alto e silvestre immaginabile, in mezzo ad un bosco millenario mentre nella mente è negli occhi ancora canta l'inno del suo eterno mistero la sfinge impenetrabile del mondo sat: terranco; l'abbagliante mi- stico splendore dei cristalli e delle acque della grotta. Ma dalla sognante con- templazione del fantastico cammino percorso ci strappa { irolle di Parluona: il Groade iMuoota. BI rudemente l'acuto suono del klazon è lo stridulo fre- mito dei motori delle automobili è déi Char a bancos che, attraverso una via stupendamente pittoresca, riportano tutti a Postumia. L'ISTITUTO DI SPELEOLOGIA Anche l'Italia ha dunque finalmente il suo “Isti- tuto cdi Speleologia". Della sun costituzione ab- biamo avuto l'annuncio tempo fa da Postumia, dal Consiglio d'Amministrazione di quelle Grotte Dema- niali, chiamato dal Governo Nazionale, oltre che a valorizzare quell'importante compendio sotterraneo, a dare anche il massimo impulso agli studi e ricerche in materia speleologica. {Hkecorre rilevare |' importanza di quell'atto, che segna una tappa luminosa nella storia della speleologia italiana 7 Qecorre dire che dell'attività di questo nostro nuove istituto ne ritrarranno benefici immensi tutte le scienze che alla speleologia si collegano, e ne deriverà pure un vanto grandioso alla scienza italiana, ora completata in questo ramo importante? La speleologia moderna, scienza sintetica per co- cellenza, e che nel suo complesso può dirsi realmente la geograha della cavità sotterranca, mon ha avuto, almeno fino a pochi anni fa, nel nostro paese, uno sviluppo adeguato all'importanza che lo studio delle caverne può avere nel campo scientifico è alle appli- cazioni pratiche che possono scaturire dalla semplice teoria e che, sotto varie forme, possono contribuire alla maggiore efficienza dell'economia nazionale. Se si fa eccezione per gli studi di E. Boegan sulla Grotta di Trebigiano e sulle sorgenti di Aurisina; per gli altri studi speleologici di G. A. Perco; per le indagini speleologiche sotterranee condotte dai com- pianti De Stefani ed O. Marinelli in Toscana prima, e dal Timeus e dal Vortman nella Venezia Giulia, poi: per i numerosi contributi dati dal Mueller sulla fauna colcottorologica sotterranea e per la pubblica- zione del volume "Duemila Grotte" da parte del defunto L. V. Bertarelli in unione al Boegan, s1 deve purtroppo constatare che l'attività fin qui svolta ha avuto carattere puramente sportivo, ben lungi dal soddisfare le esigenze che la scienza richiede.
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LI tm — red * iaia = == pene. el CET = tu =—=pS2SI , * - sua tt “Cso ua essre] lla ferrovia. BI Le esplorazioni, i rilievi di caverne, eseguiti som- mariamente e, talvolta, anche troppo rapidamente, e gli sforzi encomiabili compiuti dai vari gruppi grotte, se una parte sono stati utili per la compila» zione del catasto delle grotte d' Italia cd hanno se- gnato l'inizio, indispensabile si, ma sempre inizio di una vera e propria indagine scientifica, dall'altra non hanno mai raggiunto lo scopo e sono rimasti lontani dall'esaurire il compito della speleologia, quanto mai vasto e complesso, In altri paesi europei, ben più poveri di cavità sotterranee, le indagini spelcologiche su base scienti- fica moderna ebbero grande sviluppo fin da prima della guerra è raggiunsero un grado elevato con la fondazione di appositi istituti disciplinanti magnifica- mente gli studi speleolagi teorici e pratici. La Francia ebbe la sun “Stazione Spelcologica” a Parigi; l'Un- rberia il suo " lastituto di Speleologia " a Cluy in l'ransilvania; l'Austria il suo " Istituto Speleologico ” a Vienna, ancor oggi il meglio organizzato ed abbrac- ciante tutti i campi dello studio delle caverne (fisico- biologico © preistorico), come si può desumere dalla numerosa ed importante serie delle monografie pub- blicate, In Italia, il fervore speleologico, può dire sia incominciato, meno poche eccezioni, qualche anno dopo la guerra, a seguito della propaganda instancabile condotta opportunamente dal compianto L. V. Ber- tarelli e dal Direttore delle RR. Grotte Demaniali di Postumia. L'Amministrazione delle RR. Grotte di Postumia, facendo suo il programma dell'allora Presidente del T. C. L., Vicepresidente di quella Azienda Autonoma di Stato, iniziò subito tutta una seri di lavori pre- paratori, intesi a dare un forte impulso a tutti gli studi ed a concentrare ogni iniziativa in un unico ente, capace di coordinare l'attività degli enti minori, dei circoli speleologici in ispecie. Il Catasto delle Grotte d'Italia, iniziato nel igis con la cooperazione di tutti 1 gruppi grotte, segnò il primo passo sulla «ia delle realizzazioni. Al Catasto segui subito dopo la pubblicazione della rivista spe- leologica “ Le Grotte d'Italia", edita a Postumia, ed a questa come naturale conseguenza, la fusione mo: rale degli intenti, culminante con l'istituzione della tessera spelcologica, decretata dal Ministero dell'Eco» nomia Nazionale, cd ora in via di rilascio, Mancava soltanto l'ente massimo che solo avrebbe potuto dare un preciso indirizzo a tutta l'azione. Ed ecco il Consiglio d'Amministrazione delle RR, Grotte Demaniali di Postumia, che in una sua seduta deli» bera la creazione immediata dell'" Istituto Speleologico Italiano" stanziando l'ingente somma occorrente. E' una svolta decisiva questa, alla quale la speleo- logia é arrivata attraverso infinite peripezie è noi non staremo a difonderci qui nelle difficoltà che i proma- tori incontrarono per raggiungere l'intento, Diremo invece che l' Istituto ha già iniziato i suoi lavori e che ha già la sua degna sede a Postumia in due piani di un edificio demaniale ceduto allo scopo dal R. Provveditorato Generale dello Stato. Il primo piano è stato adibito a Musco Speleo- lagico, al quale sono stati già ceduti tutti i materiali raccolti da quella Amministrazione nel corso di un secolo: al secondo sono stati sistemati gli Uff della Direzione dell'Istituto, la biblioteca, 1 laboratori scientifici e le sale di riunione di studio. L'attività scientifica dell Istituto è ormai fissata. OQltre alle varie attribuzioni che sono di sua competenza per la disciplina cd il coordinamento di tutte le 1m- ziativa, esplicherà serie indagini in tutti i campi della speleologia e si dedicherà particolarmente alle ricerche fisiche e geomorfologiche, alle ricerche delle forme
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Lo scalone di accesso al piazzale delle Grotie. carsiche superficiali {studio delle cavità sotterranee dei territori calcarei e di origine diversa — determi- nazione dei caratteri geohsici e meteorologici delle grotte — calva nta idrografa arpa alle ricerche pa leontolo iche e preistoriche (indagini me- diante scavi nei depositi ossiferi delle "anna e alle ricerche bialogie che acquisteranno un campo vastissimo nello studio della fauna e della flora ca- vernicola. AIl'Istituto è stato pure affidato l'incarico della conservazione dei materiali raccolti e della pubblica- zione della rivista speleologica “ Le Grotte d'Italia" che tanto favore ha incontrato in questi ultimi anni. LA NUOVA STAZIONE DELLA FERROVIA SOTTERRANEA Ma prima di terminare questa rassegna sulle nuove opere di Postumia, ci sembra doveroso accennare un nuovo edificio, degno in tutto dello splendore del luogo: la nuova stazione della ferrovia sotterranea delle Grotte Demaniali, La nuova stazione sorge a destra del piazzale, proprio a ridosso della parete rocciosa che contorna su due lati l'accesso al sotterraneo. Il piazzale è sopraelevato di almeno 5 metri dal livello stradale ed è tutto contornato da una balaustra ietra bianca d'Aurisina che spicca wi orosamente et sfondo verde della vallata della Piuca e del massiccio del Monte Re che si profila in lontananza. Si accede al piazzale per un ampio scalone che da una parte fimsce nello sperone rotondo formato dal muro di sostegno e dall'altra si attacca alla roccia con una paladiana, imitante, nelle sue rosse sculture, le stalattiti delle grotte. L'edificio è costruito completamente con pietra del Carso: dalla Gabria-Tomadio all'Aurisina bianca ed alla stalattite, che viene applicata er la prima volta nelle costruzioni edilizie {si ricava dagli ammassi di conerezioni calcaree che riempiono certi ambienti sotterranei del Carso e che, induritisi straordinaria. Dante nei millenni passati dalla loro formazione, hanno uistato un grado di durezza superiore alla comune sta attite). Lo stile è un po' fuori del comune ed ha certi riscontri col veneziano e col fiorentino. Si comprende però è prima vista che la preoccupazione dell'archi» tetto è stata quella di armonizzare la costruzione con l'ambiente. È vi è riuscito egre inmente. AI primo piano si accede per si grande scalone dell'atrio, il cui rivestimento in stalattite rossa, con- trasta anche qui con il nero della pietra di Gabrio che n ca adoperata per i due escamilli. la grande terrazza aperta, che circonda, su tre 19 ta primo piano, si passa nel salone, il quale, per le sue dimensioni (35% 20) è per essere senza appo mediani, è, senza dubbio, il più grande esistente nella Venezia Giulia. ELa stazione ferroviaria delle Grotte è posta in una galleria artificiale fra il fabbricato è la roccia. Due file di binari, con banchina sopraelevata, la per- corrono e la congiungono, da una parte con le grotte, attraverso una galleria di raccordo scavata recente mente, e dall'altra con la rimessa, lunga 90 metri, scavata anc questa pochi anni or sono per acco- gliervi la ben orata dotazione ferroviaria.
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85 tdi ssaa Pr ste i, == de F î i D DI lE he Li pale col vestibolo della mostra. n allro accento col padiglione dell'industria mineraria vlestana. ingresso priaci È i K- ver e “Ti Di im. 5 î di = " @ Sa LA «i ìÉ o fi È Le tal mam nr “i La
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[na caratteristica fotografia della prua di uno dei nuovi incrociatori anericani di 10.000 tonnellate, nel cantiere di Broakiys. Ditetittt reiportiabile: MANLIO MOROKONI
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Li ISTITUTO NAZIONALE DELLE ASSICURAZIONI DIREZIONE GENERALE ROMA pi I capitali entire l'Istituto Nazionale delle Assicurazioni sono garnatiti dal Tesoro dello dilato oltreché Salle riverve ordinarie è simerdinorie dell'Ente. Le polizze, quindi, emesse dall'Istituto Nasionale delle Assicurazioni banno il carattere e le garanzie dei Titoli di Stato. L'Istituto ha adottato svariate forme assicurative adatte ad ogni condizione sociale. Per le “Assicurazioni Popolari” non è richiesta la visita medica ed i premi sono pagabili in rate mensili. Attualmente i capitali assicurati presso l'Istituto Nazionale delle Aasicurazioni ammontano a nove miliardi e merro. L'Istituto Nazionale delle Assicurazioni che è il regolatore del mercato assicurativo in Italia, ha Agenti Generali in tutte le città del Kegno, nelle Colonie e all'estero. Le Agenzie Generali è le Agenzie Locali rappresentano anche “ Le Assicurazioni d'Italia" Società collegata con l'Istituto Nazionale delle Assicurazioni per l'esercizio delle assicurazioni contro i danni: Incendi, Furti, Diagrazie accidentali «e Responsabilità Civile, Grandine, Trasporti, Rischi Acronautici.
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SOCIETA CERAMICA RICHARD -. GINORI CAPITALE INTERAMENTE VERSATO L. 20000,050 SEDE SOCIALE; MILANO - YlA BIGLI. ai Stabilimenti : NR i Gi Stabilimenti : S. CRISTOFORO ( AT: ava (Milano) n] x = DOCCIA {Sestohorentino} PISA RIFREDI (Firenze) SPEZIA PORCELLANE - MAIOLICHE - TERRAGLIE COMUNI CERAMICHE ARTISTICHE PIASTRELLE PER RIVESTIMENTO DI PARETI ARTICOLI D'IGIENE ISOLATORI DI PORCELLANA PER OGNI APPLICAZIONE ELETTRICA CRISTALLERIE - ARGENTERIE Depositi di Vendita: TORINO . MILANO . GENOVA . BOLOGNA - LIVORNO FIRENZE - PISA - MONTECATINI -. ROMA - NAPOLI CAGLIARI - S, GIOV, A TEDUCCIO (Napoli)
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Fondatori: ARNALDO MUSSOLINI - MANLIO MORGAGNI Direttore: MANLIO MORGAGNI REDAZIONE, AMMINISTHAZIONE MILANO VIA LOVARI, 10 TEL N fe] ABBORAMENTO por il 1009 L106 Ezio LL d). HUMERO SEPARATO L. 16 | ILLUSTRATA DEL “POPOLO D'ITALIA" LA RIVISTA Anno VII « iN. &- Agosto 1979 - LA RIVISTA esce ogni moie | | PubilÒiichà Coscessicnaria cosclasiva Uniaoe Palbblicità Maliana, «— ] diffi i ripraderitae co di iridutiose sano riaemvati per tusil di pari. I MESSAGGERI DEL NUOVO VERBO Come uno stormo di rondini che giungono piene d'ansia da un lungo viaggio e ritrovano il nido e in- torno ad esso sciamano garrule e gioconde intessendo voli sereni come se fossero rinate a nuova vita, così i freschi virgulti della nostra razza, nati lontano, cre- sciuti lontano, son tornati alle prode fatate, che un giorno i padri abbandonarono per cercar nel mondo il pane necessario, e han vissuto la perfetta gioia di chi ritrova la vera culla e la riconosce maliosa e stu- penda come quella intravista nei sogni infantili. C'è un segno del nostro destino nel ritorno di questi fanciulli nati sotto altri cieli da italiani emi- grati. La nostra razza vigorosa e feconda ha donato sacrificio e lavoro a tutti i popoli del mondo e alle opere umane costruite sotto ogni orizzonte. Non s'é gettato un ponte, scavata una miniera, eretta una costruzione, arato un campo, abbattuta una foresta, incanalato un fiume, dischiuso un porto, mon s'è insomma costruito un segno della marcia fa- ticosa ma inarrestabile della civiltà sotto ogni lati- tudine, in ©gni angolo del mondo, senza che il sangue e il sudore italiani v'abbian contribuito in modo pre- Zioso © necessario. Ma la Madrepatria fu sempre lontana, e non solo geograficamente, da questi pionieri, da questi artigiani, che avevan varcato i mari e le montagne portando lontano le loro alacri virtù creatrici di progresso € ricchezza. Qggi la gran Madre richiama da ogni terra lon= tana la più pura e fresca fioritura di questa nostra ente sperduta pei continenti: 1 suo figli. Tornano essi col carico tremendo della nostalgia che ha gravato per lunghi anni sul cuore dei padri, tornano a riconoscersi, 4 ribattezzarzi, & rinascere irisomma, e vengono incontro alla madre avidi e pen- sosi ed ecco che creano su tutte le strade del mondo uma nuova rete di passione e d'amore che ricollega al cuore perenne della Patria tutti i cuori anelanti degli vomini della sua razza sparsi per ogni dove, anche quelli che forse avevano dimenticato, anche quelli che forse avevano voluto dimenticare. Ecco il segno: non importa dove, non importa chi, vicino o lontano, artigiano oscuro o pioniere in- dustre, oggi la razza italiana riconosce tutti i suoi figli e questi si riconoscono in essa, fieramente, ap- passionatamente. E non basta. Poi che ora nell'animo di questi fanciulli non solo batte solennemente l'ala lo spirito della nuova fede; ma essi diverranno i messaggeri puri è infallibili del nuovo verbo fascista. In poche scitimane vissute nel cuore della gran Madre, a contatto coi fermenti della sua rinascita, essi hanno appreso assai più, capito assai meglio, di quanto non abbian saputo o potuto studiosi e filosofi. E nel mondo in disordine essi porteranno la nuova parola, diffonderanno la nuova fede, annunzieranno la nuova religione. E chi potrà rifiutarsi di credere ad cessi? Nel mondo in disordine, anche se v'abbonda l'in- certa ricchezza, questi giovani porteranno la testi- monianza d'un muovo ordine che affonda le sue ra- dici nella certezza d'un passato glorioso e innalza le sue fronde anelanti verso un avvenire reso sicuro dal sacrificio e dalla fede: l'ordine fascista. Essi diranno che v'è un pacse al mondo che, di fronte al dilagare delle straniere demagogie, di fronte ai segni rivelatori dell'altrui dissoluzione, dona ancora all'umanità l'esempio d'una civiltà nuo- va in cui la disciplina, la fede, il lavoro, la forza, l'amore, la fierezza imprimono il loro segno austero e perenne, Questi fanciulli porteran pel mondo il germe di questo nuovo ordine destinato a sbocciare, nel tempo e nello spazio, come una prodigiosa fioritura italiana. E chi avrà senno, dovrà credere loro è, salutandoli, salutare la nuova grande Patria ch'essi rappresentano.
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Dhiaegsa di Mario Sinai
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I protagonisti della crisi ministeriale in Franela, Briand è Tardicu escono dal Al inistero degli Eateri. GLI AVVENIMENTI INIERNAZIONALI IL RITIRO DI POINCARE Poincaré, malato di prostatite, ha abbandonato la scena politica di Francia. Il ritiro di questo statista intransigente ed aspro, che conduceva in piena pace una politica di egemonia bellicosa, non sarà senza in- fiuenza nella storia francese. Per quanto le democrazie si richiamino alla sovranità popolare, quasi sempre esse subiscono la volontà dagli womini rappresentativi. Il ritiro di Poincaré segna la fine di una politica, la quale del resto appariva già superata dai tempi. Il lorenese infatti si è dimesso dopo che la caduta dei conservatori inglesi aveva determinato la fine del- l'intesa anglo-francese e l'isolamento diplomatico della Francia. Subito dopo la vittoria dei laburisti avevamo av- wertito che un profondo rivolgimento doveva fatal- mente delinearsi nel quadro dei rapporti curopei. Per contro qualche giornale italiano, riferendosi alle ime vaghe dichiarazioni di Mac Donald e seguendo le illusioni francesi, osservò, per verità alquanto su- perficialmente, che nessun mutamento st rivelava nella politica inglese, e che i laburisti dalla forza delle cose sarebbero stati costretti a seguire la vecchia linea dei conservatori. Ora il rivolgimento, con i contrasti fra Parigi e Londra, si è sempre più chiaramente precisato, è il ritiro di Poincaré, per quanto coinci- dente con la malattia dell'uomo, non può non esser messo in rapporto col superamento di una politica. Il Governo conservatore di Baldwin e Chamber- Iain, sostenendo i principi egemonici dell'Ammiragliato, aveva finito per trovarsi impegnato a fondo in una ra di formidabili armamenti navali con l'America, e proposte conciliative erano state intransigentemente respinte, la Conferenza per il disarmo oceanico cera fallita, 11 rappresentante inglese a Ginevra, Lord Ro- bert Cecil, favorevole ad una politica di accordi e di limitazioni navali, era stato costretto a dimettersi di fronte alla ferma resistenza dell'Ammiragliato. La vecchia Inghilterra navigata verso oscure lontane in- cognite. Fu in quel periodo di tensione che i conser- vatori ritennero opportunò rafforzare la itica anti» americana riavvicinandosi al Giappone e dando nuova vita alla vecchia intesa con la Francia. Gli Stati Uniti si sarebbero trovati in situazione di isolamento, fra la potenza navale nipponica al di là del Pacifico è la coalizione anglo-francese al di qua dell'Atlantico. Era una politica di forte decisa resistenza. Ma essa Aggravava la tensione, accumulava i pericoli & sopra tutto imponeva enormi snerifici di bilancio, La Francia aveva abilmente secondato l'Ammiragliato britannico, ottenendo in compenso libertà illimitata per la costru- zione di sommergibili ai fini della propria politica di supremazia mediterranea nei contronti dell'Italia, e appoggio diplomatico per la occupazione renana, ai fini della egemonia continentale nei riguardi della Germania. Era la coalizione di due imperialismi, che partendo dal presupposto antiamericano, finiva per risolversi ai danni delle libertà europee, L'intesa anglo-francese, rafforzata dall'amicizia nipponica, nel
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disegno inglese doveva rappresentare una minaccia 0 quanto meno una difesa contro gli Stati Uniti, ma nelle derivazioni francesi veniva ad aggravare pesan- temente la situazione europea, contro la Germania sul Reno e contro l'Italia nel Mediterraneo. Fu quello un oscuro periodo, nel quale l'orizzonte curopeo sembrò mon aver più spiragli di luce e pos: sibilità di mutamento. Briand tenne a Ginevra un aspro lingu o quasi poincarista contro il Cancelliere te- pena VT e Chamberlain, nel colloquio di Villa Gioiosa presso Firenze, forse mirò a legare anche l'Italia in un'intesa, che avrebbe avuto la conseguenza di immobiilizzarei senza benefizi e senza speranze. Ma la tensione navale contro l'America, con il conseguente aggravarsi della situazione europea, non teva non allarinare larghe zone dell'opinione pub. ica inglese. Dagli appassionati dibattiti della stampa sempre pr più chiaramente apparve che la politica forte dell'Ammiragliato conduceva verso oscuri pericoli e che la nuova intesa anglo-francese mon era uno stru- mento di pace. Il Governo conservatore Baldwin-Chamberlain- Churchill, oltrechè insensibile e abulico di fronte ai penosi problemi interni, si rivelò anche pericoloso per la sicurezza internazionale dell'Inghilterra, e cadde disastrosamente sconfitto nelle elezioni generali del maggio scorso. nuoro Governo laburista Mac Donald-Hender- son-Snowden non rà operare miracoli all'interno, come era prevedibilissimo e come è dimostrato dalla crisi cotonieraà nel Lancashire, ma il suo avvento ha già rivoluzionato i rapporti internazionali. Come tutti I gruppi di estrema, il Labour Party è fondamental- mente rinunciatario e ripugna dagli armamenti. Mei riguardi dell'America ha iniziato nuove conversazioni per un accordo, Con la Russia sta trattando per la ripresa diplomatica. Ha liquidato l'Alto Commissario in Egitto Lord Loyd e conduce innanzi i negoziati run compromesso politico-militare col Governo di e Fouad. Ma per la nostra sensibilità mediterranea ed europea, il rivolgimento più importante verificatosi in seguito alle nuove direttive della politica inglese è quello che riguarda la Francia, L'intesa anglo- francese, base della forte politica poincarista, è ca- duta «di colpo non solo per il riavvicinamento anglo- americano, ma anche per il pacifismo continentale di Mac Donald e di Henderson. Ilaburisti non vogliono gare oceaniche e non si prestano a sostenere alcuna egemonia curopen. Tale politica può imporre qualche rinuncia, ma cssa ha il pregio di assicurare all In- hilterra tranquillità internazionale ed elasticità di bilancio, in un periodo di crisi sociali e di decadi- mento industriale. La politica internazionale laburista, che si potrebbe definire di ““ smobilitazione su tutti i fronti", non si la negare che sin stata di generale sollievo, pre ‘Inghilterra i um prime luogo, che vecchia e indebio ta ama rischiarare intorno a sé l'orizzonte oceanico, europeo e coloniale, per l'America che ha pronta. mente accolto l'invito al disarmo, per la Russia, per la Germania, per l'Egitto. Anche noi italiani, se non vogliamo rimanere grottescamente ed ciernamente in- chiodati alle piccole valutazioni di politica ovin- ciale, dobbiamo giudicare come propizia ni na zionali nostri la “smobilitazione” inglese. L' pren anglo-francese immobilizzava la situazione turopea, mentre l'Italia se vuole — come vuole — risolvere il problema della propria espansione, è portata fa talmente ai mutamenti, per sé e per le Nazioni che, dall' Ungheria alla Bulgaria, sono storicamente de- stinate a gravitare nella sua orbita, L'intesa rappre- sentava per noi nel Mediterraneo una coalizione op- primente. La sua fine dà nuovo respiro alla nostra litica e nuovo valore alla nostra efficienza. ll la- fra r le sue teorie sociali è politiche può es- sere condannabile fin che si vuole, ma il suo ritorno af potere rappresenta una buona carta per le fortune d'Italia, Uguale beneficio, su altri settori, ci ha ar- recato la scomparsa dello crarismo, che sosteneva le falle adriatiche e balcaniche della Serbia. Sono ve- rità europee che vanno ripetute per i nostri buoni provinciali. Per fatalità di eventi, di pari passo con l'aggra» varsi della depressione francese avremo la ripresa della forza tedesca. Lo sgombro del Reno, a distanza più è meno lunga, sarà un fatto compiuto. Dopo di che la Germama riprenderà la funzione di Potenza indipendente liberamente operante è sin da ora si può prevedere che cessa porrà a scaglioni sul tappeto i problemi di Danzica, del corridoio polacco, dell'Alta Slesia e dell'unione con l'Austria. La ripresa tedesca rappresenterà per l'Italia un vantaggio o un pericolo? Prima ancora di valutare il bene 0 il male, la saggerra politica impone di con- siclerare la realtà in ste per sé, La ripresa tedesca è incontenibile e si può considerare già iniziata. Essa rappresenterà un elemento di innovazione è sino ad un certo punto potrà avere una funzione di equilibrio, La Germania di Gugliel lielmo, per il fatto che appog= giava l'Austria degli Absburgo, rappresentava un pericolo per l'Italia. Ma il disarmo e lo sfacelo della Germania nel 1918 determinarono uno squilibrio dan- noso nei nostri riguardi, tanto che l'Italia subi pre- cisamente nell'immediato do verra la massima de- pressione diplomatica, malgrado le fulgide glorie del Piave e cli Vittorio Veneto. Cià prova che una (Ger mania efficiente in giusta misura rappresenta un ele- mento di equilibrio in Europa, e che l'eliminazione sia pur temporanea di tale elemento determina il sorgere di a tre egemonie. Le nrivure preventive della polizia a Berlino e a Parigi (a destra) per la giornata ronra, leascore senza seri incidenti.
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il Palazzo della Pace all'Aja, sede della Conferenza inderndzionale. Ora molti avvertono in Francia il fatale tramonto di una egemonia che già Oriani ai suoi tempi definiva "impossibile, L'ex ambasciatore Barrére, che poté valutare in pieno l'importanza del fattore italiano per la salvezza della Francia nel 1914-15 e per la vittoria nel 1918, interrompe con qualche articolo gli ozi ri» posanti della vecchiaia per ricordare che Foch nell'ot- tobre-novembre del 1918 aveva elogiato le disposizioni difensive italiane del Piave è che nel periodo della guerra libica egli — Barrére — aveva tentato di evitare malumori e urti franco-italiani per la questione del AManonba è del Cartbage. Barrére, uomo di fine intelletto, rivela una certa tendenza al riavvicinamento con l'Italia. Ma i suoi articoli hanno scarso valore pratico. Se Foch aveva taciuto sui meriti italiani per la difesa del Piave, le testimonianze di Barrére giungono in ritardo di dieci anni, e i suoi avvertimenti per la Libia appaiono in ritardo di ben diciassette anni. Quale utilità pratica avremo, fra un lustro o un decennio, quando un altro cex-ambasciatore francese pubblicherà i suoi avverti» menti sul torto di cui la Francia si rese colpevole non tenendo fede agli impegni coloniali verso l'Italia ? Qualche giornale italiano, accontentandosi delle buone parole, ha già cominciato a considerare l'even- tualità che l'Italia, dopo il fallimento del locarnismo e dell'intesa anglo-francese, possa rappresentare l'e- lemento di sicurezza necessario alla Francia. A tal proposito va detto che nessuno potrebbe a cuor leggero impegnare l'avvenire è le fortune dell'I- talia. ifendere le posizioni di altre Potenze significa anche assumere obblighi di guerra, e una guerra può rappresentare per l'Italia cinquecentomila morti è cento miliardi di spese. Siamo cauti e saggi, egregi signori, Se si pensa ai sacrifici spaventosi di una guerra, non si può non ricordare che gi ‘alleati dell'ultima conflagrazione ci negarono ciò che per sacrosanto di- ritto ci era dovuto, e che, a dieci anni dalla pace, la Francia resiste ancora intransigentemente sui compensi coloniali che per lealtà e per onore di firma dovrebbe concederci. DUE MILIONI DI DISOC- CUPATI IN INGHILTERRA La serrata dei cotonieri del Lancashire ha gettato sul lastrico cinquecentomila operni e per la conse- guente crisi di industrie collaterali, altri duecentomila uomini sono senza lavoro. In totale l'esercito dei di- soccupati inglesi nell'attuale periodo sale alla enorme impressionante citra di due milioni. Il Governo laburista è allarmato, ma esita ad in- tervenire, in omaggio al principio libertario della vec- chia mentalità europea, e per paura di compromettere il proprio prestigio presso gli operai. L'Italia fascista ha anch'essa attraversato una crisi economica assai dura, senza il beneficio di quelle risorse imperiali di cui l'Inghilterra continua a godere largamente. Ma il periodo di crisi è stato dall'Italia superato in modo brillante, perché il Fascismo ha sa- puto imporre a industriali e operai una ferrea disci- plina nazionale, inquadrando le pretese delle categorie nel superiore interesse della Nazione. Nel campo sociale, come in quello politico, l'Italia è all'avanguardia. LÀ GIORNATA ROSSA Per la giornata comunista del 1 agosto tutti i Governi democratici d' Europa hanno mobilitato le forze di polizia. A Parigi migliaia di sovversivi sono stati arrestati, Quando l'Italia fascista si difendeva contro l'as- salto antinazionale delle sinistre — fomentato è ali. mentato dall'estero — il nostro Regime era accusato di tirannia. In questo periodo le carceri demosocialrepubbli. cane d'Euro sono state ingombrate come mai quelle d'Italia lo furono. Per contro noi abbiamo avuto un 1 agosto tranquillissimo, con una indimenticabile adu- nata patriottica di centomila persone in Piazza Co» lonna a Roma. L'Italia è risanata, ma tutta l'Europa è malata. GAETANO POLVERELLI
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li corteo papale, salutato dalle iruppe, «scende dalle scalinate del Tempio.
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Li > © "Savi ALE i i e l MA li (Fr al x Il - a =, ra —cai 2 — il iù È TI dr È a iene Sell'adunala dei socialisti nazionali a Norimbe . La «ftlata mella città è, sopra, la rivista davanti al loro capo, Adalfo Hitlar, segnalo dalla freceta.
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e IC I PS SISTER NETTE A î, 3 J % La, | = SIT) O AE EI EP OSE LI E RETITA AR VERE RITI) i Gli Acanguardinti del Nord-America sfilano per de vie di Roma. Duemila Avanguardisti dell'estero sono passati in rivista dal Buce a Villa Torlonia. Sopra:
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EE eo I{ viaggio d'istruzione degli allievi della R. Accademia Aerenaulica di Caserta. Gli allievi sepongono una corena sull'ana dei Codeti Enecisti al Campidoglio. Sopra: La visita all steraporlo del Litlorio,
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NEL X ANNIVERSARIO DELLA SCIAGURA DI VERONA Sono ormai scorsi dieci anni clal giorna in cui il limpido azzurro cielo veronese fu teniro di uma tra- gedia che percosse d'orrore tutta l'Italia e suscitò una vasta onda di commozione che ebbe una ceco ango- *ciata in tutti i paesi del mondo. Dieci anni: molti se pensiamo alle opere compiute, mi sogni concretati, ni voti sciolti in questi due lustri. Pochi, se ricordiamo gli impareggiabili amici perduti, i giovani colleghi strappati alla dolce vita e alla loro generosa missione, fatica diuturna ed incompresa, invermigliata, ogni tanto, dal sangue di un martire che me illumina i sacrifici è le lotte di una luce me- ravigliosa ed eterna. ciché la tragedia awiatoria di Verona fu e rimane nella sun cssenza più pura, un lutto del giornalismo italiano. Quindici furono le vittime dell'olocausto, ma coloro che vivranno immortali saranno, prima di ogni altro, i nostri cinque compagni: e non è senza signi- ficato che, all'annunzio del volo giocondo destinato a conchiuderzi in cupa catastrofe, tutti i maggiori gior- nali milanesi abbiano risposto "presente!" quasi per donare un valore più ampio al sacrificio di sangue. Nominiamoli ancora una volta i colleghi scomparsi. Tullo Mo ragni, resbe Cipriani, Tancredì Zan- alari Mario Bruni e Giannetto Bisi, Lavoratori ma. cati è tenaci, piomieri arditissimi, uomini colti è ge- niali ormai giunti allo splendido apogeo della loro carriera, e accanto ad cessi due giovani, cui si schiu- devano innanzi le più rosee speranze d'avvenire. La morte li ghermi tutti insieme, intenti al quoti- diano adempimento del loro dovere. Uno di essi, Tullo Ma i, quello che ci è più wicimo per cone suctudine di vita e di affetti, espresse nel gesto su- premo, l'anima di tutti. Fu trovato con le mani irri» gidite dall'ultimo spasimo, aggranchite attorno a un taccuino segnato di ghirigori informi è di tratti con- fusi, forse destinati a vestire di parole l'orrore della immane tragedia. Tullo Morgagni è tutto in questo atteggiamento supremo. Giornalista di razza, mostra fino all'ultimo respiro che la sua missione gli preme più della vita, e questa preoccupazione assume, nella contingenza drammatica, un significato nobilissinmo. Nel decennale della sciagura, Verona, che in quel tragico due d'agosto ehbe l'annunzio della catastrofe da un volo bizzarro di brandelli di tela, lieve come un aliare di farfalle, ha voluto commemorare i quim- dici martiri con una cerimonia semplice e austera: il tributo di due ghirlande di fiori, recate alla lapide commemorativa posta al ponte di Porta Fallio, da un corteo numerosissimo, Mentre la folla degli interve» muti — autorità, aviatori, giornalisti, rappresentanze © cittadini — si raccoglieva nel rituale minuto di silenzio, un velivolo volteggiava alto nel cielo, e forse parve agli astanti di rivedere l'apparecchio con cui Benito Mussolini, nel primo annuale della tragedia, portò in volo da Milano un gran fascio di garofani fiammanti. se la figura di Tullo Morgagni nòn sarà mai dimen» ticata, a noi, che l'abbiamo conosciuto ed amato, essa appare ogni anno più ande è più luminosa, come aurcolata di virtù profetica, quasi egli avesse già pre- visto, nell'acutezza dello spirito lungimirante, gli svi- luppi trionfali di quell aviazione civile di cui fu, ancor prima che gli eventi aprissero il cuore alle speranze più modeste, assertore intrepido cd entusiasta, dopo aver esaltato 1 fasti dell'ervica aviazione militare. Suo grande merito, oltre a quello di aver capito l'importanza tecnica e il significato ideale delle im- prese alate di guerra, fu l'aver afferrato la necessità di trasformare l'aviazione bellica in aviazione pacifica, il combattente in pilota, il velivolo agile, saettante e micidiale nell'apparcochio stabile, poderoso e sicuro, Non è un mistero che Tullo Morgagni Avevi già afferrato le linee essenziali del complesso problema, fa ogni sud gesto, ogni parola, ogni seriltto, erano spesi per proclamare l'imprescindibile necessità di dare al- l'Italia vittoriosa, attraverso la navigazione aAercea, un nuovo, potente mezzo di espansione politica e commer- ciale voluto dai nostri spiriti irrequieti e dalla posi» zione geografica di privilegio concessa da Dio al no- stro bellissimo paese. Tutta la dinamica, operosa esistenza di Tullo Mor- ni si svolse, si può dire, sotto i segni di un destino i Dopo il tirocinio € iuto all'/falia del Paparo, i vecchio è battaglierò acaldio del Partito Repubbli- cano, vina gita in pallone sferico gli schiuse la via al giornalismo sportivo, in cui doveva trovare il campo più idoneo alla esplicazione delle sue mirabili qualità orgamzzative e creative. ogni forma di esercizio sportivo trovò in lui un propagandista prezioso e disinteressato, l'aviazione u il suo grande amore, © negli ultimi tempi cssa aveva assorbito la maggior parte della sun attività, iché il suo spirito lo portava, per istinto, dove c'era lisca della sun presenza incitatrice è della sun opera feconda. Come aveva saputo intuire l'opportunità di dare alle imprese dei campioni una èco più diffusa è un pubblico più numeroso, all'inizio cella guerra comprese che l'aviazione, considerata non soltanto come un'arma terribile ma come un nuovissimo sport inebbriante e rischioso, offerto alla febbre d'eroismo che pulsava nelle vene della gioventù italiana, avrebbe costituito una prodigiosa epopea, della quale volle essere l'acdo commosso, Nacque così, quando le pagine dello Sport Hiuanato non bastarono più a contenere la messe copiosa di fatti e di documenti, la rivista Nel Ciefo, e con essa tutta una serie di premii da assegnarsi a quei com- battenti dell'arma aerca che più si fossero distinti nelle rispettive specialità ; iniziativa alla quale arrise subito un successo pieno, come quella che riusciva a stimolare l'emulazione dei piloti, non tanto con la ricchesza dei premi, quanto con la certezza di non essere climenticati. E chi è stato alla fronte, chi ha provato l'isola» mento del sentirsi lontano, come se lo separassero dalla sua casa migliaia e migliaia di chilometri, può comprendere quale santa missione si fosse assunta Tullo Morgagni, proponendosi ‘ ‘la giusta esaltazione dei covalieri del cielo " Appena finita la guerra, quando già la metamorfosi imposta all'aviazione militare dal ritorno della pace sul mondo travagliato e sconvolto, si alfacciava al suo spirito, incominciò a volare, nei momenti liberi che gli concedeva, di tempo in tempo, la sua dura di- sciplina di lavoro. Non meraviglia che Tullo Morgagni, il quale anelava di ottenere il brevetto «li pilota, per inten: sificare il ritmo della sua propaganda per il trionfo dell'ala italiana, si dedicasse al volo con lo stesso entusiasmo spiegato nello scriverne. Stupisce Invece
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Pollo apostolo del volo, illargagai, che la passione delle altezze conquistate nascesse nel mite cuore di un'altra vittima dell''immane sciagura, quell’ Oreste Cipriani che i colleghi di redazione ci Spingano con in testa un berretto di seta, una pa- palina, insomma, vale a dire il copricapo sedentario per eccellenza, l'antitesi perfetta del casco di cuoio che inquadra il maschio volto dei volatori. Eppure Oreste Cipriani volava per suo piacere. Forse cercava, nella ebbrezza violenta del vertiginoso andare, un compenso alla monotona tranquillità della sua vita. E col sacrificio di tutta la vita egli ha pagato quella sun grande passione che gli era ger- mogliata nell'anima, quasi sul limite della vec- chiezza, come uno di quei perfidi e magnifici fiori di rupe che si lazcian coghere soltanto da chi sa sh dare la morte. uanto cammino ha compiuto l'Italia sulle strade del cielo, dal giorno in cui Tullo Morgagni scomparve coi suoi quattordici compagni, lasciandoci l'eredità della sun fede certa e del suo entusiasmo immacolato! Ogni anno che passa sorgono linee aeree nuove, e ogni sila che si unge alla rete aerea del nostro paese è come un ras portato alla ghirlanda di amore incorruttibile che circonda la memoria di quei quindici martiri. Non occorre rievocare le vicende della Coppa Schneider, né il primato mondiale della velocità in idrovolante, conquistato dal Maggiore De Bernardi, ZI cai LUN BRIMTC CA perle as ciata ahi Vas pod dl 7 posto prg il volatore definito, con felicizzima cinte “ l'uomo più veloce del mondo ". Non parliamo neppure di una impresa che rimarrà, per chi sa quanto tempo ancora, esempio insuperato e testimonianza luminosa di quanto possano l'audacia e il genio latino: il volo transatlantico di Arturo Ferrarin e di Carlo Del Prete, partito anch'egli per non più ritornare. Arco di settemila chilometri, fulgido come la traiettoria di un astro, che congiunse alle sponde dell'America Latina Roma eterna e raggiante. Dovremmo ricordare anche i peripli xittoriosi di De Pinedo, le crociere di squadriglie militari nel Me- diterraneo Qecidentale è Orientale, fino alle soglie dell'Asia senza pace, e dietro le gesta dei piloti e le trasvolate trionfali degli apparecchi, l'inesausta e in- soddisfatta genialità dei tecnici, lo zelo operoso delle maestranze innumerevoli, l'ansito delle officine dove si temprano le ali peri voli sempre più alti e sicuri del- l'Italia nuova. Come possono bastare dieci anni a compiere tante cose? Fer una soltanto per questo il giorno della sciagura di Verona ci sembra lontano, ma se pensiamo ai nostri cari scomparsi, ai validi soldati della nostra buona milizia, caduti sulla breccia del quotidiano do- vere, 0h, allora ci sembra impossibile che, in tanto fervore di opere e fulgore di vittorie, non si debba sentire la calda parola e la presenza animatrice di Tullo Morgagni.
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mor er VO sie a Po TAN » A CORIIOTIE Rodi pittoresca. La moschea del Sultano Muartafa.
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Tipi e figure d'Eritrea. Una famiglia di bagnanti criteei alle acque di Ailet. Sopra: " Fantasie” di donne Habab a Nacfa.
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com e cin I ii — É | Î | (8 | | {E | Ò aArtieti lirici al Gran? Hotel Terme di alrmaalare. Da sinistra: £e signore Salvatini, Toti dal Monte, Smirnova e i signori De Gua, De Muro Lomanita e fiaicelf. Fai Cav. Marchi.
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di arensmente al Ferrucci a tracinana, (Opera dello scultore Emi- lio Gralleri). SAPER MORIKRE.., “Tutta la vita dovrelibe essere un prepararsi a morir bene " L'ha scritto un giovane che, in quel poco che ha vissuto, s'è preparato a morire così come ha scritto: Massimo Motari, del quale Ada Negri ha rievocato maternamente l'anima, la fede, il fervore che tanto più s'accendeva quanto più gli sotfiava contro il vento gelido dell'indifferenza. È, tanto quella fiaccola s'è ac- cesa e di tanta luce, a s'è consumata ed ha consu- mato anche chi la reggeva. E allora si vede come una morte può illuminare una vita, come certe anime per esser considerate nel loro valore hanno bisogno di spengersi, perché nell'o- scurità in cui si rimane ci si accorga della luce che facevano. Questo valore retrospettivo che la morte dà alla vita e tutta la nobilita, m'è parso singolare r tre uomini del cinquecento; tre condottieri che fan anno variamente impiegato il loro valore e possono, come è naturale, essere variamente giudicati. Francesco Ferrucci capitano della repubblica fio» rentina morto a Gavinana il Jo agosto 1530 combat- tendo contro gli spagnoli ; Giovanni dalle Bande nere ferito in battaglia tra Borgoforte e Governolo com- battendo contro i lanzicheneechi di Giorgio Frundsbe e morto r cancrena a Mantova nella notte sul do novembre 1526, Filippo Strozzi fatto prigione a Montemurlo dai soldati del Duca Cosimo il 1 ago- sto 1537, e uccisosi per disperazione a Firenze nella cittadella di Porta Faenza il 18 dicembre 1538, dopo aver sopportato prigionia e tortura persnen dar diletto allrni con il suo strazio. Ahi, serva Italia... Con uomini di questa tempra, espressi dal suo seno, virgulti tenaci d'una razza ali- mentata da una linfa così fresca e così pronti: il pen- sierò della sua decadenza politica, della sua sogge- zione agli stranieri pare che non riesca a trovar posto nel nostro cervello, C'era la neve e la gran tempesta, per giunta; mancava il nocchiero che coordinasse tutti gli sforzi, che raccogliesse in ideale unità e desse una sola bandiera, invece di tante, a tutte le schiere di valorosi che in guerre 0 in disfide sapevano far riful- gere qua e lì nomi gloriosi, ma soltanto nomi, d'una patria innominata. Questi soldati che sapevano bat- tersi per le altrui bandiere, che forza, che fede, che valore avrebbero mostrato se, non Francia è Spagna, ma Italia li avesse chiamati a difenderla? E come, - vogho dire di qual morte più erdica - avrebbero sa- puto morire, se tosse stato per la loro ria = nom la piccola terra + ma la patria di tutti, l'Italia? 1 Ferrucci, ge i mercanti, poi soldato, poi capitano della repubblica fiorentina voglio dimenticare tutta la vita avventurosa e come partecipante all'im- presa di Napoli nella primavera del 1528 e alla ri-
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16 tirata coi francesi del Lautrec da Napoli ad Aversa e come conquistatore di Empoli, San Miniato, Volterra per fermarmi agli ultimi giorni della sua vita, a quel cosciente avvicinarsi che fa alla sua sorte fatale, come se volesse risparmiarle un po di cammino... La bellezza erdica di questo condottiero, male ado- perato come tutti i grandi del suo tempo, è nell'ac- cettazione volontaria del destino. Sa de il cerchio degli spagnoli si stringe attorno a Firenze; egli corre lorò incontrò r spezrzarlo, sapendo che le sue forze sono impari alla temeraria impresa. La lettera dei Dieci che da Firenze insistono perché egli vada al sacrificio o ceda il comando a un altro suscita in Fer- ruecià, già stanco e malato, un lampo d'orgoglio e di cruccio. Egli dice in tono di comando a se stesso ed ai suoi: “ Andiamo a morire". La Gloria e la Morte marciano al suo fianco per le strade polverose della lutchesia e del pesciatino, accompagnano l'affannoso respiro dell'eroe per le pendici dell'appennino pistoiese, nella snervante calura attenuata dal fiato fresco dei boschi che risuonano ai passi dei soldati. Tre agosto 1530, Suonano a storno le campane di Gavinana. Ma- ramaldo aspetta in agguato tra le selve per sorpren- dere gli eroi nella stanchezza che li coglierà dopo la fugace illusione della vittoria. “Il Ferruccio e l'Orsino, fatto una fila tutta di capitani » narra il Varchi - non pure sostenevano gagliardamente l'impressione dei nemici, ma si scaglia- vano dovunque vedevano il bisogno maggiore... ". Ma vedendo l'Orsino “che la piazza correva tutta sangue e che i corpi morti che si trovavano a monti, non lasciavano venire innanzi i soldati, e che sempre da ogni lato comparivano nuovi e freschi nemici, rivoltosi al Ferruccio, disse, essendo tutto trafelato e pieno di polvere e di sudore: Signor Commissario, non ce vo- lemo arrendere? - No! - rispose il Ferruccio; e ab- bassando il capo =i slanciò in um folto stuolo che veniva pr offenderlì; e allora il capitano Goro, veduto il commissario è generale in un luogo troppo pericolosa, volle pararglisi dinanzi per fargli scudo di se mede- simo, ma ali borbottando lo tirò irdéiamente indietro e seridalla..... Dopo la breve vittoria, ancorchì fonsero stanchi e Irmmbosciali «i difesero gran pezza, ma alla perfine es- sendo il Ferruccio e l'Orsini, erivellati di ferite, non tendo più regger l'arme, s'arresero. Fu allora che foro morente disse la frase che doveva avere così larga risonanza. Ma io sento ancora, sopra questa, quel “ no" che balena è lampeggia nelle selve di Ga- vinana e supera la lontananza del tempo, come allora superò il fragore della battaglia. Giovanni dalle Bande nere non ha bisogno, come il Ferrucci, di sforzare il suo sangue per adeguarlo alla sua volontà di conquistarsi un posto nel mondo. Non è figlio di mercanti; scorre nelle sue vene il sangue ardente e impetuoso di Caterina Sforza, con- tessa di Forli. Madre prolifica, amante insaziabile, ferrea reggitrice del suo popolo: cecco la donna che superò con fiero animo orrende tragedie domestiche e che, dopo | due mariti miseramente assassinati - il Riario e il Feo - concesse le abbondanti grazie del Vasari: Aloallo di Pontevico,
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G,. Vasari: dî Ciice, Mitradlio de” Medion, suo cor al bell'ambasciatore di Firenze, Giovanni de' Medici, detto il popolano o anche il Bello, è si accese per lui, forse, dell'unica passione che abbia onorata la sua vita. Da questa unione nacque nel 1.498 il piccolo Lu- dovico, chiamato poi Giovanni in memoria del padre immaturamente morto; colui che si doveva acquistare una fama imperitura colle guerriglie delle Bande nere. A guardare la sua espressione nel ritratto che il Dall'Olmo ci ha lasciato, chiuso com'è nella ferrea armatura, il profilo tagliente, gli occhi duri e pene- tranti, con il bianco che lampeggia sotto l'ombra dei neri sopraccigli, si capisce d'un tratto la sua anima e la sua vita. Ha il mento rilevato e armato come una prora, come di chi s'è abituato a andare contro vento, a sfidare tutto e tutti, e, anche nella posa da- vanti al pittore, gli rimane quell'espressione di sforzo e non c'é un muscolo che gli si allenti. Se si pensa che questa vita ricca di impetuose energie fu troncata tragicamente a soli 28 anni, si «piega la sua febbre di godere, di lottare, di dominare, uasi come un misterioso presagio. Pare che egli sappia dhe la sua vita & segnata e voglia consumarla da sé, come per contenderla alla morte più che può. Amori, duelli, risse, avventure d'ogni genere, SEN e, nelle battaglie, lo stile impetuoso che lo renderà temuto ai nemici, tutto in quest'uomo porta il segno d'una fretta, d'una concitazione quasi dolorosa, Credono i parenti di fermarlo nelle sue pericolose avventure fa- cendogli sposare a aB anni Maria Salviati che ne aveva 17 e doveva divenire, in una rara parentesi di affetto maritale, la madre di Cosimo, primo granduca di To- scana. Ma egli ormai è come lanciato nella grande vita avventurosa e non si ferma più. Lo troviamo in de fra delle Binede Nere tutte le guerre e guerriglie del tempo, da quella per il possesso del ducato d'Urtino conteso ai Medici dai Della Rovere, fino alla guerra tra Carlo V è Fran- cesco 1 che doveva terminare col trionfo della Spagna. La spada di Giovanni lascia il segno dove tocca; l'impeto delle Bande nere s'apre il varco nelle più compatte schiere nemiche. Ferito a una coscia sotto Pawia, durante una sortita degli spagnuoli ivi asse- diati nel 1525, si cura a modo suo è sta in pace finché c'è tregua tra gli eserciti lassù in Lombardia, Riac- cesnsi la guerra egli torna in linea, affronta tra Bor- goforte e Governolo, alla confluenza del Mincio col Po, i lanzichenecchi di Giorgio Frundsberg, quelli che chiamati dal cattolicissimo Carlo Y saranno gli eroi del sacco di Roma. Un colpo di Falconetto gli spezza la gamba, già ferita e mal curata. fi destino ha già allungatola mano su di lui; lo ferma. Trasportato a Mantova, in casa di Luigi Gonzaga, è fatto segno a grande cordoglio e reverenza. Ma la ferita s'infetta: è la fine. Sha alfienezza Gioranni de' Afedici, come lo chiamò il suo ammiratore ed amico Pietro Aretino, deve abbassare la fronte davanti alla morte che viene. Ed ecco la morte di quella vita. Ce l'ha narrata l'Aretino, che fu presente, in una prosa che ancora singhiozza. Il duca di Urbino, per preparare Giovanni alla confessione, gli dice: Non basta l'esser voi gloriaso nelle armi, se non rilevate cotal vostro nome nella religione. Risponde Giovanni: — lo, come in tutte le cose sempre feci il debito mio, bisognando il farò anco in questo. Poi parla coll'Aretino della guerra, dei suoi sol-
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G. Vasari: La rolla di Montemurlo. dati, si gratta la testa conle dita e domanda: “Che — Facciasi tosto — consente l'eroe. E mentre sarà?" Po, come facendo un interno esame di co- l'Aretino fuggiva dalla stanza e si tappava le orecchie, scenza: “ la non feci mai tristitia alcuna '. egli fa lume, serenò è sorridente, al terribile taglia. Ma la cancrena sale e viene consigliato di lasciarsi Dopo un breve clio, il male ripiglia la sua tor via il guasto dell'artiglieria. opera di distruzione. Allora si confessa ad un frate,
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dopo avergli detto: Padre, per essere io professore di armi, son vissuto secondo il costume dei soldati, come anco avrei vissuto secondo quello dei religiosi, se avessi vestito l'abito che vestite voi... Non feci mai cose indegne di me". Fa testamento, si riconcilia col marchese Gron raga, dà e riceve il bacio di pace. È il marchese dice piangendo: — Chiedetemi una grazia che si convenga alle qualità vostre e alle mie. — Amatemi quando sarò morto. D'intorno, famigliari, servi, soldati, singhiozzavano, Îl morente che s'era assopito, si sveglia mormorando: “ Ho s to;... quando sarò guarito insegnerò ai te- deschi come si combatte e come so vendicarmi ". Un pensiero per la sposa lontana, per il piccolo ‘osimo, ignari della sua fine, poi un ultimo scatta, adiditando le fasce e i medicamenti; “ Han voglio ma rire tra questi empiastri ". Gli fu preparato un letto da campo ed ivi morì, in età di anni 38 nella notte tra il 29 e il Jo No- vembre 1536, Scrisse Scipione Ammirato: “ Riteneva ancor morto nel viso quella terribilità e herezza che egli aveva quando andava a combattere ‘", 1] cd Di Filippo Strozzi la letteratura romantica ha fatto un eroe della libertà c il Niccolini gli ha per- fino dedicato una risonante tragedia, ricca di nobili sensi, espressi in nobili versi. Il curioso è che chi ha pub- blicata la tragedia niccoliniana, ha unito nello stesso volume la wita di Filippo seritta dal fratello Lorenza, insieme a brani della storia del Segni, del Varchi e a documenti epistolari, dai quali l'alone di eroe viene per lo meno scompigliato. - Mercante, banchiere di principi e di papi, uomo di stato e anche di lettere, egli fu occupato per la maggior parte della sua vita ad accumular ricchezze e ad attaccar continue liti con casa Medici, dalla quale aveva tolto moglie. In quella età di miseria e di gran- dezza è certamente un personaggio dei più singolari per essere stato coinvolto nei principali avvenimenti. # Dentro i vizi, « serisse il Niccolini » né interamente fuori d'ogni virtù, audace nella sua miscredenza, ne- cessario a Clemente VII, grato a Caterina de Me. dici che egli % itò in Francia, rappresentò nel tenor della vita e delle opinioni gli spiriti del paganesimo, e parve nato nei tempi corrotti dalla repubblica ro- mana ". Un brano d'una sua lettera lo dipinge, meglio d'una lunga tragedia. " Dite - egli scriveva ad un amico
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32 - che quanto a' miei privati interessi desidererei essere restituito alla patria... perché il nome di ribelle danni- fica grandemente gli trafichi è negozi miei mercantili... Inoltre vorrei fimre 11 palazzo ed esigire dalli miei debi- tori, il che non posso col titolo di ribelle fare. Ricordate a Salviati che non mi parendo veder verso a render la libertà alla Patria secondo il suo desiderio, sa- rebbe forse meglio abbracciare le cose del Nipote... Il nipote del Salviati sarebbe Cosimo, figlio di Giovanni dalle Bande nere. L'azione politica di Fi- lippo Strozzi comincia dall'uccisione del duca Ales- sandro per opera di Lorenzino. V'abbia o non vi abbia, anche da lungi, avuto mano Filippo, non si sa e non si saprà mai; nd ogni modo ragioni di odiare il duca Alessandro non potevano mancargli, se ancora parlava al suo cuore il ricordo della figlia Luiza, fatta secondo alcuni, avvelenare dal duca Alessandro perché ributatasi a lui; secondo altri avvelenata dai parenti perché a lui non s'era saputa o voluta rifiutare. Ad ogni modo il bastardo Alessandro per un verso o l'altro nella faccenda c'entrava, quanto basta perché un padre non dimentichi, Filippo da Venezia và dè Bologna, "I mette alla testa dei fuorusciti, Dispone di grandi ric- chezse, ma l'animo pare gli difetti. E" irresoluto nel- l'azione quant'è preciso nell'annotare le spese per il mantenimento di womini in arme, cavalli, capitani. In tanto da Firenze ogni sua mossa è ovina dal duca Cosimo [ta] dai sui consi ieri, 1 Guicciardini e il Vettori, il quale scrive a Filloco: di non muover l'armi contro Firenze, perchè ormai il nuovo duca la sun elezione consacrata dal favore popolare è per- chè contro di lui 8 stata abilmente sparsa la voce che abbia avuto qualche parte nella soppressione del duca Alessandro. E allora Filippo sconsiglia i fuoru» sciti di muovere ad una impresa disperata, e 1 fuoru- sciti e lo stesso suo figlio Biero lo accusano di fred. derza e forse lo sospettano di tradimento. Per non rimanere in odio dell'una è dell'altra parte risolve di muovere contro Firenze. In tutti questi ten- tennamenti si vede che l'ideale di libertà appare è scompare, cioè a dire che non è intimamente sentito. E'un uomo a posto nel trattare affari di banca, ma un mediocre if un timida saldato, Fare almeno che sia così, uomo trascinato dagli eventi piuttosto che nta di eventi, Ep pure quest'uomo sa battersi e morire cda soldato. Crede, sulla parola di Bartolomeo Valori che si dava aria di gran capitano, che il ca- stello di Montemurlo tra Pistoia e Prato sa te- nersi con pochi soldati; tra- versa l'Appennino e ini si ferma in attesa di rinforzi. Il duca Cosimo, conosciuta l'esiguità dei fuorusciti, li fa attaccare di sorpresa da Jooo uomini, folta gente cap- pala e ascella; i quali si par- lirono da Firenze con tanta ferocità e letizia, che avriane combattuto con ogni allro di SU PperLor mumero. Ammazzate le sentinelle, trovati gli al- tri a dormire è disordinati Fa facile motore in fuga o far ra ionieri gli strozzt» schi, Filippo che cen Jfram- chezrza ed animosilà s erà difeso restò prigione e volle consegnare la spada ad Alessandro Vitelli, che gli promise salva la vita. " /n questo moda «e pasa l'infelice ruina degli usciti di Monte- murlo, in sul levar del sole, il di primo d'Agosto 153. Salta il maligno Agoste, in s0 l'alfana balnt camice gii di Montemurlo ira gli svherni plebei Filippo Sirosza. Condotto con gli altri prigioni a Firenze e messo in castello San Gio, Battista, chiamato i la For- terza da Basso, fu esaminato con tortura don Gio- vanni de Luna, sopra la morte del duca Alessandro. Gli furon dati in tre volte dodici tratti di corda dalla carrucola a terra, si che n'ebbe guaste le braccia e tutta la persona, ma nulla riuscirono a strappargli di quello che i suoi nemici volevano, Ma le suppliche Ti le difese dei suoi amici non arrivarono mai all'im ratore, mentre sempre gli giunsero ingrandite dall ‘odio le denunzie dei suoi nemici, tanto che Filippo presago forse della sua fine, con una spada lasciata nella sua stanza da una delle guardie, animosamente si uccise. Così finì Filippo "con miseria e generosità " la vita sua di anni fo e questo orribile coso diede «pavento e au minazione n tutta Italia e fuori, dovunque il suo nome era noto, E parvero stillanti di sangue le parole d'uno scritto che gli fu trovato in seno, nell'atto della morte. DEO LIBERA TORI “ Per non venire più in potere dei mici nemici, ove, oltre all'essere ingiustamente è crudelmente stra- ziato, lo sia costretto di nuovo per violenza di tormenti a dir cosa alcuna in pregiudicio dell'onor mio e degli innocenti parenti e amici miei (la quale cosa è acca- duta allo sventurato Giuliano Gondi), io Filippo Strozzi mi son deliberato, in quel modo che io posso, quan- tunque duro, rispetto all'anima, mi paia, con le mie proprie mani finire la vita mia. L'anima mia a Dio, somma misericordia, raccomando; umilmente pregan- dolo, se altro darle di bene non vuole, le dia almeno quel luogo dove Catone Uticense ed altri simili vir- tuosi vomini tal fine hanno fatto. Prego il signor don Giovanni de Luna, castellano, che mandi a torre del mio sangue dopo la mia morte, è ne faccia fare un miglinccio, mandandolo al reverendissimo cardinal Cybo, a fine si sazii in morte di quello che non si potè saziar in vita mia; perché altro grado non gli mancava per poter pervenire al pontificato, a che esso si disonestamente aspirava ; e lo prego faccia seppellire il mio corpo in Santa Ma- ria Novella, presso a quello della mia donna, se a Cybo parerà ch'io seppellito in luogo sacro sia; quando che no, mi starò dove mi metteranna. “E te, Cesare, prego con ogni reverenza, t'infor- mi meglio dei modi della povera città di Firenze, ri» guardando altrimenti al be- ne di quella, se già il fine tuo non è di rovinarla " Pbilippis trozza fjumjam (araritienoa : Eworiare dliguie ex osnbur [mele atei sanguinante allor, Così, con diversa gran- derza, ma con romana di- ità, nonostante i falli è le debolezze gialla loro vita, mancante rande ideale, Sa a sul "Bel signorilmente morire gli Uiîp= mini dell'Italia schiava. ARTURO STANGHELLINI Montemurro: La rocca dove Filippo e gli sirozzerchi furono presi prigionieri.
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=” reni rie hrs ere TIENI UE, pe" I contadini coi doni (gruppo dei Presepi della collezione Catello). LA MOSTRA DEL SETTECENTO ITALIANO A VENEZIA PACE E Una volta, quando il tempo scorreva lento per le strade e poteva anche trasparire quasi immobile dentro le vaste case silenziose, x' insegnava mi bimbi = aggi pare impossibile! — anche l'arte di tagliar le pagine dei libri nuovi. (C'era, nell'ultimo cassetto del trumenn laccato verde e oro del salottino giallo, un famoso tagliacarte argentato, che pareva proprio — o éra stato forse davvero — un pugnale moresco; e i ragazzi lo cono- scevano perchè lo adoperavano quando andavano ad appiattarsi, per giocare ai briganti, dietro il parafuoco o fra i damaschi del salone o financo dentro la vec- chia e sdruscita portantina del bisavolo buttata ormai in un canto della rimessa per far posto al nuovo landau della mamma). Tagliar le pagine dei libri muovi, piamente, più» namente, ogni tanto al crepuscolo, con i ragazzi im- bambolati intorno allo sgabelletto della nonna, era una lezione ed era una festa. I ragazzi aspettavano la rivelazione di certe promesse e misteriose figurine colorate; e, intanto, sul grembiale di seta che copriva la punta delle pantofoline azzurre della nonna, cadeva una brina di carta sfrangiata che aveva l'odore del pane e del legno, del molino e della madial... Torna, così, a caso, nella memoria — fra mille — visitando queste sale della Mostra del settecento italiano a Venezia, una visione chiara è nostalgica dell'infanzia lontana. Perché il settecento rappresenta l'infanzia della nostra modernità: ed è semplice e puro anche quando i suoi artefici ce lo tramandano con le GUERRA più ardite ed inverosimili contorsioni del barocco che diventa impero, o con le più raffinate sottigliesze della civetteria che sta per tradursi in licenza. Rappresenta l'infanzia, e suscita immagini intime è serene, ricordi buoni, nostalgie gentili. Gran meraviglia dunque, allora, alla vista del famoso rinoceronte vivo che fu portato a destar com- menti nei palazzi e néi campielli veneziani è ud ispirar tele ancora preziose e financo medaglie commemorative. (Questo = rinocerolo - fu trasportato - dall'Asia in Europa nell’ - anno irpi dal capitano - Davide Mont vaadermerr - Îl medento animale è stato pesato a Stulgardo act » Wirtembergo li 6 maggio = i;g8. e pesava allora cimgue = mlla libbre, Mangia ogni - gqiomo sessanta libbre - di fieno, vinti libbre - di pane, e fece - qualltor- dici = secchie = d'acqua). Gran meraviglia alle movenze della novissima “piavola" meccanica che adunava spadine e occhia- letti, cicisbei e damine in grande orgasmo nei salotti; e folla di uomini gravi intorno al castello dei burat- tini nel parlatorio! E grandi elogi alla pazienza di coloro che fabbricavano sui cartoni dei maestri com- messi in pietre dure da appendere ai muri come qua- dri, o da collocar sulle mensole delle sale più ricche | Allora questa nostra bentissima giovinezza amava gli scherzi ingenui e giocondi dell'equivoco, della sor- presa, della caricatura vivente: e incontravi per le calli è sui campi gente di senno mascherate con abito di soldini di rame; oppure da orso incatenato e bal- lante, da “scoacamin”, da ebreo con bauttia, tabarro
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PO INSERT Le (Georgiane (figure del Sanmartino è del Mosca). e baretòn, da re, da medico, da armeno che vende bagigi, da venditor di rabbia per li sorzi, da diavola con vescica in mano. E tali maschere rivivevano nei lunghi autunni sotto il lavoro d'intaglio, nelle case, che avevano, tutte, un teatrino per le recite dei burattini; ed un bentrino per i lumicini, i doni, le favole religiose, le arse: Baz nia — nl ci fe Ar”, — ae ra a FP ili PISIREI ri I TI magnifiche serate della Natività e dei Re Magi, è tutta la festa adorabile del Santo Presepio. Nascevano e rivivevano per virtù di quella stessa cura paziente che insegnava ai bimbi, nelle case, il mada di rifar per bene la punta alla penna d'oca ed alle prime matite colorate, E, talvolta, artisti di sommo valore non disdegnavano di dedicare i propri ozi familiam a tal cura. = » Lar -a.@ sal La serenata (figure del Gori, del Celebraro e del Mosca).
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L'A no L'annanzio ai pastori (figure del Gori, del Sanmartino, del Vassallo, del Galli, di Giuseppe de Luca}. Così che oggi a Venezia noi possiamo ammirare nella saletta dei Presepi, undici gruppi di un com- plesso capolavoro che ci riempie di commossa ammi» razione. Appartengono essi ail una preziosa raccolta napoletana. E tutte le figurine mi sembrano perfette come quelle trentadue superstiti antiche marionette che erano un tempo custodite nel palazzo Grimani ni Servi, cd oggi appartengono al Museo Correr. Questi gruppi sono: della serenata, della ta» verna, del mercato, dell'annunzio, dei mandriani, della Natività, dei Re Magi, delle Georgiane, della portantina, del Re moro, del dromedario; e li ha raccolti e li conserva il cavaliere Vincenzo Catello nelle sue vetrine a Napoli, L'immagine prima, quella immagine del Nato di- wino di Betlemme che la fede è la storia ci traman: dano, si snatura. Ma senza intenzioni irriverenti. Assistiamo ad una grande festa paesana: e nessun conoscente deve mancare. La capannuccia è là nel suo angolo luminoso, e il Bimbo Santo ride fra l'asino c il bove che lo riscaldano. Ma qua c'è la serenata del pastore che fa sospirar la giovinetta è digrignare la futura suocera, è c'è il giocator di bussolotti, e ci son le portantine di gala e financo i dadi sulla tavola della taverna. Gli artefici vanno a gara nel fabbricare tutto un mondo conosciuto, E par quasi che l'idea iniziale sia dimenticata. Il lavoro è paziente, amoroso, sottile per ogni statuetta di legno, per ogni particolare del ve- stito e delle cose che la circondano. Ci sono piccoli capolavori di Giuseppe Gori, del Mosca, del Cele- braro, di Giuseppe de Luca. Gli animali son quasi tutti del Vassallo e del Galli. E tu trovi, dentro certi pamieri, gallinelle che non son molto più grossé di una grossa pulce, così rifinite nelle piume, negli occhietti, nelle piccole zampe, da far pensare a quella “ Via Crucis" scolpita da mon so più quale monacello, che di certo s'è guadagnato il Paradiso, torno torno ai rabeschi di un nocciolo di pesca, o a quella edizione della Divina Commedia trascritta per poter essere tutta rinchiusa dentro um guscio di noce. "Pace agli uomini di buona volontà!” anfiunzia il festone attraverso la capannuccia. E non si può veramente e seriamente pensare alla guerra visitando una mostra del settecento, se pure nell'atrio d'ingresso, tutto rivestito di un color marino procellozo, spicchino i fanali ammiragli appartenuti probabilmente ad un Contarini, ed il Triplice " fanò “ del Capitano Generale da Mar Andrea Pisani. Respirando l'aria molle di questo vecchio e gio- vine secolo gaudioso si pensa più volentieri alle sete ed alle porpore che colmavano le camere di poppa delle galere capitane, che non al rosso baglior san- guigno delle lanterne che indicavano su di esse, at- traverso la notte fosca, il rischio, un voto e una mita, il comando e un ardore, un triplice imperativo cate- gorico e la disciplina di un seguito deciso a tutto senza discutere. Gli è che anche per la dura e vittoriosa potenza marinaresca della Serenissima erà cominciato, fatale, il declino, fin da quando nel 1671, certo Antonio Ci. vran, savio agli ordini, tentava di scongiurarlo, e voleva che si formasse per i marinai una scuola al- l'arsenale: # per sparger el seme della marittima profession in chi hebbe da Dio per proprio elemento el marl". GINO ROCCA
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I LIBRI PIÙ BELLI Incominciamo, questa volta. da un romanzo storico, Non tanto per ragioni di (predilezione verso un genere letterario, che secondo noi solo in rarisuimi casi può avvicinarai all'efhr cacia delle grandi opere di fantasia. quando cioé l'evocazione sap sin Irasformarii in arte (che alirimenti ai reata nel campo Fedde, inutili e tronfie disquisizioni professorali)., ma perché il iema dà occasione a un confortante rilievo di natura politica. La riconquistata coscienza nazionale torna a rimettere in luce le più mobili figure della nostra epopea. La letteraiura non pisò che elerarai acquistando nuovi protagoniati che sen tutti di prima grandezza. Sembra un'ironia chiamar “muovi” gli womini che appartengono alla atoria della Nazione e do vrebbero far parto, colle loro azioni o cal loro euempio, del patrimonio spirituale di ogni lettore. Ma in verità questi eroi, questi tribuni, questi martin, ai quali la cola Italia demo liberale regalò tutt'al più un monumento su le piazze del pacse natale, uscirca ben di rado dalla compassata cronaca dei ma- nuali scolastici, E il pubblico ne conaice i nomi, le azioni più famose, ma non la vita intima e intensa che li preparò a vo- lere, a combattere, ad agire: le grata, pon l'anima. Ben vengano dunque le biografie. se possono chiarire, illu: mimare. remilere finalmenie adereati alla spirito del acgiro po- polo alciani periodi storici che finora furono condeciati un po alla meglio, come per sentito dire. Una brutta statua di meno © qualche buon libro di più. Lo ripetiamo volentieri oggi che, per la seconda valta in breve spazio abi tempo, gi scoosre parlare wu questa slessa rubrica di un libro dedicato ad uno dei più puri eroi del Ri sorgimento: Golfiredo Mameli. La precedente opera della quale ci oscupammo si dovera a Marco Marchini, ed era una fer wida sintesi di tutta la vita del porta-soldato. Ora la Sua fis torna a campeggiare in un nuovo romanzo di Marcello pra Il mio poeta è biondo (Soc, Ed. Torinese - 5, Lattes » Comp. » Torino). Ma i due libri sono profondamente dissimili. Se il Mar chini, incominciando dalla fanciullezza, csaltava in brevi cas pitoli i caraiteri è i Fatti simbolicamente più significativi della esistenza del suo Eroe, tendendo sopratutto all'unità stilistica dell'opera, Marcello Arduino non si occupa che dell'ultimo o della vita di Goffredo Mameli, da quanda cioé, nel 1848, ai tempi della Costituente, il Poeta giunse a Roma, fino alla sua marie, ché axrweonne in seguita alla ferita riportata aul campo, al Casino dei Quattro Venti, combattendo a fanco di (rarbaldi. Il poeta biondo è qui al cemtro di un grande quadro storico (al quale gli elementi romantici, che son srcondari, on fermiti dall'amore del Mameli per Adele, la veneziana maglie del Duca d'Arceno): ma il quadro è costruito per celebrare la romanità, il senso eterno dell' Urbe, E con esso l'autore ha compiuta là terza parte dl'un trittico che aveva incominciato con Cesare (Ave, Cavani.) o continunio con Gola di Rienzo {Cala di Rimero eda Sperdata): la prima genesi del Gran Verbo dell'Italianità moderna in Roma antica, un vivido bagliore di sasso in Roma medioevale; è finalmente la marcia delle camicie rosse paribaldine che inizia il dure calvario del Hisorgimento, e prepara idealmente la terza Roma all'Italia nuova. - (Grinatamente dichiara l'Arduino: “Ben mi parve che mera» vigliosamente rinpondense ai migi intenti na brere periodo della vita dell' Urbe, che dallo scorcio del 1848 giunge a messo del 1849 e cho video in sana tali affermazioni d'Italianità a di Civiamo, tali gesta di Sommi Italiani, tal fraterno concorso di patrioti da ogni terra nostra, tal epica prova del valore ita: lico contro quattro nemici scatenati ad un tempo, da assurgere, non sola ail un luminoso waticinio per la gran causa che avrebbe atteso ancora, ma addirittura ad una glorificazione della Stirpe in cospetto delle stesse glorie di Roma antica". Ke, dapo questa, narreremo il romanzo: che, pur toccando figure e avvenimenti a lungo e variamente discussi, sa man tenere un'ammirevole clricttivatà : e pur adornato di una veste stilistica che si riallaccia alla romantica ottocentesca (con pro Fusioni e albbbanaloni che qua e lì né rallentano il riîima) è tutto animato da un'emotività continua e profonda; e per questa sua severa e semplice spontaneità piace e intercisa. Perchè ai sente sempre presento un generoso cuor d'italiano, Ed cero un altro romanzo storico, di intenzioni diverse dal precedente, ma che per il suo carattere di eccezione e di italianità ci piace segnalare ai lettori: La d'Arfagaga italiano = Afemorie di nn Soltato si Fratora, del generale Eugenio de Retsi (Edizioni Libri Fecendi, Milano). li tipo del soldato di ventura dei tempi di Luigi XIV — scriveva il generale De Rossi, recentemente sirappato alla venerazione dei suoi bersaglieri — è stato immortalato da Dur mas, nella figura del signor D'Artagnan, gentiluomo francese, visito realmente alla Carte del Re Sole è mortovi generale di fanteria. Ora pochi sanno che un tipo simile, ma italiano, ha vissuto nella stessa epoca, in servizio di Vittorio Amedeo Il, Duca di Savoia, compiendo gesta che, se non brillanti quanto quelle immaginate dal fantasioso romanziere, hanno tattavia il pregio di essere reali... Questo D'Artagnan italiano — diciamolò subito — è il Visconte di Verne-Valde e di Praly, vissuto tra il 1fBo e il 1759. Ma. vien fatto di chiedere, come ha potuto lo scrittore contemporaneo concscere a tal punto le vicende di un simile perianaggio, da farne un romanza? La spiegazione l'avremo leggendo le parole di un frontespizio settecentesca che l'autore hi riunamente riprodetto nelle prime pagine del volume: di dale ingentilità, overre Memorie € Aveentare di Signor di Ferval dinominalo Bella-Rast, tradotte dal francese » Napoli 1758. Si tratta dunque del rifacimento di un'opera antica. E il De Rossi ci spiega che la vita del signor di Verne-Valde trovò chi la narrò in francese nel 1pbÈ, e an editare che la siampò a Venezia in italiano, “con tale successo da imporre la itriso anno una seconda edizione uscita in Napoli e la traduzione dell'opera i in spagnolo e tedesco”, Non basta. Fu il Sereni simo Govermo di Venezia che, irovando quelle Miemone (do vute à un intimo dell'eroe, dal quale tbbe imposta la condi zione di mutare il nome di Verne:Valde in VWerval) oltremoda stili e dilettevoli, ne favori la divulgazione, e né permise îra l'altro la vendita — altissima onore = nei corridoi del Palazzo Doganale: cioé nel luogo dove convenivano, in attesa di imbarco i possessi della Repubblica, i giovani patrizi destinati a iventare ulficiali. ierale De Rogi a'% appassionato alle vicende di quel renturiero, ed ha proceduto a rifare quasi interamente il la» voro dell’ anonima cronista, lavoro che erà composto di due tomi, pieni xeppi di “dissertazioni, descrizioni, considerazioni, laudi e biasimi oggi fuori luogo” ed a drizzare le gambe alla pervima liagua della traduzione italiana, a storia questa di Sebastiano di Verne-Valde, val: deve, ultimo discendente dei Canti di Bricherasio è Cavour, voldato nel Roval Artillerie a Casal Monferrato, arrestato e condannato a moric a Parigi, pei graziato dal Re, volontario nelle Guardie Vallone, poi scudiero del Duca di Savoia, come battente in Francia, in Spagna, in Piemonte, in Sicilia, con- teso da dame e cortigiane, sempre in rissa è sempre sacreno, coraggioso e leale. Lo si legge dl'am fiato, tanto la forma che il De Rossi ha dato al raccanto è agile è franca, « gli episodi è le sorprese ai Fincorreno senza lregua. È at si deve lare un accostamento, a dovuta distanza, e non parlando di stile, non si può pene sare che all'atmosfera dei romanzi di Alessandro Dumas. Mentre parlo di libri che stanno fra la biografia e dl rèmanzò sforco, mi iene sotto agli occhi an volumetto che non ha nessun elemento romantico, ma che per la nobile figura di Poeta cui a'iipura merita di essere segnalato! fecale Linigi Morselli di Angela Della Massca (Franco Campitelli editare, Foligno). Il Della Massea ebbe la ventura di avvicinare il cantore di Gilamce o di diventarne amico, circostanza che gli permise di coglierne da vicino gli atteggiamenti spirituali più tipici e di darci oggi un ritraito paicologicoreritico assai in- teressante. Rivivono in questo pagine gli anni della prima giovinesza avventurosa del Poeta, che sembran leggenda : il viaggio su um veliero a Città del Capo, con F. V. Ratti, poi il periodo passato in Argentina £ nell'Uraguay, il ritorno in patria. la vita a Roma, in una cameretta al scita piano, la fame. E ionò proprio gate le gini migliori, che colla lara evocazione Lione ieri fr ta ricordando. ammonire. La parte critica, dettata dall'altizzima ammirazione dell'autore il Morselli, pecca qua e là. ipecie nei raffronti, di lodi iperbaliche. E. lla
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- EAT [] È | È 1 h & Psi Fontana a Forni di Sopra in Carma Fotografia Ioit. Giseanni Fricedmana Allegato alla “Rivista Lilasirata del Popolo d'Iralia” n. B |Agasto VERI - Vin.
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17 = Sono indisereta se ti domando una cosa? = Tuito quello che suoi. — Vorrei sapere... = Perché indugi? perché non csì parlare? — E ana domanda che mi fa paura i Rema che La Fispoatà son sia quella che voglio... Vorrei sapere come si chiama... quel sentimento che iu provi oggi per me. — Che domande! ha il nome che porta quel piccolo [ha fareirato che hanno dipinto nel icatro di tuo padre, a sommo del sipario: Amare... - Amore? Kan è una parola iroppo grande? Quando ia perso all'amore, quando la veda evocato nei canti dei poeti 6 ne senta parlare nelle commedie, mi sembra che si debba îrattare di una cosa dolce e terribile, senza fine, che appare una sola volta nella vita di ama alonna, © pai la prende [uttà, la îravolge per l'esistenza intera. — lagenua! esiste l'Amore, il ssistono gli amori. Noa È la nirisa corn. Ed è strano santirii parlare in questa moda; se tu fossi una donna d'aliri tempi capirci; ma oggi! Chi parla più di un grande amore? Sono cose del tempo di Dante, è di messer Francesco Petrarca. Adesso, l'amore si è messo una parrucca imcipriata, è andalo a scuola nei giardini di Arcadia, e vi ha trovato tanti tanti fratellini che girano con le alette 21 piedi, svolazzano, passeggiano nei parchi di Versailles, o si divertono, fra una gondola e l'altra, come le nowire damine Wentzlame, i — Le damine veneziane... tu hai lasciato il ivo cuore a Venezia! {Queste ultime parole furono pronunciate con una lieve inflessione di pianto]. Chi parlava così era una fanciulla dall'aspetto assai gio» vanile: la veste grazione ma dimessa, a fiorellini bianchi e rosa. segnava appena la linea di una figurina esile e svelta. Il valto pallido sarcbbe parso quasi insignilicanie, se due grandi oe- chioni neri non l'avessero illuminato tutto, Erano cechi appas sionati, un poco tristi e un po lieti. con certe luci strane, mu- tooli, in cui sembrava ipecchiarai, in quel mamento, la grande luce pallida del mare, nell'ora che precede il crepuscolo. La piocina era iliatesa sovra alsuai grandi angai: davanti a lei ai stendeva la spiaggia sabbiosa dell'Adriatico, AI suo Banco, con un ginocchio posato a terra, in alteggiamento aggraziato e suadente, stava un giovane clegantisiimo: aveva posnto daranti a sé lo spadino e il tricorno, è parlava con piacere. quasi ascoltaniloai Ma, a quell'ultima albuzione, non avera riaposto. Del sua silenzio ni turbo Valtira, c gli chico; "nei off? ti ho ferito?" =" Tit, ma mon parlare di Venezia, ti prego. In questo momento, Venezia è lontana: abbiamo posto di mezzo il mare, acn voglio più iornare in quella città, piena di inganni e di malie. E' una città cattiva e frirola, como le sue denne, Rie cordo l'espressione di un poeta inglese, che da noi non è ancora uasi conoiciato; me l'ha detta a Venezia, un certo signor Barettio fr densa è periti come d'onda. Ebbene; quell’inglese, dt fon era stata a Venezia, certo ac ne intendeva! = Come sei triste, quando parli di queito | ai vede che le donne di Venezia ti hanno faito molto soffrire | — Forse, ma non parliamone, Ora mi compensi ta. Vedi: la mia vita è stata un sogno travolgente; ho incontrato tante persone diverie: mi sono lasciato irasporiare da tante passioni: a un certo momento, ho avuto l'impressione di estere estonvato e vinto. Pai, in tania trialerza, bo trovato te. duamdo mi © venuto quel capriccio di abbandonare la mia vita di gentiluomo per seguire tuo padre sulle tavole malfide del palcoscenico,
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sa non sognavo di trovare, proprio li, la mia salvezza: è invece mi aspettavi tu, Ardelia, piccola anima muova; mi aspettava una grande luco che mi valeva circondare è mi avvinceva: qualche cosa di ingenuo, di puro, di semplice; una gioia infi- nita. un amore senta limiti... E poi. dopo intta questa, hai il coraggio di domandarmi che cosa sento per tel Ma i {i amo! E non guardare ae, qualche velta, mentre ti dico queste parole, sembro um po triste o scagato, E' la mia vita lontana che mi rende così... — Eppure, che sona io, in confranto a quelle dame vene ziane ? non ho vestiti belli. non ho eleganze... non sono né contessa, né marchesa... = Tu. tu sei ben più di questo; sei una regina, Ti voglia chiamare la regina di pt a Penso alle antiche fiabe di Oriente, C'é una donna piccola, esile. E' tento come il giunco, che si china per amore ma non si spezza € sa ritornar diritto con violenza, E' tenue ed è forte: sembra un nulla, ma i suoi scchi sono tutti luce; sembra una pallida apparizione, ma le sue labbra pertana il fuoco dei loro baci. Questo piccola giunco d'amore mi diventa, nella fantazia, come il centro di un grande reame. Ti penso in una reggia di Persia o d'Arabia: tutto latorno, lè pareti ad archi fantastici sono d'oro, d'argento, costellaie di topazi; pelli, tappeti meravigliosi, stoffe, dama- chi d'agni specie coprono i tuoi letti ed i tuoi trani: cosparii a terrà da ogni parte si vedono mucchi di diamanti, di gemme, di perle: oggetti preziosi, idoli strani. Tullo ti caonconda. JM tuoi piedi giace addomesticata una pantera, e lambisce la tua caviglia in atto di sommissione: ua esercito di achiavi meri, una Falla di ancelle, di danzatrici, di portatrici d'unguento, si muove lentamente intorno a te. Ed ecco, io vengo avanti in acala ia fantantica: domando della ina: mi vagliono dsscuilanie | si fa ad arrivare alla SEA di Pa E° proibito ! non ci si accosta! mi ragliano uccidere, E invece no! ia venga avanti; vinco tutti gli ostacoli; mi accosto a te, tu mi tendi la mano... Î tuoi sguardi erano velati dalle pal- pebre: ara sallevi le palpebre, apri ad un tratto quei tuoi grandi occhi che sembrano empirsi di tutta la pupilla, è mi sorridi. Poi il sogno si dilegua. Tutte le core, interno. spari toono; non trovò altro gemme e altre gioie che la fiamma dei tuoi ccchi, il corallo delle tue labbra, lavorio dei inci denti. Mi accorto a toi siamo soli, solati, perduti nel malla; e rac- colgo in un bacio tutta la gioia del two reame di sogno. La piccina ascoltava intenta, como un bimbo a cui si narri una bella storia di fate. Volsc a questo punto il vino, fatto un poco più pallido dalla gioia e dal vento marino è porse — da quel pallido volto — le labbra all'uomo che amara, In un bacio «i compiva quel sogno, mentre le ombre del crepuscolo già davano al mare una intonazione più fosca e, nel silenzio pacato, acla ai tudiva il ritmico acapiro delle cado salla spiaggia. Quella sera il pubblico che affollava il piccole teairo della cittadina adriatica fu larghissimo di applausi per la giovane attrice che faceva la parte di Corallina. Era Ardelia Camin, la bgliola di Pastiano Camin, dla molti anni celebre per lo siccole città mella parte di Fantalone, con maschera e senza. I vecchio attore avera recitato qualche anno prima ia una compagnia diretia dalla steso Goldoni, e ora continuava alla meglio, girando per città e paesi, la sua buona tradizione. Tuttavia, per soddiafare il guato del pubblico, doveva ogni tanto dare certe commedie fantastiche, con intrecci complicati, mei quali i vecchi argomenti delle commedie di cappa © spada al fandevano bizzarramente con le nuove maschere, ammodernate dal Goldoni. Quella sera, protagonista della commedia era Corallina. è mai come allora si era veduta brillare di brio, di gioia, di fealogità il piccolo +alia d'irdelia. All'ascir dalla scona, Pan talone x rammentava di essere suo padre, e la guardava con us senso di stupore ammirato. Sembrava quasi damandara: #" Ma quella, proprio quella, è mia figlia? Che le succede questa sera! perché è tanto brava?" Il dramma, alla fine del stcondo alta, conteneva una serie di avvenimenti strampalati. Ad un certo punto, da una boiola tera al centro del palcoscenico, apuntara fuori nientemeno il diavolo in persona, e Corallina riusciva a sedurre per sino il diavolo, perché perdonasse a Florindo che avera avuto il torta di vendergli l'anima. Ma in quell'ultima scena del se- condo atto, Corallina aveva cambiato completamente l'inter preiazione: non era più la servetta allegra, bizzarra, fantastica, tulta grazia e mottetti; aveva qualche cosa di molto dolce è solenne, sembrava, più che un'ancella, una regina: lo gaio par role della parte acquislavano nella sua voce un tano diverso. Il pubblico ne rimaneva disorientato e ammirato, " [Cone + bella! — diceva qualcuno — come fa benel noa è più Corallina! è la bellezza! + il sogno, la seduzione... i démome era veramenie vinto e sedotto; ripiombava con una finta Gammata dentro la iua botola: Florindo era aalra è poteva impugnare la spada per uccidere il suo rivale. Là parte dell'ueciso era interpretata da ian aitore novellino, Alise, un nobile, che a Mestre, si era attaccato alla come pagnia « aveva chicato di seciiare con gli altri, per dimenti» care lo sue passioni, svagarsi © abbandonare la vita ventriana, Come attore, Alvise non valeva molto; faceva le parti secon- darie; sopratutto gli afidavano quelle parti che entravano ia un atto sola Infatti, alla fine del secondo atto, sbudellato da Florindo, il perfido rivale spariva per sempre... Quando Ardelia. dopo i molti applausi che chiusero quel- l'atto fantastico, ai ritrovò nel suo camerino, si guardò intorno. Sentiva di aver avuto un piccolo trionfo. Il padre, com- mosso, le venne vicino. Le disse: " hai recitato come una re- gina!" — è questa parola, regina, ebbe un'immediata esa nel suo cuore. La fanciulla si volse. e sperò di comparire su la soglia del camerino anche Alvise, che prima della recita l'aveva chiamata regina: regina di Golconda, sovrana della lamtagia. Erano quelle parole, erano quei sogni che avevano rav- vivato la pa sita di attrice. Sila Alielia guardò invano, L'intervallo, nel retroscena AuOa: trascoric melanconica- mente. Alvise non si vide, Ardelia pensò che l'avrebbe veduta più tardi, © ai sentii triste... Pai, quando il sipario fu alzato su la scena del terz'atto — che rappresentava ua giardino con al centro uso strano chiosco — Ardelia senti subito, quasi fisicamente, che Alvise doveva essere passato nel pubblico. Cominciò a recitare un poco smontata, senza l'impeto di prima; e intanto ai guardava intorno. Dove eral... Ma quasi la parola le venne a mancare su le labbra quan si avvide che, poco lontano da lei, proprio in un pal- «tto di proscenio, il giovane, era seduto presso una dama molto elegante, vestita di seta, con una parruoca Fastosa e ua neo rubacuori all'angolo delle labbra. La dama gli sorrideva, è imilicava l'attrice coa un grande ventaglio di pizzo. {Ardelia penso che quel sorriso fosso pieno d'iromia). Alviso, si tetra un poco nell'ombra, e susurrava qualche cosa all'orecchio della sua dama, che si piegara agilmente, valgendosi vero di lui, e lo minacciava, con un gesto aggraziato, giocando abil- mente col ventaglio. Gli spettatori non videro più la Corallina che recitava da dominatrice; Corallina in quel terzo atto, era divenuta triale, recilava ia lonia minore, AUSUFFAVA, Apegneva le risate, Tutto questo era assai strano perchè, nello svolgera della commedia, il terz'atto doveva concludersi col matrimonio di Corallina e Florindo, 11 padre Pantalone, chè ai era mao- strato tanto contrario a quelle nozze, finalmente acconsentiva ; l'angelo © il demonia scmbravano chiamati, con tutte le farze d'oltre tomba, per attuare la felicità degli sposi; Corallina dovera essere lieta, faggiante, festosa, lavese no; invece no, la sua voce era di pianto; il suo volto, sotto il rossetto, rivelava il pallore: gli cechi le si infossavano. Il pubblico era preso egual. mente; la commedia formava un cos bizzarro zibaldane, che oieva mdattarsi a qualunque cosa. Sembrava agli spettatori che Corallina, dopo aver sedotto il demanio in persona, fosse rimasia col rimpianto di quel rivale, ucciso da Florindo nel stconal'alto : furto pensiero velawa di tristezza il prossimo mia- trimonio, e infondeva qualche cosa di melanconica nella cate della commedia. E la regina di Golconda? povera regina!..., cera bastato un ventaglio di pizzo, per far dimenticare il suo piccolo scettro dorato. La piccola locanda nella quale Bastiano Camin dimorava con la figlia, cra quasi addossata al teatro e formava con esso un edificio unico, V'era anche un passaggio Interno: una porta che Camin aveva fatto aprire per poter andare, senza troppo disturbo, dalla ava atanzsa nel palcoscenico. Paatiano Camin era un uomo che amava la vita comoda; e tanto più l'amava, quanto più le sie vicenale l'avevano coadolia a traversa una serie di disagi di ogni apocie: aveva sallerto la fama; era stato imprigionato; una volia aveva persino subito la tortura, perché ingiustamente sospettato di fiarto. Ora, rocchia, consenirava lla poca forza di passione che era nella sua anima su quella bimba, che gli èràa rimasta quasi come un fragile dona, recato wulla spiaggia dalle onde turbinose della sua esistenza. La madre, ianà danzatrice, eta morta giovanissima. Camin avena affidato
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la piccina ad alcuni parenti nel Friuli; ma pai, dapo 1 dieci anni, aveva cominciato a portarla seco, e ne avera fatto na- turalmente una piccola attrice. Quella serà, padre e figlia erano tornati a casa imbroneiati. Pantalone si sentiva disorientato. A lui piacevano le cose sem plici. chiare è precise: linà pericna a questo mondo deve cas sere è di buonò è di cattivo umore; come ni fa a brillare di gioia al secondo atto, per essere piangente al terzo? Caso mai, al potrebbe capire il contrario: lanto per far amdar ria il pube blico con la bocca dalce, Camin aveva tentato qualche domanda iaceria, ma Ardelia man gli aveva risposto. Hi era fusto nia ba ali guardarlo cen que’ suoi grandi occhioni incantatori; gli aveva baciato la mano con delcerra e si era chiusa nella sua camera. Qui, appena eniraia lfecava in emana na candela chr le Gra slata dlatà sulla soglia da una vecchia fante) vide presso la toeletta una coss che la turbò: un grande marzo di fiori lilla, con un piccolo faglietto piegato, della stero colore, Capi iutito che doveva iratiarsi di um omaggio di Alvise. Spiego il foglio e lesse, rie manenda in piedi, mentre le mani le incmavano: "alla regina di Golconda, questi fiori di sagno, pera sia perdonata la dipartita di un suddito poco fedele. Alvise”. Ardelia capi una sola parola : la dipartita. Dunque ae ne andava; la lasciara cos, dopo tanti gruramenti, dopo tanto amore. Si: ora capiva. Ardelia si assise davanti allo specchio, ma nen nai guardarsi. Siria] welra, la fammella della candela mandava un volubile bagliore. che illuminava appena il valto pallidissimo riflesso nello specchio. Ma Ardelia guardava quei fori, sentiva il loro profumo lieve, è pensava a quella parola: la dipartita, Quando Alvise era venuto nella sua compagnia, essa aveva sentito pietà per quel giovane triste, che acmbrara recare con st il retaggio d'un tradimento, è d'una passio» ne sventurata, Si era accostata a lui ingenuamente e Alvise aveva accolto come un omaggio lo sguardo pietcao de' a0oi grandi cechioni, e quel poco dii gisia e di conforto che era ves nuto da lei, Come un omaggio. Ora Ardelia sentiva tutta l'ironia di quelle parole: “la regina di Goleonda ". Ka, non regina, una piccola schiava era lei; il vero sovrano era stato Alvise. (dira, si poteva ben capire quello che era accaduto d'im provrizo : la dama veneziana, aristocratica, bella, fastosa, la vera regina = soa del sogno ma della realtà > era venuta a ripreniderai luomo del suo suore, Era fatta cos; si divertiva a farlo sof: frire, poi gli correva dietro. Quando essa era lontana, Alvise credeva di poter amare qualcun'alira, sperava di liberarsi, cere cara quasi l'amore, per ronderii libero da quella passione; ma appena la bella dama faceva giocare il suo ventaglio, appena la guardava oa quei suoi secchi inanici, freddi È WINACL, [e] die ceva una parola qualunque — muovendo un poco le labbra col gesto abborzato di un bacio — fAlxise era preso di nuova, non intendesa paù nulla, La seguiva dovunipue. Era feiò e perduto, Ardelia non poteva abbandanare lo gian da quel pic» colo foglio e da quei fiori lilla. Quella parola, dipartita, le '" Tutta è finito, si dicora, il piccolo regno della regina di Golconda è durato un paio d'ore: dal crepuscolo alla notte. Ora non c'é pal mulla ". Ed ecco, mentre così dicera, la piocola tamora la danna che aveva svacitalo quella grave passione, picchiava mella mente come una ossessioni larmeniaià,
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40 semilmna à poro A co si illuminaza: atrane amine, Fanta: stiche luci si to da agni parte, Chi appariva dietro le cortine del letio e la niiconaleva? Era una schiera di dane zatrici, adorne di gioielli, bellissime a vederti; venivano avanti molleggiando, tutta grazia; con lieve passo d'ermellina. Le cortine del letto si trasformavanòo, diventavano tappeti. da: maschi: il soffitto della stanza adesso era tutto ad archi perle e diamanti. Ardelia senti una carersa lieve sulla caviglia. (Guardò a terra e vide, accantiata ai suoi piedi, la pantera domestica, la schiava della regina. La piccola belva sinuosa, aggraziata, dai lievi gesti soavi, lambira con la lingua i suoi piedi, è quan sembrava invitarla a muoversi. Ardelia si alzi e la pantera i alirciaò wéerdò luneio : Ardelia, micchinalmente, la segui. Cra non aveva più le vesti dimesse di prima. ma si sentiva ave salta in una grande clamide armurra che ricopriva e accaree- zava, con la dolcorza della seta, il nuo piccolo corpo ignuda. Seguiva la pantera e dieiro venivano quelle luci fantastiche, quelle fammeo, quelle damralrici, li corridoio della piccola locanda non era più buio, ma dua file di servi negri, con fiaccole alte, segnavano il passaggio della regina, che proseguiva, lentamente, veriò il palcoscenico. Andò nel teatro: la grasde sala era buia. Dal sipario al- nato, di rederané i palchetti suli, le poltrone rigide. ferme. Un grande silenzio. Ma ecco, a un tratto, la sala del teatro ni sllominò: in gni palehetto si vedeva una damina incipriata che giocava col ventaglio è un gentiluomo che le sorrideva: cdl avevano tutti lo stesso aspetto: il volto di Alvise, lui; quello della mvale, l'altra, La regina di Golconda non voleva vedere; ma dovunque i raliaiao, da quel palcoscenico wvbileva, come una ossessione, tutte quelle coppie eguali, in tutti i palchetti del isuò teatro. Il palcoscenico #Fà pieno della sua corte, una grande luce era intorno a lei; la pantera ai erà adriio ascosciata presso la cuflia del suggeritore; sembrava presa da un lieve sonno vor luttuoso, teneva i langhi occhi aoechiusi: le danzatrici si erano abbandonate l'una mull’alira. tenendosi per mano, sorridenda: i servi si cerano sparsi alla rinfusa per il palcoscenico, mentre nell'angolo più riposta un citareda greco evocara appena, da lunge, le miete idarisime della ioh <éCLra. Ardelia penio the essa doveva rifugiarsi tra quella gente di sogno. Valle chiudere gli stcehi: le sue piccole mani bianche furono posate con agri forza sugli occhiomi irrorati di pianto, Fece qualche passo in dittra, senza voliarai, verao il fondo delli scena. Noa voleva vedere niente. Aveva paura, Si riteneva così, lentamente, dalla ribalta verso il centro del palcassenica ; Lenewa le mani sugli acchi e nen wede:rà nulla. A un tratto, senti il vuoto sotto 1 suoi piedi; la botola del dimaniòo erà rimania Aperta: frdelia mon lo Sapeva, non se né era avveduta; non poteva pensare a questo in simile momento. Diede un grido. Le parve d'essere inghiottita dal nulla: senti un colpo fortissrimo de le martellava la noca, poi niente più. Il teatro ripiombé nelle tenebre, Dalla piccola città adriatica si dipartiva un grande veliero; il vento era lieve, ma propizio, le vele gonfie lo portavano avanti. Nella notto si scorgevano gli ornamenti dorati della mirabile nave veneta; ma sul ponte maggiore, alla luce dei canailelabbri, alcune dame danravano vn miavetta li veliero procedeva placido sul mare iranquillo: non v'era ombra di movimento, si poteva ballare come sopra una sala. Un piocolo abate, presso una ipinetta. suonava; le damine dansavano con i loro cavalieri e, fra questi, chi più lietamente pergora là ma net all'inchina, pra AlWinie I indi sochi brillavana di gioia, A un certo momento, mentre egli si inchinava nel Ecsla aggraziato e lezioao della ilamrta, divenne pallida, di fermidi, dovette appoggiarsi a un altro cavaliere per non barcollare, La danza fu interrotta: "Che avviene? Che wi aendite 1. Alvise non poteva rispondere: poi si riprese: ‘ Nulla. Ho tene lito come una voce lontana che mi chiamava: è poi ua colpo violento, qui, su la nuca, come se un forte martello mi cal pisse. Perdonatemi; non posso danzare, sono turbato ‘. Andò a sederai e la ilamina la segui, cingenza cal candare"del Abi braccio quel pallido volto turbato, ti à Ma il pallore di Alvise era giù scomparso: ma nella masse. che releggiava verso Venczia, la gioia, il suono, il canto, eranò già ritornali — quando a maitina alta, i comici di Bastiano Camin trovarono, rotto il palcoscenico, un povero corpo albe bandonato: Ardelia caduta dalla botola, morta. pose Ad VALENTINO PICCOLÌ
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dl Mario Sironi: Paese. ARTISTI DEL NOVECENTO A GINEVRA L'esposizione degli artisti del Novecento italiani alla Galleria Moos di Ginevra — esposizione orga nizzata col prezioso concorso dell'architetto Alberto Sartoris di Torino — è uno degli avvenimenti più importanti sia per Ginevra come per l'arte è per i rapporti amichevoli fra la Svizzera e l'Italia. Grande è# la riconoscenza ché noi dobbiamo a Margherita Sarfatti di aver saputo animare un mo- vimento artistico così significativo: il Novecento. Le opere contenute nella seconda esposizione di Ginevra sono tutte importanti; non ce n'é una che non meriti di essere attentamente esaminata; e se noi saremo costretti a trascurarne qualcuna, la colpa non sarà che della mancanza di spazio, Massimo Campigli si afferma subito per la po- tenza della sua composizione La follatte in quattro fasi, Quattro donne monumentali, ognuna delle quali rap presenta un momento della ioifette femminile (quello in cui la donna si lava, si pettina, si mette il busto, si infila i guanti) formano un insieme che ha un bel ritmo corcografico, sieché — nonostante la loro so- lidità — le figure acquistano una grazia ammirevole e, per così dire, aerea. (Questa squisita impressione deriva, senza dubbio, dalla sobrietà armoniosa dei colori: la posa delle singole figure non ha grande importanza, ma quello che conta qui è la sinfonia dei toni, azzurri, scuri e bianchi, che si sovrappongono in una successione semplice e voluttuosa. Felice Carena si presenta colla sicurezza d'un pittore che conosce il suo mestiere, La fastiglia del- l'artista è un'opera piena di gioia, derivante dalla ricchezza dei suoi colori. La tela / miei allievi è im- hevuta di un certo lirismo romantico, assai piacente, ma noi le preferiamo gli studî di Bagnantdi. Carlo Carrà, quest'anno, mom ci presenta più le sue Nature morie metafisiche, che avevamo tanto am- mirato, ma dei paesaggi che hanno saputo avvicinare alla portata di tutti le sue prime scoperte. Carrà, in tal modo, non si è “ volgarizzato “; ma sembra che una certa umiltà e saggezza l'abbiano spinto a ren dersi accessibile a tutti: e speriamo che vi sia riuscito. Ai nostri occhi egli appare sempre lo stesso; i suoi paesaggi sono, come prima, improntati a una profonda emotività: essi sono pieni d'ombra e di luce, in una atmosfera di raccoglimento e di calma perfetta. Felice Casorati è un pittore meno sentimentale, ma sempre intimamente architettonico; egli sa fondere l'amore alla geometria, e questa padronanza di una passione contenuta dà alla sua opera quel fascino inquietante che ben conosciamo. Facendo astrazione da ogni qualità psicologica, Casorati — è quasi inutile ripeterlo — è un grandissimo pittore, Egli sa mettere
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di Felitée Carena: Famiglia, a contrasto audace dei colori vivaci, e tuttavia l'ine sieme delle sue composizioni risulta perfettamente equilibrato, La fezione è l'opera nella quale sembra che egli abbia concentrato tutte le sue precedenti scoperte tecniche; lo sfondo ricorda i suoi primi paesaggi. Giorgio De Chirico espone OG arebealaghi, Que- st'opera è tipicamente rappresentativa di uno dei migliori periodi del pittore, quello dei " mannegquins vr, Negli Arcbeofogbi le mani ci colpiscono per il loro impressionante realismo; quelle due figure dai valti mascherati sono sedute su polirone molto hasse, ciò che conferisce ai tre bracci visibili un ritmico aspetto di fumaioli, derivante dalla loro lunghezza e dalla loro forma cilindrica. I paesaggi di Raffaele De Grada hanno fisonomia essenzialmente toscana; il pacsaggio Macine ci sem. bra la migliore tela, ma tutte sono notevoli, sia per la loro dalterzza o la loro umiltà, sia per una parti- colare freschezza di toni che appaiono ispirati dalla
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4 Mario Tozzi: nitidezza che hanno gli aspetti della natura pochi istanti prima del temporale. L'evocazione madreperlacea intitolata Nostalgia marina di Filippo de Pisis, ci mostra in primo piano oggetti visti da vicino, conchiglie, granchi, piume, che formano un vivo insieme di colori, mentre nello sfondo è un mare di un verde-azzurro vibrante, con delle nuvole che lo sorvolano e una barca che appare al- l'orizzonte, Questo sottile colorista è senza dubbio uno dei Lo «fi cchio, pittori che sanno dare all'occhio dell'osservatore i piaceri più delicati. Due anni fa, al Museo Rath di Ginevra, avevamo visto un Eire di Achille Funi, un bagnante presso à poco uguale a quello che lo stesso artista ci pre- senta quest'anno. E' un'opera ricca di colore, ma noi le preferiamo la Aagnanie, più attraente e più potente, I paesaggi di Willa Bongbese, inoltre, formano un in- sieme molto serio e aristocratico. Gli architetti Sebastiano Larco, Carlo Enrico Rava
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ua tal ©” sl - PT | + La ne Pi asti a nil ] > aa î av tifa ho Lg # ai Arturo Tosi: Fiebi e dea, e Alberto Sartoris, seguono tutti e tre la stessa ten- denza architettonica e tendono all'impiego razionale degl elementi della costruzione pura. Ognuno di loro tuttavia, pur partendo da un punto comune, sceglie la via che più corrisponde al proprio temperamento. Larco e Rava hanno esposto degli studi per dei "Sa- loni d'esposizione” e per un " Palazzo delle Belle Arti" molto moderno è molto bello. Certi interni possono esser presi per de quadri, tanto è efficace e giudi- rioso il gioco dei colori diversi nelle varie pareti. Le celle operaie di Sartoris, montate su palafitte, sono d'uno stile che, pur corrispondendo pienamente ai bi- sogni della nostra epoca, non sarebbe indegno del Ri- nascimento. La prospettiva assronometrica del “ Palazzo delle Belle Arti" di Sartoris, offre una grande gioia estetica di per sé stessa, poichè l'armonia della co- struzione futura è resa colla maggior evidenza. Lo scultore Adolfo Martini espone una Tesla di loscano è un Chirurgo, tutti e due di ottimo stile, con tratti caratteristici che per ognuno sono ottenuti dalla forma ovoidale che il bronzo ha comservato. Lo stesso rispetto della materia prima, la stessa semplicità di realizzazione si ritrovano anche nei Pesci è nell'Aniba in terra cotta. Nella pittora di Fietro Marussig c'è molta tene- rezza cd una ricerca di tomalità assal interessante, Il Monello, la Ragazza alla toilette, il Ponte a Tavernola sono opere affascinanti; i suoi colori originali sono i grigi violacei e i bruni rossastri. Questo pittore ha 1l merito di non subire influenze straniere; le formule e le teorie non l'hanno corrotto, egli preferisce la li- bertà della sua visione e dipinge soltanto secondo la propria sensibilità, Di Amedeo Modigliani, del quale conosciamo tutta la grazia serpentina, sono esposte opere d'una finezza di esecuzione sorprendente: il gusto, la grazia, la limpidità s1 mostrarono di rado riunite a tal punto in un'opera di pittura. Le deformazioni delle sue fi- gure gli sono naturali; esse derivano dalla rapidità e dall'ispirazione della sua matita. Quest'esposizione ci ha rivelato, oltre al pittore che conoscevamo, un disegnatore di prima forza. Alberto Salietti non è un artista di minore im- portanza. Egli ci si rivela meglio quest'anno di quello che non avesse potuto rivelarsi duèe anni fa: la sua pittura è più libera, più personale e più viva. Il Tunnel, colle piccole case distribuite come tanti cubi di colore diverso, è una tela ammirevole per la sua
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Felice Casorati: La lezione Allegsio alla “Riviata Mbasivaira dl Pagato d'Italia” n. E [Agata sana - Vili
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Raffaele de Grada: Poesiggio - Sopra: Carlo Carrà: Segbena di marmi. 45
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Achille Funi: Bagnoate. composizione è il suo equilibrio. Le verzure del pae: saggio Pineta delle Grazie, ottenute con piccoli tocchi, innugurano un ritorno molto interessante verso la natura, verso la ricchezza pittorica delle foreste, in» giustamente trascurata dalla pittura contemporanea, e fortunatamente ripresa dall'ingegno personale e sottile di Sahciti. II Balcone a Rocca di Fapa che espone Gino Se- werini è una delle più helle opere che noi abbiamo mai visto. Due imposte nero-bleu, come due sipari alzati, si aprono su un paesaggio che sarebbe stato degno di Corot; sulla finestra una colomba è appiat- tata dietro un ventaglio. Tutto ciò ottiene uno dei più graziosi effetti, vaglio dire un effetto che dipende dalla grazia. Una volta di più, Severini ci mostra dove i suoi primi tentativi futuristi e cubisti abbiano potuto
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di? Adolfo Wildt: Fimfe fmarmel, condurlo. E' una meraviglia. Fortunatamente per lui, egli non dimentica mai del tutto quella scuola e le regole esoteriche di cui essa faceva uso, ma ha sa- puto avvicinarle alla portata del pubblico nelle sue opere, che non possono se non guadagnare nel dive- nire più universalmente comprensibili. Mario Sironi ha anch'egli abbandonato i suoi au- daci tentativi per procedere sulla via di una pittura più calma. Tuttavia, egli sa conservare sempre tutto ciò che costituiva precedentemente la sun originalità, dei chiaroscuri che ben corrispondono al suò tempe- ramenta tragico. Il Villaggio è Prese sono le tele che meglio esprimono questa tonalità in minore. Il Discepolo & una composizione ordinata nella quale i colori perdono la loro antica vibrazione ma acquistano efficacia in un'atmosfera di calma olimpica.
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Arch. Alberto Sartoris: Progetto di Palazzo di Belle Arli fansonometrica generale), Arturo Tosi ci è ritornato, più grande che mai, col suoi paesaggi © il suo bell'ingegno così spontaneo, L'abbiamo molto ammirato, e soprattutto // popone è la pera, Dintami di Zoagli è Giliveli. I coloni di Tosi sanno acquistare il carattere della cosa dipinta, e per lui un frutto, un albero, una casa, sembrano possedere una materia loro propria. Adoprando i mezzi più seme plici, Tosi è il miglior evocatore della natura che sa ammirare, e, attraverso la sua arte noi veniamo a co- noscere profondamente la campagna lombarda. Mario Tozzi appartiene a una tendenza del tutto opposta; per lui non ha importanza la natura, ma soltanto il pittore. Certo, non sapremo negargli nel quadro Lo «pecebio una vittoria nel campo della com» posizione pura, dove persone e cose devono comple- tarsi attraverso i contrasti che suscitano e i profili che segnano. Adolfo Wildt è uno scultore che turba, sgo- menta, ma che non si può dimenticare. La maschera di Benito Mussolini è degna della grandezza del Primo Ministro: la materia è nobile e l'esecuzione è raffinata, La testa di S. Francesco, se è impregnata di una strana dolcezza, per l'aurcola metallica che sopporta, ci ricorda che i teneri fiori del misticismo servono alla guerra spirituale, e dobbiamo esser grati allo scultore di non abbassarsi mai alle svenevolezze re- ligione, ma di ispirarsi alla bellezza raccolta solo dopo aver superato le prove del dolore. Il Paesaggio di Val d'Adige di Gigiotti Zanini è un'evocazione campestre che ha i meriti della sempli- cità: è un tratto di strada con un secondo piano di colline caotiche, di case dove regna la più completa tranquillità; sembra un bel paesaggio veduto attra» verso il finestrino di un treno, Abbiamo fatto così il giro dell'esposizione, e ci è stato necessario molto tempo, perchè non c'era una parete dinanzi alla quale si potesse passar oltre; e a Ginevra é particolarmente raro che si abbia un'espo- sizione nella quale la scelta delle opere si mostri così rigorosa, Noi dobbiamo essere grati anche alla “ Galleria Milano" che ha assecondato così efficacemente il com- missario nel zuo compito. HENRI FERRARE O i
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li Costello di Torchiara che ilgrande capitano Pier Maria Rosco costruì per Bianca Pellegrini. UN EREMO D'AMORE: TORCHIARA Da Parma, seguendo il torrente dello stesso nome, per una bella strada che attraversa per paco più di quindici chilometri una ferace campagna, si perviene dl Torchiara. Sul fondo Azzurro, quasi librato fra cielo © terra, sorge su di una altura di duecento metri la rocca, massiccia & solenne, co' suoi baluardi e le sue torri, palazzo e fortezza ad un tempo, Chi costruì ed abitò questo mirabile castello? Ce lo dice una iscrizione murata sul bastione da cu di- scendeva un giorno il secondo ponte levatoio: favocato il nome de la redemetrice di eni prenoate porto io Pietro Manno fondai sta rocca alliera et felice de magio quaraninocio era il cono CCOCC el cun divino aiuto fu perfecta anti chel sévitaiaà Srna sorto, Pier Maria Rosso compi dunque tra il 1400 e il 1 la costruzione del sele di Torre Chiara, divenuto poi Torchiara, Chi egli fosse, lo dicono le storie del suo tempo: un valoroso ed insigne capitano, che sapeva profondamente d'architettura militare, è conosceva il francese e lo spagnuolo, e, deposta l'arme, molto si dilettava di musica c di poesia, protettore di umanisti ed umanista egli stesso, Dice Corrado Ricci — che di Torchiara è stato uno dei più ap- passionati illustratori — che Pier Maria Rosso fu uno dei tanti meravigliosi vomim del Rinascimento che erano pieni d'energia è di buon gusto, di colpe e di pietà, di versatilità insomma nel cuore e nella mente. Uno di quegli uomini, feroci in guerra, sentimentali in amore, che abbandonavano la spada per prendere la penna e scrivere sonetti o ballate petrarchesche; e s0- prastavano ai lavori d'arte, e suggerivano gli argomenti per le decorazioni dei loro castelli è delle loro case, è talora disegnavano casi stessi le piante delle loro rocche, La vita di Pier Maria Rosso si svolge tutta fra bagliori e fragori di guerra. Al servizio di Filippo Maria Visconti Duca di Milano, per ben cinque volte marcia contro i veneziani ed altrettante volte li scon- figge. Muove nel 1438 con le sue soldatesche contro Francesco Gonzaga, e a Chiara d'Adda lo sbaraglia e volge in fuga; né minor bravura dimostra col Duca di Milano nella riconquista di Casalmaggiore e nella liberazione dell'intero territorio cremonese, bresciano © veronese, riuscendo a battere persino il Gattamelata. Nell'ora del maggior periglio Parma lo acclama suo capitano; ed egli, in mezzo alla confusione e allo sgo- mento della città, raccolto in fretta un manipolo di seguaci, con essi espugna fortezze è castelli e non depone le armi finché non ha ridotto in suo potere metà dell'Appennino e non ha restituito ai Correggio, signori di Parma, le rocche più ribelli ed ostili. Gli vanno incontro i concittadini, allorché wittorioso ri- torna in Parma è fra grida di entusiasmo e suon di trombe e rullare di tamburi, lo salutano " Padre della Patria, autore della libertà rmigiana. è conser: vatore". Ma l'impresa che gli dà maggior gloria è quella presso Cremona, quando sulle navi dei mila- nesi egli contende nel Po il passo alle galere vene- ziane guidate dal Quirini. A queste non rimane via di scampo; ed è allora che il Quirini fa incendiare le proprie navi e le lascia andare con la corrente contro quelle milanesi. Ma Fier Maria Rosso, ad evitare il pericolo, fa aprire la via, e le galere ve- neziane passano come immense torce sulle acque, e in parte spariscono nelle onde, e in parte son catturate, e sette soltanto, malconcie, riescono a raggiungere Venezia, a portarvi l'annuncio della disfatta. E" dopo questa 2 itosa vittoria che l'intrepido condottiero, coperto d i gloria, fa ritorno alle sue terre, e sul fiume Parma inizia la costruzione di un nuovo castello, il più bello fra tutti: quello di Torchiara. (Qui forse vagheggia di trascorrere in pace e nella quiete degli studi gli anni della maturità e della vec- chiezza: ma lo Sforza ha bisogno ancora di lui e della
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Loggia Superiore del Costello di Torchiara con la ecista del torrente Parma. sua spada, ed egli corre al suo fianco, nè lo abban- dona nell' ora della sfortuna, rarissimo esempio di fe» deltà in tempi nei quali i capitani di ventura non guardavano pel sottile e seguivano chi più era in auge e meglio pagava. La sua costanza è premiata; Îîo Sforza rientrà in Milano, a fianco di Pier Maria Rosso, e v'é acclamato Duca. Grandi onori lo Sforza vorrebbe dare al valoroso capitano; ma quegli rifiuta e dopo qualche tempo abbandona Milano e preferisce ritirarsi nelle sue terre. Un misterioso amore non è estranco a questo divisamento. A Milano egli ha cono- sciuto una donna di quella città, moglie di tal Melchiorre d'Arluno che = dice un contemporanto ed amico del nostro condottiero — emancipatazi dalle leggi dell'onore e del dovere, innamorò follemente Pier Maria nel tempo appunto in cui viveva alla Corte di Milano. Chi visita antorà oggi il Castello di Torchiara e si sofferma dinanzi alle pitture che decorano la più famosa stanza del gloriosa «dificio, può apprendere il segreto di questa storia d'amore. La stanza è in una delle quattro torri del rettangolo di Torchiara e gli dà il nome di torre della “ camera d'oro’ Penetriamoci. Una fantasmagoria d'oro e di colori è nelle pareti, nel soffitto, -e riempie gli cechi di tulto un grande bagliore. Par d'avere davanti un'immensa flagrana. Seguendo l'uso antico di consacrare o dedi- care una stanza all'oggetto amato, decorandola erotica. mente col massimo splendore, il signore alli questo ca- stella fece costruire e magicamente dipingere questa “camera d'oro” per acca liervi la donna del suo grande amore, colei che, fuggita dal talamo coniugale, venne un iormo a bussare alla porta del suo castello, Non ayeva orse giù Sigismondo Pandolfo Malatesta celebrato con l'arte, in una chiesa di Rimini, i suoi colpevoli amori ? Lo «stesso, Fier Maria Rosso volle fare in Torchiara. Come si chiamasse l'ercina di questo romanzo d'a- more eternato nelle pitture a fresco della prodigiosa stanza, tra le più belle certo che ci siano rimaste del- l'età di mezzo, ce lo apprende il Malossi nel suo Fa cabalario lopografice dei ducali di Parma: Bianca Pel- legrini. Essa dovette raggiungere il Rosso ne' suoi feudi dopo che egli ebbe abbandonato Milano ; e presso di lui rimase per quanti anni di vita le restarono. Fiori così tra le mura di Torchiara quel romanzo d'a- more a cui soltanto la morte potè apporre la parola fine. Col tempo il romanzo d'amore s'é vestito di leg- genda, e la leggenda, sccondo le pitture della “camera d’oro”, vuole che a Fier Marin Rosso la bellissima Bianca Pellegrini misteriosamente si presentasse ‘sotto le vesti di pellegrina e tinta il volto siccome mora *. Nel costume di pellegrina la donna è effettivamente raffigurata nelle quattro vele delle volte; e se ne spiega facilmente la ragione. Con questo abbigliamento i pit- tore volle alludere al cognome suo cdi Pellegrini, quasi Bar, se wire il simbolo araldico degli stemmi parlanti, e allu ere anche alla sua visita nei molti castelli è possessi dell'amante. Nelle quattro vele delle volte Bianca Pellegrini, col bordone in mano, passa davanti ai diversi castelli di Pier Maria Rosso, ognuno dei quali è affrescato sul muro: così il Castello di Corniglia, ai cui piedi scorrono il Parma e il rivo di Bradica; e poi i ca- stelli di Corniano e di Rocca Prebalza, di Bosco è di Berceto, di Sant'Andrea, di Ripalta e di Castro grande ; ed infine di Roccabianca {dedicato anche questo alla stessa donna) e di San Secondo, di Felino
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r_ rea Castello di Forchiara - Loggiato sul cortile Archivio Nazionale Fotografico Allegato alla "Rirbata Ullsanraca del Pagoda d'italia” a, D iAgoana ipig » MIL
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MII OSSO SOS I VINO, ORIO eee ‘| ee 0
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si Le pitture delle volte della “ camera d'ora”. e di Noceto. Tutto un viaggio di Bianca Pellegrini attraverso i vasti possedimenti che il signore di Tor- chiara le mette innanzi come dono amoroso, è dunque rappresentato in questi affreschi. Ma altri ne ha la maravigliosa stanza; e sono le tre lunette affrescate, nelle quali Bianca è raffigurata insieme a Pier Maria, entro specie di baldacchini, Nella prima lunetta il va- loroso condottiero sta inginocchiato innanzi alla donna che gli consegna la suadla perché vada alla guerra è faccia onore ad entrambi. Nella seconda Pier Maria è di nuovo chino dinana a Bianca, che gli cinge la testa d'una corona d'alloro. Egli è tornato vittorioso dai combattimenti e raccoglie l'ambito serto dalle mani della persona che più adora al mondo. Final. mente, nell'ultima lunetta si ammira l'apoteosi di Pier Maria Rosso, vestito della fulgida corazza, e di Bianca Pellegrini, in abito splendido, ciascuna ra in una nicchia ad arco trilobato e con dipinti ai lati il vasto Castello di San Secondo, il più ricco e famoso che il Rosso fece costruire, e il Castello di Roccabianca. Così dunque volle Fier Maria raffigurare se stesso signore di San Secondo è la sua dolce compagna ca- stellana di Roccabianca e delle altre terre intorno, e tutte le pareti sotto le pitture fece rivestire di ma» ifiche terrecotte a stampo, dorato, nelle quali tra i iversi motivi ritorna costantemente quello di due cuori accoppiati, e sul fregio è tutto all'intorno ripe- tuto il motto: Digne el in elernum. anto alla leggenda cui s'é fatto cenno, che cioè la Pellegrini fosse raffigurata nelle pitture della " ca- mera d'oro” col volto dipinto da negra, essa è d'ori- ine assai recente, come Corrado Ricci ha rilevato; i cio di quando già le pitture cominciarono a scolo- rirsi « le tinte rosse del bel volto di Bianca Pelle- grini finirono con l'andarsene. Degli amori di Pier Maria Rosso e di Bianca
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camera d'ora A e La famosa nie —_ Fai. cn Sopra: Bianca Pellegrini. fr ll at . È P . re Le i eli «en i “= fallo dei due cuori umili, ia Rosso è jpe diri ri Pier M CI tn i, = È ST tir n È; cimerd d'oro” col modico dà con la alonia d'antore d ve della [I È Maltonelle decorali
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F "| al fe. af, pr» ai EI dt e nd a " pa Una «ala di Torebiara, con affreschi di Encole Pio e di daltonio l'aganino free. al FL. Sopra : Un'altra stanza del castello con affreschi decorativi del medesimi piltori.
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Dettaglio Fd una sala del castello di Torebiara con affreschi ci Ercole Pio e Antonio Poganino. Pellegrini nulla più la storia ci fa conoscere. Sap: piamo soltanto che per molti anni i due amanti si chiu- sero in questo castello è in questo santuario nasca» sero la loro felicità, quasi gelosi del mondo e di mo- strare nd esso il loro grande sentimento. Per lungo tempo raramente il ponte levatoio si abbassò, Un giorno, un funebre velo si distese sopra Torre Chiara: Bianca Pellegrini era morta. Parve al vecchio condottiero che il sole fosse tramontato per sempre è il mondo fosse precipitato nelle tenebre più fitte. Ven- nero per lui anni tristi. Una notte — egli era già vecchio e malato — dalla finestra della sua stanza Fier Maria scorse nel cielo una cometa dall" ampia coda, presagio — dicono i cronisti del tempo — della sua imminente fine. Percosso dal dolore e già bersaglio d'avversa fortuna, gettà lo sguardo sul passato, ire- mette al ricordo della più mera ingratitudine, rammentò colei che soltanto aveva saputo dargli gioia ed amore ed altera di sé stesso, al pensiero di morire senza aver piegata mai la fronte davanti alla forza dei ne- mici, rivolse a Dio la mente è a Dio domandò per- dono, e il 1 scitembre 1482 esalò lo spirito nel set- tantesimo anno di wita, e fu calato in un sepolero nella chiesetta di San Nicomede, in una delle torri di Torchiara, presso la salma di Bianca Pellegrini. Come son raffigurati nelle terrecotte della "ca- mera d'oro" i cuori dei due amanti dovevano essere uniti in vita e in morte. MARIO CORSI
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I capolavori della svollura monumentale cinese scolpiti nella roccia a Lung-Men,
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PER GIOACCHINO ROSSINI 35 AGOSTO Centò anni sonò trascorsi. E in questi cento anni è maturato ed è stato superato il dramma spirituale della ribellione wagneriana. Poi abbiamo avuto le ore dell'inquieto cerebralismo francese con l'arte squisita che si afferma nel Debussy e che ne deriva. Infine, dallo Strauss allo Strawinsky ed oltre, tutte le più audaci parole dell'estetica nuova sono state lanciate alla curiosità del mondo. Ma a un certo punto la pastosità degli uni o la evanescenza degli altri, il di- namismo quasi aritmico, l'ansia del grido, il tumulto e il balbettio, l'ultramoderno e l'africanismo, l'enar- monia e la disarmonia, la polifonia accompagnante e il recitativo senz'ali per il volo meladico, non sono più bastati. C'è chi propone un'altra volta (oh! Vin- cenzo Galilei, oh! Camerata fiorentina!) di tornare ai greci. C'è chi si accontenta di risalire al mille- seicento italico. C'è chi rivela qualche nostalgia finm» minga. Monteverdì o Purcell? Orlando di Lapo 0 i canti polifonici, che sembravano grugniti di porci, quando stava per imporsi il genio di Pier Luigi da Palestrina? O, per circoscriverci al teatro, la grazia del Pergolesi? O la maschia brutalità del Verdi più giovine, del Tromalore è del Rigoletto, dando alle fiamme l'Aida, l'Otello è sopra tutto il Falatog? Il Rovani, che, cinquant'anni or sono, difendeva ancora il primo forse di Gioacchino Rossini contro il Mas rifatto in Francia, e vedeva tuttavia in Gioac- chino Rossini, più per il Taneredì, forse, che per la Senniramicte, il Giove della musica, direbbe: “E per- ché non tornereste al Rossini del Tanceedì è dell'Ifo- liana in Algeri”! E perché no? Ma bisognerebbe possedere le in- telligenti ricchexze di quel mecenalismo piemontese che ha incoraggiato Tullio Serafin, il più grande no- stro direttore d'orchestra dopo Arturo Toscanini, a battersi a Parigi innanzi allo squisito pubblico di Lu- tezia (sc è squisita) per fargli riconoscere il genio rossiniano dell'/lafiana in Algeri e della Conereniola è dell'immortale Barbiere di Serglia. Che cosa dite? Che i raflinatissimi della eritica parigina continuano a scrivere che Rossini non è champagne? Che è tutt'al più Asti spumante? Dio li benedica! Non vogliamo falsificarci. Asti, Asti... Pie- monte, zucchero e forza: senso pastoso contro la lin- gua che schiocca. Del resto, se Gioacchino Rossini era Asti, perché i dotti di Parigi del 1820 gli prefe- rivano il Paisiello? E l'Auber del Fra Miano non è neppure gasosa, se il Marie non vale più dello champagne. Comunque al Rossini almeno noi italiani dovremmo qualche volta tornare. Si. Ritornare alle pagine più rappresentative del genio rossiniano. Non ignorare 1829 tutto l'Olelle, che fece dire, per l'ultimo atto, da Victor Hugo che lo Shakespeare sembrava essere stato vinto. Non disprezzare If Coste Gry, che il 30 agosto 1838 trionfava proprio a Parigi. Riprendere quel divino {rngliefaro Tell che il. 5 agosto 1829 lasciava invece turbati, per la sua audacia rivoluzionaria! gli ele» ganti ascoltatori dell'Opéra. In Italia per il cente- nario di truglielmo Tell che cosa si fa? Sia reso omaggio al Teatro Reale dell'Opera di Roma dove nessun dissidio rende impossibile al tenore Lauri Volpi di incarnare una delle figure liricamente più formidabili di quell'immortale spartito. Se Roma deve dettare legge spirituale all'Italia, la creazione rossiniana riprenderà dal Tevere il suo volo, visto che alla Scala di Milano, oltre il Verdi e il Donizetti, non esistono altri antichi nostri da far ridiventare attuali. AI Maestro pesarese, che non vide nel 1830 tra- montare il suo astro, perchè poteva cadere Carlo X e salire sul trono {breve dominio anche quello, signor ministro Guizot!) Luigi Filippo, ma la corona musi» cale rossiniana avrebbe durato sino a tutto Napo- leone III e sino almeno ai funerali apoteosi del 186% fatti a spese dello Stato per volantà dell'Imperatore, l'Italia dovrebbe una riverenza maggiore. Non le imprese private, schiave alla legge dei su- biti guadagni, ma i teatri sovvenzionati tutti dovreb- bero riallacciarci alla nostra più caratteristica tradi- zione melodrammatica, consentendo alle nuove gene» razioni di non ignorare ciò che fu quel miliardario dell'ispirazione e della melodia. Nel Gaglieimo Tell per il secondo atto egli potrebbe, d'altronde, insegnare qualche cosa di più della sola spontancità. Nel" ter- retto” di quell'atto c'è un grido di disperazione, c'è un'angoscia della fede che se anche derivarono più dall'istinto che da un'aderenza spirituale del Maestro ai poveri versi dei signori Jony e Bis {dei suoi libret- tisti Gioacchino Rossini diceva che avevano i cervelli anche più corti dei loro nomi) ed anzi appunto per questa rivelazione sacra dell'istinto, fanno pensare al miracolo, E la sinfonia con la sua prima parte di un largo respiro quasi beethoveniano ? E tutto il largo senso del paesaggio in ogni parte dell'opera, quel si- coro e calmo aprirsi dei laghi fra i monti, quel dif- fondersi ampio come in un affresco mistico della pace delle anime, che sono degne della libertà 7 Ben poté il 3 agosto 1839 Parigi non accorgersi subito che un italiano le aveva fatto ancora una volta un dono del genio, come Leonardo parcechi secoli prima, quando disegnava al nord della terra dominata dai vincitori di Ludovico il Moro la gioia miestosa e serena delle regali foreste che si spingono fin verso la Manica. Ma poi il Gogftefaro Tell parve così grande
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57 Gioacebino Rossini (quadro di F. H. Kumpf). cosa dell'arte, che con acquisizione non insueta i fran- cesi la vollero tutta propria, come francesi avevano già dichiarati il Lulli e il Cherubini, come francese vorranno in seguito che sembri lo Chopin. Modo elegante di non essere mai poveri dii glorie in nes sun campo. Ma se il 1939 passerà senza che Roma riesca ad obbligare le altre maggiori città italiane ad una ri- presa del culto rossiniano, se rimarranno quali episodi senz'eco duraturo i trionfi di Parigi per merito di Tullio Serafin e le prove canore di Lauri Volpi nella parte di Araldo, se continueremo a vedere esaurito tutto il ciclo melodrammatico dell'ottocento nella Lucia del Donizetti 0 nelle partiture verdiane, forse dall'al di là Gioacchino Rossini, con uno di quei suoi sorrisi che sembravano sempre beffardi e invece forse na- scondevano spesso sotto il cimsmo della beffa la smorfia di un'amarczza acuta, dirà: “ Perché nel maggio del 1885 avete voluto che le mie ossa riposassero nel tempio di Santa Croce a Firenze? Per la grigia ombra dell'oblio mi sarebbe bastata una tomba in quella dolce Pesaro, che dotai di un Liceo Musicale, ma che dimentica volentieri, tranne che negli anni bisestili, di avermi dato i natali!” INNOCENZO CAPPA
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LA Una questione internazionale minacciava di assumere gi gantesche proporzioni e di adombrare la pace del manda. Siccome riguarda precisamente le signore, non può, non deve passarci induisrvata. Tutto si impernia. per farla breve, sulle vittoriose citremità di Helen Willa, la campionessa, la quale. dopo essersi in clinata con gran pompa davanti alla regina di Iaghiterra, » avere aperto a Londra una esposizione dei propri acquerelli. © ritornata a mietere allori nei suoi campi: di tennia, natu ralmente. Per coglierli più facilmente, Helen Wills — qui sta il busillis — preferisco giocare libera dall’impedimenta delle calze. Inde irae. I francesi, proprio lara, competitori è non competitori, hammo violentemente protestato. Non ardirei dire: in mome ilel pudore, ma hanno protestato, Parlando quasi anl aerio s può assicurare che hanmo torto, In nome dell'arte, in nome dell'igiene, molti bei corpi zi donudano, a già di li, in pubblico, Figurarsi se lo sport non abbia diritto di esigere altrettanto, una volta poi che e-xiden- temente più grande è la libertà dei movimenti, più probabile e rapida si consegue la vittoria. Un esempio: Lotti Schroemmel (non garantisco l'ortografia del nome) madre di numerosa prole, compiuto un'impresa invernale che fa venire i brividi a pensarci, anche in questi tempi di caldura. Per guadagnarsi un grurrolo necessario alla famigliola, ha nuotato nell'Hudson gelido, da Albany a New York. Credete chè avesse un costume ila bagno, sla par ridelto al minimi termimi? Nemmeno per sogno, Prima della partenza è ad ogni sosta, degli uomini di buona volontà la conspargerano di grasso in così larghe dosi, da farla sembrare un abbozzo appena ac cennato di statua. Quito per fare vedere di che pato momento sia l'assenza delle calze, in questi tempi, sopratutto, in cui c'è la frenesia di farai bruciare dal sole. Dapo tutto la calza chè; waltanto non va più in su della caviglia. La moda di questi calrettini inmmarii, £ ssala dagli adulti, che ai dilettanò oppure Fanno professione di sport, ai bambini che senza saperlo si dedicano all'esercizio sportivo dalla mattina alla sacra. PAGINA DELLE da cho le calze hanno abitualmente il colore della pelle: SIGNORE on sarà di buon gusto né elegante, appunto perchè pra» tica, Ba pratica incliscutabilmente la è, Già Nella Regini. da noi, aveva da un pezzo soppresso le calze. in paleascenico, Per il pubblico età la stessa cosa, La non solo. ma fici passi di dama, agli spettatori inccara anche il vantaggio di nom vedere il contrasto di due qualità di fannali. Le dive di Hollywood minacciano adesso la medesima soppressione © i circomanti venditori di calze cercano con tutti î mezzi di scongiurare una iattura simile. Come ai può im maginare, i fabbricanti dei medesimi indumenti aiutano forte mente in questa baitaglia. mon foss'altro perchè le ragazze d'America e di alirove bando mie l'abutudine di imitare quello che vedono sullo schermo. Non tutto, speriamo. LCeme noù alanni tranquilli questi Gnéali commercianti, con diventano irrequieti i medici, Ma questi, contrariamente mi primi, per fare la propaganaa pra bono pubblico ranno contra il propria interesse. So tutti li ascoliano, © imparano a man tenersi sani e forti. di che vivranno i predicatori troppo ae guiti? Segnaliamo il laro csompio di virti 1 medici si spaventano perchè la razza corre a rovina: i giovani incominciano & vivere iroppo presto, non a » non mangiano abbastanza, berono c fumano troppo, sperpera forze che non hanno ancora asodate. Si indebaliscona cada | suscitano preoccupazioni sulla salute dei figli che nasceranno, sf NALCECARIO, da donne canusle £ malnutrite per amore eli snellezza. da womini arsi dai liquori o finiti in altri modi. I loro problemi sono insomma numeroai quasi quanto Ili che fanna mettero i capelli bianchi ai moralisti. È in fondo sono un po' gli stessi, ma i medici hanno il vantaggio di farsi maggiormenio arcoltare, Mens sima in corponi vanò è sato predicato in tutti i tempi e non cesserà di essere cosa desi derabile ora, per qualche bizzarria della moda. Una figliola sana dentro e fuori, semplice, schietta a fornita di buoni principi, sarà forse, come mi diceva ultimamente una rar gazza così fatta, hamdicapel in mezzo alla gente d'oggi. Avrà cer tamente minor scesiso della frivala, che nulla inattiene. è aa ine coraggiare tatti © attira i farfalloni intormo alle sue grazie messe in larga evidenza, con soddisfazione piena della reciproca vanità.
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Stavo quasi per dare ragione alla ragazza, ma pensai di domandare prima un gisdizio a qualche madre saggia di mia conoscenza: — Non credete che la buona educazione delle vostre ligliole finisca per metterle ia iatato di inferiorità ace canto alle più rumorote e meno scrupolose che si agitanò per mettersi sempre in prima bla? Delle serie nessuno si accorge... Ma le madri sagge risposero: — Se ne accorgerà quel» l'uno che avendo le stesso qualità di distinzione, sarà in grado di apprezzarla. (Quell'uno, cui varrà la pena di piacere, è che qua si ferma, lo la per la vita, Una ragazza per bent non ha bisogno di piacere a molti. Le basta quell'una, e con lui sarà lungamente felice e avrà, secondo i bisogni dello stato, molti e robusti figli. La soluzione del problema era così soddisfacente che mi affrettai a farne parte alla ragazza scoraggiata. La quale se n'è muostrata tanto coavinia cho ata pa preparando i sua corredo, Ed è naturalmente un corredo fm pensante. La di- stinzione morale si riflette sempre sulle Forme esteriori, nelle quali è compreso il vestito, Non aitirerà l'attenzione dei pas santi, e avra così la prova di essere veramente elegante, me- ritando l'apprezzamento delle persone «di guito. Una signora il cui modo di vestire è trovato molto distinto, interrogata sulle ragioni di tanta infallibile sicurezza, ha rie sposto ad un giormalista : ** Per aentirmmi viitita bene, devo poter dimenticare quello the indosso, Se mon ci riesco, il vor alito è condannato”. Profonda e bella verità sulla quale si può riflettere è che non è dato udire da tutto le labbra femminili. Per la campagna, per esempio, il vestito più semplice è sompre il più adatto, ma in quella semplicità appunto ata l'invidia: se nen è vero chie può facilmenie cadere nella ba: nalità. Avete mai sentito dire da un profano: " Quella signora pare coi glegaate, èppure, a guardar bene, non ha mionte i speciale”? Egli ha constatato, senza saperlo, l'inalferrabile, l'impon» derabile, il segreto che non ni spiega, ma che s'impone. ll limite, intomma, dove il mestiere si trasmuta in arte. Un'altra arte, senza regolamenti, è quella che permetto di Gipilare cos grazia. Parliamone ora, che le famiglie amiche si scambiano inviti nelle loro campagne. Tuito ben considerato, per arrivare alla perfezione in questo campo occorre una sala cora; una perfetta educazione, alla quale si deve accompa- gnare una buona larghersa di messi. Nell'educazione sta la possibilità di dimenticare st stessi in favore di altri. Cow pandoii interamente dell'ospite se ne indovimeranno preferenze e desideri; si troverà il modo di farlo brillare nella conver 59 sazione, di metterlo in evidenza, di persuaderla, ascoltandola con attenzione deferente, che egli £ dotato delle più mobili doti intellettuali e fisiche. Insomma, in poche parole, come dicera Brillat-Savarin, avere un ospite vuole dire rendersi responaabili della sun fe- licità per tutto il tempo che egli rimane sotto il voatro tetto. Aasodato questo punto, lulta il resto diventa conseguenza natu: rale, Disciplina, controllo di sè, sento del davere, scno acquisti ammirabili che arricchiscono il carattere di una perisna di il limitati doni, non meno willi a lei che a quanti la circondano. Chiedeva un padre di antica scuola alla fgliola che gli era sembrata durante il pranzo distratta e quindi meno oc- cupata degli altri; Sci forse ammalata? E alla risposta: # No. ero soltanto annoiata ‘“, replicò severamente: ‘ Ricordati ora e sempre che non permetto a messuno di annoiarsi alla mia tavola. E' una troppo grande mancanza di cortesia". Concludendo le rificesioni che suscita questa lezioncina, nen sono i buoni sentimenti che difettano mei giovani dosi. è la disciplina che sarebbe tanto necessaria ad arginare loro ansia di vivere. E' sopratutto il frottalozo succedersi delle occupazioni personali, che non dà il tempo di riflettere, di peosare ad altri, «di estrinsocare i buoni sentimenti dal cragiuolo riballeate dell’ io". Il quale lo, di qualunque forma e dimensione sia, va adornato per ogni tempo, l velluti cativi, quasi trasparenti, con rovescio di crespo cinese, sono molto in voga e promet- tono di rimanere. Fanno loto concorrenza, talfetas specialmente elaborati e amoerri variatinsimi, Speriamo che il velluto, in questa sua ultima evoluzione, ian persa l'inconvenitate #6 lita alla sua cocessiva delicatezza: l'ammaccatura troppo facile a prendere e impossibile a rimediare. Per finire, qualche invenzione per la spiaggia è perle gite campestri; uno scuotitore da bibite che ice man mano il ghiaccio necessario; una specie di frigidarre infimitesimale. Un astuccio a prova d'acqua per l'orologio; sciarpe di spugna multicolere che accompagnano larghi cappelli altrettanto va- ricpiati di ralià cicila insieme. Cambiamenti anche nella biancheria, in vista dell'ascensione compiuta dalla linea della vita. Sotto i vestiti di chiffon tra- parente, si impiega lo stesso chiffon per mom cadere in con trasti di colore a di spessore. E poi... e poi la necessità assoluta, per poter seguire la mela nello sue raffinatenze, dli una renne gioventi dii èpirità e per conseguenza, di linca. Non esistano bei vestiti: esistono sopra tutto belle figure. MANTICA BARZINI Lieegni di Bepi Fabiano. |
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bl NEL REGNO DELLA DONNA L'industma dei profumi e del: le ciprie ha preso umo avi luppo Enorme e 1 produttori si sono moltiplicati. Per vin- cero la Parco r nora i inadi» spensabale uno studio accura- ta del dettaglio decorativo onde presentare i prodotti nel modo più affascinante ; non basta più l'industriale, oc- corre anche la collaborazione degli artisti. Eeéco nn estatplo di sai, SI erinalli e di scalole di «terra î elfi “eri A sine ch odi recenti ail dan quasto femminile. di abiti da passeggio, da vlaggio e da vera.
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dl DETTAGLI DI MODA FEMMINILE INidia cf più pra» lito e di più gra- ripno per il paga- ne-dello di queste pantofole in pelle leggera ; Sotto: Tn ma: Celli a porlaolo intle le borsé, quando stano scel: de con alleazione le adele
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mpresità- nante quadro delle più af- follate sero È Fe C] guaio, , lascelando elitaizale con decina la futile gara. Fiore dum spiagge all Li) Uaa delle marine Ioliane che sievocana l'i Ubi Mic Anterica, che ba la rivale d'Europa eielto per della lare Uniti: fs popo «Stadi La più aristoera= più segli Bailey Beach a Newport, hag Conmey luland, manti mlia- accoglie invece un milione Si new latte dica è la ca «MP Sotto ritrovo di nari, € SPIAGGE St] concorso alveari, an Li sostenuto calidamente il con- Mia America. oli car E LE SUE ATTRATTIVE IL MARE, LE SUE Mise Furepa, che non sera poluta recare drerncino Jronto
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63 FOLLE E GIUOCHI AL MARE Su tutte le spiagge del mondo chi coman- da, sovrano impertur- babile, è il bambino. Lavora da mattina a sera a costruire sogni fatti di sabbia e di aequa; non conosce nessuno, non vede nes- suno. Respinge ener- gico 1 disturbatori; se sono più forti, emigra e ricomincia con pa- cato fervore l'opera sognata, qualche me- tro più in là, La spiag- LE parta È gia non & per lui che i A la manciata d'arena SI pe | à per i suoi castelli; il "ll mare non £ che l'ac- LA qua per i suoi riga» gnoli. Del sole s'ac- "i. corge soltanto quando tramonta, per ricor dargli il suo appetito. La notte è una paren- tesi bianca; il giorno successivot come quel. lo precedente. U'n'imponente foltegra- fia presa dall'a aaa della folla porge s“praggia di Blackpool ne Fancasbine, docce panrano le loro vacanze | dé orasre operaie di una 500 delle più dense sone in durtriali d'Ingbilterna. Sotto, a sinistra: (Hi svaghi Aeciplinali di una colona di gine in California. arse
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‘PAROLE ED ATTI DI VOLATORI Nei giorni scorsi s'è celebrato un venticinquennio aviatorio di notevole importanza. L'aviazione si volge indietro per un istante e guarda l'ampiezza dello spazio transvolato in questi venticinque anni di vita intensa cui la guerra dette nello stesso tempo impulso e freno. Venticinque anni or sono il francese Louis Blériot su velivolo da lui costruito e spinto dal motore dell'ita- liano Anzani traversò a volo la Manica. Oggi la Manica è traversata dai più ignoti pas» seggeri d'ogni nazione a bordo dei velivoli che fanno servizio regolare tra Londra e Parigi e tra Londra ed Amsterdam. Ventiquattro anni dopo l'impresa di Blériot, Lind- bergh traversava a volo l'Atlantico inebriando il mondo della sua splendente audacia, e già oggigiorno l'Atlantico è stato traversato così notevole numero di volte che anche il cronista di queste pagine deve fare un pic- colo sforzo di memoria per ricordare nome per nome tutti questi transvolatori. Nel venticinquennio di Blériot un intenso scambio di telegrammi, un fervido scambio di discorsi celebrativi sé svolto fra le due sponde della Manica e l'America d'oltre Atlantico vi ha partecipato anche per voce di Lindbergh. Blériot ha ritraversato la Manica sopra uno dei velivoli da trasporto che egli costruisce e che eser- cisconò l'aviolinea, Commovente il gesto di questo vecchio pioniere che guarda all'opera cui dette così notevole contri- buto, commoventi i discorsi inglesi e francesi che lo darono l'aviazione alffratellante, ed il telegramma del- l'Aquila solitaria che col suo balzo atlantico fu pio- miere d'una nuova serie di imprese eroiche e forse d'una nuova fase di regolari trasporti in volo. Ma la vita aviatoria procede con un progresso così rapido che l'importanza della ricorrenza è la bellezza della celebrazione, che la dignità dei festeggiati e la nobiltà delle parole nunciate o scritte sono fatte quasi fievoli è pallide di fronte allo splendore degli atti novelli, delle imprese che giorno per giorno si compiono, delle promesse meravigliose che la aviazione ci dà per il suo imminente domani. Pel cuore di tutti gli ita- liani ed anche per l'immagi- nazione di qualsiasi straniero, fra i più notevoli avvenimenti axiatori del mese trascorso furone certo i voli che il Duce d'Italia d'improvviso volle compiere per recarsi in vari luoghi della Penisola, per dimostrare la sua fiducia nella rapidità e nella sicu- rezza del nuovo mezzo di tra- sporto, per godere qualcheora di cielo e di mare in una breve sosta della sua attività meravigliosa di studioso dei maggiori problemi della vita nazionale è di costruttore infallibile dei destini della Patria. La notizia che il Capo del Governo, a bordo di un idrovolante pilotato dal ge- nerale Italo Balbo è dal maggiore Maddalena, in dieci ore consecutive con brevi soste a Messina e a Brindisi aveva fatto quasi il periplo d'Italia volando per 3000 chilometri, giunse cara al cuore d'ogni aviatore, e tutti inalzarono un ringraziamento af al Duce sempre audace, sempre forte, che vuol essere in ogni campo di at- tività e di intelligenza esempio e sprone alla genera- zione degli italiani nuovi. DA NEW YORK A ROMA Con una tenacia incredibile contro mille ostacoli e contrattempi che ne ritardarono l'attuazione, l'au- dace progetto degli americani Williams e Yancey s'è realizzato. Da lungo tempo essi stavano preparando la loro transvolata atlantica; Williams in particolare era stato membro di un equipaggio capitanato da un certo Sabelli e che per parecchi mesi tenne oc- cupata la cronaca mondiale con le vicende fra dram- matiche e ridicole della sua preparazione al grande volo. Infranta il velivolo che sotto il nome di “Roma” dovera compiere l'impresa, Williams si uni a Yanceyw ed insieme chiesero all'italiano Bellanca che loro for- misse un nuovo velivolo adatto, Questo, battezzato “Lampo verde” in una disgraziata partenza si sfascià. Ma i due pertinaci non si arresero. Acquistarono un altro Bellanca di proprietà privata, lo attrezzarono per l'impresa, è lo tterzzarono “ Patbhinder"” ossia "Precursore". Sono incredibili le qualità di questo tipo di velivolo dovuto al gemo italiano. Con un motore Wright Whirlwind di duecento cavalli, pesa a carico completo fon libbre ed ha una velocità di 115 miglia all'ora, Duemilacinquecento litri di carbu- rante gli bastavano per compiere in cinquantacinque ore di volo 1 settemilascicento chilometri che separano il campo di Old Orchard presso New York da Roma. La partenza fu felice. Yancew avrebbe dovuto avere il compito di regolatore della rotta e Williams quello di pilota, ma in pratica essi si alternarono ogni cinque ore al pilotaggio. la nebbia li disturbò, il vento a volte li sospinse, a volte ne rallentà l'avanzata. Gli strumenti di precisione di cui il velivolo era provwisto, tutti in du- plice esemplare, funzionarona bene e la perspicacia dei pi- loti ne interpretà esattamente le indicazioni. Pur tuttavia qualche deviazione sull'Ocea- no tutto eguale, fra le nubi insidiose, fu inevitabile, se quando giunsero in vista delle coste spagnole la benzina del “ Precursore” era ormai agli estremi. Forse era anche agli estremi la resistenza fisica e ichica dei due valorosi vo- tori, ed è naturale che, tro» vandosi ormai sulla terra tanto agognata, essi obbedis- sero nl desiderio di toccarla al più presto per trarne ri storo e rifornimento e com- piere con più sicurezza | grande viaggio. Atterrarono a Santander sulla costa spagnola del Gol- fo di Biscaglia: poche ore di riposo ed eccoli in volo di nuovo, ed cecoli su Roma. Questa transvolata, fatta con un piccolo aeroplano 4 ruote provvisto d'un motore PATEL) Hileriot, il primo Inanvolalore della Manica,
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ch) Fancey, uno dei die eroi del Palbfinder, parte con S. E. Balbo per un volo su Roma a bordo del “Bellanca”. di media potenza e però di poco consumo, mostra ancora una volta che allo stato odierno della tecnica, volare d'un solo balzo con un solo motore e con le ruote in- vece degli scafi attraverso l'Atlantico «e è impressi alea- toria è impresa fattibile, mentre l'idrovolante polimotore, che offrirebbe maggiore probabilità di salverza in caso di avaria, non è ancora in grado di compiere simile im. presa; quando l'idrevolante polimotore sarà divenuto capace di compierla, allora l'acroplano monomotore sarà divenuto capace di compierne di ancora maggiori. Perfezionare la sicurezza di funzionamento dei mo- tori è forse l'unica buona direttiva da seguire per il più rapido progresso. Ma queste sono polemiche tecnico professionali che, se pongono a rumore il campo degli aviatori, forse non interessano i lettori di questa rivista. Al banchetto che il Duce offri agli intrepidi awiatori americani, S, E, Balbo lesse questo messaggio di Mus- solini, nel quale l'impresa è, come sempre, perfetta- mente definita e qualificata. ‘ Caro Balbo. — Reca il mio saluto ai valorosi Williams e Yancey per la prima volta transvolatori dell'Oceano da New York a Roma. Il nome da ess dato al velivolo è pertettamente giustificato. Williams e Yancey hanno aperto una strada e l'hanno per- corsa fino alla méta con una tenacia ed un coraggio ammirevoli. Il loro volo rimarrà nella storia delle grandi audacie umane che riducono le distanze «ed avvicinano i popoli. Viva gli Stati Uniti d'Americal — Muasrolini ". MOTORI TENACI Subito dopo l'impresa transvolatoria che abbiamo narrato, e per riferimento ad essa cd a maggiori pos- sibilità future nello stesso campo, la nostra ammirazione va alle “prove di durata" che gli aviatori americani stanno compiendo, con rifornimento durante il volo, Fu primo il volo del "Question Mark" che tenne l'aria per quasi 151 ore, superando l'ormai “antico” primato be fa di 60 ore del 1938. Poi fu il “Fort Worth" con 173 ore, poi il “(Cit of Cleveland" con 174 ore, poi è il primato del- ju Angelino” che perda urà quasi 247 ore ossia più di dieci giorni e mezzo di volo continuato. Ma finalmente il St. Louis Robin, pilotato da Dale Jackson e Forest O" Brine, ha battuto tutti 1 records restando in aria senza interruzione per quattrocento venti ore è ventun minuto. Ecco cifre che fanno pensare per ora alla pos sibilità di un volo con aeroplani a ruote su qual. siasi ampio Ciceano, perchè l'arresto del motore è una probabilità infinitesima, poi al giro del mondo senza scalo con rifornimento in vela, infine, col maggiore progresso della capacità di carico dei ve- liwoli, al volo intorno al mondo senza scalò è senza rifornimento. Ha torto chi non valuta nella sua grande impor- tanza questa dimostrazione della perfezione raggiunta dai motori d'aviazione americani, chi si ostina a con- siderare la sicurezza di funzionamento del motore è tutti i problemi tecnici e d'impiego civile e militare che vi sonò connessi, alla stregua delle caratteristiche dei motori di cinque anni fa. IL GRANDE IDROVOLANTE In un ordine di idee completamente diverso ma altrettanto opportuno e lodevole sta la costruzione
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La tappa romana del velivolo russo. L'arrivo all'Aeroporta del Liltorio, presente & E. Balbo.
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CS pron rimetto INTRA E i E LR 1 li" Do XV" in volo di prova sopra le officine Dornier sul Lago di Costanza. In alto: Al colonne celicalo nel suo capannone. 67
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[i.] ormai terminata e la prova in volo già avvenuta del più; rande idrovolante del mondo: il Dornier Do X. Dornier Do X è un grandissimo idrovolante il cui pt è lungo 40 metri, la cui ala ha una aper tura di 48 metri, e lo spessore tale da poter conte- nere nella sua parte centrale passeggeri è bagagli; la pi ide totale di questa grande nave é di age sapole ui maturi poste in fila sull'ala, in tandem, e ciascuno movente una elica a quattro pale, costituiscono la forza propellente. Qgni motore ha S5oo HP di potenza, e però la potenza totale di 6ooc0 HP diminuirebbe di una quantità non grande se uno dei motori subisse una avaria o si arrestasse. Sul conto di questo grande velivolo ideato da un ingegnere tedesco, disegnato e costruito da maestranze quasi tutte tedesche ad Alterheine sul Lago di Ca- stanza, corrono voci csaltatorie o denigratori a se- conda dell'umore dei critici. I dati forniti dalla Ditta costruttrice comportano 100 persone a bordo, con mille chilometri di autonomia, La velocità massima potrebbe raggiungere i 240 chilometri all'ora. Esso è indubbiamente un coraggioso tentativo che fa onore al lo germanico ed è assai notevole e lodevole che l'Italia abbia voluto concorrere in modo concreto alla soluzione dei problemi finanziari che la sua messa in cantiere comportava. Le idee prove sono riuscite ottimamente, le evo» vari in galleggiamento, la prima involata ed il breve volo bilia. se hanno dimostrato la necessità di alcune modificazioni di secondaria importanza, hanno dato però molta soddisfazione. Ormai non pare più dubbio che questo “piroscafo alato” possa prestare utile servizio sul mare a bassa quota, trasportando passeggeri, bagagli e merci. Circa il suo rendimento Prnpornenaizante a quello dei Lipi Dornier più piccoli {i è sopratutto il Wal) quando i Do X uscirà o prove di can- tiere per affrontare il servizio regolare, saremo più rfettamente edotti., Quello che sembra in modo asso- uto non ammissibile, salvo che per una fantasia esal- tata e scarsamente aderente alle possibilità reali, è l'utilizzazione bellica di questo immenso e costosissimo veicolo che una cannonata fortuitamente imbroccata potrebbe senza rimedio abbattere, che un piccolo caccia” veloce potrebbe forse abbattere, certo distur- bare e costringere a gravarsi di numerose mitragliatrici per propria inevitabile sebbene incerta difesa. ll St. Lonir Robin, l'apparecebio dal vele ininterrotto più lungo, durante an riforni- menlo di carburante. Evviva l'industria tedesca geniale, evviva l'avia- zione italiana coraggiosa, ma non “ imballiamoci ” per non restare delusi TUTTE LE STRADE CONDUCONO A ROMA L'Italia fu lieta che il volo del " Precursore " avesse per méta Roma, è lieta che negli stessi giorni abbiano transitato per Roma due altri velivoli per i quali la fama mondiale ha risuonato altissima. Il “Croce del Sud" proveniente dall'Australia, il famoso velivolo per cui tutto il mondo trepidò uanda fu costretto a discendere nel deserto, pilotato da Kingsford e Ulm, ha fatto scalo a Roma prima di raggiungere Londra. Pochi giorni dopo atterrava nell'aeroporto civile della capitale il trimotore "Ali Sovietiche” costruito in Russia da operai russi e su disegni russi sebbene inspirati a quelli di altri noti +elivoli europei ed americani. Il Duce è S, E. Balbo vollero in questa occasione ricambiare con dimostrazioni assai cordiali la cordia- lissima accoglienza avuta in Russia dal nostro stormo aviatorio nella recente crociera nel Mediterranco orientale. Il "compagno" Zarzar, capo dell'aviazione del- FU. R.5.3, e comandante del velivolo, i suoi piloti Gronof e Russemov, tre meccanici con varie man- sioni e cinque giornalisti passeggeri, si dimostrarono molto commossi dalle fraterne accoglienze. Se la palitica divide i cuori dei popoli, certo è che l'aviazione li riunisce perchè dimostra l'un l'altro le virtù di laboriosità, d' intelligenza, d'audacia che essi posseggono. E per terminare con questo capitolo del nostro articolo odierno, occorre far cenno ad una prossima realizzazione dell'aviazione civile italiana. Roma è già collegata con regolari linee di trasporto aviatorio a Cagliari, a Genova e Barcellona, a Mi. lano e Monaco, a Palermo, Siracusa e Tripoli, a Ve- nezia e Vienna, a Corfù ed Alessandria d'Egitto: lo sart fra breve a Brindisi che & già collegata ad Atene e a Costantinopoli. Ed ecco che un'altra strada dell'aria sta per essere tracciata da Roma e verso Roma: quella che da Tunisi passerà per Cagliari © per Palermo. Così nel nome di Roma l'aviazione italiana stende le sue ali sul nostro mare. AMEDEO MECOZEZI li SI, Louie Robin ba baollulo i prece denti records, restane do in aria que ore e * minulo.
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= e "O n ta pg i | gini TT i ME rn I E i i rasi = Py Se da © Sali ae ll le ns ni - = Zi. cp Se a J Lil $i N sal E e gi MN ce dI] È Le » J da Mi! I L'esposizione aeronantica di Londra. Una veduta parziale della mostra e, in prime piano, il Singapore” della linea Londra India. Sopra: N Napier aso, vincitore della Coppa Schneider nel 1928.
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i ea Mb ar ne I = Pa » a if ma i] Vada niova fotografia di Roma eierna, colla veci
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dl ANSIA iti ano ; ; co cella Cia del | alicano, presa dall aeroplano. Berfviato fotagrellicà Misiatora Arranizibon
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tz a MILANI «fe + +5 È A ‘mr pr rr ri Î compiamati del remo a Pallanza. Bernasconi (Lario di Como) primo arrivato nella Cappa Sialgaglia, Sopra: Sl donble-scnll Bernasconi € De Col (Lario di Conto) vincitore della Coppa Duca d Aosta. Fai. belliaa,
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ì n 7 \ | pe” fia id La Coppa militare delle Alpi è finita a Roma colla viltoria del cap. Cornaggia e del ten. Politi del III Autocentro. Sopra: L'arrivo a Roma d'un concorrente. S, E. Terruzzi e &. E. Gazzera al lraguardo.
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74 » N }” ho» Rie EE x *l a set "@ 4 Lis fil ii n si >, n bo oi Fap Li ch Mete > 7 i de 3 P | | fesa Rei La a i r serali hl te i METER — È ala si ne : PL sd | ni fi al'i. = e E e Je P. i sE gl pe fi [o ga fi i fa Parga MT da ed E si | { si Pl “ Fi, fe d ti dii - Siti En di. let » } Pe È i de TR i Li pia L. Î i f E " Fine a H d 1a Pi. J Psi Pai ul {Pas Tal Ne ti fel ® È î e 19 dgr” n wi sia, | Ta | able n - Re e È È si i Ma A Ra Sar AO PEAS O RO RE MC la a - al A Sii LP, "N ear ba fe PR Ù Sa pe Pd ahi nie lata "tibi saliti $ ol La sal vil» P si 4 î t Mall L. CP ata and dtt e a La A pigli FATTI Figi i RZ La colonia marina di Ostia per i Balilla dell'Urbe. Sopra: L'adunata e il bagno dei baldi ragazzi. Fricgralla Sanglong:
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75 , ana AA "di; @ * AL n_ Pi CI e Ore di ripero dietro gli atlendanent a da bandiera «ul campo. Sopra "ar; "gr È Balilla di Roma al mare, Si lnnal
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du Aimee cella Coppa Davie allo stadio Rollan? Garres. La partita conclusiva Cocbel- Tiloen terminata colla cilloria di Coebet. Sopra: Cosbel e Tilden presi d'assallo dai fotografi.
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Un anno intero per arrivare alle isole Maurizio e della Riu- none, Quindi navigo intorno al- l'Africa, raggiunse Natal, Città del Capo, e si spinse fino a Sant'Elena e all'Ascensione. Nel luglio 1938 era giunto alle Isole del Capo Verde, dove zi fermò lungamente, estenuato, Riprese finalmente il mare nel maggio scorso: ed oggi, dopo aver percor- so circa scssantamila chilometri, è tornato in patria accolto con grande gioia e legittimo orgoglio, Il piccolo veliero "' Firecrest" sal quale Alain Gerbanli ba compiuto il giro del mondo. IL NAVIGATORE SOLITARIO ALLA FINE DEL SUO PE. RIPLO MONDIALE Aldi frerbani dtrrio nel porto di be Havre. Dopo cinque anni di viaggio sugli Oceani, Alain Gerbault, intorno alla cui sirte correvano di recente voci allar- manti, è arrivato felice- mente a Le Havre. Questo singolare tipo di navigatore solitario, pittore e uomo di sport, intraprese il suo audace tentativo di compiere il periplo oceanico su un piccolo veliero, nell'ot- tobre IEEE Fu allora che parti da Cannes per Nuova York; poi, raggiunte le Bermude, passò ne Pacifico attraverso lo stretto di Panama, e si fermò a lungo nelle isole Marchesi e a Thati. Un'altra lunga sosta alle isole Wallis; e, alla fine del 1926, riprese il viaggia, raggiunse la Nuova Guinen e arrivò all'Oceano Indiano,
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vare TSI 7 ATT ELLE Tr Se illo clic E. = fl È ki + © i a o da È i e È ; | ho: Due fasi di una sanguinosa corrida a Madrià, Sotto: Un grosso fare si foga contro un cavallo che deve soccombere nonostante la nuova ventriera profelirice. - Sopra: il forero Baguena inseguito dal lore.
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pe ne om ee EL i a n e = — rr al î P_I3 ‘ |. i i | È n [oi È È È e i A fl torero Baturrico investito di un loro inferocito riportò gravi ferite e fu salvato a stento.
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Bi l C] cre Tae eee ce z- (he ETTI 3 — lst o ci at Gli eleganti padiglioni di un lebbrosario della Croce Rossa del Siam, LA CIVILTÀ ALL'ATTACCO DEFINITIVO DI UN FLAGELLO Non è possibile comprendere psicologicamente la lebbra se non si è vissuto qualche tempo in un leb- brosario. lo non scorderò mai la breve visita è il breve soggiorno mio nel lebbrosario di Chuapira, non lungi da San Paulo nel Brasile, nel 1ig10. Allora San Paulo non era la grande città di oggi: la zona peri» ferica alla città aveva ancora l'aspetto abbandonato del “matto” senza confini, senza case, senza armenti. Si giungeva al lebbrosario attraverso a vie mal tenute e deserte, con poveri primitivi mezzi di trasporto. AI fondo di una conca silenziosa erano i modesti diglioni del lebbrosario, nel quale si accoglievano i ebbrosi più gravi dello Stato di S. Paulo. Forse mai nella vita — neppure in guerra — ho avuto una più tragica sensazione del dolore umano: e forse mai l'anima fu avvolta da una più cupa me- stizia, dalla quale nessuna rassegnata considerazione sulla verità del "quod aeternum non est, nihil est", valeva a salvarla. Volti rosi dal male così che ogni vestigia di stig- mate umane era perduta: faccie leonine dalle anali ogni segno della nostra parentela divina era fuggito: corpi cadenti a pexzi, dagli arti alle orcechie, dalle ciglia alle labbra...: una così tragica, feroce, spietata visione, da gelare il cuore e da intorpidire lo spirito. % ud J a è LE ET La lelta contro il flagello in Giappone: un vanalorio per Più tardi i poveri occhi hanno visto scene di tra» gedia più wiolenta:; 1 miseri fratelli bocchegwanti nel giugno 1916 dopo il primo uso dei gas asfissianti, è i colerosi visti nell'angoscia dell'agonia TC] poi suol ta- volo di sezione, poi ancora i feriti del Sabotino... è l'anima ha dovuto assuefarzi alla vizione sconfinata del dolore. Ma lo spettacolo della morte lenta, centelli- nata, della perdita giornaliera della propria umanità, della vita lentamente soffocata dalla morte, mai mi è balenato come a Guapira. Era veramente la morte che con satanica lentezza, cellula per cellula, invadeva la vita, soffocando prima il senso dell'io, poi l'esi- stenza fisica: era prima la morte della ingl “uma- nità”, più tardi quella dell'individuo fisico. Allora ho compreso il Medio Evo col suo terrore, colla sua feroce profilassi, colla sua paura quasi feroce, col suo desiderio di soffocare a ogni costo il flagello, Ho compreso allora come per cinque secoli si sia com» battuto con ogni arma (t rolta sino quasi na scordare la legge di Cristo) questa piaga che sgomentava an- che i più forti, che toglie ogni coraggio, che supera ogni maledizione. Ed ho compreso allora che l'invo- cazione cento volte udita alla battaglia contro il fla- gello, non poteva essere una espressione vuota di una inutile rettorica sentimentale. AREFIZATE LETT ESA lebbrosi nell'isola di Orbima (Tokio).
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Qegi la Società delle Nazioni e tutti gli Stati ci- ni hanno rialffermato la decisa volontà di sradicare la piaga. La volontà — sia pure fattiva — non È ancora una realtà, ma è l'inizio almeno di questa. Non è invero la prima volta che si proclama que- sta decisa volontà: ma forse non mai come oggi si è in grado. di valutare che la piaga si trascina senza spegnersi, offrendo qua e là l'esempio di qualche ri- presa di potere, dimostrando in ogni caso come sci 0 sette secoli di lotta, ora feroce ora blanda, non ab- biano valso a di il flagello. La ripresa della lotta non rifiuta nessuna delle recenti conquiste terapeutiche della lebbra, ma si basa precipuamente sulla misura profilattica dell'isolamento. La cura moderna coll'olio di chaulmogroa è coi suoi derivati, offre qualche notevole risultato, ed è certamente un qualcosa di ben superiore ai metodi del passato, ma non pare ancora la soluzione basale del problema. Si è Le de? l& cialmente per merito degli U. S. A.) a coltivare | albero del chaulmogroa (Teraktogenos Kurzii) e ad ottenere l'olio a basso prezzo: ma non si è voluto che la lotta si basasse sulle speranze della terapia. Si sono prima di tutto fatte esatte indagini sulla diffusione della piaga nel mondo, sull’ importanza dei singoli focolai, e si sono riunite conferenze internazio. nali dirette a illuminare sui risultati ottenuti mediante la terapia erna e la moderna profilassi. Poi si è organizzato in più luoghi una forma di isolamento umano, nobile, intelligente, che permette di fare al- meno del lebbroso un malato assistito, rispettato, an» che se recluso. In alcuni Stati il numero dei lebbrosi è ancora considerevole (ad scempio l'indagine ufficiale per il Giappone dichiara l'esistenza di 15.000 lebbrosi) e in tutto il mondo si arriva a qualche centinaio di migliaia. Il che è cosa modesta di fronte al miliardo e sette- cento milioni di vomini che abitano il pianeta. La ne- cessità dell'isolamento dei lebbrosi appare fatale in- nanzi alla persuasione che la malattia si diffonde per contagio: e la nostra ignoranza sulle vie diffusive del morbo non giustifica l'abbandono di un mezzo pre: ventivo che si è dimostrato efficace in ogni tempo. Purtroppo in una malattia che può durare decine di anni l'isolamento non costituisce una misura sim- patica e mantiene sempre l'aspetto di una dolorosa mà ineluttabile violenza della collettività sull’ individuo. Ma nulla oggi permette di sostituire questa misura, che al più in alcuni Stati è addolcita con la permis» sione dell'isolamento domiciliare, quando vengano of- ferte tutte le garanzie per una vigile e sicura difesa verso gli altri, anche vivendo il lebbroso in mezzo alla famiglia. Ma è appena necessario dire che il solo vero isolamento tranquillanie è quello praticato in appositi luoghi, sotto la sorveglianza e la responsa» BI bilità di medici che operano come veri mandatari della collettività. Le preoccupazioni di indole sentimentale, il timore legittimo di offendere la libertà personale, non bastano Ri | impedire l'intervento sociale forzoso. L'isolamento nella lebbra ha un significato ben diverso da quello che si pratica nella peste, nel co- lera, nel vaiolo. In tutti questi casi l'uomo civile sa che l'isolamento è ridotto a pochi giorni, e conosce che colla guarigione l'isolamento cessa. Ma nella leb- bra l'isolamento significa la reclusione imposta per tutta l'esistenza, la netta separazione dal mondo pro- lungata talora per lunghissimi anni, la vera morte di quasi tutte le gioie. ° quindi un isolamento che si presenta poco meno di un sinonimo di morte: e per questo spesso i malati vi si ribellano, e d'altra parte le collettività stesse sono restie ad applicarlo. L'umana società riprende ora la lotta contro la lebbra e pone come primo postulato l'isolamento: ma con quale diversa comprensione che non nel passato! Giappone e Stati Umti hanno offerto il primo no- bile esempio su vasta scala, così come in una scala ridotta già lo aveva offerto la Germania, Si è com- preso che solamente la lotta sarà possibile moralmente e matcrialmente quando ai malati sarà offerto tale dono di agi, di assistenza e di comodi, da invogliare all'accoglimento sereno dell'isolamento, Non più le misere capanne © le zone remote in fondo alle valli, ma nobili casi di verde, di case, di orti, ove la vita abbia qualche sorriso e la speranza qualche illusione. Non più l'abbandono crudele, ma l'assistenza intelli- gente, fraterna, la quale si preoccupa bensi di difen- dere coloro che porgono l'assistenza, ma nulla trala- scia perché la prova d'amore fraterno sia intera. Ecco la Croce Rossa all'opera alle Filippine: le infermiere curano i lebbrosi con ogni amore, nu trascurando perchè l'assistenza riesca efficace. Ecco 1 sei lebbrosari giapponesi di Oshima, riechi di giar- dini, di luce, di visiom sul mare: coi loro campi di giuoco, colla loro possibilità di comoda esistenza. Come pare lontana e remota la cupa tristerza del lebbrosario medioevale! Quanta fraternità di nssi- stenza c di sorriso in questa concezione nuova del- l'isolamento nella quale nulla è tralasciato a ciò possa l'assistenza SPRATIEA accoglibile al lebbroso. L'esempio fruttifica: dal Brasile al Siam i lebbro- sarii si rinnovano ispirandosi a questa nuova conce- zione, e ovunque la lotta, nulla rinnegando delle sue basi fatali, assume un aspetto nuovo di vigile frater- nità. Forse solamente cos la battaglia arriverà giorno alla sua soluzione, e il triste flagello apparirà in un non lontano domani come uno spettro che la civiltà senza orrore di tragedia ha saputo allontanare per sempre, E. BERTARELLI fe cotta F lebbrosi curati nei sanalori giapponesi si dedicano agli esercizi ginnastici e ai ginochi sportivi.
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= e : ” Lt DE È È bart n i pae” bia o A E bn n si Neive cid a = || È i | ; Gli siadi esteri ebe rivaleggiane col Littoriale. Lo Stadio di Berlino-Grunewalo, e fropra) quello di Berkeley in California.
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Bellagio: Cipressi Fotegrafia Emilio Sommariva - Milamne Albagato alla "Rivisia Dllaitraia dal Popolo d'bualia” a, 3 {Agosta 1969 - VID
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di grandioso ponte in costruzione sull’ Hudron che unirà Noe Ford a New dersey. La fotografia presa dal verlice di una torre lascia capire le dimensioni colossali dell'opera.
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Rai e A a i ii Celle. 100, ia E re st li B. Uh | dl Fra le più potenti centrali idroelettriche dl mendo. Una veduta certa della stazione di Paugan (Quebec, Canadi), Sopra; Cali edifici, in cormizione, della grandiam centrale di Shannon River flalanda).
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de cul | 1a Ur dl pet n AL 28, PE a mega i si i memi @ 5 DA PI SR sa "I" WE pEr MITIRETETTO"E im MR tini i ci cicline ill Pi cm il Pala E 5 | i i Fa La baltaglia contre il fuoco in America. Le paurose proporzioni d'un incendio mei pozzi petroliferi di Santa Fa in California. Sopra: La dell'arempio di sirategia poripiertatica contre un incendio in un quartiere di Nae-Fork,
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se E O i GE RT La Aechitellura americana. il palazzo Firber di Detroit, cai è siata assegnata la atedaglia d'argento 1929 dalla Società degli Architetti di New- Fork. Direttore novpomabile: MANLIO MORGAGNI
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ISTITUTO NAZIONALE DELLE ASSICURAZIONI DIREZIONE GENERALE I capitali assicurati presso l'Istituto Nazionale delle Assicurazioni sono garantiti dal Tesoro delle Shalo oltrechè dalle riverve andinarie è simiordinarie dell'Ente. Le polizze, quindi, emesse dall'Istituto Nazionale delle Assicurazioni baano d carattere e de garanzie dei Titoli di Siate. L'Istituto ha adottato svariate forme assicurative adatte ad ogni condizione sociale. Per le “Assicurazioni Popolari" non è richiesta la visita medica ed i premi sono pagabili in rate mensili. Attualmente i capitali assicurati presso l'Istituto Nazionale delle Assicurazioni ammontano a nove miliardi e messo. L'Istituto Nazionale delle Assicurazioni che è il latore del mercato assicurativo in Italia, ha Agenti Generali in tutte le città del Regno, nelle Colonie e all'estero. Le Agenzie Generali e le Agenzie Locali rappresentano anche “Le Assi iomi d'Italia” Società collegata con l'Istituto Narionale delle Assicurazioni per l'esercizio delle assicurazioni contro i danni: Incendi, Furti, ine Si e Responsabilità Civile, Grandine, Trasporti,
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95 Se riflettete che il Rim e il rime. dio ideato dal Prof. Augusto Murri per la cura della stitichezza, non potete esita. re a preferirlo a qualsiasi pur. gante per vol e pei vostri bam Libera, purifica, rinfresca l'inte: stino senza irri tarlo Scatola ai 20 | 4 rim e economici] | semo perche ona sca. squisiti bon-|:x bons di gela: |sr:uf persa tan] tina di frutta | Sino costa selo | Da uno a tre bon, | ‘ "I 5A.Agenzia Generale bons fa sera prima3l \taliana Farmaceutici di coricars:.
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ras ia o L iL8I L'a Lige PE e In vanidita nelle Farmacia Fi mando la folagrafia della mia bambina di mesi dieci che è stata allevata sin dal lo mese di villa con CALIMENTO MELLIN e lotte in polvere ALPE crescendo sona, robusta è peace, Con tulta stima bicegasaato L ANTONACCI BIASCO | Seaanaro È vostri bambini soa È Piscabti ASELLEN Segulta l'aassmpio dalla migliaia o migliaia di mammò cha faellol sl nariFmano i PALVIELA | OMELLIR ALIMENTO MELLUIRALIMENTO AUMENTOSELLE ALIMSENTORELUR ALIMENTO INENTOMELLIRALARERTO MEL UA ALIMENTO ANTONELLI ALIMESTOMELLE ALIMENTO TOMELLINALIMENTOMELLINALIMENTO *4WELLINALIMESTOMELLIN ALIMENTO CL LINALIMENTOMELLINALIMENTO LINALIMERSTOMELLIS AUMENTO Bari iNALIMENTOMELLINALIMERTO ‘ALIMENTO MELLINALIMENTO LIMESTONMEBELLIG ALIMENTO Alimento Ciledta, somiazada questa giornale, l'opercale “COME ALLUTARE IL MD BAMBINO, alla SOCIETÀ MELLIN D'ITALIA -Via Correggio, 18- MILANO (125)
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STANDARD MOTOR OIL va vende anché in lane Di è n Usate Soandard *Mosor Cup Grease" e Standard Motore CHI "Car ia welocinà c [Mi escenziale * Un motore fi" rumoroso ? Il logorio dell'albero a “cames” ne è la causa L'albero a” cames" è sovente causa di brusio e di basso rendimento del motore. Bisogna perciò impedire che silogori, evitandone l'attrito mediante una buona lubrificazione la quale protegga al tempo stesso tutte le altre parti mobili e maggior- mente costose, Il buon rendimento del motore dipende sopratutto dal buon funzionamento dell'albero a “ cames" che permette ai differenti organi di lavorare con perfetto sincronismo. Questo miglior rendimento, Voi l'otterrete solo usando Standard Motor Oil, Esso Vi risparmierà, inoltre, la noia e la spesa di numerose riparazioni. STANDARD MOTOR OIL assicura la massima protezione SOCIETA ITALO:AMERICANA PEL PETROLIO — GENOVA I. #a Li f. Stampata via carta della Cartiera di Mailianizo, Boe. dii Srah abiti Grafiche diliiori Se Lacie » Milanà, VITI Mantegna b
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A RIVISTA ILLUSTRATA DEL “POPOLO D'ITALIA” Fondatori: ARNALDO MUSSOLINI - Direttore: MANLIO MANLIO MORGAGNI MORGAGNI REDAZIONE, Amministrazione MILANO via Lovanio id. tei. n doss Anno VII- Ng Settembre 1909 - LA RIVISTA cito ogni mae ABBONAMENTO per fl 1909 L 100 - Rusara L 200. NUMERO SEPARATO L. 10 Pubblicità Coancrisionaria csclunira Unione Polbbligiià Dialiana. — 1 diricti di riprodoricna # di irsdurizae sona rissreati par torii i passi LE RADICI PROFONDE... La chiara constatazione che nella campagna gra- naria si sono raccolti oltre settanta milloni di quin- tali di frumento deve avere maggiormente illividito le torve figure di tutti coloro che, ciechi dinanzi al- l'evidenza e sordi per non voler sentire, si pascono di sterili opposizioni e di lodi impotenti. Questa imponente vittoria granaria, che rimarrà negli annali della patria storia come fatto memorabile di tenacia, di volontà, di saldezza di propositi, di chiara visione dei massimi problemi nazionali, e, so- pra tutto, di concordia e di disciplina, dice all'osser- vwatore san più di quello che i numeri indichino e la statistica affermi. Questa imponente vittoria è un nuovo poderoso testimonio di quanto sieno penetrate profonde nella coscienza del popolo le radici del Fascismo, e di come sia compreso è seguito il Regime. Quando il Duce nella sua limpida chiaroveggenza lanciò l'appello per la nuova battaglia, sorrisero di malcelata speranza quit = scettici e tutti gli avversi. La battaglia, per le condizioni stesse dell'agricoltura nazionale, per i molti pregiudizi ancora sopravviventi negli agricoltori, per i vari interessi offesi, per le tra- dizioni colturali esistenti nelle diverse regioni, per le miserie disseminate dall'incuria dei passati regimi, non sarebbe stata combattuta e, se combattuta, la vittoria non avrebbe mai baciato con la sua luce le fronti sudate. Si mormorava che gli agricoltori non awrebbero mai acconsentito a modificare il sistema di coltiva» zione, a spostare le colture a pregiudizio della con- sistenza del patrimonio zootecnico, a limitare il sem- re crescente sviluppo di tutte quelle produzioni che anno un reddito più sicuro, più forte, più ricco. Si diceva anche che sarebbe occorso, perchè la nuova campagna non fallisse, una maggiore superficie colti- vate e, di conseguenza, una sicura diminuzione di altre coltivazioni necessarie. Forse si contava anche sul- l'aiuto di Giove incollerito e su sfavorevoli condi. zioni climatiche. Invece la vittoria è stata clamorosa ed assoluta. E non tanto per i molti milioni che il Paese non sarà più costretto a spendere all'estero in oro di conio, e, di conseguenza, per le migliorate condizioni del mer- cato interno, quanto per i risultati morali inestima- bili ottenuti, gli ammaestramenti avuti e le migliorie tecniche e materiali conseguite. Fu una battaglia di valenti, è una vittoria della volontà, un inno alla capacità lavorativa e di inizia- tiva dei nostri agricoltori che hanno compreso il tempo In cul vivono, e vogliono di questo tempo, dinamica mente volante sulle vie della più luminosa civiltà, es- sere gli attori infaticatili per le sorti e l'avvenire del nostro Paese. Fu una battaglia di comprensione ced è una vittoria dello schietto buon senso dei nostri in» telligenti lavoratori della terra che compresero quanto fosse urgente emanciparsi dall'estero in questa vitale necessità del pane e come nessun sacrificio potesse riuscire grave pur di raggiungere presto e bene il santissimo scopo. E per questo ecco vagliare e pro- vare ed attuare quei sistemi che possano nel minor spazio dare il maggior prodotto; ceco cercare una più feconda sistemazione delle acque ed una più razionale utilizzazione; cecco l'aumentato impiego di macchine agrarie e di concimi chimici. La tecnica è ovunque migliorata, i dettami della scienza Agraria seguiti, vigilate e ben scelte le sementi, amorosamente curata la germinazione, la crescita, la maturanza, la falciatura, la trebbiatura, la selezione, E' l'occhio dell'uomo che seruta e provvede; è l'animo del tecnico che ripara ed aiuta; è la volontà che vuole toccare la méta perché ivi è la salvezza. Fu una battaglia fascista ed è una vittoria del Regime, è una vittoria del Duce. A nulla sarebbero valsi gli appelli, anche i più infocati, anche i più accorati, anche i più persuasivi contro i ben definiti interessi prossimi di tutta una vasta e seria categoria di persone, quando non vi avesse risposto una csatta c compiuta conoscenza del overe. Chuan manca la coscienza riescono vani gli sforzi di tutti 1 pionieri! Ma il Fascismo hà curato questa nuova valuta- zione della vita ed è andato formando gli animi ad un altissimo sentimento patrio, sentimento che è ma- teriato di obbedienza al Capo, di spirito di sacrificio, di amorevole volontà di bene. All'appello il Duce fece seguire provvedimenti op- portunissimi che andarono incontro ai veliti della imi- riatasi battaglia favorendone gli sforzi e sostenendone l'attività, Nacquero così, e molto giovarono, i campi
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di orientamento, i campi dimostrativi, gli studi spe- ciali negli Istituti per le esperienze è l'indefessa è adeguata opera delle Commissioni di propaganda. La parola del Duce incitatrice ed ammonitrice, l'esempio da lui dircitamente dato nel suo modesto podere di Carpena fu altra sensibilissima ragione di emulazione. Le protezioni doganali apparvero, pure, provvedi: mento efficace. E la battaglia ingaggiata tra il mal nascosto sog- ghigno dei ben riparati nemici interni e il laxzo in- verecondo degli esterni, si intensilicò, arse intensa mente e shoccò nei meravigliosi risultati che ammi- riamo e che assicurano il pane a tutti gli italiani. Nuova prova della feconda e rigeneratrice azione del Fascismo nella vita economica e produttiva della Nazione, e promessa sicura di un avvenire, molto rossimo, migliore anche per il benessere materiale di questo nostro meraviglioso popolo che ha trovato nel Duce il condottiero che conosce la via e sa il segreto delle battaglie e delle vittorie, di questo no. stro popolo che nell'ordine nuovo, stabilito dal genio di Benito Mussolini, ha ritrovato le ragioni fonda» mentali del suo essere, del suo prosperare e del suo vincere e durare nel mondo. MANLIO MORGAGHI GLI AVVENIMENTI INTERNAZIONALI DALL'AJA A GINEVRA La conferenza finanziaria dell'Aja si è chiusa con una vittoria dell'Italia. Abbiamo salvato e assicurato al nostro erario pubblico tre miliardi di lire, desti- nati a indennizzare i danni subiti dalla Nazione in guerra. L'Italia si è trovata a dover difendere il roprio diritto contro l'Inghilterra, e il duello Pirelli- nowden ha dimostrato che, se l'amicizia tra i due Facsi è un bene desiderabile, gli italiani non sono disposti a sacrificare per essa i propri interessi. E" questo un chiarimento utile per noi e per gli altri. Quali possono essere state le inspirazioni della politica inglese all'Aja? I laburisti cexridentemente hanno voluto in primo luogo rompere i nti con la Francia. L'intesa cordiale è fimta e l'I non intende più sostenere la politica forte d'Orsay e del Germania. Nei riguardi dell'Italia, data l'appartenenza dei laburisti alla seconda Internazionale di Amsterdam, non è escluso che Snowdéen col sua atte giamento abbia voluto rivelare particolari punte antifasciste. Ma soprattutto il delegato inglese ha agito per motivi e per inspirazioni di politica interna. Egli ha inteso dimostrare che i laburisti sanno difendere gli interessi nazionali meglio dei conservatori, e che ad essi si deve il salvataggio operato all'ultimo momento, malgrado e contro le compromissioni del precedente Gabinetto Baldwin-Chamberlain-Churchill. Di qui gli atteggiamenti da comizio e le sfuriate, cui non è man- cata una certa coloritura demagogica. Sembra anche che Snowden si sia tenuto in contatto segreto con Lloyd George, nemico dichiarato dei conservatori, il quale d'altra parte non disdegnerebbe di costituire un binomio da contra re a Mac Donald, per va- rare alla Camera dei Comuni una coalizione liberale. laburista. Ma i vantaggi riportati da Snowden appaiono una ben magra illuzione nel quadro delle necessità finanziarie inglesi. Il pubblico grosso può essere ip notizzato dal successo dell'Aja. Ma L'a milioni di sterline sono un secchiello d'acqua nel porzo larga» mente disseccato della Tesoreria londinese. La sterlina è compromessa c l'erario pubblico può perdere in un sol giorno, nella difesa della divisa, ciò che Snowden ha guadagnato in un mese di contrasti, L'economia inglese è malata. Le miniere di car- bone sono in larga parte abbandonate e l'industria cotoniera ha subito una assai grave crisi. Tutto ciò deriva dalla mancanza di disciplina degli industriali, che si rifiutano di modernizzare l'attrezzatura tecnica e di eliminare i danni della disorganizzazione, ma hilterra cl Quai Ilo Stato Maggiore francese contro la deriva anche dalla indisciplina degli operai, che pre- tendono alti salari e orario minimo. Intanto il livello della disoccupazione si mantiene al di sopra del milione, E il Gowerno, invece di im- rre unòà salutare disciplina a industriali e operai, è andato alla ricerca di un successo popolare all'Aja, che non può esser definito se non come una illusione. Non saranno certo i due milioni di sterline che sal- veranno l'economia inglese. La vecchia Isola imperiale è in decadimento, La sconfitta della classe dirigente conservatrice © il trionfo dei laburisti non sono che le manifestazioni politiche di un profondo malessere sociale ed economico. Le industrie inglesi sono arre- tratissime in confronto di quelle germaniche è sono temibilmente minacciate dal gigantesco sviluppo di uelle americane. In tutti i mercati della vecchia uropa, dell'America meridionale e dell' Estremo Oriente, sono le giovani energie n «americane che guadagnano terreno ai danni dell'arretrata è disor- ganizzata In hilterra. La (Germania è divenuta un ponte industriale degli Stati Uniti in Europa. Anche i prodotti italiani si diffondono in modo promettente nei Paesi orientali, come è particolarmente indicato dalle statistiche di esportazione dei cotoni e di taluni macchinari elettrici in India. Non è dunque il piccolo giuoco di qualche milione di sterline che potrà risol- vere un vasto problema. Nei riguardi politici, l'Italia non ha alcuna ragione di alimentare dissensi con l'Inghilterra e di impegnarsi con la Francia contro di essa, in un giuoco che po- trebbe essere pericoloso per tutti. Ancor oggi, mal. grado i malumori di Snowden, rimaniamo fermi nel convincimento che una litica di amicizia sia utile ai due Paesi, per l'equilibrio continentale e per la comvivenza mediterranca. Ma l'amicizia non può essere che bilaterale, e gli italiani non sono disposti a salvarla col sacrificio dei propri interessi. La politica dell'Italia nei riguardi dell'Inghilterra è dunque chiara, rettilinea e leale. Amicizia bilaterale e rispetto reciproco. Il Fascismo può dissentire dalle teorie laburiste, ma l'antitesi delle ideologie e dei metodi interni non è destinata necessariamente a sop- primere le ragioni geografiche e storiche, continentali e mediterranee, dell'amicizia tra i due Paesi. Né l'Inghilterra può trovare un vantaggio nazionale in un dissidio con l'Italia, né l'Italia è necessariamente portata a impegnarsi in un giuoco antinglese. E' hene pertanto che i laburisti, al di fuori delle loro teorie, tengano conto dell'elemento " Italia”, realtà conti- nentale e mediterranca, vivente e insopprmmitale. AI signor Snowden risparmiamo un esame dei suoi solismi, Dire che l'Inghilterra è stata la Nazione
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Una seduta della conferenza finanziaria dell'Aja, meno indennizzatà è meno risarcita, è — per usare il frasario parlamentare inglese — veramente ridicolo. Snowden, lo smemorato dell'Aja, dimenticava la cat- tura del naviglio tedesco e l'enorme bottino coloniale. Dire che l'Italia non aveva diritto ai magri compensi del Fiano Young, era non meno grottesco. Nella ri» partizione del naviglio germanico, dei 150 mila vagoni, delle 35 mila locomotive, dei 30 mila cannoni, delle o mila mitragliatrici, della Siria, della Palestina, dell'Arabia del Tago, del Camerun, ecc. l'Italia non che alcunché. Lo smemorato dell'Aja aveva dimen- ticato tutto, Anche che la Vittoria era stata effettiva» mente e risolutivamente conseguita a Vittorio Veneto. Quando torna il settembre, i santoni della pace ripetono a Ginevra le solite omelie sulla fratellanza dei Popoli, sulla solidarietà internazionale e sul di- sarmo, Quest'anno MacDonald ha dato notizia di conversazioni con l'America per il disarmo, e Briand ha elevato un altro mistico inno al pacifismo. Il de- legato italiano Scialoja, anziché tenere un discorso vacuo e generico, ha annunciato un dato di fatto pre- cisa, che costituisce un'alta benemerenza civile per il nostro Paese: il Governo di Roma riconosce come abblipatoria di pieno diritto la giurisdizione della Corte dell'Aja per le divergenze internazionali di carattere giuridico. Ciò significa che, ove dissensi giuridici in- tervengano con altro Stato che abbia accettato la la stessa obbligazione, l'Italia si impegna di ri- correre all'arbitrato dell'Aja, sempre che le ver- tenze stesse non possano essere risolte per via di- lomatica o per opera della Società della Nazioni. a nostra volontà di pace e il nostro spirito di con- ciliazione sono per tal modo comprovati non dalle vane parole, ma dai fatti. Tuttavia il mondo ama sempre le parole è alla realtà molto spesso preferisce ancora gli infingimenti oratori. Così avviene che Inghilterra e Francia nel: Lagpone ginevrino appaiano come le uniche e vere pa ndine della pace, mentre l'Italia continua ad esser considerata con diffidenza, quale nemica della tran- quillità europea. Nulla di più imiquo. Il Patto Kellogg fu promosso in un primo tempo dalla Francia, ché aveva condotto la guerra nel Marocco e in Siria, e in un secondo tempo dall'America, responsabile della erra nel Nicaragua. Francia, Inghilterra ce Belgio hanno con- tinuato l'occupazione militare in Renania per dieci lunghi anm dopo la firma della pace e i tre Stati ri- mangonoòo ancora intransigenti nella difesa dei Trattati imposti dall'anima belluina del “ Tigre” Clomenceau. L'Italia invece da molti anni non ha più corpi di cc- cupazione fuori del proprio territorio, ed è l'unica Potenza che abbia accettato, con gravi sacrihzi, la revisione dei Patt di guerra. Anche le discussioni sul disarmo sono alquanto grottesche. Nessuna delle Potenze armate e armatis- sime ha volontà di disarmare. L'Inghilterra possiede la marina più formidabile del mondo e finora ha tenuto fermo ostinatamente sul principio della propria ege- monia navale. Quando proponeva la ripartizione per categorie, in realtà solo mirava a imporre alle altre Potenze la costruzione esclusiva di quei tipi di navi, rispetto a cui essa aveva la superiorità americana. In altri termini, l'Ammiragliato britannico inten- deva garantirsi contro la possibilità che altri Stati,
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costruendo tipi nuovi per ornamento, per prote zione © per velocità, praticamente svalutassero i tipi adottati dalla flotta inglese. Ma da qualche tempo l'America, forte della propria egemonia fi- nanziaria, è partita all'attacco contro il primato navale britannico. Essa vuole la rità delle forze oceaniche con l'Inghilterra e poiché la sterlina, debilitata e pericolante, non può più reggersi se nom con l'aiuto di Wall Street, il vecchio orgoglioso Am- miragliato londinese sarà in fine costretto a cedere. Ma in tutto ciò la fratellanza internazionale non avrà alcuna parte. L' Inghilterra dovrà discendere ancora un gradino sulla scala delle egemonie, divi- dendo l'impero deeli Oceani con l'America. Il disar- mo sarà un accordo di armamenti e la pace occanica un condominio delle due maggiori potenze navali. In quanto alla Francia, essa ha l'esercito più armato e più formidabile del mondo, La Repub- blica dei pacifisti è armata quasi quanto il vecchio Impero del Kaiser e non è disposta a cedere. Solo l'Italia si é dichiarata pronta a praticare qualsiasi limitazione, anche massima in fatto di armamenti, purché accettata dalle altre potenze continentali. Che così è dunque questo spirito di * pace” delle Potenze egemoniche? L'Ossevatme Romano sembra elogiarlo, evidentemente dimenticando la lu» minosa sentenza di &, Agostino, secondo cm ‘ non wi é diritto senzà giustizia "' . Sono giusti i Trattati, che hanno mutilato la Bulgaria, straziato l' Un- gheria, attribuito le Colonie a Nazioni imperiali. stiche che non hanno più alcuna possibilità colo» mieratrice, e Insciato pero contro senza territorio di sfruttamento e senza risorse di materie prime popoli giovani, esuberanti di energie demografiche I ministro Mosconi, delegato dell'Italia. runiadent fio tl i SIA Mr. Snowden esce della Conferenza. e di possibilità colonizzatrici? E' giusto che tali iniquità siamo cternizzate ? Ti Delegato italiano ha posto il problema nei suoi veri termini. Sinora si è studiato il problema della pace e della guerra nelle forme esteriori; ma non nella sostanza intima. Mon è equo imporre il rispetto dello sala quo, se giustizia non è resa ni popoli, « non è possibile assicurare la pace, se le cause della guerra non sono eliminate. Lo spirito di "pace" delle Potenze egemoniche non è dunque che una volontà egoistica di perpe- tuaré i privilegi, le ingiustizie è le iniquità. Ma non è dichiarando i delitti fuori legge che si elimi- nano i delitti stessi, e non è ripetendo gli anatemi contro la guerra che si sopprimono le cause di guerra. Ti pro lema della pace non può esser fondato sulla clifesa intransigente dei Trattati di guerra, che per le loro imposizioni violente racchiudono ermi di futuri conflitti. Ciò è nella stessa coscienza Sella Francia, la quale non intende disarmare. Ma se si vorrà assicurare la pace, occorrerà fatalmente mitigare, umanizzare, armonizzare | Trat- tati di guerra. La loro revisione è già in corso è dovrà continuare, non solo peri problemi continentali. L'anima nazionale italiana è lontana dalle carte di Versailles, di cui sente l'ingiustizia, è man i mai essere trascinata alla difesa intransigente di uno statu quo, che nell'Adriatico, nel Mediterraneo e nelle Colonie comprime le nostre necessità di espansione. Nel revisionismo, che solo può riavvicinare i Popoli e garantire la pace, l'Italia dimostra il proprio spirito di giustizia, di conciliazione è di collaborazione. GAETANO POLVERELLI
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È) I NUOVI MINISTRI DEL GOVERNO NAZIONALE In alto: Dino Grandi (Esteri) Emilio De Bono (Colonie) - Balhino Giuliana (Educazione Nazionale), In mezzo: iialo Balbo (Aeronautica) - Pietro Gazzera (Guerra) - Giuveppe Sirianni (Marina). Giacomo Acerbo (Agricoliura) - Michele Bianchi {Lavori Pubblici) - Giuseppe Bottai (Corporazioni),
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gd — + — _-—__ —— - - - no el nl i rn rt a dii è; rr Trr—_—_ror—_ E we I ritorno di & M.il Re Fuad in Egitto. Sopra: La partenza da Napoli, Sotto: L'altena del Sovrano nelle dégue del porto di Alerransria.
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/ Ù È Ì | DG Ì È I, he Î ===" —e——mr ——m—+- È È een 0, gie Pgfi i ve = tr = e aa a è ” di fa po na si Mn CREME ZA ERE CELIO ITER RE "SAP AEPTON La celebrazione del decimo anniversario della Costiluzione in Germania. Sopra: Il Ministro degli Interni pronuncia il Haconro al Reicbrlag. Sotto: fa manifestazione degli scolari vestiti col colori nazionali alle Stadio di Grilnawata- Berlino,
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" = e e "a —y la PVTYrTe- Za”. Le dle, st I declinato annlcennirio della Marcia di Ronchi celebrato a Roma. 1 legionari fiunmani adunali al Colosseo per l'orazione ali Ji E. Iuradi. Sopra: A ia dl Segretaria sel Partito,
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ll Comandante fielegrata MI Caslagare) Allegato alla " sità Vili del Pagoda d'dralia" og (Rorra ig » VII
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e ia » n Lana SAM. dii Re ed Capo del (Governo assistono a? un'esercilazione combinaia di Jorze mareali, ferreri è aeree sulla corta lorcana.
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Il Duce visita il campeggio degli ottocento capisguadra delle Avanguardia alla Farnesina.
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Le Sen RI La terza erselera navale degli Avangiareleti. I futuri militi si godono la spettacolo del {ralfa di Napoli dal ponte della # Cansre Malliei” . Sopra: da fereida accoglienza della popolazione di Cagliari.
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i di x 24 CRIN Moe” DabiE TMONE INF MI) 171) ALIDA ll campeggio della Legione “ Principe & Picotonte"” di Roma e della Centoria Albanese a Cortina d'Anpezzo. pra; La avwessa al campe, Sotto: fl generale francese Gonrand passa in rivista gli Albanesi.
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Ere ir Po A ce“ TU —ar- Lr rie Lai mM Le cri i" se ” ref Ta ‘i || Ha Ì AA, I Mi si + è La civilta cel Generale Gourand, Governatore militare oi Parigi, decompagnalo dal suo Stato Alaggiore, al campeggio "Principe di Piemonte". Sotto: di montaggio delle tende degli Avanguardisti Albanesi.
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4 ie EP bhe cT=s al Sa x slocieri ee ali Ì Ù | L'inaugurazione della Mostra Nazionale di Bolzano, S&S. A. R. il Buca d'Aosta, SE. Lessona e le Autorità «i L Pa P AI Po E sE a Ii E nr el recano al Monumento della Fittoria. Sotto: Le to bande concorrenti del Dopolavoro nella Piazza Vittorio Emanwels,
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Î 9 i 4 H; di | ERE (PR ARIE FIT EPIENES I FIS IEORIIT7 La cisita di Araldo Mussolini in Alto Adige. Sopra: Ml direttore del "Popolo P'Ilalia” al Campo d'Aviazione di San Giacomo (Bolzano) e, sollo, all'Esposizione Nazionale dell'Alto Adige. Fot. Couniadel,
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La Casa degli Italiani di Beirut è sorta da un an» ma appena, per merito del Console generale on. De Cicco, validamente con- diuvato dal segretario del Fascio avv. Lo Balsamo. I FASCI ITALIANI NELLE TERRE D'ORIENTE La sala di lellura nella Ca- st degli Italiani a Bell. Il Dopolaworo,di recente costituito, vi ha la pro- pria sede cd è divenuto un ritrovo prelemto per la serietà dei tratteni- menti è un focolare at- tivissimo di italianità. LA DEGNA SEDE DEL FASCIO DI BEIRUT Sotto: di cinematografo all'aperto è il giardino
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9 x, dl n) di n) DI gra " AF Le navi della marina Italiana " Pisa" è " Francesco Ferruccio” nelle degne inglesi. L'ufficiale di ordinanza prova di auera degli iallizei vvulla mae " Pia Sopra ; Eserellazioni di scherma a bardo,
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L'ULETMO MOTARI Apriamo i muovi libri di Umberto Notari: sono cinque. {La fatica naziale, Signora g00, Vita dei rosi- canti, Monna tipo ;, Hl turbante violetto. - Istituto ed. Italiano, Milano). Carta di farina grossa, ancora un po' grigia, greve, sostanziosa, sulla quale i caratteri tipografici non vogliono soltanto lasciare la solita le- wigata traccia nera dell'inchiostro ma anche il rilievo, quasi martellato parola per parola, di una incisione più profonda. Copertina dura, legnosa, dagli spigoli erti, dalla spina dorsale robusta e diritta, mascherata elegantemente con un foglietto lucido sul quale si storce e sogghigna una caricatura di Sacchetti o un ghiribizzo di Fabiano. Anche dentro tutto quel ruvido e violento e fitto martellar di caratteri prepotenti, quella ordinata furia di stampar sonante, di calcare il passo sulle cifre e sulle werità, sul paradosso e sulle rivelazioni più inattese perché si senta continuamente che la marcia del pensiero procede, che la méta di una conclusione decisiva è prossima ed infallibile, agni tanto fan ca- polino sorrisi di lievi caricatore raffinate, galanti € pungenti su esili fogli patinati... Altri tre libri si annunziano: nel giro di un anno sono otto. E Umberto Notari si risolleva adesso ap- pena appena da una lunga e dolorosissima malattia che lo costringe quasi all'immobilità da un anno. Prodigio! Pare quasi che l'immobilità del corpo abbia decuplicato il fervor dinamico della mente. Dentro agni libro e'è un foglietto volante, dallo schedario bibliografico: Notari Umberto, scrittore cco- nomista. Nato a Bologna il 26 luglio 1858. Prime armi nel giornalismo bolognese: 1895. E, da quel tempo, sempre in armi, battaglio sempre. Ban- diere di giornali fammanti, trincee di libri... Fonda» zione di ventun periodici, dei quali cinque quotidiani: Perde è azzurro, Gli avvenimenti, la Fiamma vende, Am brosiano, La Finanza d'Italia. E libri, libri, libri: quat- tro romanzi che raggiunsero tirature favolose, una commedia, volumi polemici... E, poi, i libri degli altri, le raccolte dei classici che riempirono le biblioteche d'Italia di quel bel colore violento arancio-rosso è oro; classici italiani e classici latini, la biblioteca delle antiche musiche e la biblioteca dei santi, milioni e milioni di esemplari che fecero dovunque formicalar radiosa l'attività insistente, la vitalità instancabile di un nome: Notari. Questo suo Americanismo latineggiante, pieno eli gusto e pieno di forza, audace e strosciante, recla- mistico è inspirato nello stesso tempo, è unico in Italia. Si pensa a un Balzac che ha trovato modo di cs- sere pratico, favorito dalle muove esperienze e dai nuovi mezzi della tecnica e della disciplina del lan- cio, dalla nuova tattica della conquista commerciale moderna. Ecco i cinque libri ché iniziano la serie dei Saggi di Economia pubblica, Notari non ama la materia morta. Il suo spirito è tutto vivo; la sua indagine non può limitarsi a scoprir festuche fondamentali per le costruzioni filo- sofiche che una volta mettevano il mondo sulle cat- tedre alla mercé di quattro barbe bianche e di altret- tante miopie rinforzate dalle lenti. Anche le cifre guizzano e cantano e saltano come creature vive per entro queste pagine. Notari «uol essere un filosofo condottiero: vuol sentire la folla alle calcagna. Se predica, si preoccupa di non annoiare, di essere interessante e conciso, di esser divertente trasparente. Conosce il segreto della parabola moderna. Si agitano problemi di vita e di pane, di viva came rossa e di sonante denaro, di strade aperte verso il divenire attraverso muraglioni di case. La divinità alla quale deve essere dedicata la nuova fede è la forza. La forza è nel numero; esaltiamo dunque la razza. La forza è nel potere: esaltiamo, dunque, la riechezza. Sanità e rapidità, coraggio e instancabilità: i nuovi tempi comandano le masse verso l'assalto con questi quattro ordini concitati e precisi. Ma nel fondo più buio della massa si celano germi pericolosissimi di nuovi mali. Bisogna indagare, sco- prire, risanare. Confesso che l'esame critico del suo tempo mi sembra fatto da Umberto Notari con una più acuta e persuasiva © meticolosa aderenza alla verità. Qui si ritrova il maestro rivelato dai primi saggi giova- mil: lo spregiudicato analizzatore, il feroce è preciso chirurgo. Nessuna particella malata sfugge al suo ta- glio, si sottrae al suo intuito. I nuovi tempi hanno creato nuovi contagi, hanno dato vita a innumerevoli muovi bacilli. La signora no- vecento, la donna tipo tre, 1 rosicanti solitari ed i pezzenti impigriti né sona pieni. CA pericolo in aria, Bisogna audacemente indiwiduarlo, Ecco fatto! Adesso, i rimedi. Qui Notari balza sul paradosso, e, dall'analisi fe- licissima, passa alla sintesi gloriosa. La sua foga di- wenta lirica: perde, per forza, qualche contatto con la realtà. Ma non è chi non avrerta in questo lirismo, che pur qua e là si colora di sogno, una ventata che in»
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\ | | | LÌ Î| l| hi J LI k Ì ì DO | Umberto Nelori. nalza, una forza di propulsione che aiuta, non soltanto a sperare, mà anche a camminare e ad agire. Sono andato a trovare Notari nella triste casa del sole a ridosso delle Tofane, sulle montagne di Cortina. La sua convalescenza si colorava già robu- stamente di bronzo: il suo sorriso diventava più bianco e fiducioso. Altri tre libri stanno per essere lanciati da quel silenzio nel mondo, Altri formicolano già in germe. Sotto l'ala vasta e nera del cappello a larghe tese lo sguardo par sempre che attenda e misuri la pos- sibilità di un velo, per risollevare in quel volo anche il corpo, che qualche volta vuol cedere. Nella piega della bocca, che un poco s'incurva con due segni quasi Ricsazia di Agkille Paad, crendeli sui lati, c'è il segno del morso spezzato. Ed anche nel sorriso dei piccoli denti solidi e quadrati c'è come una rivelazione gioconda di buona fame è di vita sana, di decisioni violente e di tagli netti. —_ Questi miei libri nascono così rapicli, terzi è numerosi perchè maturarono in vent'anni d'esperienza, Il giornalismo mi è stato maestro... = dice Notari. E par che si soffermi un attimo, soltanto un at- timo, a sogguardare le prime, le fragorose, le lontane battaglie. Ma, senza malinconia. Ogni mattina la vita e la giovinezza cominciano per chi sa intendere vastamente il problema della razza, e viverne ora per ora l'eterno riorire, © seguirne senza stanchezza il deciso è glo» rioso cammino! GIHO ROCCA
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I LIBRI PIU BELLI Strana sensazione, quella di leggere quasi contemporamen- mento il libro d'un umorita è quella d'un romantico: un libra scrilto per chiasso ed uno serttto sul verso, La diversa ispirazione, le opposte intenzioni dei due autori possono riflettersi in moi, di volta in molta, in modo cor scon- certante da provocare reazioni inattese, da confondere ai no atri cochi la personalità sicssa dei vari personaggi ormai creati © distaccati dalla mente di chi Li cred: e chi ci guadagna, die ciamolo subito, è, se mai, l'umorista: perché potrà accadere ili trovar un po comica una figura romantica, ma sarà molto diflicilo {a mono che nan si tratti cli un ironiiia senza nisiunà efficacia) di considerare romantica una figura umariziica. Mi creda Angelo Frailini, autore di ua nuoro volume di "atorie comiche”, Afarife + mogli mosello {Edizioni Corbaccio, Milano): dicendagli che non sono riuscito a prender sul se rio neanche uno dei suoi personaggi, penso di fargli la mas- sima lode. E non già perché i suoi personaggi comici ada meritino im allenzione è non suscilino una cuoriosiià che puo superare anche quella suscitata da crtaturo intere sul serio: ma perché difficilmente potrei immaginarmeli senza pensare allo spasso creativo dell'autore che li plauma e, di pagina in pagina, li completà e li perfeziona con ian piacere sottile sempre prosente, Mon so se gli sia propria quella “divina malinconia” che Francesco De Sanctis diceva esser l'idealità d'ogni poeta cor mica, Nel trar fuori il personaggio grotitico — povero siraccio d'umanità — dall'osservazione diretta e attenta della vita c'è, si, im lui una Fredderra logica non atmpre dermianto da um sentimento di gioia: ma quando si è impossessato della sua crestura, e deve guidarla pel mondo, allora il modo, il tono, i mezzi, in una parola lo stile della creazione cambiano. Ban lontano dalla maniera spieciativa o trita degli iranisti borghesi, il Frattini ci mostra allora il suo compiacimento mel fare del personaggio un tipo, del tipo un protagonista; ilirommtiò che lo abbellipco, no ni trattasie d'un pitore (e mon dimentichiamo che il Frattini lo è stato): ma non sarebbe esatto: gli dà, in somma, il massimo rilicro, la massima carniterizzazione, E infine, dal campo dell'asservazione realistica si vola un po verso la fantasia, Fantasia ironica, sta bene: ma anche l'amorista, come il lirico, non ha forse il sua cielo? E gli orsi del Frattini vi spaziano, e ogni debolezza è mostrata nel suo lato più ridicolo, e ogni difetto è condoito alle conseguenze tstreme. Un esempio: il protagonista di Nar vena ie, che ha avuto "il torto di mascere rassomigliando esageratamente a un troppo esagerato numero di persone”, si convince che per combattere la sua impersomalità fisica. ormai stabilita, non vi sia aliîra salvezza possibile che quella di costruirsi una prepotentissima personalità morale. Studia la storia di famiglia, dalle Crociate: È fon riesce A scovare un mestiere, una professione, un'occu- pazione che nessuno dei suoi avi abbia compiuto. Stabilisce allora di sopprimersi, inventando un tipo di sul: culi assolutamente originale; per mezzo di un fungo velenoso, l'avolo malefico. E s'illude così di esser finalmente "at stesso” per l'eternità. Ma la scrittore «oggirange che proprio quell'antenato di cui anche la storia di famiglia ignorava la fine, un micologo ner rantaquattrenne, scoperta l'infedeltà della consorte, sora sui cidato iaghiottendo tre superbi esemplari di ovolo malefico. Graziono, divertentissimo: ma non ci si accorge che, oltre la rifinitura completa del personaggio, l'autore prova ancora il gurto della “trovata”? Non bisogna, tuttavia, allarmarsene. Siamo come dinanzi ho un gran ballo frenetico nei cieli — poiche ho usato questa imagine — dell'umorismo. Fantasia, spasso, spettacolo, E sa- rebbe un torio soppesare le parole con la bilancia di farmacia. Biagna ricordarii che l'autore per primo, i suoi eroi, non li può prender sul serio. Anche quando conclude la sioria del marito e moglie modello, che ai riuniscono dapo una banale fuga di lei è an risibile perdano di lui, e afferma che “ebbero il peggiore dei castighi: furono felici per tutta la vita”, cre dete che dica davero? Ko. Questo è un modo elegante di presentare dei perso» naggi comsci.!farli vivere in liberià, scarnificarli e poi ucciderli. Ecco perché il nuova libro di quest'umorista dal pallido valto triste è tutto piacevole: perchè a uccidere con tanta grazia ci vuole dell'ingegno. Dovremmo ora dire a Fia Rimini, autrice di una raccolta di novelle dal tiiclo La «palla alata {Casa Editrice Ceschina - Milano). perché si rassicuri che non alludevama a lei nel raffronto iniziale, che non abbiamo trovata comica neanche una dello suo figure romantico-realiate? Sarebbe la verità; ma non potrebbe csere per lei. la lode più ambita. Ad un porta non basta riconoscere, infatti, che fa della poesia; bisagna dire che c'invita a vwalare, i personaggi di Pia Rimini sono tutti, a quasi tutti, cupi, foschi, quasi tragici. Le awe siorie son iuile, o quasi buite, a tinto fori, è in genere raggiungono l'ellfetto che s'eran prò- posto. Ma basta? Non a caso, fra le diciassette novelle del volume, ne voglio scogliere una: fa movsa. La scelgo appunto perchè i suoi per sonaggi non sono cupi, e la trama è delicata. Una nonsina buosa è povera non sive che per l'amore del suo nipotino, il bimba della sua figliola. Con due cenci rossi e un po di lana gli fabbrica un pupazzo: tutta la gioia del bimbo, che se lo porta a deiio con sé. Ma un bel giorno ar- riva in casa l'altra nonna, la madre del babbo, che è ricca. Il piccolo in principio mon vual vederla, e quella per propi: riarselo gli regala un cavallo di legno. Altro che pupazzo! Il bimbo lo ripudia e non adora più ché il cavalla. Îl pupazzo di cencio, ora, se lo porta a letto la nonnina povera, tulla ranmiechiata e avwilita dalla ricchessa dell'alira. Tanto intristisco la buona verechina, che muore. E quand'è morta. fra la sua roba si trova una scatola di cartone, sulla quale sta scritto: " Salvadanaio per comprare un cavallo”. Novella rapida, semplice, bella: è c'é fra lo righe uma sensibilità che avvince, e una notevole sapienza di scorci. {Coaik mella pagine del Miltamme, così in quelle che iniziano Marit # friacomoa, dove la sofferenza di tante mamme, stra: ziate dalla siessa angoscia, in un camerone d'ospedale, è rap- presentata con una #lnerza di tocchi assai capressiva, © trema e geme il dolore, Il dolore: nom il male. Cra, perche questa slensa scrittrice è andata a scegliere come tema dominante di gran parte dello altre novello, Por servazione delle più ripugnasti e avvilienti miserie umane? Dirammetti di abbiezione, saluolia di malavita, atorie fosche di donne che furono vittime dell'istinto o della passione. Queste vittime sono troppe: nè basta a salvarle la pietà umana della autrice. E gli uòmini son Bulli, irofipto trucemente è sbrigatir vamente cailivi, Ci stupisce che Pia Rimini sia caduta in errori così ripe iui: è Appunto perché famo tra | primi a segnalare la forte promessa del suo primo volume Fubena, vogliamo dirle oggi quanto questa sua deviazione poirebbe essere pericolosa; e ci auguriamo che, colle qualità che mon le mancano, ella ci di mostri presto essersi traîtato soltanto d'una deviazione, non della scelia d'una maniera petoricamente e inutilmente realista. Finalmente, ecco un piccolo libro che non susciia precoce: cupazioni per essere classificato in un genere piuttosto che in un aliro: demando Falconi, chiaccherate teairali di Dino Falconi e Create Biancoli {Casa Editrice Maia «- Milano) E", semplicemente, un libro divertente. E vi par poco ? Non ha altro scopo che quella di far dicorrere uno dei nostri più illustri e simpatici attori, colla massima franchezza è colla masaima libertà, propria nell'intimità del suo camerino: come può discorrere di teatro, del repertorio, della critica, del pubblico, un artista che abbia l'esperienza e lo spirito di Armania Falconi. Imbastito su un dialogo a tre, il libro non ha nialla, per fartuna, delle solite autebiagrafie ironbe e sempre troppo uni: laterali; al contrario, è ricco di aneddati, «di episodi ameni, di tanti ricordi di ‘ papere” celebri che da sole basterebbero a dargli colore, E gli aneddoti riguardano i grandi attori che il Falconi ha avvicinato € coi squali ha recitato, Per esempio, Ermete No welli, che una rolta, in un diamma in cui doveva far la parte d'un letterato affamato, m dimentico infilata nol panciotto una bella catena d'oro; e arrivato al punto di esclamare: “ Non ha più un saldo in tasca", si senti consigliare da uno apetta» tore maligno: “ Impegna la catena!" Alla quale interruzione il Norelli, senza scomporai, colla presenza di spirito che lo di: stingueva, risposo in lonò lamentoso: " Magari, ma è falia!". Ci da
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Il motore s'impennò. ruggi a sbalzi come per avventarsi, sparò alcuni colpi secchi, e riprese a ronzare, ma fuor di ritmo. = Siàmà in panna? In quei casi Fitterto nos rispondera che a diagnosi com- piuta, © domandò: — C'é un villaggio qui vicino ? La fedele carta che ci aveva condotti per mano attraverso dieci regioni. informò servizievole: “Orlw: grossa borgata: due chilometri La strada continuava a scivolare sotto di noi, nera e lustra, arroventata dal sole meridiano. - Si va con tre soli cilindri. C'era nelle parole di Vittorio, dispetto e umiliazione, come sè il suo pudore fosse stato alfeso: ed ero io, allora, che, se bisognava enirare in qualche villaggio marciando a ire a a due cilindri o con lo scappamento aperto, passavo al volante: io, uomo cinico © senza dignità automobilistica. Ma gia appariva in distanza un riverbero d'ardesia su cui si levava una torre aguzza, simile a una smoccolatoio posato sopra un bastione livido e bugnoso. Poi la torre si sdoppiò e fra i due coni si apri un arco sul quale correva una seghettatura di merli. Tutto ardeva, laggiù, in una combustione color di lavagna, con lam- peggiamenti di siagno, fra giallastro vampate, Sfuggita alla due plice staccionata dei platani, la strada si allargava, ed ai suoi margini, lungo i marciapiedi erbosi, scendevano lo scalotte delle case piliurate con colori semplici e vivaci. Tubò una tortora, sotto una grondaia: sui davanzali garofani e gerani trabocca» LA E4TTE?KAL TOI sa n IAA n n 4 = ne. alla vano dai vasi; una tabella azzurra shilò indicando con la free cia bianca: “ Viche, km. 365, il solito avvertimento sparso in tutte le strade di Francia. | due smoccolatoi si trasforma: reno allora in cappucci da " anno che muore ” per l'albero di Natale, ma per pochi attimy soltanto, ché divennero subito, cosa molta burbanza ascentesca, la porta merlata, fortificata è anguita di Cl, Olirepasiammo il voltone. In fondo al borgo si vedeva un'altra porta uguale, coi torrioni rotondi e lo guaglio rivestite d'ardesia Scendemmo al garage. Il meccanico sollevò il coper: chio del cofano, si curvò sui pistoni, tocco, serutà, Vittorio l'inierrogava e parlotiarono: mi allantanai. Nella strada mon cera una striscia d'ombra; un chiarore dia delirio meiteva dovunque una tinta di gesso: ogni cosa sembrava di scaglia; sopra una tenda stava scritto : "Caf". Eatrai. Faceva fresco, là dentro: ma l'ombra era impenetra» bile: delle scintille mi paisavano dinanzi agli occhi: inciampa in uma sedia. = Buon giorno, signore, Era una vocina fresca e squillante. Mi sedetti a tentoni. La rocina sl avvicinò accompagnata da un fruizio lieve, da un morbido passo, e ripete: = Signore... Ma questa volta il saluto fu interrotto da latrati e scatenii. = Prince! = la vocina era vicinissima, ormai — resterai sempre selvaggio? Mentre mi abiluava alloacarità del luaga, cominciavo & im
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travvedere una forma Umana ferma davanti a ma, Il ica nur ri: prese ad abbaiare, = Prince! — s indiapetti la «cana i pai Lori dolec per dire: — Vegliate scusare, signore. La bestiaccia è un cucciola © abbaia per un monnulla... Kon riuscirà mai — nuovo cam: biamento di timbro — a formare la tua cducazione, Prinée? Era una ragazza: carorvai pure che all'estremità dello stan sone lungo e miretio, colava un raggio di luce: e ridi anche, legato al banco can una catenella, il cane: un lupacchiotto. | suoi occhi mi fiasavano sprizzando baleni: aveva nere labbra ciondolanti, lingua lunga, arricciata, rossa, che il fiato ardente agtiara come una molla. = Perchi, signorina. lo chiamate Prince? Ella si volse verso la bestia è la vozzeggià: =— Prince... piccolo mia... Il cane foce un balzo che parve sperzare la catena, ricadde inssendo per la alrappò del collare è prese a dimenarsi, è guaine, & vggiolare; mandava persino dei sibili. = Non potreste sciogliere la catena, signorina ? Questa volta la ragazza non rispose e allora ordinai una bottiglia di birra. Mel vederla tornare al banco Prince inten: nificò le sue mamifestazioni, ed essa si curvò per accarezzarlo. Calzava babbucco di feltro e le sue gambe nude, d'un colore che la penombra rendeva opaco, come modellate a carezze lente © lunghe. di un'rleganza casalinga ma rietta: quelle gambe senza impurità e sulle quali un gonnellina di mussala sventagliava gaiamenie; la grazia ingenua di quelle membra mise deatro di me una sensazione di serenà giovinezza, uno di quei palpiti. che, fanciulli, ci spalancavano il cuore alla vista dei fiori, dei nidi, è quando, per la prima volta. ci tro 473 FEAT all'improviito davanti al mare. La fanciulla tornò a me col suo passo vellutato, verso la bevanda, sorrine c andò a sedersi vicino a Prince, presso la tavola ingombra di piselli. Le sue dita, agranando i baccelli l'uno dopo l'altro, abilmente, avevano un piccolo moto birichina che ai propagara al braccio e alla spalla. = giudicare dalla quantità dei piselli — ientai — do vete esser molti in famiglia, Essa non sollerò nemmeno il capo. = Ne occorre assai per il potage, signore. Una mosca le si posò aul masino ed essa la scacciò; lim paria deicriiao mil breve ollime [nl ritorti sul nasino: cssa la scacciò ancora, € la mosca. indispeitita, ronzando di callera, andò a passeggiare sopra un manifesto appeso alla parete. Il cane sbadiglio, e stiracchiandosi, divenne lungo lungo. Mi lewvai. — Tilascerai accarerrare? — dissi avricinandomi a Prince, n] meglio alla fanciulla, Cn E' LE a hella bilia, signorina, ma scommetto che la viziate; questo cane dev'essere il votiro bo: niamina, « certamente la zuppa gliela preparate sempre voi stessa, — La rsuppa? Prisce non vuol saperne di suppei © molto èî siconlenia degli sasicini e della carne, preferibilmente cruda. —- Ecco un pessimo sistema. Permettete, signorina; ma quando avrete dei figlivoli, scusate... Easa mi leva in valia gli cechi è divenne di bragia: poi si alzò in piedi all'improviciso, chiamo il cano e l'abbraccià, lo carerzò, appoggiando la gota contro il muso della bestia, che gliela lambi can là sua lingua revenle. — Bestiaccia sgarbata!., — cinguetto la fanciulla colpendo Prince con la manina. — Bestiaccia impertinente! Via, vial.. — mr Lasi dl died pelli. La guardavo con nostalgia, una sirana nostalgia, Ma no stalgia di che cosa? Cera una grande confusione nel mio cer: wella= un guarrabuglio al'idlee vaghe, inalferrabili, ma tutte dlobei e cho giravano tutte intorno a Orly, a Orlessar-Loîre, ed a quella seduceate creatura che qualcuno, fra poco, avrebbe cer: lamento spodala, che sarebbe visita dalla prrombra del "Café. che avrebbe lasciato i piselli ed il cane per enîrare in un'alira penombra e in un altro tepore, dove avrebbe agranato | pa nelli m tritati le cipalline, mon più locantòo & Prince. Mi presso la culla di Team o di Suzanne. di Marcel a di Germaine... Domandai: cen (Come wi chiamato, signorina ? — Madeleine... — rispose la fanciulla senza nemmeno lar caso al mio tono duro. Madelcine... = ripete, e fu tutto, Ma che cosa non avrei voluto dire?.. aggiungere a quel
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nome, un nome da ripetersi sul ritornello di una canzone, di una romanza d'opera? Persinò a Manon, pensai in quel mor menta, chissà mai perche. Ma non alla Manon della Nuova Qrltans, non alla Manon del mimactto, della sala da giuoco e dell'alcova, ma alla Manon di un'aria fine e paietica, l'aria di Masscenet, Varia del "piccial déesca,.. 0 — lasciatemelà dire, Se in quel momento Madeleiae, per un'inverosimile circostanza, AVTARE sicchivao i lablemaszi fe li tirannia, it quell'iatante, con uno di quegli impeti d'amore puro che fanno male al cuore come ina malnitial: se, socchiudendo la boesuenia, Madeleine avesse modulato l'aria della più sottile, ingannevole ed inef Fabile poesia, le avrei afferrato una mano per dirle: “ Made leine. io tamo!", per dirle: “ Madeleine, sii mia moglie!" per dirle: * Madeleine, mi fermo and Orly... io non ti lascio più!" Madeleine non canto Varia del " piociol desco”: sul manifesto la mosca si nettava le sampine, e il manifesto diceva: "Tutti coloro che amano la nostra cara OQrlr devano essere ieri di concorrere ai restauri della mostra atorica cattedrale... — Avete dunque una cattedrale storica a Orly? Madeleine s'infiammò tutta. Cesi Signore [A Una cattedrale magnilica, una cattedrale bol: lissima. di grande pregio artistico. Vengono a Crly pittori da agni parte, peer ritrarla! Perwino dall'Inghilterra, persino alelle pittrici: sicuro, delle signore! = Sicché la lotteria... -— E' a beneficio dei restauri; ci vorrà molto denaro; è guà la sesta lodteria, quesia, che ai fa: ma alla fine ci riusci” remo, signore, © allora si vedra! Si vedrà la cattedrale come era ai tempi antichi, nel passato... Madelzine, che aveva smesso di sgranare i pinelli, si levò in piedi, attraversò la bottega, prese una cartolina illusirata nella setrina e me la mostro, — Vai non partirete certo da Orly senz'aver visitato la mosira cattedrale, signore: £ uno dei più bei monumenti della Francia, —- Ed e la. Madeleine — (chi avrebbe potuto impedirmelo, che conan al momila avrebbe potuta wietarmi, it quel momento, di parlare così 7) dissi, mettendo tutta la mia dolcezza in quelle parole =, il è là che «i riporre to, Madeleine, che Eerrebo da battesimo i vostri ligluaodi? Madeleine non arrossi, questa volta: non abbassò lo guardo, non carerzzo Prince, noò cercò | piselli sulla tavola, non si mosse né tremò; disse soltanto: — Se Dia lo vorrà, signore, si Ancora una volta fui sul punto di rompere il divino incanto, di frantu» mare il sogno d'un aitima, di spegnere il baleno di un attimo di pocsià che la candida Madeleine mi aveva acceso nel cuore: ma fu ancora lei. can le sue gambe nude, con le sue braccia odorote di giovinezza, coi suoi occhi chiari dentro i quali icher- zavano le malie dei più limpidi rent'anni: fu an cora Madeleine, che lasciò al fugace istante il suo indimenticabile profumo : lla lei che, senca cantare la canzone di Manon, sal vò la poesia. = Ho acquistato due cartelle, signore. e se non vincera il premio non im porta. = Madeline... — essa comprese che non l'affendeva — Cara ai gnorina.... volete dirmi quanto costa una cartella? = Due franchi, se gnore: ced i premi sono: per lla tombola mille frane chi, per la cinquina cin- quecenta. = Ebbene, Madeleine, vorreste Acquistare duo cartelle anche per mel Essa mi guardò con stupore profondo. — Ma voi, signore... oi non siete di Orly; voi nan siete nemmeno lrancese, nevvero ! = EKon importa, Madelginei ma la cnitedrale di Orlkr piace anche a me, è tanto cara anche a me. Essa prese | quattro franchi che le porgerò: pol. come col pità da un'idea improvvisa, disse d'un fiato: = Comprenda,. Cià signilica che ripaiitrete da Orly, al ritomno... @ che vi fidate di me, La lotteria sarà estratta doe menicea, Fra cinqiae giorni. Allora... farò un segno colla matita sulle vostre cartelle, # se vincerete io conserverò il denaro è ve lo consegnerà al ritorno. - i, Madelcimo, facciamo così, = {) piultosto... non potrei andar subito ad acquisiare le cartelle? Si vendanò dal curato; è viciniiimo: e così Farote wai sleaso il contrassegno. — Madeleine, no, Io mi fida di voi; il segno aville cartella lo farete voi. La tonda della a si sollevò bruscamente. — [awe ii sei E cento? - era Vittorio, — La candela è sata sostituita © si riparte. Andiamo! — sSildio, Madeleine... — mormorai con una stretta al Cuore, senta rfivacire a muorermi. — Meldio... — Ve ne andate... — diss'ella sottovoce, guardando l'au: tomobile ferma davanti alla porta del "Café". — E allora, ur ve ne andate... Le lessi il siero nei suoi occhi stellati. - di, Madeleine, la cattedrale... Vittorio manovrò la leva del cambio di velocità, i pedali dell'acceleratore © della frizione (si, manovre ripetute le mille volte. automaticamente, pensando ad altro, ma così crudeli in quell'istante...) © partimmo, - La cattedrale? Quale cattedrale? — fece Vittorio ga: lamento, — S&wnili come canta il motore? la meno dli due ore saremo a antes, Wacimmo dalla porta coi bastioni rotondi e grigi, incap- pucciati d'ardesia, ed ecco, gonfia e manitoia fra la rive alto, dense di boschi, ampie, serene, placide; ecco la superba Loire. All'imbocco del ponte una vecchia stava scaraboochianda, a luria d'acchiali e di gomiti, la secentesca porta fortificata di Orly. Qlinepassammo il fume, scomparve l'ultima tetto di Cel, i chilometri si susseguirono ai chilometri, e dopo un'ora, forse due ore, entravamo nei sobborghi di Nantea. — La birra! gridai ad un tratto con impeto così disperato che Vittorio staccò la marcia. Che avvilimento, che roblondo rammarico 1... Avevo dimenticato di par gare la birra a Madelei- ne... Ma poi pensai che Madelziae nom avrebbe mali soipeltalo, némmeno per un attimo, che lo stra- nbero il quale le aveva af- fidato l'incarico di acqui: atareli «lue cartelle dellla tombola, per il restauro della cattedpale, di quella bella chiesa dove sarebe bero atate benedette le sue nozze © dave 1 suoi figliwoli... Jean... Surette... Gaston... (Germaine... a: wrebbero ricevuto il bat- tesimoa; che la atraniere avesse voluto frodarla. Farie Madelcine non ai era nemmeno avveduta che non avevo gato la scotta e appena. automa» bile icomparve dalla sua vista era forse corsa, con le sane gambe aude, ad abbracciare il cane Prince, a baciarla P amore della sua cattedra» le, e pensando, forse, alle straniero, cho non avrebbe dovuto rivedere mai più. EZIO CAMUNCOLI
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32 I ea Al LA SIL ky fi it; Link rr prim lame Ro — Sansovino, Tribolo e Sangallo: Basilica della Santa Casa di Loreto: il fianco destro. IL CENTENARIO DEL SANSOVINO (1529-1929) Andrea Contucci da Monte Sansovino è fra 1 più caratteristici rappresentanti della scultura del "500, che, liberandosi dai legami con le arti sorelle, l'ar- chitettura e la pittura, si avvicina in questo secolo alla realtà e cerca di attingere la più potente e la più semplice espressione dell'ideale artistico, quale si origina dalla perfetta fusione della natura e dell'arte. * niis il suo corriculum a Firenze, nella città che è vantarsi di aver suscitato il nuovo indirizzo del- ‘arte, pur serbando tutte le antiche tradizioni, per le quali i grandi artisti del “500 condussero l'arte alla completa unità dell'alto Rinascimento. Nacque nel 1460 a Monte Sansovino, da Nicola di Domenico detto Monco, contadino, figlio di un Muccio, da cui la AE fu detta dei Mucci e poi dei Contucci. Di lui la tradizione racconta che Simone Vespucci podestà di Firenze, vistolo intento a disegnare, né concepì tanta buona speranza che volle mandarlo a Firenze, come Lia fece Cimabue per Giotto. In que» sta città compi gli studi ed il suo tirocinio d'arte, totto la guida del famoso fonditore Antonia Pollaiuolo, a quanto si crede, ché molti gli danno invece per maestro quel Simone del Pollaivolo detto il Cronaca, che es Las lavori nei palazzi Strozzi e Guadagni. Comunque sia, è chiunque sia stato il suo maestro, Andrea Sansovino, se per certe caratteristiche si ri- collega a Benedetto da Maiano è al Civitale, rappre senta la più alta e la più compiuta espressione del "oo, i cui artisti egli vince per la grazia dei movi- menti, per la varietà dell'espressione, per l'elegante armonia dell'ornamentazione: mentre e sue forme semplici e grandiose già sembrano preannunziarei il genio di Michelangelo. Intelletto multiforme, il Sansovino accettò durante la giovinezza agni sorta di lavori, ma non ci sono pere venuti il dipinto della Flagellazione né i busti in ter- racotta di ‘Nerone e Galba; tuttavia della sua prima maniera ci restano il rilievo in terracotta con le statue di S, Lorenrò, 5. Sebastiano e S. Rocco, e diversi bassorilievi, che da Firenze furono trasportati nella chiesa di S. Chiara a Monte Sansovino, Scolpi due capitelli per il portico che unisco la chiesa del Santo Spirito Sacrestia, e nella stessa chiesa dello stesso periodo pare sia un rilievo marmorto, in cui i piani sovrapposti e gli angeli recanti delle torce già ci mo- strano due dei motivi più salienti che ritroveremo nei capolavori della maturità, i famosi monumenti funerari ai cardinali Sforza e della Rovere nella chiesa di S. Maria del Popolo a Roma. Dal Lage al 1500 circa fu nel Portogallo, dove lo chiamava il re Giovanni II, cd ivi — secondo il Va- sari — "lavorò moltissimo si d'architettura che di paia e non ottenne licenza di partirsene se non rande difficoltà e dopo d'avere assicurato il re ch'e i lasciava persone in grado di condurre a ter- mine 1 lavori da lui iniziati”. Purtroppo, essendo il Sansovino morto già da Jo anni quando sì pubblicarono le Vite, il Vasari do- vette accontentarsi delle notizie scarse e imprecise che de ‘attività dell'artista in quella regione gli diedero i liari e discepoli; ed egli ricorda solo il castello di Aleit nell'Alentero, un altare di qa scolpito, il in ereta di una battaglia, che doveva essere pali in marmo, e una statua di S. Marco, Il ter- remoto di Lisbona del 1775 distrusse l'altare è il mo- dello della battaglia, mentre fin dal 1774 disparse dal imbra monastero geronimita di S. Marco presso la statua dell'Evangelista; ma sulla porta settentrio- nale della Cattedrale di Coimbra, ch ha ancor oggi il nome latino di Perta dpeciona, fiorisce e ride in tutta la grazia dei delicatissimi mlievi l'arte del primo Ri nascimento italiano, riconoscibile alla chiara armonia dei tre piani distribuiti nelle semplici e ariose linee della scuola classica, e non possiamo persuaderci come si sia potuto attribuirla artisti stranieri e alla maniera arbfiziosa del gotico francese, né sappiamo
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Andrea Sansovino: La Vergine col Figlio e Sant'Anna nella Chiesa di &. Agostino a Roma {Fotografia Alinari) Allagiio alla "Riviata Ulostraia dal Popolo a lialia” mg (Bastembri sgog - VIII
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33 Anerea Sansovino: spiegarci perchè gli storici d'arte portoghesi vogliano ignorare il nostro Sansovino, fino a sostenere che pura leggenda è la sua permanenza nel loro paese. Ma il ricordo dell'artista italiano non è affidato solo a poche opere superstiti, chè egli fu indubbiamente il precur- sore della Rinascenza nel Portogallo è vi iniziò una scuola che mantenne alta la tradizione del Rinascimento italiano, affermandosi con egregie opere d'arte a Coimbra, a Lisbona e in molte altre città iberiche. Ritornò quindi a Firenze, dove nel 1503 gli fu af- fidata l'esecuzione di un gruppo in marmo per il Bat- tistero, il Battesimo del Cristo, che fu condotta a termine da Vincenzo Danti è messa d è soltanto dopo la morte del Contucci: i nudi del Cristo e del Battista sono trattati con rara maestria e piene di vigore espressivo appaiono le due figure, che si distac- cano sulla scena improntata a mirabile grandiosità. (Circa la stessa cpoca, nel 1503, egli eseguiva a Firenze per la Cattedrale di Genova una statua di S. Giovanni Battista è una Vergine col Bambino. Monimento al Card, Girolamo Bosso nella Chiesa di &, Maria del Popolo a Roma. Lo troviamo quindi dal 004 al 16510 a Roma, al servizio del Giulio 11, ualità di verificatore dei lavori per la Basilica di S. ietro: ma attendeva anche a commissioni di privati, fra cui sono da annao- verare le tombe marmoree, che a ragione si reputano capolavori del genere, erette nel Coro di S. Maria del Fopolo in memoria del cardinale Ascanio Sforza morto nel 1501 e di Girolamo Basso della Rovere morto nel 1507. In esse il Sansovino, pur non dipar- tendosi dalle forme tradizionali, tentò, per mezzo di piani sovrapposti, di nicchie e statue e dia ricchis- sima decorazione, di fare dei veri mausolei appoggiati ad una parete. iede movimento alla figura «le rto, che non è più rigidamente disteso, ma sembra quasi dorma, col volto appoggiato al braccio e il corpo leve mente sollevato: costruì l'insieme con quel senso di chia- ra armonia che è una sua caratteristica, e nell' atteggia- mento delle statue, nelle pieghe dei vestimenti impresse quella classica dignità di forme e di spiriti che doveva produrre i frutti più splendidi del Rinascimento italico,
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35 E già un progresso verso queste più libere forme è segnato dal mausoleo del cardinale Della Rovere, dove le co- lonne staccate sono sostituite ai pila» stri, e maggior movimento appare in tutte le figure, Il monumento sviluppa ed amplia uni grande nicchia centrale, nella cui parte inferiore sono l'arca e la statua dormente del defunto, fian- cheggiata da due nicchie inferiori con due Virtù, mentre nella lunetta supe» riore, fiancheggiata da altre due Virtù, è un soavissimo rmlevo della Vergine col Bambino, e in alto, sul fastigio della nicchia centrale, appare Dio, ai cui lati due angeli — clalle forme rilevate con una leggerezza di tocco veramente dertai =" recano delle grandi tede. Per il Protonotaro del Lussem- burgo Giovanni Gorita che viveva a Roma, scolpi nel 1502 il gruppo di 5. Anna e della Vergine che suscità wi: vissima ammirazione, si da dare ori- gine ad un volume che sotto il titolo di C'orisciana riunisce tutte le poesie in lode del monumento famoso, Esso si conserva a Roma nella chiesa di S. Ago- stino, che fu fabbricata su disegno del Sansovino edè ditale perfezione nell'ars chitettura e nell'esecuzione che sembra quasi eseguita in un sol pezzo di pietra. In intima unione appaiono le due statue, ambedue sedenti; S. Anna stende il braccio destro è la mano fino all'omero destro di Maria, quasi ad avricinarla a sè, mentre inchina il visa sorridente sul Bambino che è in grembo alla Madre divina, e ne régge con soave tenerezza il piedino rotondetto nella mano sinittrà: Maria seconda l'ab: braccio con la testa inclinata verso 3. Anna e volge lo sguardo estasiato sul Figlivolo che, tutto raccolto nel grembo e nelle braccia della Madre, volge alla Nonna il visetto ridente: è questo un monumento che, poiché il nostro sguardo né ha valutato è am- mirato l'arte perfetta nella cura dei particolari è dell'insieme, non ci sazie- remo mai di mirare, per così dire, con gli cechi dell'anima, ed ora ci fermiamo alle gambette del Bambino, sovrappo- ste nel naturalissimo atteggiamento dei neonati, ora al volto di Maria, dalle linee morbide e soavi, ora al viso ru- roseo di Sant'Anna, così bello pur nelle ince accentuate della vecchiezza; è solo qualche critico eccessivamente se- vero può aver veduto dell'artifizio nel contrasto, non voluto dall'artista, ma SO dai dati biblici circa l'età delle due Sante, tra il viso giovanile del- la Vergine e quello senile di S. Anna. Dal 1513 al 1539 Andrea Sanso- vino lavora a Loreto per incarico di Leone X intorno ai compartimenti è alla decorazione esterna della Santa Casa, a capo di una schiera di disce- poli e collaboratori, quali il Sangallo, il Tribolo, il Mosca ed altri, La fab» brica di Loreto, pur appartenendo alla maturità dell'artista, mostra a chiari segni il carattere del ‘400 fiorentino, 4 ila = ii a ale IM IS: ® — ——z CI IA "I: =. ll î (A i Cara di Loreto: l'asterno.
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i ì L LI he] 1 tte, 2A dl - Bi Ì a Faiz (e fe La - 2 Di Aa LI | @ 2" Li bal " Li . ! " PI x s uu Se = dia RE] [e + 3 Li 4 i a — ti è Ì \| % I. 4 r Ci ma fr. N SR yard F i & LI i Bia i, di @ ai La i ohio: piper Tè Aadrea Sansovino: La Giustizia (Chiesa di Santa Maria del Popolo, Roma). del quale il Sansovino è, come già vedemmo, l'ultima e la più perfetta espressione. Delle statue e dei bas- sorilievi che decorano l'esterno della Santa Casa sono di sua mano soltanto la scena dell'Annunciazione, la nascita del Salvatore, la statua del Profeta Geremia. Dei brevi riposi a lui concessi l'artista intanto ap- profittava per recarsi al suo borgo natale, dove acquistò alcuni poderi e si fabbricò una casetta in cui sognava di passare gli ultimi anni della vita laboriosa tra 1 parenti e gli amici; abbelli anche di un chiostro il convento dei frati Agostini, ed è sua una preziosa cap- pella fuori le mura nella serena solitudine della cam- na. Ma O lette di questo raccoglimento fe- o, dedicato Si patata patita gr all'arte, chè una violente febbre lo assali e ne vinse la forte fibra, nell'età di 6g anni, 11 Sansovino fu inoltre stu- dioso dei problemi artistici, e scrisse un trattato di "Prospettiva nel fare la decorazione teatrale", e una "Dissertazione sulle misure degli antichi è sulle pro- porzioni in architettura”. E se un critico francese con giudizio severo lo definisce l'Andrea del Sarto della scultura, dando come caratteristiche della sua arte “la douceur et la manque d'accent", noi non abbiamo che da aprire gli occhi sulle nobili costruzioni, sui gruppi immortali eseguiti dal Sansovino per convincerci che or son 400 anni nel solitario borgo toscano mancava alla numerosa schiera dei nostri grandi un artista di sommo valore, "la cui arte lirica € grandiosa — come ben dice il Serra — co- rona gli sforzi di tutto il '4o0 e prelude a Michelangelo”. DOMENICO CLAPS
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U#/. dp: 27454 J a "5A TIE ru Pob i Î È ") # P li care a nate ei PL dI eretto Fhj i Shrn Giarigrano - Chiesa di &, Agostino {NI secolo), SAN GIMIGNANO DALLE BELLE TORRI Nell'età tempestosa ec dissennata del medioevo, San Gimignano offriva l'ingrato aspetto di quella selva selvaggia aspra e forte, descritta dal sommo Poeta, tanto era gremita di torri, di baluardi e bertesche, che, a guisa di neri, giganteschi fantasmi, accampati in alto, incutevano terrore ai nemici e paurosa sog- gezione ni pacifici, inermi cittadini. Si tanti è impo» nenti manieri, che ebbero una capitale importanza per le sorti e per la storia di S. Gimignano in quello sciagurato periodo di fiere lotte tra gli Ardenghelli guelfi e i Salvucci ghibellini, vennero imposti dalla fatale necessità di difesa e dal sentimento della pro- ria dignità e dall'amore della politica libertà. Infatti a tradizione dice che ve n'erano un tempo settantadue; nel 1580 ve ne rimanevano ancora venticinque; nel iboa un'ordinanza del Comune prescriveva che si con- servassero con cura e che le torri dei privati non essero superare l'altezza della torre del Palazzo antico del Podestà detta "La Rognosa": oggi ne re. stano tredici intatte, ma vi sono tracce di altre mozzate, Interessante è la storia di questo gioiello di ar- chitettura medioevale senese, ma noi accenneremo sol- tanto come qui nel VI secolo sorgesse una chiesa dedicata al Vescovo di Modena, la quale fu il nucleo di un borgo cresciuto d'importanza, perchè in mezzo a fertile territorio e a luogo di traffici. La prima me- moria è certo del 939, quando ancora 5. Gimignano era sotto i Vescovi di Volterra, ma, dopo lunga lotta, riuscì a rendersi indipendente. Nel 1199 elesse per la prima volta il proprio Podestà, un gentiluomo senese; nel 1302 era alleato di Semifonte, assediato dai Fio. rentini, e fu mediatore della resa e favoreggiò contro le città vicine, specialmente con Volterra, che ne con- trastava l'espansione, L'8 maggio 1300 ospitò Dante, inviato da Firenze a perorare i vantaggi in una lega uelfa di città toscane, Una dispendiosa guerra contro olterra fu composta nel 1308: nel 1312 8. Gimignano fu condannato ad una multa da Arrigo VII, nel 1348 concluse con Firenze una parziale soggezione di anni tre, nel 1349 si riaccesero più vive îe lotte interne, che condussero nel 1358 alla dedizione completa a Firenze; dopo d'allora la cittadella non ebbe più storia politica propria, ma solo d'arte, che anche oggi rimane viva e palpitante nelle sue più belle manifestazioni tanto nei pubblici edifici che in quelli privati, Infatti le abitazioni private, che sono numerosissime, presen- tano i tipi più svariati di architettura pisana, luochese, senese e fiorentina, cd appartengono generalmente alle forme romaniche dell'XI e XIII secolo e gotiche del XII e XY secolo, Il sistema costruttivo è a filari di pietra travertino, molassa e serpentina nel pianterreno e a mattoni nei piani superiori; solo le torm sono tutte in pietra, c in alcune vie secondarie si conserva an- cora l'antico ammattonato a spina di pesce. Nel 1365 fu ordinato che la fronte delle case non dovesse su- perare la larghezza di dodici braccia. Della prima cerchia di mura, che girava poco più di un chilometro, rimangono alcuni tratti con tre porte; la seconda cer- chia cel secolo XIII, e che è l'attuale, è tuttora ben conservata. Nel medicevo la cittadella era divisa nei quartieri di S. Matteo, S. Giovanni, Piazza e Ca- stello, dette anche, alla senese, contraile, Oltre all'antico palazzo del Podestà, cominciato nel 1338 con la "Rognosa" torre alta 51 metri, si ammira il palazzo Pratellesi, già parte del Convento di S. Caterina, con tre elegantissime bifore gotiche, dagli archi in cotto, adorni di leoncini e di foglie di edera. Nel suo interno si trova la Biblioteca Comu. nale, che contiene altre quarantamila volumi, cento- cinquantasei codici, tra i quali, il più prezioso, un
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s passionale mambranaceo dell'XI secolo, milleottocento pergamene di interesse locale — la più antica del 1159 = e duemila autografi. In bacheche si vedono esposti gli Statuti del 1255, gli Statuti delle Arti, un diploma di Federico II (1249), una Bolla di Bonifacio VIII, documenti danteschi relativi all'ambasceria e a per- sonaggi ricordati dal Poeta. Alla Biblioteca è annesso I importante Archivio Storico Comunale con le Rifor- magloni dell'anno 1300 e una miecalta ornilelogica rima liana motevolissima. Il Duomo, rimaneggiato alla fine del secolo XIX, e che era la primitiva chiesa romanica dell'XI secolo, consacrata nel 1148, ha l'interno a croce latina, a tre navate divise da colonne romaniche della prima co- struzione, su cui sorgono archi, muri è volte del 1300, Nel 1466 Giuliano da Majano allungò la crociera è la cappella maggiore, e costruì la cappella di S. Fina. Nella navata mediana della facciata si conservano tutt'ora grandi affreschi, pieni di fantasia, dipinti da Taddeo di Bartolo senese nel 1593, rappresentanti il Giudizio finale, il Paradiso e l'Inferno, oltre al Martirio di S. Sebastiano di Benozzo Gozzoli e alle statue dell'An= nunciazione è dell'Arcangelo Gabriele della maniera di Jacopo della Guarna Nelle altre parti della facciata e nell'interno della chiesa si ammirano gli affreschi di Lippo Memmi e del Barna con la Filo di Gan, Interessantissima la cappella di 5, Fina, vero gioiello di architettura è sacrario di bellezza, capolavoro del= l'arte fiorentina del ‘oo, nel suo periodo più felice, opera di Giuliano da Majano (1,468). Gli affreschi sono di Domenico Ghirlandaio (1475) e rappresentano la storia della vita di S. Fina. Nel Museo annesso si conservano pianete bellis- sime, dl paliotto detto delle colombe (184). corali miniati da vari pittori senesi nel 1300, una croce bi- zantina, un ciborio ed un Crocifisso in legno intagliati da Benedetto da Majano e un polittico di Sebastiano Mainardi con una croce di Benvenuto Cellini. Nell'oratorio di S. Giovanni, dipinto dal senese Bartolo di Fredi nel 1356, sono notevoli, per vivacità e drammaticità, le scene del Vecchio Testamento. Nella chiesa di S. Agostino, di stile romanico {1280-90), pre evolissimo l'altare maggiore, in marmo, opera di Benedetto da Majano, è gli affreschi di Be- nozzo Gozroli con la Fila di & Agostino. In questa chiesa che più di stupendo della cappella di S, Bar- tolo? Di quell'arca sepolerale, di quei bassorilievi, di quelle. statuine, di quella Vergine col Putto, di quelle cormiei, di quel padiglione ? A dir breve, di quella wi ghezza, di quella semplicità, di quella quiete di linee, e sopra tutto di quel sentimento cristiano, che si am- mira da tutti, ma non si sa oggi più imitare? Davanti a questa cappella si dice che l'imperatrice delle Indie, che la visitava nel 1899, così esclamasse: "Mon ho mai veduto cosa così bella! I freschi del Gozzoli fu- rana copiati altresi dalla mia Società Arundel: qui si hanno modelli per i pittori dell'universo”, Il Palazzo del popolo, ora Comunale, cominciato nel 1288, ha a fianco la più alta di tutte le torri, quella detta “Torre grossa’ ; che misura metri PA è dicesi che ogni nuovo Podestà concorresse al suo ac- crescimento. Difatti reca diversi stemmi di Podestà, in pietra, a differenti altezze. Nella sala del Consiglio Dante perorò, davanti al Podestà, che era Mino de' Tolomei, è al Consiglio Generale, la necessità di una lega guelfa in Toscana. Nelle diverse sale sì ammi- rano i ritratti di sangimignanesi, vesti di magistrati, vetri, legni incisi, oggetti in ferro battuto, ambrogette di Valenza, stoffe, pizzi, cassoni, ecc., vari busti in terracotta colorata del 1300 e gli affreschi di Jacopo Le Torri viste dal Torino della Rocca.
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Ligozzi {1591}, di Taddeo di Bartolo e del Mainardi. In altra sala una ricca raccolta di vasi da farmacia delle fabbriche di Faenza, di Montelupo e Siena, dei quali alcuni colorati, qua- rantotto urne cinerarie, bue» cheri, specchi, amuleti, ecc, Nella torre tre campane del 1300. Molte altre cose lo sto- rico e l'artista può ammi» rare di grande importanza negli altri edifici, nelle e tuste sue mura, nelle chiese e nei palazzi. Certo quel poco che noi abbiamo accennato non & tutta San Gimignano © nemmeno forse tutto il mi- gliore di questa cittadina. Né abbiamo inteso parlar- ne con vwerdò è profondo sentimento d'artista, ma solo tentato di riprodurre quello che maggiormente impressiona l'anima di chi dell'arte prova sempre la sete e il desiderio più in- tenso. Tutta quest'arte San Gimignano produsse e col. tivò con le abitudim della sua gente, col suo modo di essere e di adagiarsi nello spazio e nel tempo, con la loferno della chiem della Collegiata. Pi È È fa + Sy e Pili Chiesa della Collegiata - &, Sebartiane. fn alto il Redentore è la Wergine in gloria. ispirazione che essa di a chiunque l'interroghi con intelletto cd amore, In essa il senese artista è l'ar- tista venuto! dal di fuori si fusero in ogni tempo e non potrebbero non fondersi an» che aggi in un concetto su- blime che abbia un solo fine: il concepimento più alto della pace e della bellezza. Abbiamo detto che del- le settantadue torri, di tanti giganteschi spauracchi, eretti sul capo alla tran- quilla, inerme ci inànza, al progredire della civiltà, Qggi non ne soprarestanòo che tredici ad essere il mi: do imperturbato dei falchi, dei corvi e delle civette. Le altre diroccarono da cima a fondo o per opera degli umani, © per vetustà, o per odio ai ricordi di tempi, di barbarie, di pre- potenze e di vergognose rappresaglie cittadine. Ora baluardo della difesa citta- dina e nazionale sono menti concordi e il pere invitto di tutti gli italiani, tutti stretti in un patto, di volere la Patria una, libera e grande, riconciliata con la Chiesa è con lo Stato!
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Benedetto da Matano: Altare nella Chiesa di SL Agostino, a San Gimignano { Fatografia Alinari) Allegato alla “"Ririità Illiibrata del Popolo d Tralia” n è [Artiombee 1009 VII}
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4I di Palazza del Podestà con la Torre della Hogaosa. Ma la storia più cospicua di S. Gimignano riceve ali nostri giorni una luce nuova dalle tante opere di studio e di lavoro di ripristino ai suoi monumenti: questo è il suo più fulgido capitolo che oggi gi può scrivere, merce le cure benemerite di chi ha favorito il suo risveglio artistico; ma ancora di più, mercé quello che aveva con lunghi studi ed indefesso amore già preparato l'appassionato suo illustratore, il come pianto Proposto Ugo Nomi-Pescialini, morto nel 1919, e che più di ogni altro si sarebbe ora compiaciuto è rallegrato nel vedere la sua città méta continua di studiosi e di wisitatori italiani e stranieri, che a mi- gliaia ogni anno vi affluiscono per ammirarne la tipica sua fisionomia quattrocentesca e il vetusto ed invi. diato suo patrimonio artistico. Italia nostra gloriosa! Dopo tanti secoli e così fiere fortune, dopo tante dispersioni e tante rapine, antiche e nuove, ogni piccolo angolo del tuo seno pul- lula ancora di tante dowvizie d'arte, di tanti ricordì del tuo glorioso e fulgido passato! Can. G. B MANNUCCÌ
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DA ARTURO TOSCANINI A PIETRO MASCAGNI Si attendeva che questo avvenisse. Già negli ul- timi anni la direzione orchestrale al massimo teatro lirico della Lombardia non era tenuta da Arturo To- scanini che interrottamente. Il grande Maestro, che ha senza dubbio richiamato le scene scaligere a una dignità gloriosa, cominciava di nuovo a cedere all'in- vito della curiosità e della ammirazione extraoceanica ; questa volta nord-americana. E le feste, che gli sl fecero l'anno scorso a Milano, non hanno avuto forza di impedire il distacco quasi totale: l'anno venturo egli non sarà più il massimo coordinatore delle rap- presentazioni alla Scala, Né & da credere che si tratti soltanto e sopra tutto di una suggestione che sull'insigne musicista possano avere esercitato i successi o i compensi d'oltre Oceano. La ragione non awrebbe carattere di nobiltà. In parte deve aver influito sull'animo del Toscanini la difficoltà sempre crescente di trovare artisti lirici {tenori so- pra tutto) con 1 quali uscire dalle opere di repertorio già fissate. In parte non può credersi estranco alla sua decisione il desiderio di salire dal genere melo- drammatico troppo, secondo lui, ibrido è spesso infe- riore, per darsi alla voluttà musicalmente più aristo- cratica del sinfonismo. Chi serive non appartiene alla categoria dei turi- ferarn della gloria toscaniniana, Qualche volta, anzi, gli dispiacque di vedere intorno al Maestro una turba di incensatori, privi almeno di quel senso della misura nella lode, che è una prova di un buon gusto più morale e di una libera sincerità, i quali erano disposti a giurare persino sulla santità delle sue antipatie, Alludiamo al caso Mascagni. E non alludiamo ad altri per non mettere spine in una corona di rose. Ma, liberi e sereni come cercammo di essere in agni tempo, abbiamo sempre nutrito per Arturo To- scanini, direttore d'orchestra, un’ ammirazione arti» stica incondizionata, L'interprete in lui è così cc- celso, che talora compie funzione di quasi creatore. Ci dorrà quindi di non rivedere seralmente alla Scala il segno della sua bacchetta suggestivo sino alla capa- cità descrittiva. E quel suo viso sottolineante la grazia di ogni sfumatura, è l'imposizione maschia di ogni precisione, quella sua ardente maschera di entusiasmo nell'orgia dei suoni trionfali ci rimarranno sempre nella memoria. Antico ammiratore della musica wagneriana, Ar- turo Toscanini ha legato il suo nome in questi ultimi anni alla ripresa del culto del genio di Giuseppe Verdi. Michelangiolesca parve, fra tutte, la sua interpreta- zione del FTrasaten, in cui un altro eletto artista, Au- reliano Pertile, ha dimostrato come si possa essere un Manrico ideale, senza ricorrere al solo grido, "Di quella pira”, onusta di falsi onori gigioneschi, cedette la palma a un dolce, sospirato e pur fiero “Ah! si ben mio con l'essere!". Potemmo amare di nuovo un Conte di Luna, dimenticando il sorriso della caricatura ferravilliana, nella bellissima voce, sorve- gliata, del Franci. Dal prologo possente di un'oscura fatale cnergia all‘oltima scena, piangesse Leonora o delirasse Azucena, la vecchia partitura di chi seppe essere musicalmente un simbolo della Patria, nell'Ot- tocento erdico, rivelò alle nuove generazioni un suo fascino inesausto. E i barbari della disarmomia vio- lenta o gli impotenti della declamazione senz'ala sen tirono un'altra volta che cosa siano chiarezza latina, impeto romantico, gioia lineare della melodia saliente dall'intimo cuore. Peccato che una sua diversità spirituale o dav- vero la mancanza di interpreti opportuni abbiano tolto al grande ricostruttore della musica verdiana, che qualche fronda di alloro fece rinverdìire anche per la malinconica fronte di Gaetano Donizetti, di poter rendere servigio alla sopita fama di Vincenzo Bellim è & quella, troppo affidata al solo Marie di Siviglia, dell'immenso Rossini, Una Nona toscaniniana sarebbe stata un dono di bellezza. Un Gagliefato Fall, reso più aerato e più largo dalla religiosa intuizione del To- scanini, ci sarchbe parso un prodigio sempre rinno- vantesi. Ma anche così, per l'italianità dell'arte, Ar. turo Toscanini ha compiuto un'impresa nobile e gen- tile che non rimarrà senza conseguenze, & sarà ond- rata nella storia del teatro. Ora si parla, fra i successori, di Pietro Mascagni. Noi auguriamo, si, che, ad esempio, il forte melodista livornese possa dalla Scala farci riudire almeno il suo ftaielifi Ma non vorremmo che il genio creatore sua, che ancora può dare lampi e forse di una luce nuova e più pura, fosse deviato da compiti che, pur essendo altissimi, ci sembrano minori. Un Mascagni tutto di- rettore d'orchestra? L'aquila con le ali moane. Da parecchi anni ormai Pietro Mascagni, certo anche per la congiura del silenzio organizzata intorno alla sua Porivina, che è un capolavoro, è per la fatuità delle negazioni odiose, con cul si é cercato di impe- dire il cammino al Piccolo Marat, ha dedicato st stesso troppo alla direzione di opere sue ed altrui. Dato che le opere sue già scritte venivano Loi- cottate (e il boicottaggio, tranne che per la Cavalleria e l'/ris, & in piena efficienza) non poteva stupire al- cuno che egli si ridocesse, dentro e fuori d'Italia, a un apostolato direttoriale, non privo di nomadismo singaresco. Ma quanta tristezza! Mascagni all'aperto! Mascagni a Postumia sotto terra! Ma perché almeno Verona non gli aveva affidato il compito all'Arena di far sentire la sun Aaabaaw? Perché si è aiutato il mito sciocco, contro cui protesta sul Popolo e'falia anche Alceo Toni, in una lettera mandata dal piroscafo che lo recava a Buenos Aires, che tutta la musica sua fosse rinchiusa quasi nel breve giro di Cavalleria rueti»
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43 Pietro Alascagni. cana? Ed ora, se Pietro Mascagni verrà a Milano a dirigere per le scene del teatro, che Arturo Tosca- nini abbandona, non saranno già pronti i soliti critici della negazione ad amareggiarlo? E il compositore non sarà soffocato dall'interprete ? Noi un giorno scrivemmo una triste profezia: l'au- tore di Amico Fall:, di Lodelella, costretto a stra- niarsi, a morire all'estero come il Busoni e il Bossi, e come i Boccherini e i Piccinni nel Settecento e nei primi anni dell'Ottocento. Ma la profezia nen era che falsamente profetica e la rinneghiamo in pubblico per dimenticarcela e per superarla. Vogliamo essere vomini di fede. Poichè il moder- nismo in musica non ci ha dato liete rivelazioni, poiché Fai Caitagatti non è ancora sorto un ragazzaccio di genio i cacciare dagli altari gli dei e gl idoli, poiché in Pietro Ma- scagni c'è ancora tanta giovinezza spavalda dello spie rito, che quel ragazzaccio potrebbe essere invece lui, noi, mentre auguriamo che Milano non gli segni le vie dell'esilio, auguriame altresi che la sua possanza di creazione si rinnovi. Attendiamo Wastifia. Vogliamo Vestifia” I Nerone di Arrigo Boito è già una pagina archeologica. Vogliamo che Pietro Mascagni, dall'alto della esperienza amara e delle dolci speranze della fede, ci dia una pagina cristiana e romana, che sia un'altra volta il Vangelo della ispirazione, della sin- cerità, della melodia cantata, Scriva. Crei, Si lavora sopratutto ri steri. nia ni ni INNOCENZO CAPPÀ
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na 4% d De. ini a per la prima rappresentazione dell'opera “Marta” coll’intervento di Beniamino Gigli. SENTE IT
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LA ALERT ZERI: Jairo PRI, EI =_FT, a Araneae L 2 — — — — —__——-* cer —r—-— DI Le rievocazioni classiche al " Licinium" di Erba. La scena dell'inferno nel "Misiero di Persefone” di E. Ramagnali {pittore Zimelli) e, sopra, un finale dell'“Alcesti 7 di. Enripice (scena dei pillori Dalbanrari è Nizzeli). = "—= —-..::;/inn .»y ....ulvebi!|D“I{\(1(eeeeleedHFtae5”:;-—-—
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i me 2 a, - ii da = = dda i AIA E Lg ra E Aeg, i Sarda at. intelligenti contianatoni della cendla siena sella danza 41 NEL MONDO DELLA DANZA E DEL CINEMA La morte di [haghilew, av- venuta Improvvisamente & Venezia in questi ultimi tempi, ha rincceso le discus- sioni sulla danza moderna e ha fatto parlare di lento tramonto del balletto russo. Evidentemente il gusto a- mericano coi ritmi sincopati e le danze meccanicizzate allargala sua conquista, ma l'arte portata per il mondo da Lhiaghilev sarà sempre ammirata, finchè avrà in- terpreti intelligenti & imi» tatori profondamente ispi- rati come sono, non tra i minori, 1 Sakarolff. sotto, a sin: da più grande sola ei apellacoli musicali del mondo: 1" dacsilforiam " ol Attantie City, che pnò con- lemere quoso persone sedute. La cena, ario So nrelri per 75. Particolare intere» sante dell'" Auditorium *° è il sbelema di amplificazione ai nora che ba dalo nalevoli ri- sultali e0 è costato quasi sei milioni «i lire. Sotto: Clone Seonson, l'in superabile interprete dell'arte cinematografica, arrica a Now Fork dalla cosa del Pacco per imbarcarsi alla volta dell Enropa.
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LA PAGINA DELLE SIGNORE {Piscgni di Bepi Fabiano) I dittatori della moda ai sono radunati ancora una valta 4 gran consesso, per cercare di penetrare il velo del futuro miatericao. Hanno discusso, intanto, sull'opportunità delle sol tane lunghe e delle vite corie e strette, Come tutte le discussioni, anche questa minacciava di non venire a capo di nulla, quando un brav'woma di sarto, più contabile forse che creatore, si è alzato in piedi per doman- dare ai colleghi quali fossero, nella loro clientela, le persone che portavano il più largo contributo di incassi. Ad una sola voce, il congresso rispose: “ Le donne che stanno per perdere la linea, ovrero quelle che hanno varcato il pericoloso equatore della quarantina ‘'. «= È allora — suggerì il sarto — allunghiamo Le gonne, e sarà in molti casi, opera di pietà, ma non stringiamo la vita. Karehbe una rovina per le mostre migliori clienti, che non por irebberò seguirci su quel campo, e non ce ne sarebbero grate, È sentenza fu data. Malgrado quril'umaniszimo verdetto si vedono «itine gior vanette ritornare all'idcale fnille de guipe con tutta naturalezza {è il privilegio della giovane età) senza, cioè, la sirozzatura di una volta, che ai vendicava di quella prepotenza, gonfiando in proporzione le anche ed il petto. E' sero che allora la lella donna ai concopiva cosi e dutli erano contenti, Ma ogg. che il modello della bellezza viene dal cinematografo, le ragazzine, dopo avere sospirato, pianio e giosto colla lara eraina proferità, sonò insens Rin par tate ad imitarla. e studiando nello specchio se. per caso, non abbiano qualche somiglianza Gaica con lei, finiicono per ercarla, sperando così di avvicinarsi anche al romanzo d'amore a lieto fine, che a quella bellezza ha fatto cornice. Seno dunque le ragazze, e non già lo sarto, a stringere il nasiro un poco più alto, e siccome esse hanno la sicurezza del loro stato di grazia, non chiedono certamente l'aiuto di busti compressori, ma lasciano al corpo l'ampia libertà alla quale è abituato. Li una cosa però di servono sempre, pore non avendone immediata necessità; di una leggera fasciatura al seno, che già faceva parte del guardaroba donnesco ro- manò; tradizione avita, du Il piccola sostegno di tulle o di crespoò, serve in questi tempi di acaria biancheria e di abbondanti irasparenze è co- prire un poco e forme è colori, Per di più impedisce che le soverchie scosse della sportiva vita odierna sciupino la fragi: lità di quella dlelicatiaziona file ambiormica lemminile. Il sarto di buon sensa, dh quale abbiamo poc'anzi parlato, merita dunque un plauso da quella che egli chiama la mag: gioranza della sua buona clientela, la cui assiduità ai api abbastanza facilmente. Chi ha già da se una linea impeccabile fa lello il weatito anodino, e ricorre mena facilmente al mago della moda. del quale non sente la necessità, Tanto più che di solito, quella apecie di pontefici si fanno pagare follemente, © con sdegnosa condiscondenza, la firma colebro e quel mie sierioso mer ve che pel quale sono venuti in fama, arrivando ail emergere sui confratelli meno foriunati. Alla bella figurina. dicevamo, il vestito si adatta, per la più acquistando da lei. la linea che ava ha, quando invece di comperare coa sacrificio il modello colebre, la signora si contenti di fartela copiare da due manine industriose, che per incominciare a vivere, nòm chiedons se non lo stretto theccnsaria. Verrà più tardi l'ardente passaggio del tropico a soatituire la freschezza naturale. È, passato quel punto pericolosa, ecco la donna aggrapparsi con ansia disperata ai resti della giori- nezza troppo rapidamente liuggita. Pazienza per quello che se ne andato senza rimedio, mà bisogna trai rito da iuito quello che rimane. È allora, manò al portafoglio, se approà è possibile: ai ricorre al gran sarto, colla speranza che sveltinca un poco, Si corro all'istituto di bellezza, che lè statistiche dr cono oggi una delle professioni più remunerative, in tutti i sacài, Plas i, cure elettriche, unguenti, illusioni e cosmetici, ifacimenti di nasi, abolizione di don: menti, e, addirittura, soppressione chirurgica della pelle superflua nelle guancie come nel seno, Tutto ritorna al poso di prima, con grandi ercismi fisici, e sofferenze sopportaie nel mistero più assoluto, Mai come ora quel deito delle donne è stato più vero: " Chi bella vuol apparire, grandi pene ha da soffrire”. — Pene di ogni qualità. Ma dura poi il risultato più o meno miracolosa così ot tenuto? Nessuna paziente ve lo dirà e i ciurmatori ne gerefit- lerannao femere nuove vittime. Mercanti di illuabonoe i ma: lefici del tutto? chi può dire? Pure, saper invecchiare con grazia, è tuita un'arte fini sima - — — =
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di spirito e diplomazia, che le soverchie cure di civetteria fi- sca forse impediscono di coltivare. Ma, l'uliimo corteggiatore sparito, la nonna Ancor giovane ignora sè ne iroverà un aliro se ii affretta ai creduti ripari per conservarlo fBomai sd qual meal N peasel non già per un possente bisogno del suo cuore, ma come la prova tangibile del proprio fascino superstite. Racconta Mate de Hotgre {durante la rivoluzione frane cese la giovinetta meobile si rifiagiò i in Inghilterra, dove ritornò più tardi col padre ambasciatore) che le signore inglesi {di quel tempo, s'intende) passavano imattaccabili attraverio la giovinezza, tanto limpidamente riverano, tutte prese dalle cure della giovane famiglia da allevare. tutte dedite ai figliuoli, per la cui salute preferivano vivere in campagna la più grande parte dell'anno. Il pericolo veniva più tardi, quando gli uccel- limi cresciuti lasciavano il nido, e la madre si trovava improv- risamente padrona «i tutto il suò tempo, non sapendo più adoperarlo ora che lo scopo principale della vita le era venuto meno! dliscccupaia, insomma, dissrieniata c sala, Era quello, sempre secondo Madame de Hoigne, il momento dei colpi di testa. Forse il sarto d'oggi. buan piicclago, pensa che le cose non siano mutate da sla e che il pericolo delle inglesi possa anche essere un pericolo universale. Laltra parte, rendersi meno spiacevoli agli occhi, è il dor were dii ogni età, dovere che naturalmente ai la più impericia, man mano che i verzi nafurali avvirziscono, I figli stessi preferiscono ad una donna trascurata la mamma giovanile — ema gino valli — al corrente colla moda, grade» vole da vedere, da presentare agli amici, da accompagnare. Ma possibilmente vorrebbero che tutto questo potesse casere oitenuto senza artificio palese, Le donne, per csempia, che incanutiscono presto, sono delizione, sotto i capelli d'argento e di neve, purchè non dimentichino di tenerli con proprietà. Basta pol un tocco di cipria rosea, per aggiungere ancora al viso la freschezza che i capelli bianchi rinnovano indubbia» mente. Gli secchi riiplendanòo di nuova luce, sotto quel con trasto naturale che pare una civetteria combinata dal buon Llio, a benelicio delle donne sul iramonio, è degna di casere fissata in un pastello di Rosalba Carriera. Se di questa deliziosa pittrice volete un'idea esatta, però, non accontentatevi degli acarai ciemplari offerti dalla mantra del Settecento italiano a Venezia. Salvo il ritratta di uomo, le altre testine, dure ed inespressive, mi hanno fatto rimpian gere la raccolta del museo Correr, Rimpiangere, senza spin germi a ritrovarle. Ho avuto paura, dopo essere rimasta delusa una prima volta, di andare incontro al rammarico definitiva, nen ritrovando le altre fedeli al ricordo bello che 0 ne avevo serbato, Risparmiare a sè stessi una delusione, quando si può appena farlo, è un dovere che wi trascura troppo sovente di compiere, E, poichè siamo ai Giardini, prendiamo il vaporetto, e an- diamo al Lido, spiaggia di sogni. mota ai pellegrinaggi di tutto il monda «legante o sentimentale. Abhimée, che la sun mondanità cosmopolita va sempre più condensandosi, in un sala punto. Si fa stravagante e chiusa, attirando, per finire, le persone troppo ricche che ia tutto il mondo sbadigliana di noia, avendo avuto tutto, e aspettando l'emozione che possa ancora galvanizzarle. il resto, il piccolo borghese, è sommerso dall'ondata ceco ilovaccàa e, più ancora, dall'inondazione tedesca. Vengono a spendere, non dico di no, ma avrebbero fatto meglio a con servare le loro finanze fiorenti con minore artilicio, dannoso agli altri, © a starsene poi a casa loro. Ci avremmo guada- gnato di più. Che se così nona fosse, poco male. Se i quat irini dovcsieròo cisor l'unico scopo delle perione per ben, dubito che l'esistenza di questa classe potesse essere assicurata, Dovremmo metterli nelle riserve, come fanno gli americani coi pellircase per conservare la razza, Chiusa la parentesi, veniamo a fare ammenda in favore di an nativo del Lido, reria il quale abbiamo mancato di ia- dulgenza. Si tratta del pyjama. Quello originale che veniva dal Gi he, per gli uomini, proto a preiito dal marito o dal frat per essere posato sulle curve donnesche, era una ma- sîruosità, un conircaenso condannabile, e per casso manteaganai il bando. Molti tentativi furono fatti per ingentilirlo, ma la evoluzione lenta portò a vari insuccessi. Quest'anno, invece, come chbi ad annuneiarlo a tem da New Tork, i calioni si son Fatti così ampi, e le cuba così lunghe ed artistica: mente fluttuanti, che un bel corpo di donna dentro a quelle molli aste, e, avviluppaio con ogni grazia, he appare Qquani 49 allinato, con qualche cosa in pila di ian semplice armamento, Pare che itopa l'esilizione della magliatta soccinta, il pyjama sopravvenga a dire: — Voi cipomete ai profani tutto quello che è sacro; orrore, sacrilegio, profanazione, Adesso ci penso io, — E scende valla forma muliebre, vago e morbido, a cam bisene ti poco i coniorni, aggiungendo quel tanta di mistero che permettendo il sogno, alimenta la poesia. Pure, considerando il nuovo lascino del prjama can oschia imparziale e" chi ai chiede ie finalmente queste due esisiiche virtù stiano a vantaggio della rigida morale. Alfonso Karr iliceva che le donse vanno perdonate dell’ impudare tho ma: strano con tanto zelo sulla spiaggia {e mostrassero almeno quello solo) perchè dopo tutto, wi diveniano così brutte, { si parla acmpre della maggiorania } da non suscitare che virtuosi pensieri di astinenza, Ragion per cui, se il priama vela e cela, può darsi che la sua casligala © moderatrice, non sia tale che in apparenza, Come un buan monaco, che si presenti ad occhi bassi, serafico e ieratico, per mostrare poi, dalla manica troppo ampia, le indulgenze che piaò offrire, quasi un incoraggiamento al peccato, (Quando la lettrice scorrerà queste mie note frettolose, la stagione dei bagni sarà finita, e l'autunno incombente promet- terà le ivie ancor misterione nuove meraviglie, Horta cencles, Sappiamo che dietro la porta incrotabilmenie iliarrata, è un monda di gioia, per noi, ma non possiamo ancora aprirla. Ci trattano un po come i bambini, tenuti in fremelica attesa dell'albero dli Matale, che è li aliotro uella parta, alal quale banmò intravwizti | preparativi, sea one tutte le meraviglie, anche e sopratutto quelle impoanibili, ma che noa possono wedere, inehe l'ora nona isscechi. Li mese veniuro daremo l'assalto all'albero della nuova mila, è aperiamolo carico dei più bei dani, MANTICA BARZINI
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50 COME SI VESTE LA DONNA ELE. GANTE DURANTE IL GIORNO I nuovi disegni falicona- menie escogilali per vamdre | i quanti, Sotto: Pai modale dalla linea «emplice è pratica, in crépe de chine nero, per il pomeriggio, Ma dita da passeggio in | lano leggere ù dinte chiare la cndlilo ari- ginale per il Li di pellito bien sera.
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Sopra, da sinistra: Adifo & cel- lulo rana «latmpalo csi sallana ben scuro, - T'ollette di velluto nero con fiori d'oro. = Vestito di gala in cel- luto vende cupo. I MODELLI DA SERA DELL'ULTIMA ORA Mantello da sera in giallo resa, - Pesio di velo bionca è rosa.
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Arad. 5 Diaegra di Mario s È - tr & "a c- Ser]
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Tae VESPE TRE 53 I{ Lungomare Regina Elena ad Abbazia. IL GOLFO DEL QUARNARO E' chiuso quasi da ogni parte come un lago. E' di un bell'azzurro intenso ed è vario d'ogni attraenza. Spingersi al largo con una barca in uno di questi limpidi mattini estivi. Come un grand'arco lo cinge alle spalle Fiume — lunga e biancheggiante di caseggiati moderni e di mu- retti carsici salienti verso il prossimo conline — è gli fascia il fianco destro la riviera liburmica — Vo- losca, Abbazia, Laurana, Val Santamarina — sino a Punta Fianona. Di fronte s'adagiano le isole di Cherso massiccia © rupestre, € di Veglia flessuosa, terminante sottile come un nastro rimpetto alla baia di Buccari, La catena del Velebit jagoslavo ad oriente, ma lon- tana, e a ponente il gruppo boscosa di Monte Mag giore, la cui cima guarda e si specchia comodamente ad ogni ora nel golfo sottostante, completano il pit- toresco scenario e gli conferiscono insieme un ampio e grandeggiante aspetto, Così il Quarnaro ti si presenta a un tempo fa- migliare ed imponente, raccolto e solenne. La riviera di Abbazia è ricca di grazie esteriori, di frescura è di riposanti segreti recessi. Cecorre co. noscerla un po' intimamente, come una bella donna, per appreszzarla e tributarie le squisite lodi che si merita. Il mondo aristocratico di Budapest e di Vienna, il mondo della ricca borghesia di queste capitali è delle altre del retroterra adriatico, avevano dato vita e fasto anteguerra a questi angoli di profonda e sa- lubre pace marina. Qui piace quel contrasto dei comodi e delle raf- finate sapienze del vivere moderno col mare puro e profondo, che sulle selvagge scogliere litorancee batte € si purifica assiduamente. E la verde lussureggiante vegetazione — a volte la diresti importata da climi tropicali — tanto cortese d'ombre e di refrigerî nelle ore più calde, è stata ottenuta e disposta con si fine accorgimento, nei parchi e nelle ville, nei giardini è lungomare, che sembra di poter ripetere: " l'arte che tutto fa nulla si scopre Da qualche anno accorrono qui numerosi anche i bagnanti italiani: da Roma è da Milano la maggior parte. È per gli italiani è un po' una scoperta; infatti questa riviera ha caratteristiche fisiche e singolari attrattive tutte sue. Stese ai piedi di Monte Maggiore. onde calano benefici soffi d'aria pura, con un mare fortemente iodato e sempre chiaro è pulita a portata di mano, con le vie linde, le pensioni, gli alberghi, le case ben tenute, con poco transito di automobili, Abbazia è Laurana sono veramente come casi di tranquillo ristoro. Non mancano le feste da ballo, i jazz, i bar not- turni, ma tutto questo fa parte essenziale della vita contemporanea, e Abbazia è d'altra parte, troppo elegante, anzi, direi, & troppo attrezzata a ciò, perchè possa taluno pretendere che vi rinunzi. Il mondo co- smopolita che vi affluisce le dà, in primavera è di estate, un aspetto interessante e dei più vari. Ma chi vuole silenzio e pace, verginità di cielo e di mare, discenda sul sentiero sinuoso, nascosto e lungo diversi chilometri, che, sotto un continuo tra- boccare di verdi spalliere di lauri, di mirti, di oleandri, e sotto cascate di glicinie e di rose, ACCOMpagna la costa quasi a fior d'acqua, da Volesca a Laurana, E' una delle passeggiate lungomare più incantevoli che una spiaggia possa vantare ed offrire ai suoi fre» quentatori; un remoto sentiero di sogno, trà un'ario- stesca varietà di parchi, di ville amene, lambite dalle onde fruscianti tra aspre e spugnose rocce, Da Preluca, dove il mare dolcemente s'insena, prima di riprendere il suo frastagliato cammino per
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54 Fiume, si gode un raro spet- tacolo pittorico. La riviera si mostra tutta nel suo deli- cato profilo; le case civetta- no, candide e rosate, di tra le macchie dei pini e dei lauri; i moli dei piccoli porti si staccano da terrà come speroni d'argento infitti nel mare; baie e promontori rien- trano e riescono dalla costa come se sì inseguissero in un gioco: dai boschi alti di quer- ce, su per i dorsi di Monte Maggiore, emergono alcune apriche chiesuole e campani. letti color calce. Ti senti come liberato è straniato dal mondo se t'ab- bandoni alla semplice gioia del contemplare; ti par d'es- sere, è ne sci reca liment tf lomta- nissimao, dalle faccende usuali della vita: e se hai l'occhio un poco adusato alla distin- zione dei colori, questa ri- viera e questo mare ti le gano a &© con un incanto ir resistibile. Scegliere le ore mattutine o quelle del tramonto. Il sole è ‘apparso sul balcone del Velebit. Tutto il golfo risvegliandosi scintilla; si ri- relano nitide le grandi isole, sdraiate come mastini a sbar- rare l'accesso al Carnaro; si dissuggellano i. grembi opachi delle cittadine rivierasche. Le lente vele dei bragox- zi, arancione in prevalenza, € CRE IPER Abbazia: Un suggestivo angolo del golfe cbeto dalla splendida passeggiate lungomare. A sinistra: Licta gioventà ai bagni. Sotto: La «dilata dii sontuosi alberghi. SI
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Abbazia, la perla del Quarnaro {Falagraffa Mayer)
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hrc sini La scenario della parseggiata a more che continua fine a Laurana, aria ad'agni malta. Ondine italiane che haltono America La spiaggia affollata d'un grandi albergo. LA LI 4 ESSRAITIZI* TETTE NLM ti EE) le ali di da diporto che bordeggiano neve dei navicelli "bava", senberi nella fresca minano sui cam» verdas- xurri del mare e gli danno RIINA © SOFTISÌ Ma è forse preferibile, per la suggestiva poesia dei colori, lora del tramonto. Quando il sole spicca il salto giù, dietro Monte Maggiore, il golfo si soffonde e si spal» ma d'ombre è di attenuati ri- werberi: Cherso, Veglia, Lisa sino, sembrano aiuole sparse di polvere rosa e smeraldo; Fiume è l'ultima a dire adilio al sole eda coprirsi di viola. Il fresco maestrale increspa le onde, che si rincorrono leggerissime é come conbente sotto quel brivido di piacere. E‘ questa l'ora di Abbazia è di Laurana. Quando la notte è calata, il golfo prende un aspetto più intimo: puoi com- tare le barche da pesca, che con i loro grandi fanali ab- bacinanti ispezionano le ac: que e preparano il tradi- mento ai pesci: brillano i lomi di Fiume e della viera e sembrano allegri fe- stoni di gemme intorno ad una grande scatola aperta di velluto. Domanderest che quest'o- ra si arrestasse e si prolun- passe all'infinito piacere. per il tuo ARTURO MARFICATI
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a Ea Planimetria generale del " Foro Mrwsialini *. “FORO MUSSOLINI” CITTA DEGLI SPORTS Dawanti al plastico - che, nella fredda e snella lucentezza del gesso, atteggia l'esile ardimento archi- tettonico della costruzione - dimentichiamo le colonne così piccole da potersi misurare con un palmo di mano e le arcate minuscole che si potrebbero raccogliere in un pugno chiuso. La fantasia proietta nel terso cielo dell’Urbe archi, colonne, trabeazioni; e modella l'agile forma delle curve: allora, quel piccolo gioco di stuc- chi, raccolto sotto un tavolo e racchiuso in una stanza, appare grandioso, appare non abbracciabile con un solo sguardo e il marmo di cui lo rivestiranno gli are tefici splende già nel suo opaco lucore. Solo un sogno può figurarsi il miracolo architettonico di questo edi- icio bianco ergentesi sulla riva del Tevere sacro: e né meno il sogno basta quando un architetto (uomo minuscolo, pigmeo dall'orgoglio smisurato) vi dice che l'edificio immenso sarà solo una piccola, infinitesima parte di quello che deve diventare il Foro Mussolini, città degli sports. Quasi non ci crederemmo e se ci Paco. Da una pause del lavoro febbrile ma ordi- nato, penseremmo che son questi i ruderi delle costru- zioni possenti d'altri secoli: di quelle costruzioni che sono ancor oggi un mistero da far sbigottire gli ar- cheologi. Ma il cantiere non tace: il cantiere è zo- nante di mazze e di scalpelli; 11 cantiere armonizza, sulle pause del sordo fragore, la mordente e incessante implacabilità del filo elicoidale che taglia il marmo durissimo: il cantiere pullula di pigmei che, se alzano il martello, sembrano giganti: e crediamo al prodigio e comprendinmo perchè, quando Renato Ricci ha detto al Duce: " re è un'opera che il Fascismo con- segna ni secoli", il Duce ha sorriso e ha risposto: — Non ai secoli; ni millenni. Chi ha ideato questa immensa città ha fatto opera di poesia: ha dovuto vedere, in un lampo d'intuizione, quale sarà l'armonia definitiva di questo gigante ar- chitettonico, di questo insieme di giganti: e ha sor- reso alla certezza del futuro molle fluire di linee, el- tas gioco di chiaroscuri, luci di contrasti purissimi. Il sogno di marmo dev'essere nato nel cuore di Re- nato Ricci come un miracolo improvviso. Bisogna sen- tire, adesso, l'emozione di vedere già sorto un angolo del fantastico recinto sportivo, per comprendere l'im» pazienza amorosa che spinge l'ideatore a spiare, mat- tone per mattone, blocco per blocco, il sicuro ascen- cere della mole sconfinata. Mi dicono ch'egli, appena può, corre qui; e, di ritorno da un viaggio, la prima carezza del suo sguardo è per questi marmi e la prima parola di incoraggiamento è per l'architetto che ha saputo tradurre, prima sulla carta e sul plastico di esso, poi nel cemento e nel marmo, la sua idea for- midabile. Non altrimenti dovevano essere ansiosi, su questo stesso suolo, gli uomini dell'altra Roma che rivive, per gli stessi simboli è r le stesse opere, in questa. Ammirevole religione del Fascismo! | gerarchi non si accontentano di consegnare alle nuove leggi € ai nuovi ordinamenti la potente loro fede; ci voglinan opere di cemento e di marmo sulle quali sarà impressa, în numeri romani, una semplice data. E non sono opere inutili, ma stadi sportivi, fucine di forza è d'ardi- mento. Da Bologna a Genova, da Torino a Como, è un risuonare di mazze che modellano pietre. Roma attendeva il suo monumento, che dev'essere il più grande di tutti e deve, nel simbolo del nome, conte» nerli tutti. Ecco perchè sorge il Foro Mussolini, fra le verdi alture di Monte Mario. Come davanti ai ru- deri degli antichi stadii ci figuriamo con la fantasia quello che doveva essere il fervido ritmo dei giochi olimpici: così davanti a questa promessa che sarà fra breve felice realtà, pensiamo ai nostri ragazzi impegnati nelle pacifiche contese della forza è del- l'ardimento. Si completano le lince della costruzione è, al posto degli artefici, sorgono gli allievi giovani, a torso nudo e a capo scoperto. La folla dei centomila spettatori che potranno gremire le gradinate è lì che attende, impaziente, la competizione sportiva: mormora © si agita, ansiosa, Ma, d'un tratto, si fa silenzio, I mu- scoli degli atleti si irrigidiscono, le mani contratte sugli
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7 Progello dell'Accademia Fascista di Educazione Fisica. attrezzi cercano, sul fianco, la posizione di attenti. Squillano le trombe. Cos'è? chi è che giunge? AI po- dio, al suo posto, traverso il sottopassaggio costruito pela è giunto il piena come sa sorri- ere ai giovani, Dal viale Angelico alle pendici di monte Mario, si stende il vastissimo cantiere. Vi lavorano, per dieci ore al giorno, seicento operai. E la costruzione s' in» nalza, senza pause e senza soste. Sarà, questo Foro Mussolini, la sede dell'Accademia Fascista di Edu- cazione Fisica: al problema vitale della sua sistema- zione (che era isoria, ad onta della fraterna italità della Farnesina) ha pensato l'Opera Nazio- eri Balilla e, per essa, il suo Presidente, l'onore- wole Renato Ricci. Questo sarà lo splendido vivaio degli istruttori destinati Aldi ramento e all'edu- cazione sportivo-militare delle Avanguardie; l'archi- tetto Del Debbio, traducendo architettonicamente il pensiero dell'ideatore, sta costruendo davvero una opera rpg sulla ra di duecento unrantamila metri quadrati er compierla, ci vorran- La 3600 metri cubici di marmo, a settemila tonnel- late. Infatti, non bi dimenticare da il grande stadio sarà rivestito in ogni sua parte di marmo di Carrara, donato dal generoso patriottismo dei fascisti apuani, Conterrà il Foro Mussolini: gli edifici per l'Accademia Fascista di Educazione Fistca e per il militare; uno stadio capace di trentamila spettatori; un grande campo sportivo; un
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= —x W*> n La partenza dea Carrara del grandiare monolite destinato al " Foro Mussolini". altro stadio capace di centotrentamila spettatori; campi per il giuoco del calcio, del rugby. piste per corse, salti, lanci; trentanove campi per il tennis, dieci campi per la pallacanestro, uno ing. un teatro all'aperto, una piscina coperta, una piscina scoperta con SDIARDA, un campo di tiro al volo, un galoppatoio con scuderia per i cavalli, delle costruzioni per il canottaggio, un autoparco, grandi viali e giardini, casermette per seimila atleti. Così le Olimpiadi del 1953 offriranno alla gioventù forte di tutto il mondo un'idea di quella che è la volontà costruttrice del Fascismo. Nucleo centrale del Foro Mussolini è l'Accade- mia Fascista, già quasi ultimata. Nello stadio (che, come s'è detto, contiene un sottopassaggio per il quale il Duce raggiungerà il podio) saranno liaalonta ift= torno al giro delle gradinate, ottanta statue che i varî comitati provinciali dell'Opera Nazionale Balilla do- neranno. È il perimetro si animerà di figure, dovute all'arte dei migliori scultori; ma, forse, un giorno ad esse verranno sostituite le statue degli atleti che avranno saputo vincere nelle più difficili competizioni. E sarà gesto degno di questa Roma e dell'altra, Dall'alto, questo complesso di opere deve sbalor- dire. La forma delle costruzioni è arditamente geo- metrica e forma delle lettere che costituiscono il più bell'alfabeto fascista. Ma dentro, nel vuoto delle ar- La fronte della sede dell'Accademia Fascista di Educazione Fisica (Arch. Det Debbia].
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“n — 1 o= "= UR APITARIE" SAI cena a 1, ATA TOSI CITA AI Li a hi L'arrivo a Roma del colansale obelisco di marnio. cate, si respira l'immensità delle aeree è l'audacia delle architetture. Agili scale a chiocciola s'inerpicano nel cuore delle armature e, dopo clascunà ce n'è uni altra più alta, Ripida salita e ansia di giungere alla sommità quasi tolgono il fiato, ma il Duce, che è ve- nuto qui di recente e ha percorso lo stesso cammino, mi dicono che fosse fresco è giovanile, mentre il se- guito, inerpicato alle calcagne sue e di Renato Ricci, saliva sbuffando. Mussolini è rimasto felicemente colpito dalla gran- de città che porta il suo nome e, già avendone in precedenza approvato il progetto, ha approvato la mirabile certerza del prossimo compimento. Davanti al Tevere giallo e circondato di verde, ie il paesaggio irto di impalcature sembra uma gigantesca gemma — la più grande, la croce del Sud di cui si favoleggia che sia stata rapita ai forzieri di um rajà indiano — incastonata in un mare di smeraldo. Fra breve sorgerà, più alto di tutte le alte colonne, l'o- belisco donato al Duce dai fascisti apuani. Esso, di valore inestimabile, non ha eguali e difficilmente ne avrà. Nel porto fluviale di San Paolo, adagiato sullo zatterone col quale ha solcato il Tirreno, attende la iena del Tevere per giungere presso il Foro Mussa limi, Allora delle grue gigantesche lo innalzeranno verso il cielo e sarà questo monolito di uarantaquattro metri che saluterà per primo il sole di Roma all'alba e nl tramonta. MINO DOLETTI di cortile gell'Accademia Fasciria di Educazione Fisica (Arch, Del Debbio).
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Gli italiani a Calsbot col " Macchi" d'allenamento. Da destra: Fenente col. Bernasconi, sergente magg. Agrello, tenente Cadringber, capitano Canavesi, tenente Monti. LA COPFÀ SCHNEIDER Quando, or sono sedici anni, Jacques Schneider, mettendo in palio il sue famoso trofeo, diede vita ad una competizione le cui vicende riassumono ed il- lustrano la rapida evoluzione dell'ala meccanica, non avrebbe mai immaginato che sarebbe venuto un giorno nel quale ardire di vomini e genialità di tecnici avreb- bero corzato contro la muraglia dell'impossibile. Qggi siamo a questo punto. Si sono raggiunti dei limiti che non ci è dato varcare coi mezzi di cui di- sponiamo. Oltre una certa velocità, lo sforzo al quale vengono sottoposti l'organismo dell'uomo e della mac- china, è tale che una gara disputata coi modernissimi bolidi creati dall'industria italiana ed inglese per l'XI Coppa Schneider, si risolve, ci si permetta l'espressione abusata, in una corsa alla morte. Condizione indispensabile per il definitivo possesso della Coppa era che una Nazione la vincesse per tre volte nello spazio di un lustro. Orbene, l'espe- rienza della prova di Calshot ha dimostrato che due anni non sono sufficienti ad allestire degli apparecchi ultraveloci di tipo affatto nuovo, anche se le costru- zioni più recenti stiano ad esprimere un possente anelito werso nuove tendenze e verso nuove soluzioni. Purtroppo però, tutti gli sforzi e tutti i tentativi, sia in campo inglese che in campo italiano, si sono eser- citati nell'ambito di una formula unica che, a parere dei tecnici, ha ormai esaurito tutte le sue possibilità. L'XI Coppa Schneider, com'è noto, si ridusse ad um duello anglo-italiano. Rimase incerta fino agli ultimi giorni, si può clire, la partecipazione dell'apparecchio americano " Mercury Racer" che l'incalcolabile forza del suo mostruoso motore a ventiquattro cilindmi non riusci mai, durante le prove, a sollevare nel cielo da quell'acqua cui sembrava lo inchiodasse una miste riosa fatalità. Fra le due nazioni rimaste in lizza, lo sforzo più notevole venne senza dubbio compiuto dall'Italia, che aveva creato quattro apparecchi, ognuno dei quali ri- spondente ad un suo tema costruttivo. Infatti, mentre l'ing. Castoldi della Macchi, preoccupato di fabbri- care un apparecchio atto a sopportare un motore più potente concepì I'M. 65 inspirandosi all'M. 52 di Venezia: l'ing. Rosatelli della Fiat realizzò col Fiat C. 29, lasciando immutata ln potenza motrice, un relivolo più piccolo, più leggero è più fino. Una strada parallela venne battuta dall'Inghilterra nella costruzione del Gloster VI, e non è senza signi- ficato che il Gloster è il Fiat, pur non avendo preso parte alla gara, abbiano raccolto i più fervidi consensi. La Supermarine, già vincitrice a Venezia con l'S. 6, si attenne anch'essa, come la Macchi, al criterio di aumentare la potenza, e infatti l'5. 6 è ricavato, salvo lievi modificazioni, dall'S. &. Per tornare ai nostri apparecchi inviati a Calshot per documentare la serietà della nostra preparazione, segnaliamo il Savoia S, 65, nel quale l'ing. Marchetti pensò di ottenere una maggiore potenza, non aumen- tando la forza motrice ma suddividendola in due mo- tori, mentre l'ing. Pegna, nel progettare il velocissimo Piaggio, sul quale si mantiene un riserbo ermetico, si propose la soluzione di un problema terribilmente arduo, come quello di ridurre al minimo l'atterratore.
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“a 726 uè i E a Si nn ESITA Tata 7 SI RI 1 mi în a 7 È * i Ù cd È sm Ft EAST? NET a NI I TOI RON eee e en ps è dl ar EE TRE NINE eps boca li nuovo apparecebio “ Macchi &r" che ba preso parte alla gara avverato dalla sorte, Abbiamo detto più sopra che l'esperienza dell'XI Coppa Schneider ha dimostrato l'impossibilità di co- struire e di mettere a punto, nel breve termine di due anni, un apparecchio di nuova concezione. Accadde infatti quello che era prevedibile. Il Fiat e il Gloster non uscirono dai capannoni e l'onore di af- fermare il primato costruttivo e sportivo dell'aviazione inglese ed italiana rimase affidato, da una parte a due 5. 6 e all'S. 5 che aveva vinto a Venezia; dal. l'altra a due M. 6 e al glorioso M. Sa, alla cui guida i piloti italiani si erano alternati durante il pe- riodo di allenamento. Non è questo il tempo né il luogo di riandare le vicende dell'ervica e sfortunata gara di Calshot: la prova tenace e disperata di Dal Molin, il volo breve e stupendo di Monti, l'inizio impetuoso di Cadringher, l'oscuro dramma delle carni straziate nell'atmosfera irrespirabile della carlinga. D'altra parte, la sfortuna che ci ha colpiti nel- l'ultima fase della preparazione, non poteva abban- donarci durante la gara. Per vincere sarebbe stato necessario un sorriso benigno della mutevole dea che regge le sorti degli uomini, e che ha rovesciato dal suo piedestallo di ricchezza Jacques Schneider, il donatore magnifico dell'ambito e inconquistato trofeo, Si è già detto e ripetuto a sazietà che lo spirito L'apparecchio Savoia Marchetti “ £ 65" di idroconsa Fiat "C 29°.
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eee enna ) i 4 Ai speculativo del Reale Aereo Club d'Inghilterra, ha contribuito a tra- sformare l'XI Coppa Schneider in un carrosello spettacolare e rom- bante offerto al brivido sbigottito di una enorme falla radunata attorno alla losanga del campo di gara da una strepitosa propaganda. stampa di tutto il mondo ebbe pa- role asprissime per il rifiuto opposto dall'Aereo Club d'Inghilterra alla domanda di rinvio inoltrata dal- l'Italia quando l'apparecchio del capitano Motta 51 inabissò nelle acque del Garda, togliendoci ad un tempo il migliore pilota e l'unico apparecchio che si potesse consi- derare a punto. Gli altri due dello stesso tipo, che scesero in campo pilotati da Monti e da Cadringher, prima di essere spediti a Calshot non avevano ancora volato, E' inutile sottolineare e la du- rezza del colpo e la gravità della perdita subita con la morte del pi lota eccellente e con la distruzione dell'apparecchio preparatissimo. Gli cillimi coli cella vigilia: In alto: l'a apparecchio ila- liano «04 pontone di frasporio. Agello dopo ninna prova. Le
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Giova tuttavia ripetere ancora una volta che il rinvio venne chiesto non per correre hi ripari, né per confessare la nostra fatale infe. riorità, ma per salvare, se fosse stato possibile, l'alto significato sportivo cli ETA Bari ricca ali tradizioni [ind che per gli infiumeri sacrifici affrontati si dovrebbe considerare alla kiregua di un it ero cimento, dove si combatte con lealtà e con serena cavalleria. Mon era questa la prima volta che l'Italia si preoccupava per le sorti della Schneider. Quando, dopo la contestata vittoria di Jannello in Bournemonth, venne affidata al nostro paese l'organizza- BOE della Schneider Boito, PIuscttoàarma o nc attenere una modificazione della formula, per cui zi imponeva a bordo di Geni apparecchio [RE] Earn LT] determinato Carico commerciale. Questo spiega come il vincitore HM smanarelalia Hologna abbia superato appena i 173 chilometri Dal Molina, «e cli media, mentre l'anno Pi IETRIL jannello, per la condo celeri fr» prima volta negli annali della classica gara, cate nella Cap- aveva varcato il limite del To. Fare) aebaelder [hai #3 km. all'ora, media ottenuta a Mo- Solto: la Prima Coppa I Macchi sa” USCo, di Dal Mala ma già gli apparecchi da guerra avevano mo in quni. naco nel gia, dal vincitore de Schneider, ai 200 di ]annello il salto è 63
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ha strato di saper fare di più. Oggi i cinquecento all'ora son diventati una semplice prova di maturità tecmca e sportiva. Alcune settimane fa, n Calshot, il maggiore (re lebar, capo squadriglia dei piloti inglesi inscritti alla Schneider, in un tentativo di record sfiorava i seicento, è tutto lascia supporre che an: che questo limite verrà su- parato. Non ci sembra il caso di risollevare la troppo dibatte» ta questione sull'utilità delle prove e dei records di velo- cità pura. Tanto le une che gli altri, è ormai risaputo, non si essuriscono nella vi- cenda fulminea del tentativo, mà porgono ai tecnici msegna- menti preziosi © norme su scettibili di applicazioni più vaste. Oggi poi che per au- mentare la velocità degli ap- parecchi, si moniscono si di motori più potenti, ma si ten: de in pari tempo a ridurne Il peso e le dimensioni, una gara come la Scheeider, di» sputata con idrocorsa il cui carico alare raggiunge i 10 kg. per m', muniti di motori il cui peso specifico peer ogni cavallo di potenza non su- pera i yoo grammi, costitui. see un callmedlo di decisiva importanza. Ina corsa come quella di Calshot, di Baltimora, di Morfalk, di Venezia, chia: mata ad assolvere un'alta —____x ——"T—— -- :&, ni ee rei le ne — ni — & leali Lu la - _ - Pi & = sull nily roc IL I ten. Aleberdey esce al lranton- | he lo per una prova d'allemamento. funzione di propaganda deve decidersi sopratutto per il valore degli uomini è per la bontà delle macchine, Non si tratta di una contesa ine dividuale né di un duello di industrie, ma di un vero è proprio confronto fra la Na- zioni in gara che scendono in campo col fiore dei loro piloti e coi più moderni ape parecchi. Se così non fosse, se LI. talia avesse chiesto il rinvio Il pontone nato per il degli idroconsa dagli inglesi.
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mossa da fini esclusivamente egoistici, sullo specchio del Solent, nel pomeriggio del 7 settembre, avrebbero corso solamente gli inglesi. Abbiamo detto che la vit- toria ha coronato le ali bri- tanniche. Abbiamo aggiunto che se la sfortuna ci avesse consentito una breve tregua, avremmo forse potuto lot- tare, se non com più onore, con la speranza di impegnare a fondo i nostri valorosi av- versari, Fuò darsi, in tal caso, che casi avrebbero dato di più. Ad ogni modo i ri- sulinti sarebbero stati mi- gliori è, in ultima analisi, lo sport ne avrebbe avuto tutti tel 50 f piloti inglesi preparati per la Coppa Sebmeider: Da sinistra: Ten. Wagbora, ten. Moon, ten. d'Arcy Crreia, avagg. Grlebar, ten. Stainforib, ten. Alebertey. i vantaggi. Comunque sia moi ci siamo trovati di fronte agli inglesi come due anni or sono a Venezia: con la cer- tezza di possedere dei merzi meccanici superiori & quelli dei mostri rivali. Anche a Venezia sape- viamoa che gli MI. fa, im piena eflicienza, potevano compe tere cogli S. a. Ci roleva, peer dimostrarlo, l'esito della gara di Calshot che, se per il vincitore Waghorn si m- salse in un volo trionfale, diede luogo, per il posto d'onore, nad una lotta ap- passionante fra IVM. 5a, pi lotato dal nostro Dal Molin, e l'S.65 del capitano LVArcew Greig. La vittoria, com'è noto, toccò al vecchio glorioso idro» corsa, che superò sul percorso totale la media ottenuta dal vincitore Webster nella gara di Vencaali Qecorre aggiungere però che mentre VM. ha, scese in lizza dopo aver servito al ré- cord mondiale di De Bernardi e agli allenamenti di Desen- zano, l'S. 5 di D'Arcw Greig era stato sottoposto, in vista D'Arcy Greig col Sapermarine Ss alla prova di navigabilità.
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SUL CAMPO DICORSA DURANTE LA GARA. SCHNEIDER TROPHY su ice mae TRE LAPS_ | NUMBER | . Il tabellone Selle segna- Us.A. E : i 25 lazioni con la classifica finale. ralegira! ele ina A destra, sull'altra pagina; &. E. Balba a Calubel. - i dlenenle Monti, fascialo per le sncollalure, dopo dl cala «fortunate. Iù fas] È della Schneider ad una speciale messa a punto. Gli altri due apparecchi italiani, come «i è detto, fecero i primi voli a Calshot. Ciononostante, mentre le ultime prove consi iglinvano di non affidare troppe speranze all' appare occhio di Cadrin- cher, si pensava che Monti avrebbe rivelato le possibilità dell'M. &r. Pur- troppo Cadringher si ritirava a metà del secondo giro è Monti durante il terzo, quando stava per impegnare col vincitore Waghorn un duello memora- bile. Restò dunque in lizza fino al termine dei sette giri prescritti soltanto un apparecchio che sembrava destinato a ruolo di preziosa riserva; e pure la presenza del “ Moro” bastò a percuotere l'animo degli spettatori innumerevoli, di ammirato sgomento, a far capire che, se le macchine non li avessero traditi, i piloti italiani avrebbero conteso palmo a palmo al trionfante Waghorn il cam- mimo della Lroppo facile sittborin 1] (Quanto digersze anrchbero state le vicende fl Priacipe di Galleo si felicita col vincitore. Sipellacalo di falla
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dell'XI Coppa Schneider, se avessimo potuto disporre del ius ino CR pioie perduto =) dell'apparecchio più pronto | Wiaghorn dimast rà incara una volta le sue doti di grande pilota, ma non crediamo di sminuirne il merito alfermando che la fortuna gli è stata pro- piza, cai si può rilevare dal seguente episodio. Lin incidente occorso a Wiaghorn la vigilia, appena Com pit la prova di naviga- bilità, aveva reso necessario il cambio di un Intera fila di cilindri e di alcuni pistoni. Ebbene, avviato per la pri» ma volta al momento di ini- C] sid “n - DE cre e rw be? suraale la apara sn da firece fralio dello «piaggia di Soniburea,
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ziare la corsa, il motore così rappezzato resse fino al termine dei sette giri. Con ciò, ripetiamo, non si vuole per nulla offu- scare lo splendore dell'affermazione britannica, ma porre in luce le circostanze favorevoli che agevola. rono il successo dei bolidi azzurri. Tre giorni dopo la disputa della Schneider, il mag- giore Orlebar, nelle acque di Calshot, in un ten- tativo di record di velocità sulla base regolamentare di 3 km. otteneva la media di miglia 355,8, pari a kim. 572,482, battendo di oltre zo km. il record del nostro De Bernardi. E' da notare che, circa mezz'ora prima, si era levato a volo anche il Gloster VI, pilotato dal tenente Stainforth, facendo registrare, sulla base di 3 km., una media di miglia 336,3, pari a km. 541,106. Ancora tre giorni dopo il maggiore Orlebar, che in ambedue i tentativi pilotò il Supermarine 5.6 vin- citore della Coppa, riusciva a migliorare il suo stesso record, portandolo a km. 475,559, limite che l'avia- zione inglese deve considerare difficilmente raggiungi- bile, tanto più che, per batterlo, si esige dai regola- menti internazionali uno scarto minimo di otto km. Non è un mistero per nessuno che l'Italia considera il record di velocità come una specie di collaudo per gli apparecchi che non poterono dare, sul circuito di Calshot, la misura delle loro reali possibilità, e l'Inghil- terra, che sembra paga dei risultati ottenuti, attende sulle posizioni conquistate l'assalto dei bolidi scarlatti. Impresa disperata davvero, ma ci confortano ad osare i 584 fatidici chilometri di media ottenuti dal povero Motta sulla base prescritta. Cifra favolosa che non dev'essere però considerata come un limite estremo, ma come la testimonianza di un travaglio che avrebbe meritato dalla sorte un premio migliore. N. È.
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[el A 0 a È IL LIBRO D'ORO DELLA COPPAÀ SCHNEIDER È duna Leaga dalla gara son bin Pilota Maione: Apparecchio È; N13 Nina 76,300 TLOTE Prevori Framria Thuperdhasai LI 1914 Monara 278.30 LIROIT Piaton Lisghalteraa Shoparith Lalwa* Brrurnamonzatb 31 1,159 00, Jannella Ttalia Savoia 1920 Vania 474,514 | 172,484 Balogqua Inalia Sannpla 1921 Vanezia 370,703 | 179,242 | DeBriganti | Talia Macchi IU Napoli 371095 295,074 Byard laghuilnerna Suprrmarina 19 Cosrna 344,400 | 5555,436 Fintembosase Sauti Uniti Cietisa C R- 3 1924" — _ — 1025 Baltimora 350,440 | 377,149 | Doolinle Stati Uniti Cortina Rd Ca rob Nerfellk 350,000 | 393,155 | DaBernardi | Talia Macchi Sg LgaT Venezia 350,000 459,42 W'ebare: Inghilterra Suprrmarine std VISI Calibar 330,000 B28,B77 W'agbomn Inghiltessa Sugpermarina Sb È La vittoria ibaliana del Laia ila it ricozscivuta por la dalevtaa wisibiliaà del campo di PL] che son porinioe il cammralla dai passaggi ai piloni. = Hon dliagrutata par mancanza ili comconienii. II è “i pe dgr pg PI ta n d 7 A sinistra: di des nente Wiagborn sale ste suo velivolo per la cena eillorioni. A destra, dall'alto: ti, “Supermarine Ad con molore Rolle Royce, che ba con- quistalo fa Coppa Sebmeider 1929. Il bolide di Wagborn in un nembo di schiu- ma alla parlenza. II vincitore e il suo apparecchio,
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Dall'alto: dept ama cilià della Ru de atterraggio dl dali il banchetto offerto ai smavigatori è
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N prece i EEE 3] VOLO INTORNO a GLOBO DELL'AERONAVE “GRAF ZEPPELIN" i Ida Il ‘dirigibile tedesco “Graf Zeppelin", condotio dal comandante Eckener; ha compiuto con mirabile regolarità il giro del mondo, partendo da Lakehurst il 7 agosto e ritornandovi dalla parte opposta il 29 agosto, Quattro giorni dopo l'aeronave è ripar- tita dagli Stati Umiti raggiungendo la sua base, Friedric hshafen sul lago di Costanza. Il significato tecnico del viaggio non supera i limiti del conosciuto: l'aeronave ha trovato quasi sempre venti favorevoli ed ha scansato, aiutata dalle segnalazioni di radio, i temporali. La navigabilità del più leggero dell'aria è troppo legata alle condizioni metercologiche ; il dirigibile non può essere che un mezzo di transizione. Il viaggio, che del resto è risultato un buon af- fare commerciale, ha invece importanti ripercussioni politiche e la Germania può essere soddisfatta del- l'opera adi propaganda della SIM Lerona ge, che negli Stati Uniti e molto più nel Giappone ha suscitato ammirazione immensa è preoccupazioni nuove, + © Bo dear i aralia TAFPÀ di parienà di val bom Lalokusî-Froedri habalen A 3.100 LEI ] di at Friedeschebalem:Taluo 3 11.247 101.40" ILoL Tekio-Los Angeles nia 663 Ty,50° VAL Las Angelae-Laleli it 4.737 00 i} x Lalcbiia=Friediniehabalen: . 2,100 (7.30 ML dat elia a bordo dall'aeronave. Un giornalista al lacoro, Ì Sopra: ii capilama Chi acari, Ì Lebmann, ollre un concerlo di el latrm antica al fraba aq peri. IRENE FT FITTE) Tekio dol (aroverno del Giappwe. La costa giapponese è raggiun ha del "Conte Zeppelin", In alto, nel centro: £'acronave nariga sopra de aride ferre dell'Arizon
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ri L'AFFERMAZIONE ITALIANA A sin. dall'alto: d/ generale Precio feal cap- pell'a duro) alla partenza. Liberali mi Bee da a Venezia, Botalla all'ar- nico dd Orly. Cii apparecchi italiani, A destra: FE Mano salti, uno cei più beil- lanti concorrenti.
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73 uo. [2ide- aes Vegife cole elle a escalenta 1 AL CIRCUITO D'EUROPA © pid ——_———_ee_ | - Ara = it 1 Luo rn x. e pui À nr ra PA A) # % A destra, dall'alto: | i i Lombardi su Fiat copo | fi: 7 mm l'arrivo, E se (rela ebli 1 Ronigo al con- irollo di Fe- d , nesta, È | N ll ; fs | Hi LE - L rtl. = SERE TE "o ] fe: O Ferrarin.il più | î Bis | sfortunato del h | Ve Î nostri parteci» E i pandi, i veri Faeler arried alla mela. A sinistra: Giotzzelli, il primo classificato degli Italiani.
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74 SA.RU Principe di Piemonte visita il motoscafo "Min Ao rica” oli Crar Food LA SETTIMANA MOTONAUTICA Venezia, la romantica, ha moò- strato una volta di più il suo spirito modernissimo dando vita ad un avrenimento spor tivo mondiale, che ha riumto fra il mare e la laguna i più grandi campioni del Ti | velocità sull'acqua e spettatori di tutti i continenti. lf" Mantelera" ia gara, uno dei migliori motoscafi italiani. Nel centro: dl magg. H. Starace che col "Mia England tp nato il trionfatore Sella rinmione. NELLE ACQUE DI VENEZIA Il mmie inglese Segrare, han vinto tutto il possibile anche per un grave incidente toccato al suo diretto competitore che pilotava il “Miss America”, Il “Savoia” italiano non ha potuto partecipare alla mas sima prova per danni subiti in allenamento, TA EI ur + N racer italiano “ Cabac", prima classificato nella Coppa del Re.
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Ta 7 L w=>- = “een rar sat Ni si per] LIA ni Dario. TV FIERO è Pas Sdi lie ml lat spellocolora partenza della Ara Jinale Al sini col mie mero î0 è «segnala l'Alfa drama vel vincite a IL GRAN PREMIO D'ITALIA ALL'AUTO. DROMO DI MONZA A sinistra: Fincenzo Florio, Ù apostolo sei alamobilima dieta liano e organizzatore di questo fortunate finta Preaio, finiti) dita FATRI, il campione americane, A destra: Acbille Varzi, il anove ione del eclante che ba viate ma- Qquatralmente la gara finale com picado un giro a 300 ka. all'on. Firilli Pori, il brillante vincitore della eliminatoria Maserati con fa sua nnova macchina a si cilindri più importante. che ba Sebullalo in soda impressionante.
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SF | a = "n fa — ® — —&= — ii in] e i ca map omai nazionali di nuoto all fil dalia MS Ro vata È i dettato ct pé ria a na e fa “Rari Nantes" di Milano. Sopra: La partenza degl
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17 Ù Mei PENN Fi SI i campionati di muete femminili dl Rionà, Pa gruppo di partecipanti, fra cui de sorelle DBraein {le prime che) e la acilia dei È gurdaia è cralo atelri, ti Aana fa quisatar),
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Pai . "I" " {online Jena Lalli, Grlocond ulti fem {nile negli Stati Heve al compeggio di Lutber Goaliek. Sopra: L'na lezione di bockey a Dakfand (i Callfornia),
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Pt. MA ù ai IIS È DI | fsrercizi rilmici all'aria aperta la una «ciel di danze classiche tedesca, che diffonde con suecenro crescente la coltura firich nelle principali città della Germania.
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F r . n a E 5 a " l- =; . Ù a pu Lo «pori sella vela in Italia e all'estero. Un contrasta curioso si velieri da Cota colla comszala americana " M insissippi nella balia di San Francisco, Sopra: Cullers ligiuri nel golfo di Genova. me
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Caccia al coccodrillo nella Florida. (Bescrizione di Ribant, nilegrafia di de Bry). I PRIMI VIAGGI IN AMERICA E LE PRIME IMPRESSIONI DEGLI EUROPEI Con un desiderio nostalgico gli Europei *copritori dell'America e formatori non sempre sagaci della ci- viltà americana, ritornano oggi nei giorni ormai lon- tani, nei quali le prime spedizioni giungevano al Nuovo Continente. Le esatte conoscenze sulle cattiverie, sugli errori e anche sulle barbarie commessi nel periodo immediatamente successivo alla scoperta, non tratten- gono dal riesumare i documenti interessanti di questo primo periodo di colonizzazione. Oggi i piroscafi diretti al nord ed al sud attra- versano in pochi giorni l'Atlantico: e il pellegrino per i sentieri dell'Oceano, adagiato nei comodi di una vita che continua quella dei grandi alberghi di terra ferma, appena appena si accorge della vastità di que- sto vallo immane di acqua salsa, che separa i due mondi. Si desidera rivivere l'esistenza a bordo delle caravelle di 150-200 tonnellate, le quali affrontavano uno 0 due mesi di navigazione per recarsi ai paesi che Colombo aveva rivelato. Si ritorna alla povera vita su navi che oggi fanno sorridere, con un lieve brivido di paura, mista ad ammirazione per coloro che con tanto coraggio affrontavano le vie quasi sco- nosciute per recarsi al paese delle meraviglie, rivelato dal genio di Colombo. n questo amore pe conoscere vi è certo una punta di egoismo; e chi le relazioni dei primi viaggi all'America pia alquanto a coloro che stando in un tiepido scompartimento ferroviario con- templano la neve che si adagia sulla terra. Ma in questo amore è anche un po' di pentimento e di resipiscenza per gli errori e le colpe del passato. L'Europa fu inutilmente e scioccamente iniqua verso l'America e verso gli indigeni : è il rimprovero non tocca solamente gli spagnoli che di questa iniquità hanno offerto il più lacrimevole esempio, ma riguarda in minor grado anche le altre popolazioni che occu- Non se unà dd più zone rande continente scoperto. solamente si si l'America come un essere dissanguare parassiticamente, così dome fosse in» pa di una sua esistenza, ma si distrusse barbara- mente tutto quanto di nobile e di significativo per le civiltà indigene cadeva sott'occhio. sete dell'oro e una insipienza coloniale {che doveva scontarsi du- ramente un giorno) fecero si che l'America venisse considerata come una terra destinata solamente ad accontentare la bramosia degli avventurieri che wi si Fecavano. Resia però vivo in noi, al di là del rimprovero, il desiderio sincero di conoscere le prime impressioni dei bianchi che si trovavano in questa terra vergine, al cospetto di una natura lussureggiante e in mezzo ad una vastità turbante. I racconti dei primi viaggi non sono numerosi, ma bastano perché la nostra mente riviva quei giorni di stupore. La fantasia si esaltava innanzi ai documenti impensati che la scoperta poneva innanzi, e spesso i primi narratori della vita americana danno corpo a piccole ombre, e pongono innanzi descrizioni di luoghi, di persone e di cose, che certamente erano viste at- traverso una lente che non è quella della realtà. Il desiderio di raccontare in patria avventure eroiche è conquiste difficili, ingrandisce uomini e come: cosicché perfino gli indigeni erano spesso rappresen- tati nelle narrazioni come giganti di forza eccezionale, mentre la verità concreta cra assolutamente diversa. Le “atrata tale in questo campo sono numerose. In Francia, in a, in Germania, in Italia, in In- ghilterra le elica eni delle opere del passato si susseguono con rapidità. Così tutta una documenta- zione sulla scoperta VALI pia rivede la luce attra- verso la narrazione di D de Landa: così i rac- conti di Hans Staden e ia De Lery, primissimi de-
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rimissimi esploratori nel vasto paese; così i racconti di Hariot, di Landonnitre è di altri intorno alle primissime ve- cupazioni della Virginia e della Florida, permettono a noi di assistere ai primi rapporti tra gli indigeni del nord-America e le diverse popolazioni europee. Pur troppo il corollario cala a che deriva dalla meditazione o anche semplicemente dalla lettura di questi racconti, non é molto rallegrante. Gli Europei non hanno nulla saputo comprendere delle stirpi e delle civiltà che si trovavano innanzi. Essi hanno pen- signo ctr allo sfruttamento; hanno provveduto erare ciò che pareva utile ingrandire, è più di tatto anno pensato a dilaniarsi tra di loro, Le lotte tra Spagna e Francia, tra Olanda è Spagna, tra In- ghilterra e Francia hanno trovato muovo modo per avvivarsi e la povera America diventava un po' la materia prima per ravwivare il fuoco dell' odio, così come sino dagli inizî aveva ravvivato le fiamme della da scrittori del Brasile, ne dicono la w+ita dei i reriaznii marittimo trovava nel Mare delle Aule un nuovo magnifico campo di azioni e di in- sidie. E tutti ricorrevano a quest'arma, salvo porre sulla carta delle croci che dovevano insegnare agli indigeni 1 leggi dell'amore. ra le narrazioni una ha un suo charme speciale (Descrizione di Tomaso Hariot, Ml di anche per la ingenuità della tavola che l'accompa- gnava: è quella di Tomaso Hariet, illustrata con le xilografie di John With. “ssa rivela mirabilmente bene lo stato spirituale degli Europei innanzi alle popolazioni indigene che la scoperta di Colombe poneva sotto il dominio dei bianchi, ed innanzi alle meraviglie naturali che veni- vano rivelate dalla grande scoperta. Gli esploratori e gli avventurieri che occupavano il nuovo continente erano lontani dal pensare ciò che un giorno questa terra sarcbbe diventata: ma ne sen- tivano il fascino arcano è comprendevano la bellezza. Nel descrivere le meraviglie del nuovo mondo la fantasia giuocava la sua parte: la statura e la forza degli indigeni si amplifica, la ricchezza della terra si ammanta di fronde fantasiose. Gli sn erano generalmente miti, e la paura per i biane ricchi di armi bro, per i cavalli, per le navi, ingrandiva il rispettoso stupore. Hariot documenta i costumi curiosi delle popola. zioni incontrate in Virginia cd csalta la bellezza dei tipi etnici, la semplicità del costume e la moralità tutt'altro che spregevole. Nel leggere le descrizioni di questi periodi abbiamo sempre il sospetto che la fantasia tessesse qualche frangia alla realtà: è dovremmo quasi pensare che i
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I villaggio fortificato di Pomejoor nel- do irginia, cr Ea. ia Ri pellirosse trovati al domani della scoperta di Colombo, sul continente americano, fossero in uno stato di ci- viltà superiore a quello nel quale li incontriamo alla metà del passato secolo. Ma è facile convincersi che i descrittori è gli sto. rici del 1500 corrono assai oltre i limiti della realtà. Renato di Landonnitre (1564) e Domenico de Gour- gues (1567) nella descrizione del loro viaggio in Flo- rida sono non meno facili agli entusiasmi ammirativi. La necessità medesima di dimostrare il coraggio degli esploratori che primi penetravano nei territori ame- ricani, spingeva ad ingigantire uomini e cose. Gli indios apparivano tutti robusti, erculei, mentre la probabile verità era ben diversa: sempre la visione de civiltà che i bianchi incontravano era resa con parole molto lusinghiere per la civiltà americana, sempre lo strano ed il mistero è introdotto in narrazioni di cose e di fatti molto semplici e naturali. I disegnatori che accompagnavano colle loro xilo- grafie le prime narrazioni dai esploratori aumen- tavano la dose della parte fantastica, Obbligati a valersi di pochi schizzi, o anche solamente de de- scrizione scritta, presentavano le scene in un aspetto che ha dell'inverosimile, ma che forse per questo è ancor oggi ricco d'incanto, Teodoro Bry, che era di. wentato uno specialista in fatto di illustrazioni ame- { Dererizione di T. Hariot, sranrafia di | de 2 1A ricane, si era formato nella mente un suo tipo di indio- americano, muscoloso, forte, tondeggiante, che con- trasta stranamente colla verità antropologica che noi oggi conosciamo, Ma noi non chiediamo a queste incisioni la ve- rità quanto il piacere. E piacere esse ne conferiscono attraverso alla loro ingenuità e alla fede fanciullesca che le animano. I bianchi signori dell'America vedono oggi con ben diverso occhio gli indios, nipoti dei primi abitatori della terra che il bianco ha conquistato, Anche le più forti tribù pelli-rosse sono ridotte a poveri gruppi di uomini destinati a sparire: e più nessuno sapreb ritrovare in questi nepoti la bellezza di forme che Bry fissava nelle sue xilografie. Ma con quale spirito accorato noi ritorniamo a queste prime descrizioni! L'Europa scopriva un mondo immenso e non se ne accorgeva: i bianchi iniziavano un nuovo ciclo e a valutavano la grandezza di ciò che si iniziava. Come tutto any remoto, mentre è ancora così prossimo a noil ove quattro secoli sono eranò poveri gruppi di capi | sono Qggi enormi città piene di frastuono e di lavoro. Eppure a questa alba della vita bianca in Ame- rica il pensiero ritorna con accorata malinconia. E. BERTARELLI (Dal salame " Voragii ss Viogiala an Plamidb),
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ATTI li vare del sommergibile “ Fratelli Bandiera" a Monfalcone, Sopra: La cerimonia della benedizione.
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85 li ea ip E EE TA I PRI Ca e SIP na RT TR II ll sommergibile “ Marcantonio Colonna” varato recentemente pei la nostra Marina,
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ISTITUTO NAZIONALE DELLE ASSICURAZIONI DIREZIONE GENERALE ROMA I capitali assicurati presso l'Istituto Nazionale delle Assicurazioni sono garantiti dal Tesoro della «Sato oltreché dalle riserve ordinarie e straordinarie dell'Ente. Le polizze, quindi, emesse dall'Istituto Narionale delle Assicurazioni danno il canattene e de garanzie dei Titoli E Stato. L'Istituto ha adottato \avariate forme assicurative adatte ad ogni condizione sociale. Per le “Assicurazioni Po ri" non è richiesta la visita medica ed i premi sono pagabili in rate mensili. Attualmente i capitali assicurati presso l'Istituto Nasionale delle Assicurazioni ammontano a move miliardi e messo. L'Istituto Nazionale delle Assicurazioni che è il latore del mercato assicurativo in Italia, ha Agenti Centa | in tutte le città del regno, nelle Colonie è all'estero. Le Agenzie Generali e le Agenzie Locali rappresentano anche “ Le Assicurazioni d'Italia di Societi collegata con l'Istituto Nazionale delle Assicurazioni per l'esercizio delle assicurazioni contro i danni: Incendi, Furti, Diagrazie accidentali e Responsabilità Civile, Grandine, Trasporti, Rischi Aeronautici, i
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n DE Un Olio scadente rovina le candele Le incrostazioni e gli altri depositi che si formano attorno alla candela riducono l'am- piezza della scintilla e talvolta impediscono addirittura ch'essa si sprigioni : ciò costituisce un serio incaglio al funzionamento dei cilindri ed un inutile consumo di carburante. Standard Motor Oil vi risparmierà tale inconveniente. Società Italo- Americana pel Petrolio, Genova. STANDARD MOTOR OIL Assicura la massima protezione STANDARD MOTOR OIL sa vetile anche in latte è a è Utate Standard "Moni Cap Greane” e Standard Motor Dil "Cambio «tloziià o DRferenziale* Stampata sw carta della Cartiera di Maslianico, Soc. Am Stab. Arti Grafiche Alfiori & Lecroin - Milano, Via Mantegna 6
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GALATI COBE SL ALIA TE a ai TE, 33 BETA TCA DI IESA i OPA AI ELA ARA a OARICE d PB1_ PAS I IA RA O IT CLP LE Le LETO [NR ET ce E e fe NI 2 dl og a i RT LS IA I TC BS LR L ted i di ei hdi i pa TE SC] ES IT AOL RE I futuri BALILLA vengono allevati col MELLIN “0 Febbrato 1929, Kilo Le invio lo fotografia del mio piccolo Guido di mesi 6 e del peso di Ke. Il, premiato cal Z0 premio al concorso di bellezza di Bolome - colegoria meomi. Ho il dovere ringraziore l'Alimenio Mellin, che ha deto al mio bambino fforida salute, robursierzo e witacilà. Con stima e pasegui GUIDA RAFFAELE Sapregliante Posdalo a BOLOGHA »- Via Emilia, 53 sa tao ii ii Dt i vostri Ciledete, nombnote questa giernali, l'epariata bia bini # Copiif AALENARE DE Mib Er — alla dà RELA SOCIETÀ MELLIM D'ITALIA x Via Correggio, 18 — MILANO (125) ARI n, n clli
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Peel Tare a [LA RIVISTA ILLUSTRATA Fondatori: ARNALDO MUSSOLINI - MANLIO MORGAGNI TEL NH, dl ) | Direttore: MANLIO MORGAGNI REDAZIONE AMMINISTRAZIONE MILANO ria Lovaxto, lo Anno VIl- Pabblicick Coscsialanazio saglazioa Uaiaaa Poabblicicà draliama. — d disinni di sipoodaziona è di npadiionaa isss DEL “POPOLO D'ITALIA” NM. ia - Chabre ig19 - LA RIVISTA esce ogni mise ABBONAMENTO per fl F999 L10090 Eaior LL. I: NUMESO SEPARATO L. 10 slurreali poo ludli è pazai ORDINE E Ad ascoltare i Catoncelli da crocicchio — scim- miottanti certo fuoruscitismo d'oltre Alpi — che guar- dano gli uomini e le loro opere, quasi tenessero la maestà e la infallibilità del giudizio da qualche mi- sterioso e sublime lume, mai, nello svolgersi dei se- coli e nel compito della storia, vi fu epoca in cui la bblica moralità e la coscienza civile furono così samente decadute come nei giorni che noi abbiamo la ventura di trascorrere. E costoro, con la melata voce, con la insinuante, timida affermazione, con la carezzevole grazia della punta critica, velatamente ma insistentemente e con testarda tenacia penetrante, tentano convincere chi li ascolta non essere l'Italin d'oggi altro che un'accolta di scandali e di affa- rismi, nella quale imperano i più scaltri a detrimento dei più onesti, a rovina di ogni concetto di umanità e di giustizia. E citano il caso Caio che commosse tutta la pro- vincia A, ricordano l'affare Sempronio che distrusse fedi e riputazioni nella provincia B, ed accennano alla vicenda Tizio che ha abbattuto nella provincia C legittimi interessi è izioni, senza alcun ri- guardo alla santità ed inviolabilità della legge, alle garanzie di diritti acquisiti. E ricamano intorno ai falli 0 faltacci, tutto un loro personale è abilissimo lavorerio di filagrana da farne uscire un capolavoro di terribili accuse e verso il Regime, che affermano essere proprio quello del loro cuore, e verso anche momini intemerati ed intangibili per i quenli eglino, alta- mente con calde parole, professano devozione, fedeltà, dedizione assolute. Di modo che ne esce un quadro formidabilmente impressionante, atto a formare la convinzione che del marcio vi sia veramente in Da- nimarca, ed occorra, e sia urgente, purificare con ra- dicali provvedimenti, anche duri, anche feroci, pur di tagliare il male alle radici ed estirpare il gramo seme ancora in germoglio. E" naturale che chi ode possa convincersi e n sun volta parli e convinca. Conseguenza : una celicace, appunto perchè subdola ed inavvertita, propaganda contro il Fascismo; una pre- parazione e creazione di uno stato d'animo collettivo che non può essere attentamente studiato e vigilato perché si possa tempestivamente provvedere e riparare. Quando un Popolo, che ha ritrovato se stesso ed ha sentito tutta responsabilità della millenaria MORALITÀ istoria, è in marcia e cammina ed accelera i passi ed il movimento perché il tempo perduto fu molto è la méta è pur sempre scabrosa a raggiungersi, quale me- raviglia se dalle compatte file qualcuno casca per via o ne esce 0 si sbanda o si sata o si addormenta 0 si dimentica 0 cade nel precipizio? Il Fopolo prosegue la sua marcia nella luce del sole, cantando ed agendo, e la fiumana riempie strade polverose ed inondate di luce, e procede spe- dita verso la conquista, abbattendo gli ostacoli, ri- muovendo i massi che si eppongono al progredire, non curando i cena che rimangono dietro. Siamo in un o di assestamento rivoluzionario inteso a dare all Italia un più consono aspetto e a prepararle un avwéeniré non indegno delle sue tradi» zioni e delle sue facoltà. Nella salda coscienza della legittimità del mostro potere, non ci siamo mal coperbì gli occhi con fitti veli. Abbiamo, anzi, sempre voluto guardare chiara- mente nelle vicende, senza nulla nasconderci e senza false pietà perchè sentiamo che il primo dovere dei ricostruttori è conoscere dove si annida il male e chi lo coltiva e lo nutre, per far discendere forte ed am- monitore il taglio affilato della scure littoria. Ed è appunto per la consapevole serietà di una vi- gilanza acuta, continua, perseverante, che si può affer- mare essere l'Italia d'oggi assai più monda di quello che non fosse la +ecchia Italia giolittiana è demo-liberale, in cui onori, appalti, posti, cariche sembravano ed erano veramente oggetto di ben oscuri commerci. Nell'Italia d'oggi non allignano le erbe parassi» tarie che sorbivano tutte le fresche linfe scendenti in rivoli benefici nelle vene della Nazione, e i grassi fornitori che frodavano impunemente l'erario come gli amministratori che mercanteggiavano sui contratti dei Ilicasteri e dei Comuni hanno perduto il diritto d'asilo nelle nostre contrade. Carità di Patria, nobilmente sentita, ci vieta di rievocare qui tutti i tristi e loschi episodi che funestarono la nostra vita nazionale dal 1860 all'avvento del Fascismo. L'elenco di essi, dolorosamente non breve, dimo- strerebbe quanto sia mutata la coscienza civile e la educazione politica, la onestà nazionale del nostro Popolo' e della nostra classe dirigente. Ma questo più che trasformazione, formazione della nuova coscienza politica, della nuova moralità
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Li] nostra, balza innegabile, evidente ed esemplare quando, gettando uno sguardo al costume politico ed alle usanze bancarie © affaristiche di oltre Alpi e di oltre mare moi rimaniamo inorriditi dallo spettacolo ob- brobrioso che ci offrono le altre Nazioni con i loro scamidali finanziari, con le loro mastodontiche truffe, con le disastrose bancarotte, con le inaudite compro- missioni degli womini di governo e con le abiette complicità di legislatori, di condottieri, di statisti. In Italia i costumi sono ben più rigidi e puri. L'or- dine instaurato dal Fascismo ha estirpato in una lotta a wolte tragica ma irresistibile è vittoriosa, la gra- migna soffocante e la moralità è ritornata ad informare di sé i pensieri e le opere. Per il fatale andare delle cose umane è inewita- bile che qualche scandalo awvenga. Ed è avvenuto, e qualche ingiustizia, anche clamorosa, ha potuto av- verarsi. Ma è in tutti la volontà decisa e l'incerol- labile proposito che riparazioni avvengano immediate ed intere e che il castigo segua senza indugio la colpa quando questa sia provata, incontestabile e si abbia udito la difesa dell'accusato. Perchè bisogna, sopra tutto, essere cauti nel concludere se non si vuole con avwentati, troppo affrettati, giudizi o con sommarie decisioni turbare l'ordine, e offendere, anzi che di- fendere, la pubblica moralità. In questo sta il segreto della assoluta diversità del GLI AVVENIMENTI LA PARITÀ NAVALE ANGLO-AME- RICANA E FRANCO-ITALIANA Gli anglosassoni, anche quando trattano di dol- lari, di sterline, di mercanzie o di incrociatori, amano usare frasi bibliche, evanescenti in tonalità messianiche. Così le trattative tra il Primo Ministro inglese è il Presidente degli Stati Uniti sotto una capanna in riva ad un lontano fiume, hanno avuto la messa in scena di un rito puritano e il compromesso navale è stato commentato da MacDonald in tono evangelico, quasi fosse stato concluso per finalità divine. “Tutto ciò è nella ‘ forma mentis" degli anglosassoni. Ma in realtà l'accordo navale Hoover-MacDonald non ha nulla di divino e neanche di umanitario. Il disarmo preveduto e imposto dal “ Covenant" wril- soniano non è minimamente praticato e nessun sacri- ficio è compiuto in vista di una semplice limitazione degli armamenti. L'Inghilterra conserva intatta la propria flotta e l'America procederà a nuove formi- dabili costruzioni, per uguagliare a un dipresso la forza navale britannica in fatto di incrociatori da diecimila tonnellate e di naviglio minore. Siamo dunque di fronte a una semplice " parità ", ma questa è stabilita "in alto", con nuove costru zioni americane, e non “in basso", con una riduzione della flotta inglese. Il fatto nuovo, di importanza storica, è che l'In- ghilterra ha definitivamente rinunciato alla propria egemonia mondiale, accettando di dividere l'impero degli oceani con la nuova, giovane, esuberante Potenza nord-americana, E' questo un avvenimento che merita di essere esaminato nella sua genesi, nella sua portata e nelle sue conseguenze. Prima della grande conflagrazione mondiale l'Im- pero inglese teneva fermo intransigentemente il prin- cipio fue powens «standard. La sla: Bota doveva, cioè, resente sentimento morale da quello del tempo che u senza speranza di ritorno. L'ordine e la moralità dell'Italia fascista impon- gono rispetto anche ai più smaniosi ricercatori di prove negative contro il Regime, i quali scendono dalle Alpi, con malte dosi di acrimonia, se non d'odio, nei loro bagagli per formulare gli atti d'accusa, nei sinedri internazionali, contro la coscienza nuova e il modo di essere degli italiani di Mussolini! Ma le loro alambiccazioni chimiche non possono negare la verità luminosa che brilla abbagliante nel cielo azzurro e limpido della nostra Patria rinnovel- lata. Essi devono ammettere che nel profondo si è cambiato il costume del nostro Popolo, e non alla su- perbicie, e che il Fascismo, il quale ha saputo schian- tare le camorre e le mafie. ha saputo instaurare un ordine sicuro di giustimza e di probtità civile quale sarebbe desiderabile per tutti i popoli. Constatazioni che ci muovono ancor più lo schifo per certa gente del wecchio stampo politico, lenta- mente, e Dio solo sa con quali restrizioni mentali in- serita nelle nostre compagini e ingenuamente da noi troppo presa sul serio; gente che non ha il diritto, nella critica, in situazioni delicate e dolorose, che noi stessi possiamo non approvare, di richiamarsi co= stume trascorso, all'ordine distrutto, alla moralità anciea rigime. MANLIO MORGAGNI INTERNAZIONALI esser uguale alle marine delle altre due Potenze più fort. E quando la Germania di Guglielmo II e di Tirpitz si mise in gara, come l'America d'oggi, per raggiungere la parità con la flotta inglese, Sir Edward Grew si decise per la guerra. L'uno scorso sembrava che la nuova rivalità na- vale anglo-americana dovesse ugualmente e fatalmente condurre a un conflitto. Ed infatti l'Ammi lato britannico resisteva intransigentemente spingendo in- nanzi le costruzioni facendo naufragare la Conferenza per la parità, voluta dagli Stati Uniti. Fu in seguito a tale tenzione che il Governo conservatore Baldwin- Chamberlain-Churchill concluse un accordo navale con la Francia, mentre un principe di sangue reale si recava con una missione ufficiale nel Giappone, per propiziare un riavvicinamento è forse anche una nuova alleanza, contro l'America. Il giuoco strategico per serrare gli Stati Uniti al di qua dell'Atlantico è al di lA del Pacifico entro una morsa anglo-franco-nip- ponica si delinenva apertamente, come prologo di un futuro gigantesco conflitto oceanico, A un anno di distanza l'Inghilterra ha capitolato, abbandonando Francia e Giappone e offrendo la pa- rità all'America. ali le cause di questa resa? Foaliticamente i capovolgimento delle direttive bri- tanniche appare come una conseguenza diretta della disfatta dei conservatori e della vittoria dello spirito pacifista dei laburisti. Ma il rivolgimento politico è a sua volta conseguenza di un più profondo mvolgi- mento sociale è storico. La guerra mondiale ha segnato il limite massimo della potenza imperiale britannica e lo stesso sforzo immane ha provocato l'inizio della parabola discen- dente. L'acquisto di alcune Colome non poteva com- pensare la perdita dell'egemonia finanziaria. Il mer- cato mondiale dell'oro si è spostato oltre Atlantico. Le industrie nazionali del carbone, del cotone, delle
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TATE Ti PABIT Tom PREZPI TT] ARI ZAZST TASTI Paci.” Le accoglienza di Naw- Fork al primo ainistro inglese MacDonal?, - MacPDonal? e fe autorità ascellane in pievi gli inni nazionali Inglese e americano. Sopra: Ji valilo del primo ministro al suo arrivo a bordo del *Macom"
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costruzioni navali, sono in una crisi di decadenza che appare irreparabile, L'esercito dei disoccupati è sempre a un livello spaventosamente alto, altre il milione. Le ricchezze del sottosuolo non possono più essere ade- guatamente sfruttate. Le popolazioni hanno perduto la alal verso le Colonie, L'Inghilterra è vecchia e ccadente. Come sempre avviene allorchè una classe dirigente non è più all'altezza di un compito storico, i conser- vatori sono stati sbaragliati. Ma l'ascesa dei labu- risti è il segno di una ripresa nazionale. Anzi è la controprova della decadenza e l'inizio della liquida. zione. Si liquida in Egitto venendo a patti con Re Fuad, e si iquida nell'Oceano, offrendo la parità mu - vale a Hoover. Il compromesso dell'autunno 1929 è destinato a risolvere anche il problema della libertà dei mari. Il dominio cccanico aveva sinora permesso all'Inghil- terra di stabilire a suo arbitrio il blocco navale in caso di guerra. Nel corso dell'ultima conflagrazione l'intransigente implacatile controllo britannico era stato imposto an- che all'America, sino al suo intervento. Ma poichè il blocco richiede pregiudizialmente la prevalenza delle forze navali, la parità ora stabilita viene di fatto ad escluderne la possibilità per il futuro. E° questa la w«ittoria maggiore conseguita dal» l'America, ed & questo che l'America voleva ottenere. In caso di nuove guerre europee essa non vuole come mercialmente esser tagliata fuori. Intende salvaguar- dare i propri traffici con tutti, perché la regolarità degli scambi è per la sua colossale industria una condizione di wità. Il compromesso MacDonald-Hoover non è forse stato an- cora ben compreso. Esso segna la resa dell'Inghilterra e l'i- nizio della libertà dei mari, almeno per quanto riguarda i ri» fornimenti americani in caso di guerre eu- ropee. Perciò nella stessa dichiarazione politica susseguente ai colloqui tra i due statisti è ribadito che l'America non acconsentirà mal a mescolarsi nelle wi- cissitudini diploma. tiche europee. La parità navale tra Italia e Francia stabilita a Wiashine= ton per le soia corazzate, doveva intendersi estesa an- che alle navi minori, e ciò fu riconosciuto in qualche chiari- mento verbale, Ann logamente la parità anglo-americana è ora considerata an- che per il naviglio minore, così come per le unità maggiori, Ma l'ac- cordo sembrò amareggiare, ed a torto, l'orgoglio francese, tanto che il Temps defini le Pec di Washington come una “blessure" per la Francia. Ed a più riprese taluni giornali parigini sostennero — come tornano a sostenere, dopo il Figaro, an- che il Soumeal dest Mfhabr, l'Ecbo de Poris è l'Action Frangoise — che la Francia non può riconoscere al- l'Italia il diritto di parità per gli incrociatori è per 1 sommergibili. Le ragioni francesi non sono “buone ragioni “ è possono essere smontate facilmente l'una dopo l'altra. 1. Limitare la parità alle grandi corazzate — che, almeno in questo periodo, per ragioni tecniche e fis nanziarie, Italia e Francia non costruiscono più, — x negarla per gli inerociatori, i caccia e i sommer»= gibili, che rappresentano la forza navale effettiva delle due Potenze, equivale ad annullare in pratica il principio sancito in diritto a Washington. 2. La Francia ha colonie lontane. Ma anche l'Italia ha colonie nel Mar Rosso e nell'Occano In- diano. D'altra parte non è con forze complementari e residue che si potrebbero garantire i possessi colo- niali in oceani lontani, dominati dalle gigantesche armate navali dell'America, dell'Inghilterra e del Giappone. 3. La Francia deve garantire l'afflusso dell'esercito nero in Europa. L'Italia deve garantire i rifornimenti e la vita dei suoi cittadini, tutti di razza bianca. Inol- tre, mentre la Francia ha bere le me dell'Atlantico, l'Italia ha le sole vie del Mediterranea, 4. La Francia — argomento recentis» simo — deve avere una flotta nel Medi- terranco da contrap- porre a quella italia- na, ed una flotta nel Mar del Nord, per una eventuale difesa contro quella germa- nica. Questo princi» pio di armate navali separate per scac- chiem singoli, è sto- ricamente superato. Seguendo il ragiona= mento francese, l'In- ghilterra dovrebbe ancor oggi rialfferma- re la necessità di un fwa powers «standard è magari di un dbree powers «standard. In- wece tanto l'Inghil- terra, l'America, il Giappone e l'Italia seguono il principi direttivo e fonda- mentale di una sola flotta, dato è ricono- sciuto che squadre diverse, teoricamente e apparentemente co struite per fronteg- giare Stati diversi è per operare in vari scacchieri, potrebbe- ro praticamente riu- mirsi in una sola zona e agire contro un unico Stato, Hi Presidente Hindenburg ani funerali di Siresengaa,
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Durante l'orazione funebre del Cancelliere Mole: Ma il ragionamento francese pecca anche dal lato giuridico, Il Trattato di Locarno intatti assicura la pace tra Francia e Germania con la garanzia dell'I- talia e dell'Inghilterra. La flotta italiana, dunque, po- trebbe agire d'accordo con quella tedesca — è con quella inglese — nel caso che la Francia assumesse la responsabilità di una aggressione, ma è questa una ipotesi che non crediamo dI praticare in esame, Né la Francia, mentre per la situazione renana ha richiesto la garanzia dell'Italia, potrebbe in linea logica e con- trattuale tentar di prendere sull'Italia stessa nei rap- porti mediterranei, Di fronte a tutte le obiezioni, che in pratica ten- dono ad un aumento di armamenti, l'Italia s1 richiama con lealtà al principio delle limitazioni volute dal "Covenant". Essa é pronta ad effettuare qualziasi riduzione, anche minima, purchè accettata dalle altre Potenze continentali europee, Ma la Francia, malgrado il Patto Kellogg e le solenni ovazioni ginevrine, non è ancora su questa linea societaria. Se si vorrà giungere ad un accordo, occorrerà superare questa difficoltà. E° superfluo awvertire che l'Italia non cederà mai sul diritto di parità, che è per essa una garanzia di indipendenza e di vita, STRESEMANHNK La stampa massonica di Francia è Germania ha fatto di Stresemann una esaltazione macchinosa e op- primente, che si è riflettuta anche su qualche gior- nale italiano. Noi diremo che Stresemann non fu amico dell'Italia e che non si curò neanche di nascondere la sua ostilità. Fura: INSISTO CES #05 "ico dacaali alla volma di Giresemann nei Reicbelag. Fu indubbiamente un uomo abile, che seppe de- viare verso Ginevra, Locarno e Thoiry il pensiero francese già rivolto alla Ruhr. Ma se si fa il computo dei vantaggi della sua politica, non bisogna dimenticare gli svantaggi, le compromissioni e i legami che essa comportò. Stresemann rinunciò apertamente, volonta. riamente e definitivamente all'Alsazia-Lorena, ciò che nessun ministro francese aveva fatto dopo il 18ro. Viceversa Colonia non fu sgombrata rima del ter» mine di cinque anni stabilito a Versailles, così come Coblenza non sarà sgombrata che al termine del de- cimo anno, ÎIn quanto a Magonza, vedremo nel 1930 come il problema sarà risalto. JUGOSLAVIA Pressata dalla necessità di ottenere un prestito all'estero, la Jugoslavia tende a riavvicinarsi all'I- talia. Ma la tendenza non rivela una convincente buona fede. La Jugoslavia é un'arma di riserva puntata contro di noi. La regia dittatura militare della ©“ Mano Bianca" ha esasperato nel vicino Reame la tensione interna tra i serbi oppressori e le nazionalità oppresse. D'altra parte l'amicizia italiana ha, nel giuoco dei rapporti balcanici, un valore enorme. Essa recherebbe ai serbi un apporto sensibilissimo, politico e morale, non solo di fronte ai croati e ai macedoni, ma anche néi riguardi della Bulgaria, dell' Ungheria e del- l'Albania. La Jugoslavia può pertanto riflettere se i suoi ar- mamenti adriatici e le sue alleanze di guerra non siano in contraddizione insuperabile con un'amicizia di cui pur sembra voler ricercare i benefizi. GAETANO POLVERELLI
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La riunione a Parigi dei delegati della Conferenza dell'Aja per l'applicazione del piano Sopra: Una parata dei Granatieri della Guardia per le cie di Londra,
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alii mari & TALIA n TEETTNA N _J Pn a | Ci TT Vi 1, n doch," PR ME be Gel Le La ferta Nazionale celebrata a Messico con grande solennità. La parata militere davanti al Presidente che assiele dal Palazzo del Governo. Sopra: Tribune e pubblico nel centro della capitale.
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La | è ; pla / LI r' f i | | (I î Î J Lt Î| Ji i LC no i Î 1 | sa | Ì III | i L Î il | Ì Ì V| 4 i IL (TRIO i LET>5 SAL BA b È dii e RI Santini Il millenario di S. Fencedao, patrono dei Cecodovacehi. La cattedrale A San Guido, i cui primi lacori risalgono al NIF secolo, inaugurata solennemente in tale occasione.
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Pr i mo i. La cappella nella cattedrale di San Guido, dove sona rinchiuse le religuie del venerato patrono nazionale, S. Venceslao.
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"i ] fi Pa, ' SMI, - P_ , "i . DI n NI & n° i è dat stima del cancinale Duilots, Alfetta dA Parigi, fran nei grane «SE PELI ACISCARIIO,
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feste da “ Cesare dalle enim nel porto di Barcellona LA IIIa CROCIERA NAVALE DEGLI AVANGUARDISTI Sotto: Gli Aeaa- aquiarbeti ia edrilaà all'Esposizione Mi Barcellona, La Corrida a Palma di Majorca in onore cegli osprli, I FIGLI DEL DUCE ESEMPIO DI DISCIPLINA Gotto H di Fine alcade di Barcellona porge agli Acanguardteti I salito cella cità.
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mal ee la LÌ PSI sd si Lil La grande adunata dei bersaglieri d'Ifalia al Colorseo. Sopra: L'entusiasiico saluto al Duce, Fastapralte Harglorgl
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II bronzo “ La Vittoria & Benito" dello scultore Ettore Colla, i Capo del Governo dn È d Milano a S. F proeireLa della tere donato dai bersagli Alligato alla “Rivisia IMoninrata del Papela d' Bialia* a 1a COeiotea vas» VINI
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dl bun alte fa LI Va II Primo Concorso Ginnico Atfetico del Dopolavoro alle Stadio Nazionale Fascista di Roma. Le squadre sfilano davanti al Duce. Sopra: Un'esercilazione collettiva. Fot. Sanglergì.
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la"* © LOETIE EE —_— e———«- vc mE = + Bia © E e ne ae iunal e A TEEN TSTa =“ =" mrpasc © I JE ___- i P_rx di im (Luvi cosnlnuz Un arco di passaggio del Falicano. I lavori della nuova linea che verrà indigurata prossimamente. a Sopra pamento ferroviario con la citi Il colle
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AITTIZZIONNE=i Dida SRPEIITET: r DE TAZIHRI sil 1 | ll b È CITTA Sdi | e è ET CIA Ser IRINA BETTE PO pe I APE > “gt Sg La tradizionale Sagra dell'Uva a Marino (Roma), La fontana del paese che gella vino. Sopra: La distribuzione dei grappoli al popolo.
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Caraggi popola: {al L Ars, Ta nivista di drecealo molocieliati dd ( rrappo Criovanni Merfa dii È “irene. Sopra: Le Popolavorinie dell'Arsenale di Pola al iatinale.
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/ ) / | ” / N i al VATCS:RESETE = Ne 3 E A WENT E "Pr -=3 "Ir = II pristo Congresso dei Sindacali Fascisti del Comniercio, tenuto a Alilano nel Teatro Olympia alla presenza di SE. Bottai. Hl gruppo celle sulorità intervenute. Sopra: Sul palcorcenico cininte un dinconso.
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er Edifici pubblici a Rodi, La Cara del Fascio e, sopra, il Palazzo del Governo.
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UGO LAGO Ho sottomano un libercoletto di novelle: Samara. Era in vendita? Non so. Me lo portò Lago trepi- dando una sera. Chiedeva un giudizio, con il suo caratteristico sorriso spento, ma tiepido e arso come la cenere di quel vulcano che è il fumaiolo della Si- cilia in marcia sull'onde e verso le più generose è sognanti avventure. Disse che aveva voluto racco. gliere certi scritti giovanili così, soltanto per amor dell'ordine e della misura, come si raccolgono in una scatoletta i ricordi essenziali di un'epoca morta per distruggere gli inutili, per trasmigrare più liberi in cerca di un altro nido e di un'altra vita. — Ma, soggiunse, sopra tutto per promettere a me stesso ed agli altri che presto farò di meglio... Il meglio è venuto. Son certi articoli di giornale che il povero ed ercico compagno nostro trascrisse più tardi, e mandò al Popolo o fialia da un primo viaggio verso il nord. Un altro articolo è veramente bello e trema ancora tutto per l'emozione che l'ha dettato, e palpita di luce, e fu pubblicato dopo un volo su Milano. Bisognerebbe onorare Lago così: ripubblicando questi suoi scritti: tre novelle del libercolo, sei ar- ticoli, Ultimo, anche nella raccolta, l'ultimo mandato dai ghiacci polari, alla vigilia di partire, alla vigilia di sparire... La gente imparerebbe a conoscerlo meglio. Oggi troppa gente lo ammirà e lo ricorda e lo compiange soltanto per il suo sacrificio. E questo ri- cordo e questo compianto fanno rivivere un nome. Ma dovrebbe rivivere qualche cosa di più: per tanti italiani che non lo conobbero, come rivive per noi che lo accogliemmo giovane, ilare, onesto, coraggioso e fraterno compagno di lavoro, e che lo vedemmo partire con il presagio della fine dominato da quel suo fiero e caratteristico sorriso spento ma caldo e gentile, Era uno scrittore pieno di difetti generosi, guidato da scatti rapidi, insidiato da improvrise stanchezze. Camminava svelto allargando i polmoni e la gola istintivamente al canto: ma, poi, pensava di apparire in tal modo troppo tronfio, troppo facile, troppo po- polaresco. Allora serrava le labbra, ratteneva il passo, contraeva lo stile per rintracciar l'immagine preziosa, Giornalisticamente questo gli nuoceva: ma se nè era già accorto. Aveva compreso che un'indole come la sua poteva soltanto acquistar valore nell'abbandono della passione. E la sua vera passione era il giornale: la letteratura era il vizio. Già ripudinva questo suo libercoletto di novelle giovanili che io rileggo Oggi dani gli occhi umidi di pianto: avrebbe abbandonato definitivamente il sogno per la realtà. Ma, attraverso 1 suoi viaggi, pensava ad una realtà colorata di sogno, gonfia di luce e di canzoni... Il suo stile giornalistico sarebbe diventato questo: e indubbiamente il Papaleo #Ifalia avrebbe trovato in loi un tipico redattore vagabondo, prezio» sissino per certe avventurose scorribande fin sui limiti del pericolo è della fiaba, attraverso i misteri del- l'Omente abbagliante o le brume dell'Alaska. Pensate un Appelius ingenuo. Era venuto in mezzo a noi giovanissimo, inquieto e febbrile. Sentiva tutti gli incantesimi della vita varia del giornale: e da ogni parte era attratto con lo stesso fervore. Ma l'anima a poco a poco si sbrandellava: Il teatro e la cronaca, lo sport è la politica gioca» vano con la sua acerba perplessità una spasimante controversia di inviti fuggitivi, di ripulse brutali, di indugi affannosi, di amletici dubbi. Tentò tutto, Dal 193 al ‘37 la raccolta del giornale, per chi sappia cercare, è tutta percorsa rabbiosamente da questi svolarzzi della sun inquietudine, della sua ricerca. Fu in tal modo che il giornalismo impadronendosi di tutte le sue sensazioni imbrigliò tutta la sua vita. Volle essere giornalista cianciando, fumando, discutendo, ridendo, camminando, inciampando: cioè spregiudicato e improvviso, disinvolto e seb/miea, sempre sulla pe- dana d'assalto oppure congestionato nella cuffia del- l'apparecchio telefonico: la vita divenne di carta, e di ogni giornata si poteva fare una pallottola da buttare ridendo incontro alla sorte: l'amore divenne cronaca, la famiglia tumulto, la notte fascinatrice dea propizia all’incantesimo dei foochi artificiali, Ma certe volte, di notte appunto, e dopo il la- voro, nelle ore più stanche, lasciando dietro le spalle il metro delle rotative è drizzando il passo verso la città deserta, egli amava confidarsi. Pareva che si sarebbe placata la sua inquietitu- dine se avesse trovato modo di conciliare la istintiva sregolatezza della sua indole fantasiosa con la disci- plina del giornale. Diceva: — Se mi facessero viag- mare... Travedeva l'avventura. Voleva mandare al suo giornale preziosissimi doni non mai visti prima d'ora: voleva anche far comprendere che la sua passione poteva rasentare ogni rischio. Si sposò. Il suo stile pieno di svolazzi e di svolte brusche e improvvise, rassomigliava ancora alla sua vita. Ma filando sui trenta la suà vita cominciava ad orientarsi meglio: il disordine diventava un inciampo, la spavalderia una irriverenza. Secondò la passione : il resto era vizio. Accomunò due passioni ad una ed ebbe la sensazione di ingigantire veramente sul pie- destallo solido della sua xera fermezza. Sapeva di partire per il rischio del Polo quando si sposò: ma offri questo rischio come il più bel dono di nozze. E tanto amore e tanto candore erano nell'offerta che due mani di wergine l'accolsero orgogliose, senza tremare. Parti con il suo giubbettino di cuoio, con il suo caschetto giallo, con i riccioli corvini sugli occhi ba- lenanti, con il sorriso spento e tiepido della sua gio- vinezza buona e coraggiosa. Parti con la sua penna stilografica dentro il giubbetto, con il suo piccolo portafoglio sdruscito che era stato per tanti anni gonfio soltanto di tessere, è nel quale ora erano ri. posti il ritrattino della sposa e là vergine pia mana data dalla mamma... Salutò gli amici, come quando si allontanava dal giornale: con un largo cenno della mano, ripiegando leggermente il capo sulla spalla.
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Ligo Lago. Questa fortezza a fior dell'alba era giornalistica invero. E pareva che il suo spirito gioisse andando a salutare la notte lassù: la notte che fu per tanti anni l'ispiratrice dei suoi sogni più inquieti... Palpò nervosamente il giubbetto sul cuore, quando intese gli ordini che dovevano rallentar gli ormeggi è l'aerconave cominciò a dondolare... Temeva di avere dimenticato, forse, distratto com'era, tutto preso dal- l'ansia degli ultimi preparativi, la sua piccola penna stilografica nera, la sua arma per la vittoria. L'altro giorno il Podestà di Milano ha restituito questa penna alla sposa. Disse qualche parola. La sposa s'era accasciata su di un divano e nascondeva il volte dentro un mazzo di fiori. Quei fiori erano bianchi come le nevi eterne, e tremavano, tremavano... Noi si piangeva. GINO ROCCA
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28 I LIBRI PIU BELLI Voliango Gorihe scriveva, nell'anno di grazia millecito- centorentuno, dell'Ungheria; “ E un paese benedetto da Dia; pirocato che non sappia progredire ". E il conte Stefano Bethlen, ricordanda a scopo polemico questa formula goethiana, si domanda: ‘* Ma dov'è oggi quel pacso al quale le parole del posta tedesco ai riferivano 7" Le due frasi sono richiamate ben a proposito da Gino Ciacchetti al ceniro del iso interiisante volume Aol css di Magiari (Ulrico Hoepli editore, Milano), tutto inteso a porre in giusta luce ed a rivalutare le fresche energie, i progressi continai del giovane popolo ungherese, che gli danno diritto dli proclamare ben alte le sue sacrosanie aspirazioni alla ri- nascita nazionale, poggiate sulla tradizione, sulla millenaria Gererza della sua indipendenza, e cos barbaramente misco- nogciute dlal Trattato del Trianon. Mon solianto dal panto di visia politico, ma anche da quella economia sil iatellcituale, afferma il Cuicehetti, la for- mula gorthiana non risponde più al vero. Già nel corso del se- cala passato l'Ungheria aveva creato delle meravigliose faverve di cultura e di civiltà. Ogni qualvolta il cielo si rischiarava sull'orirronie magiaro, il genio magiaro sorgeva e ai rivelava. "AI: grando generazione quaraniotiesca, a quella dei Sstchenyi, dei PeiSfi, dei d'Arany, successe così quella di Lisai, di Erkel, di Jakai, di Kemeny, di Edivis.. Oggi stona che parliamo, scrittori, musicisti, uomini d'arte e di scienza, oncrano nel mondo la vecchia terra magiara di Mattia Cor vino, di Luigi Kossuth, di Stefano Turr, nomi particolar mente cari all'Italia ". E° bello leggero queste parole nel libro di un ardente scrittore e giornalista italiano, come [Gino Cuacchetti, che può avralorarle sulla bare di studi intrapresi dopo una salda pre parazione, di ripetuti viaggi in terra magiara, di testimonianee concordi, è sopra tutto in seguito ad una lunga familiarità col mondo politico della moderna Ungheria. Più che di rimascita ai deve parlare, come al sa, dli ricane quista: riconquista di almeno due terzi dell’antico territorio che all'Ungheria é alato tolto: e l'autore ciamina e illuatra le ragioni storiche è politiche che stabiliscono il diritto dei magiari a tale rivendicazione, è tendeno alla riccatiluzione del Kegno, “pei senza Ko, 1 profili dei più notevoli womini di Governo, da Bethlen a Kuno Klcbeliberg. da Lodovico Valko a Giuseppe Vasi, altre ad una rapida analisi del movimento letterario ungherese, retilono anche più wario e movimentato il bel volume del Curchetti, ricco di illusirazioni e ritratti, e presentato in una simpatica vente editoriale, Vorrei, ora, parlare in modo degno d'un libro di G. B. Angioletti, Maratio db sorio piesr (Casa Eqhtrice Coschina » Milano), che, tra un volume di politica ed uno di novellistica pura, non riesce ad entrare in alcuna categoria, e si offre come scontrosamente alla critica, opera solitaria d'uno serit= lore solitaria, G., DB. Angioleiti si è affermato come un frammentisia. Queste sue auove pagine di nostalgia. accoraia, che seguono ST giorno dif giudizio, sono anche più " frammento” di quelle che fecero vincere al giovine prosatore il Premio Baguita. Il loro contento non si masiume, Birognerebbe addentrarei in un esame accurato di ogni capitolo, e la naiura della rubrica lo srieta, Parlarne cos, «di passaggio, © un po parlarne a rànvera: perchè l'autore non procede che per staii d'animo, e nodi Son possiamo ricavarne che delle sensazioni. L'Angioletti afferma subito, per suo conto, che la sua opera non è lieta. " Il libro, chit voleva siatere un madesto, umile ritratto «li questa crcazione stupenda che è il miò Paese. è preno invece di rimpianti, e un motivo vi ricorre, che solloca ogni tentativo di descrizione 0 di erocazione “, E pù oltra: “Qui anche troppo ricordo la mia città che, trasformandosi. alugge ai mabei Ficardi "' È La sua città è Milano, Da Milano lo scrittore s'è tra sportato a Roma, dare, come ogni ambrosiano di autentica razza, egli si sente spaesato, Hom già che Homa non #° imponga. alla sua sonsibilità di porta ed alla sua ammirazione. Egli vi arriva col cuore “ già pronto, avido e intimidito come barbaro”. Come ogni ettalurà mortale, sogna di conquistare l'antica città, “ per consalarsi dei vedi ansosi e degli implacabili inverni del selteanizione Ma non gli © possibile serbaro di Roma un'immagino rare faita, esprimibile in vaghe effusioni liriche, in semplici ac- cordi musicali. " Roma s'adagia sulla terra, l'adora, la canta, le si adegua in miriadi di forme comcrete “. E la pagina che parla di queto “detestabile concreto" dell'Urbe, £ genial- mente ribelle e viva. Ma è meglio udirlo rievocare una primavera piacentina è una gita sul Po; meglio ancora seguirlo in certi suoi quadri eli paesaggio milanese, densi e nitigli: più che evovarioni, in- vogazioni, tanto l'attaccamento alla sua città, anche al Ma: viglio che sia per scomparire, è in lui profonda, mesio e tenace, Qui lo serittore raggiunge davvero l'efficacia ciproviva più alta: mata da lui, dalla sua romantica malinconia profonda. Sulla copertina del nuovo libro di Alfio Berretta, Aubacdri {Edizioni Maia, Milano), è disegnato va tipa aparaldo di vagheggino. col berretto di traverso, un garofano rosso sul: l'orecchio, la giubbetta attillata: P fio Llon iariano Liaia, il protagonista della novella che da il titolo al volume. Bel tipo, questo di Mariano Lisio: un tenore di provincia che in gioventà, quando aì metteva a paettare sguardi a diritta ed a manca. levava i sentimenti ad ogni figlia di mamma. Bel tipo, anche se potrebbe sembrare, a prima vista, comica» mente tradizionale: ma la vivacità del descrittare gli dà un caraliere singolarmente originale e alraente, Il suo tramoato è triste. Sposa una canlante sfiatata che gli regala una caterva di bigli: dio ira maschi e femmine. ll suo corpo priante, alfloseito, adiposo, © ridotto uno sfacelo, — | dispiaceri, i dispiaceri! — È per viracchiare deve av- vilirzi fino a far da comparsa in quello stesso teatro che vide i suoi iron giovanili. E, al circolo, è lo rimbello di tutti, Unica consolazione, unica dimenticanza, il vino. Provincia, piccola provincia, ma viva, con un sapore regionale &iprigno © sugoan. E i personaggi, al di fuori d'agni fantasia, son tratti dall'osservazione diretta della vita; e sono sempre ben tratteggiati, con sicurezza è con sclrictà. [Grande città, vasto ambieate di industriali e banchieri, grate ché parto alla conquista della vita e dalla vita © con sumata e divorata: ecco il quadro del romanzo di Ester Lombardo, Sa douna sensa cuore {Edizioni Corbaccio, Milano). La protagonista, sinna Santi, è una creatura uliramoderna: tanto che a un certo momento della sua esistenca assume un compito prettamente maschile: la carica di consigliere delegato in una banca ida lei salata. Ha sdltanio ventiquattro ani ed è "l'unica banchiera d'Italia", La banca rieneva al suo amante: un uomo ammagliaio. Costui si è ucciso per dissesti; © l'inizio del romanzo caglie appunto l'ora sgomentosa in cui Anna è rimasta sola, all'in demani della tragedia che ha travolto l'essere amato, E' uno sgomento che l'abbatte, ma noa la vince. La donna Forte accetta il destino, si arma nel dolore come di una forza novella: la sua natura sana e la sua giovinezza continuano * inconsciamente il cammino werao la gioia " (Coal allronia a testa alta una posizione estremamente difficile, ed in breve riesce a farsi valere © ad attrarre intorno a sé la curiosità di tutti e, insieme alla curiosità, l'emulazione, Ma fra emuli è concorrenti vi sono anche, naiuralmente. drei corteggiatori; il primo e il preferito è un giovine letterato, il seco è un nliro banchiere. ll letterato, Bompiani, dopo un breve idillio sd Ansuini, la colfende rifiutando cinicamente di credersi responsabile di una possibile maternità. ll bam chiede, Lupi, sdlopo aker conquistato là bella preda, ai dimastra uno sfruttatore e annienta con pochi gesti la disperata ill» sione di un noaovo amore. Tuttavia ogni speranza non è caduta per la " donna senza casse: lorse un altro affetto, più ito © più sincero dei precedenti, potrà salvarla e darle finalmente un pa' di pace. Perché poi, sinna asia ‘ senza cuore, non vogliamo aver larlo. Preferiamo rimandaro 1 lettori all'analini e [alla peno- trazione di quel carattere complicato; creatura ribelle e ritrosa, ma sensibile, oppure frigida 7 caso psicologico, se anche non sullicientemente chiarito, © intercimante: è l'avitico rivela bioaame qualità di mamatrice rapida, nervosa, espressiva, lati ala
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la predizione Dlatato di soprassalta dall'inaolita scampanellata mattutina, Berto Vanzi si senti subito preso dal più cupo malumore. Era un venerdì, tredici del mese. Che ai sarebbe potuto aspettare di buono? Temeva la visita minacciosa di uno strozzino insad= disfatto, una scenata violenta, parole aspre da pronumziare e da indire. bacsconi amari da buttar gui Ti. Gama conzluzione, le lamentele dell' affittacamere. che, per l'ennesima volta, avrebbe protestato in nome dell'onorabilità immacolata della propria casa. Ma non sitrattava di un creditore arcigno. L'affittacamere, ciabattando, venne a picchiare all'uscio e consegna a Berto la lettera di un notaio scomosciuto: un invito a recarsi nel suo stilo per comunicazioni personali, E. qualche ora dopo, quel notaio dava al visitatore, incu: riczito e un po perplesso per la chiamata, una notizia sirabir lianto, Dovette ripeterla più volte, precisarla perchè Herto ai decidesse a risvegliarsi dal suo sbalordimento. EÉreditava ! Cinquecentomila line in solidi titoli dello Stato gli piovevano dal cielo, così. all'impensata. Un lontano parente. Fiat tisa im, misantropo è maniico, aveva avuto la biesrarria di ri- cordarsi di lui, in pento di morte, quantunque non lo vedesse da anni e non sapesse più nulla delle sue vicende. Il notaio continuara a parlargli, gravemente, ilelle pratiche da compiere. delle difficoltà incontrate per la ricerca di un erede sul quale il testatore avera Fornito poche notizie precise, citava articoli e testi di legge. faceva intravedere una parcella cospicua come compenso alla sua illuminata opera; si congra- tulava can il nuovo cliente, ©. soprattutto, sorrideva acdili- sfatto di sé. Ma Berio, di tutte quelle frasi tornite, afferrava aclianito sani improcial, fà ranziò inmpro più confusi, cmpre più insistente, che lo stordiva. La testa gli girava, La realtà non riusciva a basarsi nel suo cervello. Possibile? Cinquecento mila biro! E l'annunzio di quell'eredità gli giungeva proprto in un giorno nefasto ! Quarant'anni di wila mtichina tn sfemeata, mille AMAPEETE, piccole e grandi disgrazie, lo avevano fatto. superstiziono, Era una consolazione come un'alirà peter giuatibcare i pro pri insuccessi. addebitandoli alle influenze maligne di uo mini e cose Uaei dalla studio del notaio Iratognalo, barcollantoe come se uscisse da un'osteria con parecchi liîri di vino in corpo, Cinquecentomila lire! Finiva, dunque, la sua odissca da una camera ammobiliata all'altra, finivano le tribalazioni per equi: librare il magro bilancio ogni mese. Ma era vero! Poteva esser vero? Non &Averva ibgihila, Quel notaio calaleràa n quelle parole magiche gli eramo state deite da una bocca umana. Cinquecen» tomila line! Che arie fatto? Cambia sità subita: questo ai, Dimettersi da quell'odioso posto di aiuto contabile... Anzi, biso gnava andare ia islflicio.. Ma no! Prima rimettersi in se sto, perché sm actcorgeva di mon ragionare troppo. Vediamo un po. Dove andava, per esempio, in quel momento? In che via era? Ah! Una bicicletta gli saettò vicinissima, quasi sfioransoto. I elcliata impreza, coaltretto ad una aterrata brusca. Che flra- sivono, che confatione in quel maledetto crociochio! E la tosta che continuava a girare! Lino strombettio allarmato gli fece dare un balzo, Poi un altro e un altro ancora, È la tesa girava. All'improvviso un rombo, tre 0 quatiro richiami rawchi ali climi zan, iarli di sparonti, um atridia rolungato di freni serrati disperatamente e un urio, un irresistibile urto, che lo icaraventò in morzo alla strada. Noa senti più nulla. Il colpo era siato assai rude e come per un miracolo non lo Pai wiciso, La guarigione Fu lentissima e là convale- scenza triste, turbata da vaghe inquietudini, da uno scontento indelinibile, I suoi pareri nervi, Gaccati dalle impressioni troppo acute, avevamo una sensibilità così morbosa da eciupargli per fino la gioia che il ritorno alla vita e la fortuna inattesa avrebbero dovuto suscitare in lui. Un'ombra densa di minacce sorgeva da un ricordo rivis suto chi sa come, repentinamente, nel sua apirito Ù nia notte di delirio; l’ultima. È pareva che quel ricordo insidiaro avesse spiato il suo primo risveglio alla realtà, il primo suo passo verso la vita, che, dapo la crisi decisiva tornava a Mluingli nelle vene, per assalirlo e turbarlo. Era un episodio lontana, dimenticata Celesait n) tanti è tanti altri scmea imporianza. Sa le prime egli aveva tentato di scacciarlo e di riderno: ma lò atea lato riapparire, sempre più ingistente, vestito di misteriosi significati, Molti anni prima, in una serata di baldoria, s'era trovato con alcun amici allegri in casa di una famioaa chiromante che doveva la fortuna a due o tre predizioni su persone ce- lebri, avveralcal Approsaimalivamente È, più Abioati,; all'abilità con la quale sapeva formulare certi respon, che non scon tentavano mai le sue clienti della buona società. La sibilla gli aveva prodettà, con molte parolo ènfatiche e nebulose, una splendida e rapida ricchezza, troncata dalla marte, Un bagliore di me loora. Quel FoRpumii érà. acmbraro quasi un ironia agli amici di Berto, che conoscevano la sua vita di spiantato irrimediabilmente meschina.
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" Attento ai terni al lotto!" = aveva esclamato uno, ri dendo. E un altro: — “ Qochio agli sii d'America Berio siestò avora cascrvalto : " So, per morire, devo ate tendere la ricchezza, è probabile che batta tutti i recorete della longevità... + Gli anni si erano, pai, succeduti ugualmente manotoni è di quell'episodio non si era parlato più, neanche per celiare. Ed lc] che, (fa, cisl riscrgeva propria nel maoenento in dial il suo significato poteva divenire una minaccia. Quel soffio mortale che arera investito Berio, senza abbatterlo, al primo sorriso della fortuna non serà forse un segnò premonitore 7 Cinquecentomila lire son rappresentavano, certo, la ricchezza; Ma trasformarani La ATA condizione, ermunò fu prima par. E quel primo passo verso la prosperità era stato fatto insieme con il verso la monte. Seloccheszo ? Ubbio? Egli avera cercato più di una volta di riderne; ma non gli era mai riuscito di evitare un sottile brivido, "Sono ancora debale, ancora malato — diceva a ae stesso per darsi coraggio, — Mi curerà e, con la saluto, sva- nliranno i pensieri assurdi... Bei momenti ala dliimiama ragionava Cod: " Sen reco, dope tuite? Non ancora. In attesa dei milioni e della morte possa godermi il denaro che mé piovuto come una manna. Anche a soler credere alle fandonie di quella fattucchiera, sarcle stupido far diversamente... Viviamo, intanto, senza troppa speculazione filcralca : spendiamo senta troppo cantare, E, dopo, sarà quel che sarà, Si sentiva sollevato da questi saggi pensieri; ma per poco, Un'ombra olffuscara sempre il suo orizzonte, anche quando sembrava più libero, ba asini pr à vivere la nueoxa vita iniensamente. quani per stordirsi e si avvide che riusciva bono nella parte di gran signore. Tutto gli era facile, del resto. Pareva che la sorte ai farne mena d'impegno a favorirlo. Spandeva denaro A pieno mani e lo vedeva sempre tormare, aumentato, nella sua cassa: farte. Tutti i rischi si trasformarano in colpi fortunati ed egli si appassionara al gioca pericoloa, I successi lo ubbriacavano e. nel tempo stesso, lo indispettivano per quella loro costanza per quella ircmenida infallibilatà. che PL del prodigioso © che. senza tregua, gli ricordava la fatale predizione e gli ri- metteva aslidosso il sottile brivido di cattivo augurio. In poco tempo il suo capitale fu quasi raddappiato, Ma, a giudicare dagli splendori della sua vita, si sarebbe detto che egli foase arcimilionario. Loletta. la sua piccala amante cx dattilografa dai dentini ngueri, divoralrice insaziabile, aveva un'esistenza fastosa è, Quasi, non riusciva più ad inventare i capricci da veder sod: disfatti appena accennati. Il tappeto verde, che manda sul lastrico tanta gente. rivorsara oro, sempre oro su Berto, gior catore di un'audacia, che faceva (romero i più freddi frequen: fatori delle grandi bische. Tutti gli inventori di coso inutili è strampalato, in certa di capitali per imprese pazze. accorrevano da lui. Egli dava, senza ascoltarli, © le iprculaziani fiorivano. Era, intorno a lui, una ridda infernale di interessi, che avrebbe dato le vertigini al più abile finanziere: re tutto quel frastuono lo lasciava quasi indifferente, Non valeva sapere, non voleva contare il denaro cho si andava sempre più accumulando. Cercava di disperderlo in mille rivoli; ma questi, ad un certo punto, convergevano ancora tutti nel grande torrente che si precipiiava verso di lui,
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In due anni neppure un insucccma, eeppure La più piccola perdita al gioco, Allora il sottile brivido d'inquietudine co- mincio a farsi più intenso, più lrequente. Mon ai avverana quella maledetta predizione? I segni assumeranò ogni giorno forme più precise nella loro sinistra eloquenza. A traverso gli agi della sua vita da ricco, egli eredewa di sentirsi malto più infelice di quando era costretto a lottare con allittacamene pettegola e atrozzini ciosi; molto più mae landato, certa, Ormai si preoccupava soltanto di sorvegliare se stesso, diventava nervoso per il più lieve malcasere, ni circondava di precauzioni esagerate, di riguardi meticolosi. s' imponeva sa: cribici è privazioni d'ogni genere. Le correnti d'aria, gli sbalzi di temperatura lo spavontavano, Unò starnuto improvetto, la lingua impastata, la bocca amara al risveglio, il pallore un par più accentuato del volto, lo sguardo più è meno stanco la mettevano in una stato di dolorosa perplessità. Interrogava con ansia il polso, il cuore; iempresiarva di domande i suoi numerati medici: ai alfannava a seguiro i loro consigli quasi sempre in conîrasio, Cigni mattina, destandosi, ai domandava: " Sarà Vuliimo giorno?" E riprendeva l'esame de' pretesi malanni. Poi pas sava alle cause di morte violenta. Evitara l'automobile e la ferroria per quanto gli cra possibile e per quanto glie lo con sentivano i capricci di Loletta, che non doveva sospettare di nulla. E, quando bkfà coalrello A viaggiano or lei, ad accame pagnarla alle corse 0 in una gita. sudava freddo alla mimima accasa, al più insignificante sobbalzo è, cessati il pericola e il martirio, gli pareva di rinascere. Odiava quel suo danaro che gli avera tolto per sempre la pace, odiava quella perziatente fortuna troppo cieca, troppo insensata e, ogni giorno di più, il suo tormento si mutava in qiscssione silenziosa e cupa: Non avrebbe qaialta parlarne sil alcunò per umore del ridicolo, Nan era da pazzi, infatti, lac mentarsi della fortuna ? Ces nessuno, neppure Lolettà, cansiseva la sua profenda infelicità e 1 mameorosi parassiti © corteggiatori, a vederlo tanto audace e incurante di gravissimi rischi nelle apecula- zioni più bizzarro, gli andavano formando ad ogni succetso miracoloso una solida fama di abilità finanziaria. Credevano eli Irargere il calcolo scaltra e langimiranto alano tra acliania un disperato tentativa di rompere quel cerchio magico nel quale si sentiva preso e applnudivano mentregli ai rodeva nella sua impotenza. Era giunto a desiderare ardentemente una sconfitta, un tracolla, qualche cosà che gli permottcane di dubitare del Var ticinio, diventato il suo incubo costante. In certe notti agitate rivedeva, in usa specie di dormiveglia dolorcao, la faccia vizza o imbellettatà della chiromante, Come mai quel volto, svanito nella sua memoria da anni, riassumera linee così pre AT Sopraltulto gli occhi! Erano Uh lassi mei audi, brillanti di una luce fredda, perversi e ironici, a ricordargli la predi- zione, Tutta la sua vita, armmal, aveva assunio un carattere di prov: viaoriotà iragica. Noa poteva pronunziare la parola "domani senza associarla all'idea della morte. Ogni suò gusto, ògni suo alto, ogni suo pensiero ve le ricondacerano im> mancabilmente e pro vecavano in lu uma ribellione sempre più cisiperata. All'improvviso la vicende mutarono, Un faccendiere sdipetto lo hverwa Lrascinato inuna speculazione che, in tre mesi, assorbì tre quarti della aua a0° stanza e lo mine in bi] pericala di lbancarotta. Poi cominciarono qua e IR piccoli dissesti, infedeltà di associati, fallimenti di debitori. Per la prima volta, egli si trovò costretto a far conti per soddisfare un capriccio di Loletta è sperimentò gli elfetti dei susi bronci. La miracolosa costanza della fortuna pareva si stancasie: la minaccia che la aveva castisionsio accennava a diradarsi. Ma quell'’ombra, dissipandosi, scapriva traboo: chetti da ogni lato. Fu come un risveglio. Berto valle correre ai ripari; ma la ruota girava, ormai, in senso inverso, La discesa diventava ogni giorno alli più cadiata a precipizio. Tialla ricchesza èrà tornate alla mediocrità: ma non voleva è non poteva accettarla, spe: cialmtnte per Laletia che, bizzarra e cieca come la fortuna, lo avrebbo abbandanato insieme con questa. E, a Berto, la pie: cola ex dattilografa dai dentini aguzzi era diventata necessaria. Si accorgera della sua passione per lei ora che ai deliacava il pericolo di perderla. Ken volle cambiar vita e ai illuse di riconquistare il per- duto, continuando il gioco disperato di prima, Ma, questa valta, con l'ansia e il desiderio di vittoria che prima non conosceva. E la Fortuna beffarda continuò a vellargli le spalle, Ora, nelle motii insonni, gli appariva di muovo il valto di piato della [attucchiera; ma atteggiato ad un sorriso di pietà e di scherno. Eccola, la predizione! La paura invensata della morte lo conduceva al naufragio. E ai giunse incsorabilmenite. latorno a lui a'arà fatia il vuoto, Loletta, insensibile alle proteste d'amore non accom: pagnate da gionelli, alle promesse che atentavano nd essere mantenute, spaventata da mille segni di rovina imminente, lo piantò un giorno senza lasciargli meppure un bigliettino, per beguire | Parigi ut vecchio banchiere milionario Gli vltimi affari in Borsa erano stati disastrosi; i debiti lo aoffocavano. Mon vera più aperanza ili salwerza. Bisognava scendere ancora un gradino e poi altri ed altri, fino in fondo, annullarsi nella schiera grigia e dolorante dei paria. Fia là miacria Vergogontia, là miseria dei vagabondi. La- mobbe i ricoveri notturni, i giormi di fame, le lunghe attoto, la fntiche smervanti per pochi soldi di guadagno, le tentazioni delittuose, Ripensava al suo passato come ad un sogno incoerente, più con alupore che can collera conira sè atesso, Certo, era atato un vento di follia. Un male misterioso lo avera colpito, tra: wolto nelle mille apire di un turliine al quale non aveva saputo resistero, Avera cnluto, aveva sbagliato Ora bisoe gEnava pagare. Una notte, dopo tre giorni senza pane, si trovò presso il ponte di un fiume. Scese fino alla banchina per cercarvi un ua al riparo dagli aguardi dei vigili. Dormire. si Quel dai ele a fece sorgere tn aliro repentino. Fi nirla, cercare la pace. E quell'ilea di morte, che prima gli «ra sfmbrata tanto spaventosa da trasci- narlo ad atti di follia, gli appariva, otà, come una liberazione. Si distese su lorla della tanchina © ri: mase per un po con i secchi spalancati, ssi al cielo stellato, ihvesa ilemuto tanto la morto c la morte si bellava di lui. A- va, voluto csitarla © bisognava che le an dlasse incontro. Un brivido langolo scocue: i morsi della fa- megli straziavano seme pre più i visceri; tut- to intoro a luk tarbi> narra vertiginosamente. (Zon uno scatto bru- anti egli al vali vu mr fianco, chiudendo gli apchi. E la corscate lo trarolse, G. DI BELSITO
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EF; (VT S i IE I TO I RESI si Eye L'abbasrstamento di licello del Lago visto cal giardino del Castello Rispoli di Nemi, LA NAVE A meno di undici mesi dall'inizio delle operazioni di svaso, in anticipo sul tempo prefisso, la prima Nave di Nemi è completamente emersa dalle acque. L'affascinante lago romito e silenzioso si è man mano abbassato nella misteriosa conca verde che lo circonda, allontanandosi dalla superba cornice degli alberi secolari e ha ormai svelato il suo segreto due volte millenario: la leggenda si € fatta realtà, Venticinque milioni di metri cubi d'acqua, compu- tando anche il xolume dovuto alle sorgenti e alle pioggie, sono stati sal. levati dalle elettro. pompe e avviati al mare attraverso il rin: novato Emissario co- struito, forse nei fa- volosi tempi preisto- rici, per regolare il livello e conservare intatto il mitico ‘spec chio di Chiana". Di dodici metri è sceso il livello delle del lago La riva DI AGEMI acque: la nave — esattamente corrispondente di ri» lievi eseguiti dall'ing. Malfatti nel 1896 = è in secco, inclinata sulla nuova riva, sostenuta dal fango tenace che l'ha custodita per secoli, mutilata dalle ripetute barbare devastazioni, ma ancora mirabilmente cons servata nelle poderose strutture essenziali che hanno resistito alle ingorde rapine degli womini. Il grande e ideale sforzo del Fascismo, come l'im. presa è stata definita all'estero, ha raggiunto lo scopo: l'opera — eseguita gratuitamente in omaggio al Governo Nazionale dalle Società Costru- zioni Meccaniche Riva di Milano, Elet: tricità e Gas di Roma, Laziale di Elettricità di Roma — è com- piuta, ed è caratte- ristico, significativo esempio di fattiva col- laborazione del Paese alle lungimiranti diret- tive del Regime. all'inizio dello vaso.
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cai-mra: SPIE Ve TT E Ef€f@ Un tratto di caratteristica " pure relicalalanm 7 meno allo «aperto ca rane ded mento limgo da Apa del Lana di Nomi,
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La testimonianza di Roma imperiale in questo sug- gestivo recesso, sacro a culti antichissimi, è superba: lo scafo, della lunghesza di quasi ro m. e largo sa, è monumento unico al mondo per la conoscenza della sapiente tecnica navale romana, La struttura colossale, dalla chiglia alle murate, dai paramezzali ai bagli, dal ponte ai boccaporti; la finitura impeccabile, le perfette squadrature e gli È È comi be liti ian A RTS peg a incastri del legname, in molte parti conservato intatto come fosse di recentissima lavorazione, rivelano una perfezione costruttiva non più superata. 1 dettagli del massiccio fasciame, le tavole connesse l'un l'altra con biette incassate di legno duro fissate da caviglie, le possenti chiodature in rame, il rivestimento pro- tettivo in tessuto di lana catramata ricoperto a sua volta da lamiere di piombo fissate con caratteristiche borchie di rame, tutto dimostra l'arte®sapiente, la cura meticolosa impiegata per jraggiungere la mas- sima resistenza, la perfetta co- struzione del galleggiante. Il prof. Antonielli, Direttore del Museo Pigorini, che con pas- sione di scienziato e giovanile en- tusiasmo dirige 1 lavori archeo- logici eseguiti dallo Stato — già iniziati dal chiarissimo prof. Cul. trera, R. Soprintendente alle An- tichità della Provincia di Roma — mostra orgoglioso il materiale sinora ricuperato. Sul ponte: ammassi di conglo- merato cementizio su cui posano pavimenti e soprastrutture; enormi quantità di mattoni bipedali e di altri laterizi; tubazioni in cotto: rivestimenti di marmo; una piat- taforma girevole su rulli a sfera, probabile sostegno di una statua: un elegante parapetto costituito da pilastrini e sbarre di bronzo dorato; fregi in terracotta; splen- denti mosaici con tessere di pasta vitrea di vivaci tinte; altri, ca- ratteristici, a striscia coi tre co- lori della nostra bandiera: verde, bianco, rosso, allora sacri a Diana; tarsie lignee; sportelli come di vere e proprie cabine nei quali sono inflisse perfette cerniere di bronzo, borchie e maniglie di gusto squisito; nottolini, chiodi d'orna- mento, monete, rottami: mille cle- menti preziosi per lo studio di ri- costruzione della nave favolosa. Nella stiva altro materiale di interesse unico: gli avanzi di un complesso impianto idraulico con Dall'alto: £La piaffaforeta vulla quale era installato il secondo im- pianto idrocoro. - Montaggio del lerzo impianto idrocoro su galleg- girante. = il terzo impianto in funzione,
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un meraviglioso grande rubinetto di bronzo (lavorato con tal per- fezione da sembrare tornito ed alesato in una moderna officina): elementi di una noria, di una pompa a stantuffo in legno, remi, avanzi di reti da pesca, lucenti ami di rame, lucernette fittili, vasi di terracotta fra cui uno di sottilissimo spessore, elegan- tissimo, intatto. Scavati dal fango lungo La nave, tegoloni di rame recanti incora traccie di doratura, ele- menti di copertura del tetto: cinque bronzi superbi di cui tre analoghi a quelli ricuperati nel 1895 e due di soggetto originale: la testa di lupo e la testa di pantera scoperte rispettivamente il 4e l'i luglio. Fra 1 primi tre bronzi: note- vole la grande calotta cilindrica decorata da una espressiva testa di leone, calotta ricuperata an- cora inhssa sulla sommità di un lungo palo, probabile sostegno del pontile d'imbarco: questo bronzo il 3 laglio, appena liberato dal fango, brillava al sole come un favoloso gioiello ancora qua e là dorato fra chiazze di una lumi- nosa patina azzurra come lapi- slazzuli. Degli altri è difficile dire se più sia da ammirare la ringhiosa testa di lupo, — vero capolavoro di stilizzazione e rappresenta zione, a un tempo, realistica, — ola severa testa di pantera nella quale, con ingegnosi apporti di diverso metallo, alcuni ancora conservati, si è voluto figurare il “pel maculato ". Lé ricerche continuano: ogni giorno tonnellate di fango sono tcavate e passate come a mi- nuto vaglio per il ricupero di ogni frammento, di ogni più pic- colo dettaglio, persino degli ami Caletta in bronzo del grande palo di ormeggio, rituperala nel Lago di Nemi il 5 taglio VIL LI ni Li Sa ATO Coen. nr” Ù = ci e 0 e
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ci Te rea” ASTI ila rh FILA AIA A sinistra: | È L beltaglia Belle 4 decdetazi oni al precedenti, he Ì | In alto, a sin.: Mubinello in brinzo, saldato a Inbaziane di piombo (mon- dadal. La nace cont pietamente carngnni come ani ped «ti poppa. a Pi
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da pesca: gli studi per la conoscenza della nave ogni giorno più si completano, si determina e si an- nota la posizione di ogni reperto, si analizza ogni particolare. Il funzionamento dell'impianto idrovoro ultima- mente installato su galleggiante causa i cedimenti della sponda continua ininterrotto: continua il de- flusso dell'acqua al mare attraverso la galleria è il cunicolo, entrambi sempre in perfetta efficenza dopo la radicale sistemazione eseguita: il livello del lago per per agevolare la esplorazione della ancora decresce consentire più waste indagini, più csbesi scavi, seconda nave, In un secondo tempo si dovranno poi esplorare metodicamente le rive che già richiamano l'attenzione dell'archeologo col materiale più vario: dalle umili lucernette fittili di cui si sono scoperti interessanti esemplari sulle rive presso la Nave e che affiorano numerose specialmente nel terreno percorso dalle acque della Fonte Egeria, ai frammenti di marmi rari sparsi per ogni dove; dalle rovine della imponente banchina sulla spiaggia del " Romito”, al caratteristico "opus reticulatom venuto alla luce a seguito di uno sco- scendimento della riva presso le " Facciate"; dagli avanzi di antiche costruzioni sepolte tra le vigne ed i frutteti, sino alle rovine del Tempio di Diana. Le ricerche in questa conca suggestiva, sacra alla foresta e alle acque, sede di uno dei culti più antichi, fironzo ricupero Mi Pi) Apraranatae IL luogo di delizie di imperatori, non saranno vane; la storia avrà nuove fonti di studio, l'arte di ispirazione, Carlo Montani, apostolo infaticabile che con la fiamma del suò entusiasmo tenne acceso l'interesse per l'impresa, Vittorio Malfatti che coi suoi classici studi aveva posto le basi per la risoluzione del pro- blema del ricupero, vedono coronate le loro fatiche.
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= CE PR > ev ec ra dr E La nave completamente emersa vivtà chi pria. Le L.L. E.E. il Sen, Corrado Ricci, che nel 1907 riprese la giacente * pratica” delle Navi nemorensi, alle quali ha dedicato geniali studi anche quale au- torevole Presidente delle Commissioni per lo studio del ricupero, Pietro Fedele, che quale Ministro della P. I. validamente patrocinò l'impresa, Giovanni Giu- riati, sotto la cui alta vigilanza di Ministro dei L.L. P. P. gli industriali eseguirono la sistemazione del- l' Emissario e lo svaso del lago, vedono oggi l'opera compiuta, scoperto il monumento che costituisce l'* unicum” sognato dagli archeologi. Alla Camera e al Senato, in sede di discussione del Bilancio della Pubblica Istruzione, S. E. Belluzzo = fl quale per primo fu presentata la proposta di esecu» zione gratuita dei lavori - illustrò l'immenso interesse archeologico e l'immenso interesse tecnico dell'im presa compiutasi sotto il suo Ministero, dichiarando agli industriali di Milano e di Roma la riconoscenza del Paese e del Governo, La volontà del Duce, espressa nel g aprile Y alla Società Romana di Storia Patria, è così tradotta in atto. discorso Ing. GUIDO UCELLI
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Lago di Nemi - Bronzo ricuperato l'11 luglio (VEL) fEolagrafia Fay. Crirblo D'oaiit) Albraato alla " Riviita Miasiraia del Popolo di lialla" a. co (Otiabre gag - VIII
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Lui LA MOSTRA DELLA STAMPA ITALIANA A BARCELLONA Il padiglione della stampa italiana alla mostra di Barcellona è una cellula della nostra vita operosa trasportata in questa no- bile Nazione, ospitale ed amica, che oggi sa dare al mondo una grandiosa esposizione, mirabile esempio di civiltà. La parte centrale del padiglione è costituita dalla mostra del giornalismo storico. Si apre con le Lelfene e gli ava di Roma e di altre città che risalgono al AVI secolo; ci permette di vedere il primo giornale, edito a Genova nel 1646: di Sincero, Vediamo il Giornale degli aveini è notizie uscito a Torino nel 1795; l'Ifolico nato a Londra nel 1813; il Conciliatore di Silvio Pellico; la Foce della fibertà venuta alla loce a Modena nel 1831 ed il Risorgimento di Cavour che fu varato all'alba del 1849. C'é anche £L'/adicabve Crenovese, foglio commerciale d'industria, d'avvisi e varietà, il Po vene, settimanale politico nel quale (Giuseppe Mazzini faceva udire la sua parola, la metaforica Frosta fellerania dell'argutissimo Baretti ed il Caf?, il foglio redatto da giovani letterati milanesi che usciva
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40 sotto il nome di Pietro Verri. I do» cumenti della Marcia su Roma for- mano la parte più interessante della Mostra storica contemporanca, Il Pe pole d'Italia ha documenti, manoscritti e cimeli di grandissimo valore: si pos- sono ammirare sette articoli originali che il Duce scrizse prima della Marcin su Roma, l'ordine alle Camicie Nere del a8 ottobre, la lettera di Gabriele d'Annunzio a Mussolini seritta la notte della Marcia su Roma, l'ordine di mo- Wo i du iL bilitazione dopo la conquista del po- RI tere, ecc. Di aa CID , Val) a ) : nati Le parti laterali costituiscono la mostra del gior- nalismo contemporaneo formata da una serie di ve- trine dei più grandi quotidiani italiani: 4 Papofo d'italia, dl Corriere della sera, La Siampa, La Gazzetta cel Popolo, fl Corriere di Genova, HI Secolo ATA AHI Rosta del Carlino, La Tribuna, Il Mattino, La Gazzetta del Mezzogiorno, La Gazzella di Venezia, H Weneto, Il Piccolo, ha Gazzetta dello Sport. Segue la moltitudine dei giornali illustrati, delle riviste, dei fogli settima- nali che trattano ogni sorta di argomenti. L'Agenzia Miefiani espone un copioso materiale di alto interesse storico e dimostrante la via percorsa per raggiungere l'attuale perfetta organizzazione, In queste mostre individuali il Popolo a Malia ri. chiama l'attenzione per le sue raccolte è manoscritti del Duce, tutte pagine che ricordano avvenimenti memorabili della vita politica italiana. La mostra del libro che occupa le gallerie Rupia riori è formata da alcune migliaia di volumi formiti dalle più importanti case editrici italiane. In questa vi si trova una parte finora trascurata: la mostra re- ligiosa, integrata da una suggestiva serie di totograhe e documenti relativi al recente fatto storico della conciliazione con alcuni preziosissimi wolumi della hi- blioteca Ambrosiana. Il padiglione ideato dall'ing. Muzio è decorato dal pittore Mario Sironi ha riscosso l'unanime consenso ed è stato ammiratizsimo, DEVA per! NEREOENZIINA
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4I L'artiriico porlicalo nel cbiosire della Badia. LA TRINITÀ DI CAVA L'ascesa è lenta: la collina digrada nella valle dove Cava — dalle belle donne — dorme avvolta in un lieve welario di nebbia attraverso le cui nuvolette di bambagia emergono le piccole case sforacchiate dalle innumeri finestre chiuse negli stipati dipinti d'un color verde intenso e vivace, A destra, la montagna si eleva, a volte aspra, brulla, a volte come mac- chiata dalla folta vegetazione alpestre. Ogni tanto un ciuffo di ginestre spezza il colore uniforme, con la sua tonalità accesa. Noi si sale; lenti, pigri, assorti, chiusi nel nostro pensiero di elevazione, assillati non dal desiderio ma da un prepotente bisogno di pace. Una piccola chiesa, ora. Passiamo, indifferenti; chè l'occhio si volge all'altro lato, verso una grande terrazza naturale. Guardiamo. Fra due alti cocuzzoli di colline, in fondo, una luminosa visione d'azzurro infinito: la Marina di Vietri. Lontano, quasi a con- fondersi con la linea imponderabile dell'orizzonte — come la felicità, sempre più vicino, sempre più lon- tano... — una macchia bianca sui flutti: una piccola vela latina che brilla sul mare, sola e tranquilla. Pare — fra tanto dilagare d'insospettati tormenti ond'è piena la vita... —: pare, l'ascesa, come un sogno liberatore, che, finalmente, benefico, riconforti lo spi- rito, ormai rassegnato al comune destino. La nostra, più che una onesta gita, assume i caratteri d'un pel. legrinaggio, tanto sentiamo incombere nei nostri animi i pungoli di tutte le ansie e di tutte le amarezze. Intorno è un silenzio, che nessun rumore — nemmeno quello del vento che striscia nelle gole canore dei monti — riesce a spezzare, sia pure per poco. Fo. Ardanica. Sempre più avanti, dunque; è sempre più nel re- gno della solitudine, che rende pieno, completo, as- soluto, il grande senso livellatore della nullità. Uno svolto di strada: la Pietrasanta; a sinistra, di fronte, la Trinità, che leva, in fondo alla breve piazza ru- pestre, la sua serena, limpida facciata, nitida e sobria, alle cui spalle si nasconde un mondo di lavoro e di studio, di ricordi, di storia è di gloria! Il credente, entrando nel tempio, sente l'animo turbato da un senso vago, inafferrabile e pur tenace, di gelo; le volte ampie e bianchissime, le navate de- serte, non paiono fatte, a prima vista, per raccogliere l'anima nella dolce confortatrice pratica della pre- ghiera; ma, in fondo, l'altare, ed alle sue spalle, il coro, riafferrano gli spiriti smarriti, e li trattengono nell'alta, possente, suggestione di Dio: e la Fede, la vecchia Fede cattolica, li attanaglia di nuovo nel fascino d'oro del domani misterioso ed imponderabile, che vale ad attenuare, e, finalmente, a spegnere tutte le passioni terrene per ricongiungere gli uomini nel solo ed unico, radioso apice dell'amore! Oggi, spe- cialmente. Una luce, attenuata dal colore delle vetrate — dall'alto — accende gli ori dell'altare, innanzi al quale le fiammelle generate da un puro olio di oliva illa» minano il sarcofago massiccio, nella cui inviolata cu- stodia le reliquie di S. Pietro abate dormono il loro secolare sonno tranquillo = continuazione di una vita terrena scewra di ogni più lieve passione mondana: reliquie che segnano piuttosto che una fine, la conti. nuazione d'un sogno di bene perseguito — tenace, ininterrotto, verso un mondo infinitamente migliore,
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dif nel quale si è creduto fino all'annien- tamento completo di tutto sè stessi, nel corpo e nell'anima, et afini?.. Così tutte queste eroiche creature di verità, che col loro sacrificio seppero imporsi a sé stesse ed agli altri, con l'opera limpida e diritta dell'esempio, che vigne e vive mei secoli. Noi chiniamo la fronte, e sentiamo, quasi Semi volerlo, forse contro la nostra stessa volontà, sentiamo un prepotente bisogno di raccoglierci, di assurgere, di pensare, di meditare. Gli secchi, preparati ad un desiderio di vivo, di curiosità è di indagine, si abbassano e si chiudono, come per meglio contenere il grande mistero si. lenzioso è pieno: che pare emani è si imponga, da tutte le cose intorno, Proseguiamo come in una angoscia. A destra dell'altare maggiore, una nave si apre nella roccia, ed una teoria di santi campeggia sulla parete aspra nei suoi colori millenari: i loro occhi immobili e pur vivi, guardano i nuo- vissimi viandanti con un senso di su» bita animazione e sembrano come cec- citati da una strana energia impera» tiva. Cade in noi, innanzi ad essi, ogni moto di curiosità, e ci si sente sospinti con violenza verso il tempo lontanissimo nel quale l'artista ispirato traduceva nel fondo cupo delle ca- verne le sue visioni di credente sin- cero, non d'altro assillato se non dal desiderio puro e vivissimo di dare alla SLIM fede L'E capressione GENTE di DEI lenocinio mondano, Nobili. grandi e pur artist, che sapevano trarre le ispirazioni dal loro fervido credo, è che tendevano, e riuscivano, a dare alla loro fatica una linéa possente e A TIRES NE TI Li; 2 Lia tran deci il prilorenco panerani quasi sdegnosa di elevazio- ne purificatrice, Una folla di sx calle intorno alle pa- reti turba l'aspra serenità del luogo, per un momento; ma non è che una brevis- sima pausa, ché l'atmosfera riprende subitamente l'ani- ma nel suo grande fascino, © ci si sente di nuovo tra- sportati nel ciclo formida- bile d'un passato enorme, che si leva poderoso, ma- gmifico, intangibile sui mol- Vecla generale di Cara dei Tirreni.
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i Vietri cul Mare. teplici ceppi della wita è del dolore. Si sente il bi- sogno di uscire, come da un incubo dolcissimo, ma pauroso; però esso è più forte di ogni nostra volontà, e ci trattiene, ci impone, ci ferma, e si finisce per restare, immobili, prostrati, affranti: mentre — dopo anni =— i ricordì più cari e nostalgici dell'infanzia si affollano nella mente è nel cuore, e sul labbro arido La marina di Mietri vista da Cara, 43 per il breve ma fiero martirio dell'esi- stenza, fioriscono novellamente gli obliati mottetti e le tenerissime pre- ghiere che l'affetto materno c'impose nell'infanzia lontana... La guida — che è una creatura di intelletto e chi dedizione — lascia che noi ci si abbandoni alla tregua ritempratrice; e poi, leggera, esperta e sicura, ci conduce nella Bndin: dave una falla di giovani — fra tanto au- gusto silenzio di cose = educa l'anima e la mente c si prepara a battere, nel domani, le vie innumerevoli del mondo, L'aria è pura; il silenzio è alto; ogni cosa é, qui, linda ed ia ordine; qui, nel Regno della Regola. Sovrani e Papi, womini d'arme è di lettere, anacoreti e santi, sfilano nelle loro armature ferrigne, nelle loro porpore e nei loro cilizi, innanzi ai nostri vc- chi; e poi quadri, freschi, miniature, che raffigurano città e castella, paesi e marine; riproduzioni che hanno, a volte, la solenne compatterza d'un mo- numento, altre, la fine snellezza d'un mirabile insetto, Da Raffaello a Ghe- rardo delle Notti, da Velasquer a Van Dyk, ai moderni, è una teoria di luci serene e possenti che passano innanzi agli occhi dello spirito come una visione ininterrotta di rare bel- lezze. Ma non basta: l'aurea prova della volontà è un'altra: il libro, l'ar: chivio, i codici. Migliaia di volumi, migliaia di pergamene, bolle, decreti gli regnanti Ital cli papi, di principà È chi abati. Incunabruli, mei quali la finezza delle illustrazioni alluminate raggiunge inarrivabili espressioni di armonia nei color e negli ori lucenti si da ren- dere, davvero, la sensazione del mi-
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44 i === e nei” bE-TEeFERIEEReS=TEI A lib pi fr ea hr sn» rego » ——r_errpi ali Lia A i] la tI mom + di Madia si Cava. R@ioterno della chiesa. racolo. Secoli di storia, di vicende, di fortune, di noi, di annullarci in un comune lavacro purificatore; smarrimenti, sono chiusi nel tesoro, che, nel tempo, e ci domandiamo, nel grande silenzio, senza parlare i cenobiarchi seppero conservare ed accrescere, soli, — poichè le labbra sono come strette dal suggello lontani, in alto, sopra ed invitti, su tutte le cose, d'un incubo =: che vale, dunque, lottare, soffrire, amiche e nemiche! Discendiamo — si potreb» be dire — in un viscere del monte: il chiostro del XII se- colo, il cimitero longobardo. Svelte colonne sostengono gli archi acuti; sono di vario co- lore. Sui muri, basso rilievi di pregevole fattura, mosaici romani, capitelli, marmi, fregi, epigrafi, iscrizioni; e poi fre- schi antichissimi, alcuni, tut- tora, assai bene conservati. Verso l'uscita: una massa enorme di ossa umane e di teschi !... Noi osserviamo at- toniti: avwertiamo il nostro respiro farsi sempre più forte: la nostra gola serrara, Ci sen tiamo, qui, più che altrove, nulli; innanzi questo tetro, tragico, profondamente silen- zi0%0 spettacolo di morte. Guardandoci negli occhi, pro- viamo il bisogno, si direbbe automatico, di stringerti fra amare, dilaniarsi, per quelli che appaiono e non sono nep- pure effimeri beni terreni, quando, in un'ora, forse in un momento, si può diventare = si divental => simili a que- sto mucchio di ossa, nelle quali emergono dei teschi umani le cui vuote occhiaie pare irri: dano nella loro secolare espres- sione macabra a tutte le no- stré puerili miserie terrenel... “ Nol, come voi: voi, come noi”. Quale tragedia! Si vor- rebbe fuggire: ma si resta, tanto si è presi dal singolariz- simo spettacolo, che rende come vivo e tangibile il nostro comune pensiero. Si sente la volontà, il bisogno, diremmo, fisico, della luce; ma mai come in questo ambiente la tenebra che ci avvolge è fortificante, come un tonico, per le nostre povere anime, Perchè? Forse passa, nei nostri cuori, la vo- La facciata della Trinità.
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n° a s i È Ne i nd È I d' ao Un particolare dell'austero chiostro longobardo nella Badia di Cava fFolegrafia Anderson) Allagato alla "Rivieta Udaatraca dal Pagado d' fiala a. io {Onore gag + FIN
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45 4 vari \ NS Ù È N N Î I steravigliore anthone della chiesa di Cava, lontà di coloro che seppero spezzare tutti 1 vincoli per ricongiungersi, in vita, nella morte? La luce — avvertiamo — ferirebbe le nostre anime; è restiamo immobili, fermi, innanzi al mistero impenetrabile di tutti questi avanzi di esseri, che furono come noi; che amarono e furono amati: che tradirono e furono traditi: che soffrironò è fecero soffrire; ma che, in- negabilmente, în tempo, seppero tagliare butti i wine coli, e sì ridussero qui, macerando i loro delori, nel- l'attesa, piegati, confortati, rassicurati nella certezza della loro fede altissima, superiore a tutte le vicende di tutte le cose!... Ritorniamo in alto, Da una immensa veranda, che si apre contro la montagna verdissima di castani, una chiara ondata ci investe: il sole versa nella stretta valle torrenti di luce, e il rivo d'acqua che scorre fra i ciottoli politi pare tempestato da miriadi di gemme luminose. Una piccola creatura, avvolta in una veste rossa, come una fiamma, immerge le braccia nude nell'acqua, e canta; e quella sua voce, che l'eco riprende e ri- pete, percuote e spezza l'immento silenzio come una vivida sorgente di gioia... MUZIO NOVELLI
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“LA VESTALE" DIRETTA DA ANTONIO GUARNIERI GASPARO LUIGI PACIFICO SPONTINI Non tanto pacifico, come dice uno dei suoi tre nomi. E non soltanto un aspro egotista, ostinato e presuntuoso, come un po' malignamente ce lo dipinge Riccardo Wagner. Lo Spontini, che non si diede il lusso di commettere errori politici contro i Borboni, quanto il povero Cimarosa, ebbe, per altro, le sue ore di tempesta. Marchigiano {di Maiolati) al pari dei suoi grandi vicini, il Pergolese, che cera di Tesi, e al pesarese, che dopo il 1829 - col Cuglielaro Tell - la- sciava il palcoscenico, proprio nello stesso anno (1829) seriveva, a Berlino, l'ultima opera sua, Agnes cen Hobensitaufen, da lui riveduta nel 1835, Mori, in pa- tria, nel 1851, dopo quattro mesi appena che vi aveva fatto ritorno, tra accoglienze di trionfo (meno male!) dei suoi concittadini, Ma era l'ombra di un voma. Per le disuguaglianze della sua vita, basterà ri- cordare che da Napoli, dove studiava al Conserva- torio della Pietà dei Turchini (maestri a lui di contrap- punto il Sala e il Tritto) dovette, giovine, fuggire "per alcuni delitti”: e anche, se la parola "delitti", che è di un documento del tempo (1796: era nato nel 1774) può darsi che sia esagerata, non si fugge a ventun anni, interrompendo gli studî, se una qualche ragione non wi sia. Era — si vede — per lo meno un ribelle, allora e non ignorava l'indisciplina. Più pru- dente nel 1799 sostituì il Cimarosa, rifiutatosi di se- guire la Corte di Napoli, che riparava a Palermo, quale maestro di cappella, e per quella Corte scrisse tre delle venticinque o ventisei opere sue. Nell'otto: cento lasciava i Borboni e peregrinava un po' per l'Italia, finchè, nel 1503, non arrivava a Parigi. Fa- rigi! Allora e non soltanto allora un'attrattiva lumi. nosissima. Là il marchigiano giungeva nel 1803, e il Piccinni vi aveva messo le sue tende nel 1776, è nel 178 aveva cercato e ottenuto là il successo quel Luigi Cherubini, fiorentino, che Haydn e Beethoven dove. vano proclamare il più sapiente compositore dramma- tico, il più forte scrittore nel principio dell'ottocento. Nessuno fini del tutto senza angoscia. Il Piccinni muore povero, Il Cherubini, obbligato a dimettersi nel 1842 dalla carica di Direttore del Conservatorio di Parigi, si spegne poche settimane dopo. La patria può sembrare avara e tale essere sovente, ma chi oserebbe confrontare le amarcrze dell'esilio alla battaglia della vita, là fra la gente del proprio san- gue? Eppure il Cherubini accettò di essere fatto francese e il Fiecinni sperò dai parigini quella giustizia che i napoletani gli avevano negata, E non è solo la snazionalizzazione politica e il distacco sentimentale dalla patria che rendono questi esili dolorosi per chi possegga l'orgoglio della stirpe. Che importa che lo Chopin sin detto francese a Parigi? Tutto il mondo sa che egli & polacco e che il suo cuore sta a Var- savia, La snazionalizzazione più grave è quella del gusto e dello stile che talora gli artisti meno autonomi nello spirito subiscono. Come negare che la vera na- zionalità di un artista di gento è quella del carattere che le opere sue rivelano? Tenderanno ad essere uni: versali nel fascino, ma la radice profonda sta nella razza, E — premio della fedeltà dello stile = tanto più un ercatore è tipicamente l'espressione della sua gente quanto sincera e profonda è la sua derivazione dal solco materno. Dove, invece, l'esotismo è un fatto della volontà che si asservisce, resta il segno della moda e dell'arbitrio. Che cosa ne è di quella Agnes con Hobenstaufen, che pure, cento anni or sono, dava allo Spontini in Berlino una fronda d'alloro? La fronda è illanguidita. Più sincera deve casere stata la crisi stilistica del Maestro fra il 1803eil 1804. A tutta prima tiepide accoglhenze egli avera ottenuto in riva alla Senna come operista di musica comica. Si ritirò a meditare. Ebbe a collaboratore lo Jony, che vedemmo essere paco utile al Rossini col libretto del Cruglielaro Tell La meditazione individuale e la collaborazione dello Jony giovarono. Nel novembre del 1804 con il Alifftoa Spontini vinceva sul pubblico di Lutexia. L'impera- trice Giuseppina fece in tempo ad aiutarlo a vincere anche contro le ostilità del Conservatorio. Ah! il grande successo della Fastafe nel 1807! E l'altro del Fernando Corlez nel 1809 all'“OQpera"! Sona quelli i due momenti della sua maggiore felicità d'uomo e di artista, Poi nel 1813 egli era già in litigio, quale di- rettore d'orchestra del Teatro dell'Opera Italiana, e nel 1819 era l'autore di quell'Ofiapia (la terza grande opera sua parigina) che il pubblico della Restaura. zione non accolse che con freddezza. Via, dunque, werso Berlino, direttore d'orchestra anche di quel teatro dell'Opera, chiamatovi da Federico Guglielmo, Ed ecco i vent'anni berlinesi, in cui non mancano né i successi, né le iatture. Il Radiciotti lo ha difeso dalle accuse dei biografi tedeschi. Non è, però, men vero che sulle soglie del carcere, per accusa di lesa maestà, lo Spontini si trovò. Nel 1841 lasciava la carica. In seguito abbandonava anche gli stipendi e la città. Tentò Parigi, finito moralmente è fisicamente. Nel 1850 la moglie, figlia di Jean Baptiste Erard, lo accompagnava per le ultime gioie e le supreme sol- ferenze in patria.
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47 o decgcele st Libia asd Gaspare Luigi Pacifico Spontini. Di quest'artista mirabile la “Scala” di Milano — pare con la direzione del Guarnieri — riprenderà la Fastale, Ed è bene, anche se alcuni critici preferi: scono il Cortes per la pittura dei caratteri, il colo- rito, 1 contrasti e la padronanza delle masse corali. Noi godiamo che il calunniato ottocento mostri col musicista marchigiano che la dignità estetica non è nata e morta nel 600 per poi rinascere con quanti oggi alzerebbero un altare alla sola declamazione per negare il diritto lirico del canto. Godremo, inoltre, se Antonio Guarnieri, il forte clirettore d'orchestra veneziano, che alla "Scala" non è nuovo è che fu tra l'altro direttore italiano al Teatro Imperiale di Vienna, sarà l'interprete del celebre spar- tito spontiniano. Il Guarnieri, che in una magnifica serata weronese, presente Gabriele d'Annunzio, esegui all'Arena la quinta e la nona sinfonia di Luigi van Beethoven in modo da rendere religiosa la ammirazione del pubblico, è uno di quei dominatori dell'orchestra che usano contemperare l'audacia del nuovo col senso della tradizione. Si sa con quanta originalità egli abbia af- frontato il problema di rendere meno statico il finale del Fristane e fretta, dando ai corì una funzione idealiz- zatrice della morte della bionda regina, che fu infe= dele al buon re Marke, Ma si sa altresi che egli ha il culto dell'esatterza stilistica, quando il toccare in proposito la perfezione significhi porre un'opera d'arte nell'atmosfera più propizia per la sua suggestione. Il corrucciato e crucciato artista di Majolati avrà in lui un interprete ideale. INNOCENZO CAPPA
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4 SUCCESSI AMERICANI DI OTTORINO RESPIGHI Il cammino trionfale che Ottorino Respighi sta percorrendo da qualche anno, incontrastato e pieno e in ogni parte del mondo, è confortevole è sorpren- dente meno in st — per l'intrinseca ragione artistica che lo determina — che per l'importanza si può dire storica che va assumendo. Ottorino Respighi è uno dei cinque o sei musicisti viventi di fama mondiale che possono vantarsi di aver un pubblico in qualsiraglia terra cirile, e le cui mu- siche, quindi, sono eseguite con la stessa simpatia è con lo stesso favorevole accoglimento a Roma come a Mew York, a Vienna, a Parigi, a Pietrogrado come a Buenos Aires: nel vecchio, cioè, e nel nuovo con- tinente. Ottorino Respighi è il musicista italiano che più d'ogni altro varca le frontiere patrie con la ban- diera trionfante dell'arte nostra. Col gruppo dei mu- sicisti dell'ultima generazione italiana egli à fatto breccia sull'indifferenza e sulla sufficiente disistima di cui sino a ieri fu gratilicata la musica italiana sinfonica all'estero. La riscossa di questa nostra arte muta, o pressochè muta, e per lo meno senza clo- quenza sua propria da più di un secolo, À avuto in lui il più efficace @ pratico assertore, Se anche la critica può stabilire fra i musicisti italiani viventi una graduatoria di valori estetici, e se da questa il maestro bolognese non ottiene l'assoluta preminenza, non c'è però chi possa contestargli il primo posto nella classifica degli autori maggiormente eseguiti 0, per dirla altrimenti, in termini materialmente concreti, il primato come esportatore di musica sinfonica italiana. Così, dunque, i successi di Ottorino Respighi al- trepassano l'importanza del fatto in sé. Con essi, è, naturalmente, con quelli degli altri musicisti italiani che col Respighi attestano il risorto spirito della mu- sica istrumentale nostra, entriamo ancora una volta nelle vie macstre della storia; anche noi operiamo per promuoverne è determinarne il corso, ne influen- ziamo, In qualche modo, del nostro carattere, l'aspetto e l'andamento. La più recente affermazione artistica del Respighi, forse una delle sue più significative e certo una delle più fortunate e brillanti, A avuto come chi dicesse il suo epicentro nella Repubblica Argentina e più preci. samente a Buenos Aires. Si può dire che, con questa, i messo il punto fermo nella conquista delle Americhe. Infatti, dopo aver percorso trionfalmente due volte la repubblica stellata del nord e quella tropicale del Brasile, Ottorino Respighi si é accampato nella tu- multuosa e popolosa capitale portegua realmente come un conquistatore. La battaglia non si presentava facile, sebbene fa- cile sia stata la vittoria. La conquista musicale del- l'Argentina e, meglio, di Buenos Aires, non può av- venire certo senza colpo ferire. Per lo meno non si à ragione di essa se non sparando con buone munizioni e colpendo a segno. Buenos Aires è una delle più grandi capitali mon- diali dove si à un “consumo” musicale di propor- zioni eccezionali. Nel periodo della stagione invernale, che è la “stagione” per eccellenza della vita artistica in genere, la musica À i massimi onori, i più ricchi tributi, 1 più vasti consensi. Per l'opera offre un'isti- tuzione monumentale — il “Colon” > che diede corsa e dà corso a tutto il repertorio possibile melodram- matico, studiandosi di adeguarsi a quel teatro dei teatri lirici che é la Scala. Pei concerti dispone di H maestro Respighi (nel centro) festeggiato a Buenos Aires, accanto 00 eminenti personalità miuricali argentine è italiane. All'estrema destra è il maestro Toni.
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ari Palio ha” “x £ ta lam "7 i Un disegno del Teatro de l'“Avsociacion Wagneriana” di Buenos Aires, inaugurato dal miestro Respighi. Società private con ricchi mezzi per realizzarli, e li ospita poi pubblicamente un po' in tutte le sale di spettacoli, numerosi e vari. Città immensa, nel periodo più affannoso e labo- rioso del suo sviluppo nazionale, intenta ad elaborare tutti gli elementi disparati, contrastanti ed avversi della propria compagine sociale, spiritualmente cu riosa ed inquieta; aperta a tutte le manifestazioni dell'ingegno umano, esigente e superficiale, allo stesso tempo, nelle sue aspirazioni e tendenze artistiche, è un tale bailamme ed una siffatta torre babilonese che a volerle parlare e a farsi intendere da essa oc- corre aver voce più che stentorea ed un fascino, in questa, di una magia singolare. Tutti i grandi artisti e tutta l'arte del nostro tempo, dalla fine del secolo passato ad oggi, sono apparsi, e vi trovarono adeguate accoglienze, sui palcoscenici bonearensi. Se qui non sì è un pubblico educato da esperienze secolari, quale si trova nei nostri grandi teatri europei, non si creda però di incontrare una folla provinciale e zotica pronta è facile a tutte le condiscendenze e a tutti gli entusiasmi artistici. Niente, quindi, di più legittimo è di più impor- tante di questo successo respighiano. I giornali quotidiani ne anno largamente dato no- tizia. La cronaca A riferito l'esito delle accoglienze che il gran pubblico cosmopolita del “Colon” à fatto alla ‘Campana sommersa"; superiori, certo, per ca- lore di simpatia, a quelle che l'opera, pur cordialis- sime, à avuto altrove ed alle quali Anno fatto riscon» tro i giudizi ammirativi della stampa, Di più, Affer- matosi in tale saldo modo nel teatro, passò quindi nel suo campo d'azione, si può dire più vero e maggiore: nelle sale di concerto. Qui la sua maestria di sma- gliante e prodigioso orchestratore e la sua sagacia di abile costruttore fecero il resto: portarono il suo nome ni maggiori fastigi della celebrazione artistica. La vicina Montevideo lo volle ripetutamente ese- cutore di quasi tutte le sue musiche: tutte le società musicali di Buenos Aires, gareggiarono a turno per ospitarlo, chi per wdire le sue opere sinfoniche, chi per eseguire quelle da camera: l'"Associazione dei professori d'orchestra". la “Radio, la “ Diapason ‘“, la “Pegna"”, la “ Wagneriana ". All” Associazione wagneriana ", anzi, ebbe la massima attestazione di simpatia artistica a cui potesse aspirare. (Questa istituzione, sorta come una accolta di propiziatori è propagatori del verbo wagneriano, à da qualche tempo allargato i propri intenti associativi e s'è fatta ban- ditrice della buona musica istrumentale e da camera, tanto antica che moderna. Forte di qualche migliaio di soci ed in continuo sviluppo, sorretta oramai dal consenso e dal concorso più cordiale della migliore società boncearense, & dovuto pensare a dotarsi di una sede degna e l'à costruita nel cuore della ca- pitale — Calle Florida — aprendovi un teatro attres- zato per ogni e più difficile esigenza moderna. Proprio al Respighi è toccato l'onore di dirigere in questo teatro il concerto d'inaugurazione svolgen- dovi un programma esclusivamente di sue musiche, € proprio davanti ad una folla straripante, accorsa come ad una doppia consacrazione artistica, h avuto, con le alte acclamazioni dell'entusiasmo, il corona- mento dei suoi successi sud-americani, A. T.
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Il teatro Meji-za di Tokio ricorimilto dapo il terremoto del 1923. IL TEATRO GIAPPONESE Nella vita sociale giapponese il teatro ha un posto di primissimo ordine, restando ancora il tempio incon- taminato dalla tradizione classica. Il Giappone subisce continuamente l'influenza occidentalizzante, che a poco a poco riuscirà a trasformarlo completamente, ma nelle sue manifestazioni artistiche la vecchia anima orien- tale, mistica e sognatrice, si svela ancora liberamente, senza riserve e senza maschere. uesto teatro ci mostra la vita del vecchio impero del È Levante nei primi secoli della sua storia an- bikini, con tutte le sue pittoresche ed assurde superstizioni, con i susdi rincipîi religiosi ingenui TO primitivi, con la sun mali rigula ed ervica. Là sua storia si connette nei tempi remotissimi con le danze religiose che delle sacerdotesse ballavano accompagnate da cori di voci salmodianti e gutturali mentre delle monotone nente suonnte con strumenti rudimentali commentavano quei primi tentativi artistici. Due forme di spettacolo teatrale esistono tuttora in Giappone. Una è il teatro aristocratico che si chiama " No", l'altro è il teatro popolare di nome * Kabuki Il teatro No é il più antico e scaturisce dalle pantomime shintoiste (in giapponese Kagura) che si danzavano al suono di flauti e di tamburi, interpre- tando così dei miti shintoisti di cui l'elemento religioso era la base, e dei quali il più popolare è quello della Dea del Sole Amaterasu. Lentamente con l'evolversi del tempo, con i con- tatti con la vicina Cina e la vicinissima Corea, con il fiorire del buddismo, i sacerdoti di Budda unirono alla danza Kagura dei racconti di argomento ercico e religioso. Questa novità ebbe un successo prodi: gioso: in breve tempo sorsero una miriade di mene- strelli e trovatori che diventarono gli idoli della so- cietà e del popolo giapponese. Essi solevano girovagare attraverso il paese, ospi- tati nelle case signorili, cantavano e raccontavano delle antiche e romantiche leggende in forma poetica, e spesso accompagnando le parole con l'azione. el quattordicesimo secolo il dialogo parlato si aggiunse alla danza ed a poco a poco str ii pn ferre lirico cinese che si trasportò nel Giappone col buddismo, si formò un miscuglio di danze, mu= sica religiosa, di frammenti poetici, che nel loro inni costituirono le basi fondamentali del teatro del No. Agli inizi del quindicesimo secolo lo Shyogun Yo- shimasa organizzò il teatro del No, e da quel giorno tutti i suoi discendenti ebbero delle vere e proprie compagnie teatrali di No di cui gli attori appartene- vano alla aristocrazia ed alcuni furono perfino dei Daimyos. Dei numerosi drammi del teatro del No ne restano ancora intatti circa 39; il più antico data dal quin- dicesimo secolo. Sono tutti di argomento shintoista e buddista. Spesso erano scritti da sacerdoti è da mo- naci, I soggetti preteriti eranò i delitti contro la vita umana e contro gli animali, il carattere transitorio di tutte le cose, il dovere dell “ospitalità, l'entusiasmo patricttico e l'amore per la natura. Dal sedicesimo secolo in poi non si composero più dei No, ma si continua a recitarli perché questo enere di arte teatrale è amatissimo dai giapponesi. ralmente la rappresentazione è corta, Il No è scritto in prosa intersecata da passaggi poetici e lirici e da giuochi di parole che restano inafferrabili ed incomprensibili per mai occidentali. jirrag: si soleva poi citare nel mezzo del dramma degli squarci dei grandi serittori, dei versi di poeti cele si lelle frasi tipiche e delle sentenze tratte dagli antichissimi testi buddistici. In una sola rappresentazione si recitano cinque o sci No consecutivamente, alternati da commediole allegre {Kyogen) in modo che il pubblico passa tutta la giornata in teatro, interrompendo lo spettacolo solo per 1 pasti che usa prendere nei ristoranti espressa» mente costruiti presso ai teatri.
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Il fastaro ingresso Il numero dei personaggi è generalmente di tre, ma possono variare da due a sei. Vi é poi il coro che canta dei recitativi lenti e monotoni, per spiegare l'azione degli attori, per descrivere i paesaggi ed alle velte per tirare la morale del dramma. Spesso i corì sono accompagnati da musica suonata con strumenti esclusivamente giapponesi, senza una linea melodica, a strappi, che ricorda certe manifestazioni musicali di mulo e nostro musicista ultramoderno. Gli attori sono tutti uomini. Anche la parte delle donne è recitata da attori maschi, che 31 allenano ed educano fin dalla più tenera età a questo scopo. Durante la ra sentazione sono sempre masche- rati, e vestono degli abiti ricchissimi e sontuosi. Parlano con dei espressamente rauca, la loro lingua è arcaica al punto da risultare difficile a ca- pirsi per gli stessi lapponesi, i loro gesti sono lenti, compostissimi, parchi, quasi ieratici, mentre 1 salmi che 1 cori cantano danno l'impressione di nenie reli- giose e monotone, Attualmente, come ho detto, non si compongono lalerno delle si del teatro Meji-za. più dei nuovi No, ma si continuà a rappresentare gli antichi, specialmente alla Corte Imperiale, nell'in- terno di qualche tempio, e regolarmente durante le prime settimane di primavera e di autunno in qualche teatro classico od in qualche sala speciale. Il pubblico giapponese si reca a queste rappre- sentazioni come ad un tempio, segue lo sviluppo del dramma con il libro fra le mani, prendendo un atteg- giamento raccolto, quasi mistico, Il genere teatrale del dramma del No assomiglia enormemente al teatro greco: lo stesso stile religioso, lo stesso argomento leggendario mitologico, lo stesso fato che guida la vita umana, lo stesso sistema del coro, i medesimi atteggiamenti imponenti degli attori che spessissimo sono mascherati. I cue più celebri No che ancora sono recitati nella loro completezza sono il “ Vestito di piume " (Hagoromo) e ‘ L'alto greto (Tagasago). Il teatro pese giapponese è ugualmente amato dal popolo che gremisce i teatri. Come ho detto si con ine ondini di gallerie.
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sì iTrrre—=_Ei«sihow«Ii@ ‘memi Za Tr EI TIA ST Il colonnato circostante il teatro Nabuki=za di Tokio. chiama Kabuki La passione dei giapponesi per questo genere teatrale è così forte che molti spendono tutta la loro ricchezza per indire spettacoli teatrali, per aiutare artisti ed autori, e per frequentare le sale ove si rappresentano. Le origim del teatro popolare Kabuki sono alquanto complesse. Si crede che sorga dalle prime pp di menestrelli popolari che riuniti insieme solevano cantare per le eie delle città e per. le strade di campagna delle canzoni di gesta eroviche, chiamate Taiheini, Questi canti erano accompagnati da musica suonata su di uno strumento detto shyamisen. Famoso è il dramma dell'eroe Yoshitsume e dei suoi amori con la bella ]woruri. Alle volte queste canzoni wenivano cantate durante la rappresentazione del teatro del. le marionette, che precedette il teatro popolare Kabuki. Come si sa le martonette giapponesi sono meravigliose t costruite con una perfezione incomparabile, Esse hanno pre- ceduto il dramma del Kabuki influenzandolo profondamente quando sorse e fu organizzato. Infatti la rigidità affettata de- gli attori giapponesi proviene precisamente dal principio, che per noi è assurdo, che un buon hi attore non è che una mario» netta vivente e deve cercare di imitarla il più che può. mu n sun % a hi) ice sel ie È tic Anche questo teatro ha avuto la sua origine dal Kwogen e come il teatro aristocratico del No ha il coro e la musica. Il primo teatro popolare Kabuki fu creato nel se- dicesimo secolo da una famosa sacerdotessa, ammirata e venerata per la sua bellezza. O-Kuni, questo era il suo nome, si trovava rinchiusa nel monastero di Kidzuki ove danzava delle danre sacre, quando s1 in- namorò di un samurai Nagova Sanzamon. Fuggi con lui in Kyoto e dopo varie vicende in cui si guadagnò la vità bal- lando le danze sacre che aveva imparato nel monastero, fondò un teatro a Yedo ove recitò con il suo amante. Fu tale la suù fama che tuttora i suoi discendenti partecipano dei be- nelici finanziari del teatro fon- dato da lei. Ma nel 1867 un editto imperiale proibi alle donne di recitare assieme con gli uomini e d'allora in poi an- che le parti femminili furono recitate da attori. TL: tpriss ana È Pr. fas) 1a Nel teatro popolare giap- ponese si recitano normalmente dei drammi rappresentanti la vita quotidiana, ed il grande dramma storico a forti tinte, di cui Takeda Idsumo del di- ciottesimo secolo fu il più ce» lebre autore, “I quarantasette Ronin” è il dramma storico più popolare che attualmente si rappresenti in Giappone. AiMori in consi femminili.
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Pg "Pigi a I fe st 4 ET tai No”, nel personaggio di Sbak Aya, FILL claunici dAnamari ferpreti dhe da più illustri [ongo, ima de Tita
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Anakin Mavase, la più doresca e caralleriiica via Il locale generalmente è co- stituito da un vastissimo fab- bricato, Nell'interno vi sono le poltrone come nei nostri teatri, è così pure dei piccoli palchi ove si sede su dei cuscini, ma la sala è generalmente qua- drata o rettangolare. I due tentri più grandi di Tokyo so- no il Kabuki-za ed il Mejiza. Gli attori giapponesi si sud- dimdono in dinastie, perché LEE] questo paese si seguono i prin» cipî di ereditarietà famigliare anche nelle arti e mei mestieri che si trasmettono da padre in figlio. Così la più celebre dinastia di attori è quella che appartiene alla famiglia di Danjyro. Il primo di questa famiglia debuttò a tredici anni nel 1873, il più celebre però fu Da- njyro VIII che si fece hara- kiri a 32 anni, Esso è ritennto come il più grande attore che mai sia esistito in (Giappone. La sua gloria assurse alle stel- Danjyro VII Il più celebre attore giapponese, appartenente ad sima Jamoara dinastia sarti di leale. rear che riunisce 1 teatri sella capitale giapponese. le, ed i più grandi pittori del tempo ne immortalarono l'arte fissando sulla seta i suoi at- teggiamenti d'attore più carat- teristici. Altre dinastie celebri d'ars tisti sono quelle delle famiglie dei Kikugoro, degli Shikawa, dei Gato, dei Sadanji. Quest'ultimo interpretò pe- centemente un dramma mo- dernòo che aveva per protago- nista Mussolini e che fu rap presentato al teatro Meji-za per un mese consecutivo fra il più vivo successo. Sul primo momento per noi occidentali il teatro giapponese è assolutamente incomprensi- bile. L'argomento è troppo ar- calco, gli attori agiscono trop» po lentamente, i loro movimenti sul palcoscenico sono troppo freddi, troppo ieratici, l'espres- sione dei loro visi è troppo lontana dalla nostra mentalità, troppo inafferrabile. I cori can- La fotografia le raffigura in un dramma in ci rappresentara la parte di una corligiana.
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Lallone Ernasdle Sbilbmon nel Strana © Acri bibi", tano, anzi mugulano con voci gutturali c rauche dei carmi che sono indecifrabili perfino a molti giapponesi. Noi occi- dentali alle prime volte sem» tia mo nell'ascali are que “bo gr= nere di teatro un vero senso di disagio, di disorientamento, di monotonia. Però se ci pren diamo la pena di farci accom. pagnare per le prime volte da qualche giapponese colto, che ci spieghi il nesso del dramma, © st pazientemente si frequen= ta questo genere di spettacolo per più volte con la volontà di riuscire a capirlo, si arriva, senza ale Lin dubbio, nil aller rarne a poco a poco l'intima bellexza drammatica, il pro- fondo fascino artistica, fino a provare dei weri godimenti artistici, La stessa forma composta, lo stesso atteggiamento digni- Loco degli attori, il medesimo mormorio delle voci dei cori, la stessa parchezza dei gesti, Alori famosi e costoni dradizionali nel lealeo giapponese, 55 Pre CIT» CISSE ii Pa allro allere della stesa famiglia, Clusba Abril, perverranno a darci delle sen- sazioni potentissime, profonde, insonidabili, che ci commuove: ranno assai più degli atteg- pamenti incomposti, delle urla disperate, che gli attori occì- dentali usano generalmente per commuovenci, Ma ciò che più ci colpisce fin dal principio i la perfezione e la ricchezza della scenografia curata fino nei dettagli più mi- nuti. | giuochi di luce sono ef: ficncissimi, i costumi degli nt tori siarzosi, mai amacronistici e perfettamente intonati al luogo ove si svolge il dramma. Il bentro Epponese in con clusione è un vero tempio d'arte, in cui il popolo si educa e si di- verte. Se è permesso fare qual- che confronta, non è azzardato affermare che l'occidente ha molto da imparare dall'Estremo Ciriente in questo genere d'arte, Sim per ciù che riguarda gli nt tori, sin per ciò che interessa il pubblico che frequenta i teatri. ANTON COTTAFAVI l'n'alirice della Sinaslia vi Nibugero ta corngae ei guisbra.
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Fasiagralsa Argol * [hanton"", La (RR UTR AL commerlin di Forzano, è sinto rappresen» tata con succes» Gio dalla CET = gnia Betrone al teatro Qlvmpia. SULLE SCENE DEI TEATRI DI PROSA MILA- HESI. > et bi sa MS S TERRA I Con questa com- media il Forzano conchiude la sun tetralogia sceni- ca ispirata agli avvenimenti sto- rici della Rivo- luzione francese, IL ; DI UNA NUOVA LOMMEDA DI FORZANO,
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Sotto: rente Ci di hé giocani componenti un faz attrici ideal fa stll'aey CANDIDATE E LAUREATE DEL CINEMA E opinione comune che le arti- ste del cinematograto a proven gano da classi molti credano nell'arte muta non sia che i E ‘nino più alto di ballerine perspicaci spinte dall'ambi- zione, di mannequins eleganti aiutate dalle case di moda, di commesse di profumerie tette da Amici ricchi. Le ema hanno, si, il loro xi mei Mausic halla, nelle sartorie è negli istituti di bell ma la cir greggi h vera artista, che 1 un nome famoso, © p LI 4 genwino dell'arte, pere hé il controllo delle falle più di- verse non conosce ne come n; È , n piacenze opportune, né debo- lesse sentimentali. Per que le artiste accettate dalla sorgono dalle origini più im» pensate e attraverso le cir- costanze più [ik urioge. Sotto: Ei da A india # prin Mii
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LA PAGINA DELLE SIGNORE FA ali Bepi Fabian). Ma ai Dopo averla tanio previsia, sentita, vaticinata, schernita a volte come ua tentativo fallito, ovvero sirombarzata come una segnalata vittoria del ritarmo all'antico, la rivoluzione c'è stata, Le soitane si sono allungate e la vita si è stretta ed alzata. Parrebbe che il cono muliebre dovesse, per la comuoadilà doi sarti, cisero fatto di gomma elastica, come | pupazzi dei bambini, ma più facilmente plasmabile, tanto, sotto ogni suora involucro, ha l'aria nigra cd inedita. Cambia forma, quando cambia vestito? Rassicuriamo il pubblico, Il femminino si fa sempre chiamare eterno. La donna accetta la fiaccola accorsa & scguita la corsa, Gaché le forse le reggano. Foi passa cia- scuna a sua volta, e luce e fuoco a colei che viene dopo, e si ferma esausta ma rassicurata sull'aveeniro a vedere la corsa ardente che continua senza interruzione. La donna non muia. Pento a queste e alire cose, menire guardo shlare davanti a mo. le indossatrici di modelli: ricordo di avere leito una volta la siupefazione di uso scrittore fran: chiù, specialista iù quei irafileiti inoaici a commento del giorna, di cui pochi hanno il segreta, * Che le donne cambino configurazione plastica a volontà è sbalorditivo” faceva osservare ‘ma il problema che mi as- silla nom + già sal come arrivino a procurarii le ciuberanze che mon avevano ieri. Su questo argomento sm può facilmente dare campo all'immaginazione . {Ho detto che lo scrittore noa appariieno ai nostri giorni). "Il più dificile è concepire dare depositino quello che hanno posseduto sempre, e indissolubile mente, è divenia superfluo dall’oggi al domani, dovendo spa- rire al primo comando della moda ". Dore sono le rotondità S'arfan ? Dopo tutto, quel giornalista francese non mancava di un certa buon senio. Le neonate di acaso femminile, per parlare come lo stato civile, # presentano al mondo ogg. tali è quali come si videro arrivarci per secoli, Eppure, provassimo a ve tire alla mada adierna la Venere di Mila, sapreste dlime il ribaltato ? Cho cosa so ne può dedurre? Cha il tipo di bellezza cambia col tempo, e che la moda evolve con lui, a gradazioai impercettibili, La natura, come le foggie, non ama | cambiamenti bru schi; ma al lento trasformarsi della prima vanno aggiunte le conseguenze dei nostri mutati aiatemi di vita, di goeti, abitu dini nuove, So questo può portare persino l'atrofizzazione degli arti nom usati, ovvero la creazione di nuovi organi, tanto più potrà asscttigliare una generazione è darle nuove doti fisiche, Le madri pingui perchè sedentario, di cinquant'anni or sono, avevano figlie contemplative e sentimentali. che aspritarano lamore distro le gelosie chiuse della Enestra verginale, e quando un giovane le avera guardate dalla strada uma volta. ci ripen- savano con una fedeltà che si misurava a quarti di secolo. Le altre madri abituate all'esercizio, all'aria libera, a responaabi» lità attivo è fattive danno inevitabilmente diversi ecemplari alla razza. Più agili e forti, ma meno femminei: tanto che per avere qualche parvenza lusingatrice, anche nella semplice cipressione, devamo ricorrere a più disua artilceia, Cagli caempa, potremmo seguitare un pezzo, ma per venire a rapida conclusione, diremo che il divenire è nell'ordine delle cose. Che se il nostro tnorema procaiio pro cialterza scientifica, non vorrebbo dire che non si potesse ugualmente dimostrare, Il corredo ra dunque trasformato è si incomincia dalla biancheria, che dovrebbe cambiare di nome, poichè è quasi tutta color di rosa, né ha risunciato ai piezi greggi che fanno già da un paso di anni un bel contrasto coi tessuti fondamen- tali Se ancora qualche traforo la alleggerisce (come se ce ne fosse bisogno) non è che incidente secondario, là deve il mer letto ba dei vani da riempire. Scguiliamo a condensare tutti I nostri indumenti intimi in uno solo, il più leggero, succinto e morbido che si potesse inventare. Lina per tutti e tutti per uno, Le spalline d'oro hanno provato di non essere dopo tutto ali una praticità fantastica, è quelle di atalfa non potrebbero ciaere ridotte a più piccole dimenitoni cho non siano aitual- mente. Il corpino della combinazione è aderente, ma la gon- nella è sempre ampiamente svasata in basso, Il busto, per chi lo porta, è quasi sempre sulla pelle; uguale al se stesso di ieri, salvo che è maggiormente incavato alla vita, Averamo incominciato a negnaro un ricntramento alle reni: adesso si è fatta circolare è tulto intorno rientra allo ttesro modo Chi pero ablÙia un sospetto di pancino, dovrà sopprimerlo, almeno per gli occhi altrui, se non abbia l'indi- rizzo di quel segreto deposito che turbava i sonni del prelo- dato giornalista francese. Questo, momentantamente, perchè a tuiti gli inconvenienti, la moda che li cerca, trova anche il sue cesmro rimedio estetica, I vestiti ed i soprabiti hanno tutti dalla linea del fianco in gii una tale abbandanea di lembi in 6l traverso ([tradweo, per la chiarezza, goes) che penso appunto facciano parte del sistema dissimulatore che la moda sta escogitando per le sue imprisdenzo, Questi lembi scguitanò ad avere differenti lun= ghezze, che se danno al passo un aleggiare pieno di grazia, non seno allatio estetiche invece quando escono di sotto al maniello la questo deve stare la ragione per eu i soprabiti si fanno ora tanto più corti dei vestiti. Gli insiemi trionfano più che mai anche se è loro lecito, per mon dire doveroso, sbizzarrirài alquanto in cerca di varrà, l colori dominanti, per ora, sono il viola, il wserde, il marrone © se una volta, prima di scegliere la stoffa, la aignora se la
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partara al vito, e consultava lo specchio, oggi quelle caitazioni le sono risparmiate. Diffonderà con maggiore largherza l'in carnato sulle guance pallidette, e tutti i colori le diventeranno così favorevoli. Abbendano le guarnizioni di pelliccia, anche in fondo ai mantelli, e non è una economia, dato che questa catremità ai © talmente allargata. Sotto ad un maniello per pomeriggio elegante, per esempio, iù 7«lluta bigio, bo veduto un abita di semplicissima linea a manica langa, con qualche spiraglio soltanto aperto intorno alla scollatura, in stoffa laminata di od pallida, mescolato a varie gradazioni dello siesso bigia, Le maniche tenalamna sempre più ad ampliarsi mel fonda, accettando guernizioni e fantasie delicate, contrasti di tessuti diversi, distribuiti a disegni geometrici o immaginosi. Natural: mente, alle maniche dei mantelli non rimano altra alternativa che quella di fare ciò che il rivestimento delle braccia ha fatto nel vestito, pena l'impossibilità di contenerlo. Jeanne Lanvia ha creato un vestitino di morbidissimo raso nero, iuito rigonfie arriccialuro (Bowilfamar, sarclslee il iermine ali rigore, che ca- pisce chi mon sa di francese, ma di sartoria) dalla spalla al banca, Raggiunto il quale punto, il raso ai meite in liberià come se fosse una parola di Marinetti, con vantaggio della linea e ddei morwimenti. Frà tante grazione rariazioal asiervale nel presente periodo di transizione, la più nuova # sfata veramente questa, Ma siamo sempre allo stesso terrificante problema. Ci vuole, per indossare questo modellino, una di quelle figure etorte che non abbiano paura di qualche piccolo aumento, per quanto momentaneo, e puramento attico, se così mi sia lecito cipre îermi. Ì nomi da modelli cambiano, è sono tutti ugualmente suggestivi. Gareggiamo quasi coi nomi dei profumi, nel sug* gerire lo menò viriuoie possibilità alla povera signora che per imiboasarli, senza essere trascinata a commettere ogni soria di proibitissime coso, deve cisterne di una bella indipendenza di carattere. Checcht si dica per consolare le dense farmosette, vedo in ogni modo, nell’ ax servare le indassatrici che passano « ripastanò, che anche la nuova li nea, anzi, Forse questa più ancora dell'ultima che era dirilia {questo per ritordarla alle ai gnore di poca memoria) csige la purissima snel- lenza elebica che Iina Galli mise alla moda, precorrendo i tempi, © sopportando le canzona- ture e gli scherzi di ogni colore e qualità che amici e nemici, se ha mai avuto degli ultimi, trovavano facilissimo mettere inaseme sulla sua magrezza. E non man cava di dirne a se stessa. anche lei, senza riapar miarsi nemmeno davanti al pubblico, che l'ado- rava e l'adora tuttavia senza eccezione, come la migliore cura contro la nevrastenia. La pioniera della snellezza, benchè da tempo la moda le abbia resò giustizia, è ancora il bersaglio ul quale finiscono di ap: puntarai gli wliimi strali di una abitudine presa. 59 Ecco il penultima, raccolta «dalle sorridenti labbra di Dino Falconi: Uma «éttura santa si ferma davanii al tsatro. Ne acenile China Galli, Le indossatrici passano e ripassanò con sorrisi © geati ato= reotipati, con andatura osdeggiante. Le osservo, le ricomosco quasi tutte. Penso con che ripugnanea devono rientrare la sera nelle vesti consentite dai loro mezzi, dopo cisersi avvolio per tutta il giorno nei panni delle più fastosze cultreci di eleganza. Meditazioni per romanza sentimentale di ian ventennio fa, Meditazioni perfettamente inutili. Lasciamo fare a loro. Non vedete come si destreggiano con agilità? Troveranno la via è l'equilibrio, nen dubitate. Qualcuna te nie, che vedo per la prima volta. Una manca allo squadrone abituale. Sarà ingrassata? sarà moglie? Deve essero così. Aveva al dito un scintillante anello di promessa. nella stagione passata. Mi informo, Non è proprio per la sua giaia che l'esila biondina è assente. Mi dicono che, per timore di perdere la linca, aveva raggiunto un tale grado di denutri» zione, da necessitare il nuo ricovero in un sanatoria, Adesso sorveglierà forse il progredire della lancetta sulla bilancia, con più speranzono ardore cho non arpritaite il movimento contrario per il passato. Allora aveva di mira l'eleganza, adesso il ritorno della salute in pericolo, Mialinconie a cui forse non si pensa abbastanza, quanda ammiriamo la snellezza adolescente della diva americana è la linea delicata dell'indossatrice. Ci pensorà forio la moda, in uno dei suoi momenti di intervallo orzioso, La voce corsa già parecchie volte, lo prova. Soltanto, finora, non era che una vaga diceria, Ma non c'è fumo senza fuoco, dice la saggezza umana e lo provano i fatti, anche nel rognò della frivolezza. La quale ci ha preparato i cappellini nuovi, ché, altrimenti, come poiremmo andare avanti a vivere? Poiché le muache rasato hanno fatto il loro tempo, e gli angeli riccroluti e i paggi fiorentini prestano alle belle signore di oggi le loro rarrercite a boccoli, i cappelli dovevano fare qualcosa per seguire quel movimento prolangatore. E tutti, dal piccolo al grandetto, in feltro come in velluto o in raso, con veleilina 0 senza, sono bruscamente mutilati sulla fronte al quanto scoperta per dare invece tulta l'ampiczza, dirci quasi tutta l'esa- gerazione in certi casi, alla tesa o al drappegr gio, fatti scendere sulla nuca è anche più in bas so, non si sa ancora con quale vantaggio ed ac- cordo oi grandi calli invernali che ci ai pres parano. Ma come ad aogni peccato esiste, almenò if potenza, una miseri cordia salvatrice, così ad ‘ogni errore può emere sperato un rimedio. Fac- ciàambi credito alla muova bizzarria è prima di dirne male, cerchiamo ali abituarvi loschio, lm- prevedibili gli uni come gli altri, ogni mutamento porta con at mali è rie medi, La nostra abilità deve consistere nell'at- lemuare i primi È nel sapere bene approfittare dei secondi. MANTICA BARZINI
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Vestito da pomertg- ma la pisso it Male opache, il disegno originale e di piace» cole ellello. VARIAZIONI DI MODA ne mantelli da sera, ino d'ermellimo con penasra lnanco, l'altro stellata anale con sravellimo, Filograle Li [Ha Tai E
i " </ jr fe. var” jar: E * Mantello da passeg= 7 que in dinia grigia LÌ chiarissima ornate di “SA renare grigio.
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Betty Compton, stella di Hollywood fAdalto all Luigi This, Parigi) Allegato alla "Rivisia MOaniraia del Papalo d° lialla " a sa DOoialina sani» VIII
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dat nuda linea dell DA I agile di bid fel ACCO I artrabaa, remi pre gn grande amore, Faiagrafia L THas Mantello nero con piccoli punli, il tema favorito in querte fuggerale momento. UIL LI i] finevi daACconiI if SO Line cli quermo, gbi seat più COLORI E LINEE INVOGA abili ca sera,
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(I NITRE” = = EI” l'addio di Minib Else dl momento di salire ul velivolo tl Wil ii STESA ere te ie * à mi co be "” American Gid " che col " navigatore "" Giorgio Haldeman doveva condurla a vele dall'America all'Europa. DONNE DEL CIELO No, no, non si tratta di Cassiopea o d'Andromeda, o di Berenice e neppure delle Pleiadi o della Ver- pra . ò della Balena, che la leggenda e la scienza ni messo nel firmamento. E neppure s tratta di qualcuna delle innumere- voli donne che gli innamorati, i mariti e gli amanti mettono nel cielo del pp alte sopra ogni mi- *éeriaà cd veni gretterza ed ssezza terrena, sopra il vizio © ii egoismo, Srl ren e la cupidigia, ma che molto $pesso precipitano negli imi abissi, con de- lusione, disinganno e sconforto di chi le elevò tanto nel suo pensiero. Si tratta semplicemente di quelle poche dozzine di donne, pulzelle o maritate o vedove, che emulano gli uomini volatori, volando anch'esse; guidano da sole gli ordegni alati, conquistano distanze e altezze è pri» mati di velocità; cd anche, passando, conquistano qualche cuore. Abbiamo detto: poche dozzine: in realtà alla dozzina non arrivano le celebri, le eroine; velle che contrastando il monito di 5. Paolo: , Beate le donne che passano inavvertite sopra la terra” hanno fatto risuonare le trombe della fama del loro nome più o meno armoniose. Una stampa del 1824 mostra madamigella Elisa Garnerin Prima Aeroporisia di Francia in occasione “della sua wentritreesima ascensione e discesa col paracadute a Milano” nel marzo di quell'anno. Una recente fotografia d'una delle mille agenzie reportage, ci mostra l'intelligente viso di Lena Bernstein, pilota imperterrita di velivolo che tenta il primato femminile di distanza in linea retta. Donne? donne. Si potrà prediligerle è deplorarle, ma bisogna riconoscere che dalla remota “aeroporista” alla contemporanea transvolatrice, il sesso femminile ha mandato nella lotta per la conquista dell'aria una rappresentanza MUMerosil, coraggiosa, tenace, che Soa pratutto (oltre a manifestare qualità prettamente mascoline ) ha conservato per la gran parte i pregi della femminilità più attraente e per beltà di volto & per grazia di modi. Se ve ne è qualcuna che fa dell'aviazione un'in- segna vistosa per meglio esibire la propria merce carnale, la maggioranza vola, rischia, lavora, per gli stessi impulsi che lanciano gli uomini nelle stesse im» prese awiatorie: amor di gloria pura e speranza di onesto luero. Vi sono uomini i quali considerano queste don- nine più 0 meno vwerzose, come pietanzine rese più stuzzicanti dall'aroma dell'ardimento e della celebrità; noi crediamo render loro un omaggio cavalleresco considerandole propagatrici mirabili, anche quando non volontarie, d'una più fervida coscienza del vola: lavoratrici di cin'attività che abbrewvia le distanze, col- Ì le nazioni, moltiplica i commerci, arricchisce le industrie, diffonde lo spirito della nazione che lo lancia da cielo a cie E se il nostro cuore di uomini casalimghi va piut- tosto verso le mammine che tengono | poppanti tra le braccia, la nostra riconoscenza di aviatori plaude alle colleghe valorose che sanno tenere il governale con fermezza © conquistare altezze è distanze. ALCUNE CELEBRITÀ Chi non ricorda il delizioso sorriso di Ruth Elder? Colei che sul velivolo Aarerican Gin dal Roosevelt Field affidò la sua giovinezza al pilota Giorgio Haldeman è parti per traversar l'Atlantico, avendo come più pre- zioso viatico un bastoncino di cosmetico per le labbra?
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Sono ormai due anni che il fortunose vola della Aoterica"» queen of itbe air è stato effettuato, e ri cordando le feste, le lodi, e gli onori che le fu- rono resi in Euro ed in America (dove il suo ricevimento fu quasi pari a quello fatto a perc i il lettore rivedrà con piacere l'addio della intrepida al cita di salire sul velivolo. Ruth Elder è passata, come tutte le donne ce- lebri, Ual die ove si sfoga in ruoli d'aviatrice, CH miss Amelia Earhart, licenziata dottoressa di non sappiamo qual dottrina da UL università americana, si disse: “ Her dream come true”, il suo sogno diviene vero. Ah! se le ragazze di on mpa sognavano di cullare un i quelle di oggi sognano di transvolare un oceano | Miss Amelia fu la prima a traversare felicemente l'Atlan- tico or'è poco più di un anno, e il suo velivolo Friendrbip (Amicizia) se fu ben guidato dai piloti effettivi W'ilmer Stulz e Lon Gordon, fu cer- tamente sospinto dalla volontà scintillante di questa donnina dal viso così spirituale. Thea Rasche, la simpatica aviatrice tedesca vincitrice di molte gare, vide fallire il suo progetto di transvolare l’Atlan- tico sia pure assieme a Cham- berlin, il pilota del bizzarro milionario Levine. Meno fortunata fu la te- nacia ostinata di ms Frances Wilson Grayson, che più volte sul monoplano anfibio Sikorsk The Dawn (l'Aurora), tentò be vittime dell'Atlantico A sinistra: Alia Frances Wilson Graysoa, alla vi- gilia della sua pare lenza fatale con Umadal, A destra: Mid Dora, perita nel fentati- po di stpenîre dl Pacifico. Do) able + a JI i ni la traversata e l'ultima volta col pilota Omdal si perdette per sempre nelle nebbie di Terranova. Ad altre temerario l'Oceano fu fatale. La piccola Mildred Doran, sventata ragazzina che scomparve nel tentativo di traversare il Pacifico, e miss Mackay, che col monocolo capitano Hinclife parti, abbandonando i molti milioni di suo padre, verso un ignoto in cul non cercava né il danaro né l'amore, ma solo una gloria, forse vana! Sia gloria e pace a queste vittime; altre donne trionfano quotidianamente e comprova. no la bellezza e la relativa sicurezza del volo. La Duchessa di Bedford conosciuta in Gran Bretagna come la Duchessa volatrice (Flying Duchess) ha sessan- tascei anni, vola ormai da due anni nei cieli d'Europa, d'Asia e Africa, ha imparato a con- durre è conduce per lunghi tratti, anche se, come ogni gentildonna fa colla propria nutomobile, preferisce spesso lasciar guidare ai piloti che essa stipendia. Il due agosto scorso ca piloti Barnard e Bob Little È partita in volo dall'Inghil- terra; il giorno sei toccava Karaki, prima tappa indiana, è cdue giorni dopo sostava a Calcutta. Lady Bailey nel pieno della sua giovimezza ha potuto far qualcosa di più ed infatti un anno fa compì su un piccolo velivolo il giro dell’ Africa pas- sando sopra regioni impervie e assolutamente sconosciute La Duckensa di Bedford (The Flying Ducbess).
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Miss Amelia Farbari, delicate valle ma spiranie cengia a. al volo. Il suo viaggio aviatorio fu lungo wenti- novemila chilometri; compiuto all'andata con par- tenza da Londra per raggiungere suo marito Sir Abe Bailew, risiedente alla Città del Capo. Lady Mary Heath, l'instancabile, che partecipa n tutti i cimenti aviatori, che ha traversato più volte l'Europa, ora s'è recata in America per dedi- carsi al volo non più come sport ma come industria di trasporto. Ma anche nella evoluta America l'aviatrice ha trovato assai dilflicile vivere del mesbere di pilota, giacché le compagnie esercenti il trasporto pubblico non vogliono ammettere don- ne fra i propri equipaggi, e pel trasporto turistico le leggi oppongono molte cautele onerose. In America l'aviazione femminina è certo molto più diffusa che in Europa, tanto che si contano negli Stati Uniti alineno una ventina di donne brevettate guidatrici di velivolo. Sarà vero che fra queste Bessie Davis ha im- parato a volare in venti minuti? Lo si afferma, attribuendo gran parte del merito all'adozione di muovi strumenti. Fra i nomi più noti stanno quelli di Bubye Thompson, di Edna Campbell Ferguson, di Mildred piRonca: di Ada Morgan 0° Brien, di Nell Will ite, di Rosezellen Anderson, di Phoebe Fairgrane Omlie, di Martha Bevins. Ruth Nichols, che possiede il brevetto fin dal 1937, sta ora organizzando clubs di velivoli leggeri. La diciollenne Mia Marika Berio che aspira al record di durala.
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lori Si organizzano oltre Atlantico anche gare avia- torie riservate al sesso gentile. Recentemente una gara di tal genere si svolse nell'Aerodromo di Grlendale presso Las Angeles, é riuni otto con- correnti amabili e gentilissime nell'abbighiamento e nel sorriso, ma anche aspre competitrici durante È dopo la para Lovise Thaden in un'altra gara e precisamente nel Derby Aereo femminile vinse in velocità di- ciotto concorrenti sopra un percoreo di 4400 Km. che doveva essere compiuto in nove giorni. Da questi semenzai d'emulazione è di espe- riénza, sorgono aviatrici ardite ed abili, e tutte hanno la caratteristica d'una giovinezza catrema. Elinor Smith due mesi fa aveva diciassette anni È Dopo un duro allenamento riusci a vantare il primato femminile di durata di volo ininterrotto stando in aria ventisei ore e ventitre minuti, è su» perando di due ore il precedente primato di Louise MePhetridge Thaden, La prima persona che si avvicinò alla fanciulla vincitrice fu la mamma con un gran fascio di fori, e tra le sue braccia la piccola celò la propria stanchezza e la propria gioia. Già la stessa Elinor aveva tentato il primato di altezza raggiungendo 3557 metri, e il primato d'nodacin femminile passando più volte in volo sotto un ponte. Ma l'americana Miss Crosson il 20 maggio del l'anno corrente a Los Angeles superò il primato di altezza della Smith e raggiunse i pdia metn. A sinistra: Lady Mary Meatb, una delle più gloriose aciatrici inglesi. - Sotto: L'asistrice tedesca Thea Mascbe col alata dell'Atlantico Chamberlin. ILE ATE STE
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comparve la prima luce dell'alba. Re- sistetti ancora tre ore, poi, allo stremo di benzina, discesi. Avevo battuto il primato di durata, ed avevo fame, per- chè tutto il mio nutrimento durante la lunga prova cerano state tre banane..." (Questa prova di carattere, in una donna, & veramente meravigliosa. Le aviatrici di Francia in attività di di volo sono attualmente quattro. La Marise di cui abbiamo parlato, un'altra Marise cognominata Hilsz, Adrienne ” Bolland e Lena Bernstein, la quale però é russa, ha rinunciato alla nazio- nalità russa, ma sebbene viva in Francia A sinistra: Hopo cendisei ore e meri 0 cus inialerralo, mir Elinor Smilb si rifugia ira le feaccia materne. A destra: dia Gerteode Codbberi, una delle migliori quisiailrici daarericane che al- fende pure alla corruzione dei celteoli. Sotto: Elliot Lynn che ba ballato il netord di nilerz col «0 passeggero Borrelli. E la francese Marise Bastié, graziosissimo volto è cuore d'acciaio, superò il primato di durata della Smith. Nel giugno scorso in un primo tentativo tron- cato per csaurimento della benzina, volò per più di ventiquattro ore. Il secondo tentativo portò il suo primato n ventisei ore è quarantaszette minuti, Il volo si compi in parte durante una notte tempestosa, senza luna né stelle, in prossimità dell'immensa for- nace luminosa costituita dalla città di Parigi. “Verso merssanotte > essa racconta — ile vio- lenti gorghi mi scotevano in modo assai sgradevole, è una pioggia a raffiche mi colpiva la faccia. Le scosse eranò tali che iò nom potevo rendermi conto della posizione del velivolo, Talvolta la velocità moltiplicata dal carico di benzina maggiore del normale, faceva fischiare i tiranti dell'ala. Scendevo a picco, senza dubbio, Allora effettuavo la manovra di risalita e mi accorgevo dall'affiacchirsi del motore che stavo col velivolo eccessivamente impennato. Sembra nulla a raccontarlo, ma in quel buio e fra quella pioggia que- st'alternanza faceva aver caldo! Malgrado la fre- scura cella notte ero tutta in traspirazione. Talvolta i raggi dei fari sparivano. Poi Parigi fu sepolta dalla foschia. Mi pareva essere addormentata, mi scotevo, mi rimproveravo, per non perdere l'orientamento. Finalmente verso le cinque, ritardata dalla foschia,
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non ha ancor preso la nazionalità francese. Adrienne Balland è una vera professionista del volo e la sua specialità è il “battesimo del xolo' ai sseggeri mascolini e femminini. Marise Hilss é una turista appassionata e valorosi. Si racconta di lei che, sorpresa da una avaria in Olanda, dovette atterrare in un campo chi tulipani e contestare n lungo col proprietario che pretendette pei danni subiti un'indennità di sei mila franchi. Certo... chi offrirà fiori a madamigella Marise non le offrirà d'ora in poi tulipani! In quanto a Lena Bernstein, essa è l'eroina del momento. Partita il z0 agosto da Istres con un piccolo velivolo di quaranta cavalli, UNI 0 si lanciava nel Mediterraneo verso l'Egitto, è dopo wentun'ore di wolo quasi tutte trascorse sopra il mare, si posava, per esaurimento della benzina, a Sidi-el-HBarani presso di Sollum, precisamente nell' Egitto, compiendo un percorso di 2300 chi» lomeitri. Quest'ambitissimo primato femminile mondiale è così detenuto dalla energica Lena, la cui età è di appena vent'anni. In tutte le imprese ammirevoli sembra che le graziose volatrici tac» ciano a meno dell'ausilio mascolino, ma il nostro cuore si riconforta pensando a qualche coppia alata. La senorita Soriano viene giu- dicata una delle più grazione donne di Madrid, è figlia del (senerale Presidente superiore dell'Aeronnu- tica Spagnola, era fidanzata del ca- pitano aviatore spagnolo Ansaldo Tre giapponesi che si divtinguono nella crescente sebiera di aciatrici del foro paese, 61 e pilota essa stessa. Dopo le nozze è partita in volo sola col suo sposo. Lady Cobham, la moglie del glorioso volatore inglese, ha compiuto con suo marito il volo attorno al continente africano. Finalmente, la invidiatissima madama Lindbergh, fresca sposa del grande transvolatore oceanico, otto giorni dopo aver preso da suo marito la prima lezione di guida conduceva già perfettamente il velivolo, Merito dell'allieva o del maestro? Certo dell'allieva. Nella loro grazia le nostre adorabili nemiche han sempre la prevalenza sulla nostra fortezza. Narrava il brioso Otello Cavara, compianto amico, una scenetta nella visita psicofisiologica per ammissione d'una si- gnorimàa alla scuola di pilotaggio di aeroplani. Alla domanda del medico: — Signorina, come va il vostro cuore? — Robustissimo: ha già vinto tre passioni. — E l'udito? — Eccellente. L'altra sera sentii a distanza di cinquanta metri un'amica la quale diceva, a bassa voce... i hi — E la vista? = {)h, lunga! Hi figuri che con la coda dell'occhio vedo ETRE ACE: a = Ila mai avuto capogiri? E mai svenuta? — Due ralte. = Male! =. ue volte per commuovere il mio fidanzato.
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Sa ZA x T] e Sr i LI | È I, 1a perni a È È a pe i se \È po "i lat di LI * ui La costruzione a Detroit del primo dirigibile a pareti metalliche per do Marina americana. In alto: faderno dell'bangare dove il dirigibile si «ta coriruendo. In basso: L'involuero visto dall'interno.
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RI Le imponenti dimensioni del dirigibile americano in costrizione a Delrotl. Le che punte estreme cello "A. AL C. 37 cine verticalmente.
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ti!) p I mgliiia (os ATER \izcarEe eu aE ni i MESTRE DE TAI “La sn TE tic Mg ge | è iii po ar : - ii “> | si : : e “ Pa : Gall x : | = Ps — è ea dl ai at ir Ci Le | ct @- = Vi: * es x ar di cl Po . Hi I i E i si a = ir | ì F "A , " L , + Li a | F J E, z A la = e rr = E ci = E x Hi cage È Esperimenti di nuovi mezzi di propulsione in aviazione, la Germania, dopo il tentativo non iroppo fortunato call'anto- mobile von Opel prova il arofore razzo con un aeroplano.
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Il | î N : ESE FI x CAS 2 ssi ATL Es Pai. (ap. Qriello denale dal propriziario sig. de Monta, dopo la iltoria. In sella il fantino Caprioli. UNA GRANDE VITTORIA ITALIANA Il 6 ottobre sulla pista di Longchamp a Farigi un cavallo italiano ha riportato il primo trionfale successo del nostro allevamento in una grande prova classica francese. Ortello è nato in terra nostra da uno stallone francese, Teddy, e da una fattrice im- portata in Italia dalla Francia, ma secondo le norme di tutti i paesi che allevano il puro sangue, & italiano e va considerato tale per tutti gli effetti. Altri cavalli italiam hanno vinto sulle piste tram» salpine e i nomi di Absidea, Scopas e Apelle sono ricordati anche in Francia come eccellenti prodotti d'un allevamento degno di confrontarsi ormai con quelli dei paesi di più lunga tradizione ippica. La vittoria di Ortello supera però ogni limite normale, perché è stata guadagnata nel modo più convincente contro due avversari di grande valore, che avevano il diritto di ritenersi i più completi rappresentanti dei rispettivi paesi. Kantar, second'arrivato, è stato il miglior tre anni nel 1928 ce l'indiscusso campione dell'allevamento francese anche in questo Prix de l'Arc de Triomphe. Qleander, il terz'arrivato, è con- siderato in Germania un soggetto di eccezione; da due anni Qleander ha winto nel suo prese e in Austria tutti i grandi premi ai quali ha preso parte. vale sia il valore dei tre primi arrivati nell'ultimo Prix de l'Arc de Triomphe è messo in evidenza dal distacco con cui seguivano gli altri concorrenti. Ortello è 1 considerato come uno dei migliori cavalli del mondo; la sua carriera, la sua struttura, il suo modo di galoppare lasciano credere che a quat- tr'anni esso saprà fare anche meglio. Sarà senza dubbio un cavallo che passerà alla storia.
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Bruno Cerchina durante an record al Fefodromo Sempione. Fol. Puità IL MOMENTO DEI RECORDS Quando una foratura inchioda sul cemento della pista l'atleta impegnato in una prova di record, nel cuore dal spettatori passa un brivido di angoscia squisita che illumina la pura bellezza, il merito sin- golare e l'intima ragione di certe imprese sportive, apparentemente oziose ed accademiche. In poco più di tre settimane, allievi, dilettanti e rofessionisti hanno portato, sulla pista del Sempione, Ba sette assalti decisivi ai record nazionali dell'ora, e quando si pensi che non uno di essi ha fallito lo scopo, bisogna concludere che nessun compito è troppo arduo p gl stupendi campioni della nuova Italia. Pian ue records mondiali sono crollati. Quello dei dilettanti, stabilito dal tedesco Miethe, ha ceduto all'irruenza del dieciottenne Fabio Battesini di Man- tova, mentre Binda si & impossessato del trofeo dei fo km. già appannaggio del marsigliese Raynaud. In un secondo tentativo, malgrado un incidente che lo co- strinse a perdere dei secondi preziosi, il campione d'I- talia mostrava di poter eguagliare il record, fino a ieri inattaccabile, dello svizzero Oscar Es {kum. f 40294). Da ultimo, Bruno Ceschina, recordman naziona della categoria allievi, dopo avere in una prima prova migliorato il suo stesso record, sebbene pioggia e vento ne ostacolassero la marcia regolare e sicura, riusciva, in seguito, a percorrere km. 40,155, dopo aver superato, lla mezz'ora, il record assoluto dei dilettanti. Anche se le gesta ultime contribuiscano ad aumen- tarne il prestigio, Alfredo Binda non ha bisogno di essere esaltato. Bisogna invece guardare con simpatia e con fiducia alle prove dei giovanissimi che mostrano di non temere il confronto coi campioni. Attaccare il record di un rivale può essere pun- tiglio. Migliorare incessantemente il proprio, come fa da qualche Dauno Bruno Ceschina, è magnifico orgo- glio di atleta che, costretto dall'età a passare nei ruoli di un'altra categoria, intende lasciare dietro di sé il retaggio e l'esempio di una conquista assoluta. N. F.
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cr SrL TE De DT Tee ddl | LI sà " È be Duoecento Miglia” sul velocissimo circuito di Mi Cremona, I concorrenti ia allera della partenza. n lb A destra: HBorsocchiai balle il ne- cord manetale dei i0 korn lanciati. Sotto: £a partenza delle "Duecento miglia". S.A. RR i Duca di Berganio da di “cia” al vincitore Brilli Peri. A destra: Borracebini subito dopo il recore. i aaa E 23 TRIONFI DI E DI MACCHINE PILOTI ITALIANI A CREMONA Le imprese compiute dalle mac- chine e dai piloti italiani nelle due giornate automobilistiche di Cre- mona esprimono mirabilmente l'ar- duo sforzo industriale e sportivo del nostro paese. Soltanto nella prima giornata, tre records mondiali dei no km. sono crollati per opera di Borzac- chini, di Varzi e di Brilli Peri, che pilotavano rispettivamente una Maserati e due Alfa Romeo. La “ sedici cilindri Maserati, che sull'asfalto monzese non aveva potuto spiegare la sua enorme po- tenza, copri la distanza alla media vertiginosa di km, 346,069, abbas- sando in tal modo di oltre venti chilometri il record assoluto del- l'inglese Eldridge. Con uno scarto su per giù uguale, Varzi e Brilli Peri si ag- giudicarono i records per le mac- chine di 2000 è oltre 2000 cme, già appartenenti agli inglesi Kaye Don ed Eyston. | Altri due records delle 200 mi» glia crollarono il giorno seguente, per merito di Brilli Peri è di Ar- cangeli che coprrono la distanza alla media di 184 è 155 km. all'ora.
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L ali it PRE: sa i] Ts = ca =“ e SIR rt CA é li tiran Premio Motociclistico delle Nazioni all'Antodromo di Monza. In alto: fa partcaza Selle categorie pie e peo, In basso: Al pasmaggie dei concorreali alla curvetlta di Lesa.
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I{ Concorso Ginnistice all'Arena & Miane. In alto: Va esercizio collettivo delle quadre femminili, In basso: f gianasti Sivanti al Monumento dei Caduti in Piazza Sant'Ambrogio,
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li Lago di Como è stato tealro dimpertanti gare metenautiche internazionali, che vanno assum endo grande voga in ftalia. L'adunala dei concernenti per la Coppa Cadenabbla, una gara per fuorikorda.
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dC pie er 1, n Egr ar x na bea PINE el Poriacte tr ages = ter sero ee II Ford 3 Abi e fin risvorazione storica del ginoco del calcio fiorentino all'Arena di Milano. In alto: L'inizio della partita In basso: Man fire coresianente della gara,
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ti: ORRIDO SPECO La cupa insenatura che si apre in ampio arco tra il promontorio di Torno è le falde del Monte Preaola, è certamente uno dei più suggestivi e caratteristici luoghi dell'incantevole lago di Como. Ne è, anzi, una delle particolarità più spiccate e più singolari perchè e i monti e i venti ed i verdi molli pendii e le rocce minacciose € tetre e i sontuosi boschi di faggi, di lecci, di querce e di tigli, i colori delle Acque, or cupi or ridenti, ed il silenzio immane prendono l'anima e la trasportano in un mondo di sogni. Sull'altra sponda freme la vita irrequieta, ed è tutta una dinamica volontà di movimento e di azione è i paesi, quasi legati l'uno all'altro da un rincorrersi di infinite ville baciate dal più limpido sole e dalla più azzurra delle onde, hanno perduto la gioia della quieta serenità campestre e turbinano di suoni, di romba, di pulsazioni meccaniche, così come rintrona il congestionato corso di una delle nostre più grandi città. Le arterie lucide e bitumate che congiungono Urio a Carate, a Laglio, ù Toriggia, sono percorse gru òrà da un numero enorme di veicoli volanti a tutte le ve- locità, e le acque placide un giorno, e si care alla poetica malinconia cd ai languidi amori, sono oggi sol- cate da imbarcazioni che scivolano a più di cento chi- lometri all'ora tra l'assordante, continuo scappamento dei moderni fuori benda, Nel seno di Faggeto Lario è, invece, una tranquilla, sonnolenta quiete, una strana lontananza dalla vita. E queste sponde, su cul sorgono una storica, tetra villa favolosa e pochi e sparsi gruppi di case alle tre rive di Lemna, Molina e Palanzo, furono desiderate e prescelte da molti dei più fulgidi geni della nostra gloria e proedilette, da chi, lontano dagli uomini, va» leva in solitudine lasciar libero il volo al pensiero ed al cuore. Quivi, nella oscurà Pliaiana, avvolta dalle umbre verdi del suo bosco secolare ed irrorata dalle risplen- denti gemme delle sue acque che piombano giù fra- gorose dalle alte rocce e s'infrangono in nubi iride- scenti, nelle quali danzano | più smaglianti colori che si consumano uno nell'altro per formare la candida spuma: quivi, nella casa paurosa ove vive il mistero della sorgente che fluttua e rifluttua come il mare, che ascose i rimorsi dell'Anguissola è gli amori tur- binosi del Principe bello e gioioso e della più rosea delle Duchesse fuggitive, Rossini ercava il Tanend e Foscolo componeva le Garzia, divino omaggio alla sbocciante seducenza della piccola Franceschina Gio- wio. Stendhal, conquiso dal fascino di questo golfo austero, vi dedicò parole di poctica ammirazione e di desiderio nostalgico, ed i poeti ne cantarono le maliarde attrattive con versi imperituri. Le spiagge naturali, non ancora deturpate dalla avida speculazione, richiamano i pellegrini del sole, che «i godono i balsamici fluidi dei raggi risanatori & vi ammirano il maestoso panorama offerto dall'an- fiteatro di verdeggianti colli, su quali, tra una ar- cadica profusione di verdi distese, si annidano i borghi solatii di Molina, di Lemna c di Palanzo, Molina, distrutta, un tempo, dai Tomaschi in lotta con Como e ricostrutta più in alto, celebre per la squisitezza del suo vino e l'ospitalità dei suoi abitanti; Lemna è Palanzo, dal nome greco dovuto forse alle colonie greche lassù portate da Cesare, in posizione dominante e salubre, alle falde del Palanzone, signore, con l'ornata sua cima, di tutti i monti che lo circondano. Il tronco campanile di Sant'Alessandro, nella sua solitudine e nella sua rovina, sta a ricordare il borro o lavina che in una notte dell'ottobre 1863 abbatte e invase tutti 1 sottostanti casolari, seppellendovi sotto quarantacinque persone, riempiendo di fango tO) di terrore la imponente villa Buttafava, ora squallida e abbandonata, e formando nel lago un sassoso pro- montorio su cui sono andate, negli anni, nascendo le piante selvatiche e fecondando erbe e gramigne. Accanto turbina nei giorni di piena il torrente che precipita dalla valle del Molina, come non lungi dal pontile gorgoglia l'altro che discende, balzando sul greto sassoso, dalla valle del Cairo. Nessuno che passi per questi luoghi può supporre che il torrente Malina esca da una stranczza della montagna che ben pochi conoscono, che nessuno ha saputo ancora far conoscere, c che é uno di quei fe- nomeni naturali meritevoli di essere veduti, osservati, studiati per le impressioni che suscitano, per le sen sazioni che danno, per le conoscenze e le scoperte che possono racchiudere. E' uno speco ben diverso di altri che hanno nomcee quasi universali, e non si trova il- lustrato degnamente in nessuno dei tanti famosi e pre- tensiosi volumi rossi che dovrebbero servire da guida, ove se ne cccettui qualche inesatto ed incompiuto cenno apparso tra le note di non pregevoli monografie. Dalla bocca del popolo, sulla quale corrono varie, attraenti ed interessanti tradizioni e leggende, riguar- danti questi luoghi come quella che attribuisce l'ori- gine «di Falanzo a Palante, liberto di Nerone, ho inteso narrare che il fantastico orrido speco di Mo- lina sarebbe stato scoperto nel 1814 da un ingegnere Paolo Maggi, il quale, volendo provvedere ad alimen- tare un suo mulino, fece fendere una rupe e si trovò dinanzi l'antro infernale in tutto l'orrore della sua incombente maestà. Se così fu veramente, è facile immaginare quale possa essere stato lo spavento dei lavoratori e del- l'egregio ingegnere all'aprirsi di quella sconosciuta voragine, Da un'altezza di cinquanta metri piomba fragoro- samente il torrente Molina nel fondo del primo e più alto orrido, le cui pareti stalammitiche rintronano del fragore dei grandi echi spaveniosamente ripetuti. La
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ha maestosa crscala del forrente Molina «ul Lage di Como. luce cala dall'alto come velata dal verde degli arbusti che inghirlandano i bordi del precipizio e sembra vo- gliano proteggerne gli ascosi segreti. Il monte si fende in una grande spaccatura tra le rocce calcaree, e lascia travedere in una penombra ingannevole il luecichio del lago cerulo. L'acqua che sotto le ampie ed imponenti volte del primo e più ampio palagio incantato, ha formato un limpido la- ghetto in cui ride la luce e sfavilla, scesa dal magico lucernario, balza d'un salto dalla roccia al fondo di un secondo antro il cui greto trovasi a una ventina di metri più in basso, La spaccatura della montagna è nascosta dalle spesse fronde dei lecci, e chi valica il ponte, gettato sull'alveo pietroso e congiungente le case di una riva a quelle di un'altra vicina, non si accorge dell'orrido che si spalanca al suo fianco, se non è incuriosito dal frastuono della cascata e non avverte la carezza del vento gelido che l'avvolge. Ma chi ha visto, chi ha ammirato, chi ha sentito la grandiosità di questo speco sconosciuto, non dimen» ticherà mai la visione dantesca che gli ha incantato gli occhi e commosso il cuore. GIAN FRANCESCO MARINI
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Fa corruzione di una capanna con lastroni di ghiaccio. GLI UOMINI IPERBOREI Da tempo i bianchi conoscono più o meno bene i fratelli semplici & primitivi che si raccolgono nella vasta regione gelata al di sopra della cerchia di terra tra Europa ed America, là ove la vita è possibile. Sino a ieri la conoscenza era modesta: e se il bianco era riuscito a fissare sulla lastra o sui films le imagini di questi suoi fratelli minori condannati a ignorare quasi per intero le gioie della esistenza, poco ancora sapeva intorno alla civiltà csquimese, intorno alle abi- tudini, alla religione, ai costumi. Nel periodo che segue la guerra varie spedizioni sono state dirette alla zona iperborea, allo scopo di fornire gli elementi ed i documenti che rendano pos- sibile questa più esatta conoscenza. La più importante e la più recente di esse è quella che prende nome da Knud Rasmussen, il celebre esploratore. Nessun uomo presenta doti più insigni per pene- trare nelle zone gelide è raccogliere i documenti della vita intima e colturale degli eschimesi. Rasmussen da piccolo è cresciuto in Groenlandia, ed ha così potuto apprendere senza difficoltà i dia- letti eschimesi, ha potuto prepararsi alla vita nelle regioni nelle quali spesso il termometro segna cin- quanta sotto zero, abituandosi, im una età nella quale a tutto ci si adatta, alla alimentazione eschimese. Più tardi l'esploratore ha frequentato i centri col- turali curopei e anzi fu poi laureato in Danimarca. Il gran viaggio, del quale ha ora pubblicato la re- lazione, fu pensato nel 1923 e 34. Si trattava di esplo- rare tutta E regione che sta tra il 68" ed il go" grado di latitudine nord, nell'immenso tratto tra la Groen- landia ed il Pacifico, spingendosi cioè dalla Baia di Baffin sino alla Alaska sa eventualmente sino all'e- stremo della Siberia. Di questa vastissima plaga poco sappiamo. Le vec- chie carte da offrono indicazioni approssimative, e cessano anzi le indicazioni non appena si arriva verso l'80" di latitudine. Si conosce che esistono molte isole (alcune tra le maggiori della terra) gelate per tre quarti dell'anno: si conosce che le popolazioni esquimesi si raccolgono in piccoli gruppi qua e là, e che la vita wi si svolge con una semplicità grandissima... ma poco altro vi si conosce. Rasmussen volle che la penetrazione non fosse fatta soltanto in estensione geografica ma anche in profondità colturale e psicologica. Quindi predispose la spedizione per la durata di due anni almeno, i quali dovevano poi diventare tre coi viaggi di avviamento alla regione iperborea e di ritorno alla civiltà. Mon senza ragione egli avera pensato che tra pochi anni la civiltà avrebbe tutto mutato anche nelle regioni fredde, e per conseguenza affermava che era necessario raccogliere tutte le documentazioni etnografiche in questa terra vergine (terra o ghiaccio) prima che le correnti civili avessero tutto mutato e tutto distrutto. Sei compagni allenati ai sacrifici accompagnavano Rasmussen. Non si cercava il lato romantico di una spedizione polare, ma quello scientifico di una esplo- razione geografica ed etnografica. Il che non sscliae che le avventure accompagnassero la bella e fortunata spedizione sino dagli inizi, coll'innugurazione di un cla- moroso naufragio sulle coste gelate della Groenlandia. Tutti gli esploratori erano armati per vivere tra le nevi ed i ghiacci, tutti erano pronti ed allenati alle privazioni, da pere dell'isolamento a quella di unò alimentazione che presuppone uno stomaco di acciato, L'esplorazione si era iniziata attraverso a difficoltà di orientamento; ma ben presto gli uomini verso i quali erano diretti gli es loratori, venivano incontrati e si incominciavano i rilievi e gli studi. zona esplorata è immensa e ingente il materiale raccolto, Grandi +iaggi sulle slitte o nei minuscoli caiechi erano intrapresi percorrendo in lungo e in largo tutta la vastissima zona. Le esplorazioni si ar- restavano verso nord, là ove la solitudine appariva completa e dove le traccie dell'uomo più non erano segnate sui ghiacci. Rasmussen ha così potuto dettare la più completa relazione che noi possediamo sugli iperborei, ai quali ha potuto parlare durante molti mesi, raccogliendo dalla loro viva voce le attestazioni di fede, i leggi; le credenze.
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La visione generale è assai triste per la civiltà degli esquimesi. Essi si trovano in uno stato mentale poco dissimile da quello degli uomini del periodo magdaleniano: nessuna nozione del mondo che sta attorno, nessuna formazione iniziale di civiltà, nex- suna manifestazione che permetta di pensare ad una curva saliente di sviluppo morale. Gli esquimesi hanno del bene e del male una no- zione che è ancora più infantile di quella degli abi» tatori delle Ebridi e delle Salomone. Uccidere un uomo che pare costituisca un qualsiasi pericolo, non si presenta al loro spirito come colpa: è in alcune tribù non appare biasimevole la antropofagia di cc- cezione, mibbeae nella realtà concreta la antropofagia sia assente dal costume. Le idee sull'amore sono più che elementari: la donna è decisamente una cosa, e se la poligamia è praticata soltanto da pochi capi, ciò succede esclusi- vamente per una ragione economica. Il marito ha diritto di wita e di morte sulla donna: ed in alcuni casì si pratica una strana forma di poliandria, deri: vata dal diritto che l'uomo possiede di chiamare altri compagni a convivere nelle capanne di neve, dividendo con essi cibo e donna. I concetti religiosi sono nebulescenti e mal definiti: e presentano da zona a zona, da clan a clan, varianti senza fine. In totale gli esquimesi hanno una va nozione della possibilità di un'altra vita della quale però poco si preoccupano; ed ammettono una 0 più divinità male Hefinite. I tentativi cattolici di evange- lizzazione hanno bensi portato a qualche conversione (e si hanno missioni nelle parti meno lontane dalla vita del bianco), ma il sentimento religioso è lontano dal formarsi, e Rasmussen dubita assai che le con- versioni abbiano altro movente che un utile evidente. Un padre gesuita (Padre Turquetil) ha compiuto ten- tativi degni di grande elogio per la trasformazione di alcuni gruppi esquimesi, c a Chesterheld ha eretto anche una piccola chiesa in legno, ove convengono gli indigeni da enormi distanze. Ma resta a vedere che cosa in effetto è penetrato nello spirito di questi uomini semplici che zi trovano ancora allo stato civile dell'età della pietra. Tutti gli esquimesi rivelano per modi differenti la loro origine e la loro tendenza di uomini continentali, sebbene vivano sulle isole e in contatto con- tinuo col mare. Così pescano foche e tri- chechi ma senza entu- siasmo, mentre con en- tusiasmo cacciano la renna è l'orso, anche se In fatica è assai su- riore. În più di una eggenda del resto, fanno capolino i ricor- di della vita nel conti. nente è le rimembran» ze di remoti tempi, quando le popolazioni iperboree erano lonta- ne dai ghiacci e cono scevano la bellezza della foresta. Segni infiniti atte- stano la provenienza Piltoreschi costumi eschimesi in pelle di renna À sinistra: Covtame asale. A destra: Conume de festa, 81 mongolica di tutti questi abitatori, i quali della civiltà bianca hanno un'idea nebulosissima, sebbene qualche rammofono abbia fatto la sua comparsa anche tra e regioni ghiacciate, e sebbene il bianco abbia oggi toccato tutti i punti abitati. Per essi l'idea del mare, e delle terre oltre il mare, è così indefinita che non riescono neppure a concepire l'autorità politica del Canada, il quale cerca tratto tratto di fare qualche atto di sovranità. Grande importanza ha ancora la magia, e notevole significato pratico possiedono gli amuleti; nel che si riconoscono le nette parentele di questa civiltà infan- tile con tutte le altre civiltà degli uomini primordiali. Alcune delle pagine del Rasmussen fanno pensare nettamente alle descrizioni recenti intorno alla civiltà centroafricana o intorno alla civiltà delle popolazioni polinesiache. Llimostrazione limpida che l'uomo si ri produce colle medesime caratteristiche in tutti i punti del mondo, con un'identica architettura spirituale. La lettura e la meditazione del volume di Ras- mussen conferma la sensazione che deriva da tutte le narrazioni nordiche; e cioè che le popolazioni iper- boree sono ancora al livello dell'uomo neolitico. Pri- mitiva la concezione della vita e l'orientamento sull'al di là, Primitiva la interpretazione della famiglia del clan della tribù, delle leggi del dovere è dell'onore. Anche le nozioni del mio e del tuo presentano strane contraddizioni. Il freddo ha agito come un grande congelatore delle possibilità di evolversi; e le popola- zioni di un tratto di terra vastissimo restano allo stesso punto nel quale erano le popolazioni di alcuni tratti europei trenta è cento mila anni sono, La civiltà arriva con qualcuna delle sue manife- stazioni, ma in sordina e le manifestazioni sono com- prese a metà, quasi senza meraviglia, © certo senza turbamento. Così come nell'esaminare le popolazioni iperboree ci accorgiamo che alcune presupposte leggi biologiche paiono in esse lese {ad esempio non ci race capezziamo nei quesiti alimentari sul fabbisogno di queste popolazioni che restano mesi e mesi con cibi privi di vitamine), non diversamente nel sondaggio spirituale ci accorgiamo che i comuni metri di misura male servono. Arriverà mai sino ad esse il soffio animatore del risveglio? scomparirà davvero la loro anima fan- ciulla dopo i contatti coll'uomo bianco? o la neve eterna e i ghiacci perenni così come coprono per tutto l'anno la terra avvolgeranno in un immodificabile manto psicologico lo spirito di questi uomini sem» plici ? Ciò che resta ine teressante è che Ras- mussen, prima della minaccia che l'anima esquimese sia per sempre modificata dai nuovi contatti, ne fissato sulla carta i segni più caratteri» stici, E. BERTARELLI
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Reg era LA RIVISIA “POPOLO D'ITALIA" ILLUSTRATA DEL — ai Fandatori: ARKNALDO MUSSOLINI - MANLIO MORGAGNI Direttore: MANLIO MORGAGNI REDAZIONE. AMMINISTRAZIONE MILANO via Lovanio, le è TEL. N 664651 ABDORAMENTO per i 1023 L, DÒ - Emas i. HI). NUMERO SEPARATO L. b& Anno VIII N. 11 - Novembre 1919 - LA RIVISTA esce ogni mese | Pubbiizhi Cosovasionarzia asclealsa Ualona Pilbibliocil Bialtana. — 1 dîaiici di ripradigione + di tradozione e i sbno riservati por imitl | gasil | UNILIÀ DI SPIRITI Nell'offazo anniversario della Marcia su Roma il Popolo italiano ha voluto dare al mondo la prova più chiara e lampante della sua fedele e costante adesione al Duce ed al Fascismo. L'unanime consenso della intera Nazione all'opera innovatrice di Benito Mussolini è dimostrato dalle documentazioni fotografiche che noi pubblichiamo, e non abbisogna di commenti. Le fotografie parlano alto e senza confusioni né equivoci, da sé. La celebrazione della storica data ha trovato calda ed entusiastica corrispondenza in tutti 1 cuori, Piccoli e giovanetti, militi e xeterani, fanciulle è donne, vedove e madri di caduti, combattenti, muti- lati, cittadini di ogni categoria, tutti si strinsero, in quel giorno, intorno alle loro insegne, nelle piazze delle città e dei paesi, per manifestare lealmente, senza infingimenti, senza seconcli pensieri, la loro fede inesausta ed inesauribile al Duce che, in sette anm di governo, ha dato nuove e granitiche basi alla vita nazionale ed ha mutato le sorti della Patria. Le imponenti, singolari manifestazioni di giubilo del nostro popolo produttore e fecondo nell'ottavo anno dell'ardita impresa, non furono una parata di festività rumorosa né una semplice, per quanto entu- siastica, celebrazione di un rito. Il Popolo italiano ha voluto esprimere con la di- chiarazione della sua fede, anche 1 sensi di gratitudine che esso coltiva per Chi ha tratta dal precipizio la Nazione pericolante e l'ha avviata sui binari che si- curamente la condurranno verso il benessere è la prosperità. Il Popolo, giudice infallibile, conosce che tutto il rinnovamento di questa nostra Italia & dovuto alla volontà d'acciaio del suo Duce che ha saputo, con la lucida visione del tempo e delle necessità, creare per il suo Paese ordinamenti adatti, indispensabili riforme, plasmando, nel contempo, una nuova e più profonda coscienza nazionale. Gli italiani hanno, in questo anniversario, ricor- dato che dalla volontà creatrice di Benito Mussolini è stata impressa una nuova fisionomia alle nostre istituzioni ed è stato compiuto, con lo Stato corpo» rativo, un travolgimento radicale di tutte le consue- tudini politiche, che traevano la loro ragione di essere dagli immortali principi dell'ottantanove, tra la sba- lordita sorpresa del mondo, che intuisce limpidamente che solo nelle dottrine mussoliniane potranno le na» zioni, tormentate dal parlamentarismo, trovare salute. In Italia l'ordine è ristabilito in modo che a nes- suno verrebbe pensiero di turbarlo, il eredito è ri- conquistato, è rivalorizzata la lira ed è tornato l'amore al lavoro, Ovunque fervono le opere, si intensificano gli studi, sorgono istituzioni benefiche è miglioratrici di womini e di mezzi. L'agricoltura prospera, l'indu- stria progredisce, i commerci sono attivi ed intensi gli scambi. La disoccupazione è ridotta a termini mi- nimissimi nel medesimo tempo che si iniziano lavori stradali e si continuano opere di bonifica per un im- porto di centinaia di milioni di lire. E tutto questo è stato ottenuto con silenziosa cd operante tenacità mentre trovavano i loro naturali svi» luppi il Gran Consiglio fascista, organo supremo del nuovo Stato, il Partito, i Sindacati, le Opere Nazionali Balilla, Maternità e Infanzia, Dopolavoro, Combattenti e mille altre minori è pure benefiche iniziative del Regime. Suscitata negli italiani una coscienza colo» niale e marinara, si è intensificata la propaganda de- mografica con premi ed aiuti alle famiglie cariche di prole, e si è vittoriosamente combattuta la battaglia del grano, che ha permesso in quest'anno di diminuire quasi totalmente la importazione del frumento, mentre ci si liberava interamente dalla importazione dello zucchero. La lotta continua, e il giorno non è lontano in cui l'Italia sarà completamente emancipata dalla schiavità annonaria straniera. Risultati giganteschi furono pure conseguiti nel campo dello spirito. Riformata la scuola in tutti i suoi gradi, si è resa attiva è realmente formativa. La riunione dell'Opera Nazionale Balilla al Ministero della Educazione Nazionale attesta della serietà del
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ia sa ie a ce Ve dali as. En sn Ti"! FR e Ma ca bn a ili "= È "al et LORA È ddl wi = Ti perfino 3 f «Piran proposito di voler dare all'Italia di domani uomini intellettualmente è fisicamente pronti ad ogni neces» sità, I servizi pubblici migliorati, le strade è le vie di comunicazioni curate, vigilati gli «merci dei generi alimentari, scrupolosamente imposta l'igiene, purifi- cato il costume, inibito il famo è l'alcool alla gio» wentù, combattuto il turpiloquio e la bestemmia, la vita civile italiana è irriconoscibile da quello che era or sono otto anni. Sembra che molto tempo, molto, ci divida dalle ore buie nelle quali nulla di saero né di buono era rispettato e venivano avvilite le ge- rarchie e disprezzata l'autorità | Ma questa coscienza nuova, questo raggiunto be- nessere, questa serenità di civile è politica esistenza gli italiani sanno dovere al Fascismo e sopratutto al suo Duce. Al Duce, che portando alla Maestà del Re il 28 ottobre 1932 l'Italia di Vittorio Veneto, recava anche le aspirazioni ad una vita nazionale migliore ed il proposito di giungervi ad ogni costo. Le manifestazioni deliranti e commosse della fe- stività lanniversaria dimostrano che il proposito fu mantenuto e la méta raggiunta, perché l'unità di spi- riti è assoluta. Gli italiani vigilano sulle conquiste della Rivoluzione Fascista in perfetta unità di intenti col loro Capo. Questo hanno voluto significare "con l'imponenza della loro pubblica adesione, che assurge nell'ora attuale a nuovo spontanto plebiscito. Quale Nazione ha avuto momenti storici così in- tensi da poter fornire la documentazione fotografica che noi presentiamo? Quale Nazione ha avuto mai una così generale e trascinante esplosione di consenso per alcuno dei suoi dirigenti? Solo l'Italia, che ha sentito il fascino che emana da tutta la personalità di Benito Mussolini, ha ascol- tato il suo Duce, lo ha seguito nei suoi atletici sforzi di rigenerazione ed é pronta a seguirlo ovunque Egli voglia ora e sempre, per la prosperità e l'avvenire del suo Popolo, MANLIO MORGAGNI
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HH Duce dell'Italia Fascista.
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e. 7 crea a sa Ko schiemtotento delle iIruppe e l'affollamento del popolo in Piazza Wenezia per ascoltare la parola del Capo aell'ansicersario del ANFUI Qliobre, Sopra: dl Pirce, in averzzo ai Cerarchi, nella fribuna d'onore, Patania Sangiorgi.
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IL FASCIO PRIMOGENITO ADUNATO INTORNO A°f SUOI GAGLIARDETTI IN PIAZZA DEL DUOMO A MILANO ASCOLTA LA CELEBRAZIONE DELLO STORICO ANNIVERSARIO FATTA DA $_E IL CONTE DE VECCHI DI VAL CISMON
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| i PO mM pa» asa = —= —— Les fadunata del Fascismo di Como in Piazza del Duomo è (sopra) quella di Brescia in Piazza della Loggia, Fioî Barwita a Fot. Albala
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Le adunale per l'anniversario del NANA Qlipbre a Ravenna è, sopra, a Maniora. Fai Maaai # Fal, Criamelbi,
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ag ar ea e rio 3 e HORA Mt I È ifnti | LI si % = mi "i # ni ni pla Rai | La commemorazione del ANNI Qliabre a Pesaro, Far A. Ricial » Priaro Sopra: La grande assemblea del Fascismo di Macerata sascalle g
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mansele a Mieli. ‘iMorio JE ssa | sd & 5 ue; 5 d È: 5 iL] È a 7 tape La celebra x sg cati Pete i I e | | nell'Area monumentale mentre parta Ca. Madan. Fo Balelli,
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F. pi ei #1 til a î PIT") i a Jef DPR] {7 si ua: ere | Mnimiia avi Reparti della Marina, dell'Esercito e della Milizia e organizzazioni Sopra: $. E. Balbo dal halcone di Palazzo Vecchio parla ai Fascisti di Firenze in Piazza della Signora.
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Foi. Ardea Pirbi itfuadrata eniro fa cornice della storica Piazza Mastri A Anezzo di Lt
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IMMUTATO. I CUORI i me È i Sopra: d' Fanivmo di Ù ‘enezia seunalo in Piazza &. darte mentre SE. Fon, Gioriali commemora il fausto anniversario dal Balcone del Palazzo Feale, ra Gradi, Sotto; L'ammasnmento in Piazza dei Signori a Vicenza,
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dl GLI LA PARITÀ NAVALE NEL MEDITERRANEO CONDI. ZIONE DI VITA PER L'ITALIA Alla proposta del Governo fascista per una di- scussione preliminare tra Italia e Francia sul disarmo navale il Quai d'Orsay ha dato un assenso di mas» sima. Ma alla risposta generica nessun accenno è se- guito per un inizio pratico delle trattative. Intanto l'atteggiamento francese si è reso evidente attraverso la stampa. La vicina Repubblica intende sottearsi al- l'impegno di Washington per la parità navale con l'Italia. Essa vuole una prevalenza in fatto di inero» ciatori «indi? da iovvoo tonnellate, di naviglio mis nore e di sommergibili, e ciò sotto il pretesto di dover difendere le linee di comunicazione extramediterranee con le proprie Colonie è di garantire le proprie coste sull'Atlantico è nella Manica. Ma contro l'artificiosità di tali argomentazioni è facile obiettare che la parità navale italo-francese fu già riconosciuta a Washington nel 1921 e che il Go- verno fascista non potrebbe certo domandare nulla di meno di quanto fu ottenuto dal precedente Regime. D'altra parte la flotta francese è quasi tutta concen- trata nel Mediterraneo, ininterrottamente dal 1923. Le direttive del nuovo Ministero francese lasciano prevedere che la tesi già ufficiosamente prospettata dalla stampa sarà sostenuta con fermezza. Tardicu, discepolo del ‘ Tigre" ed erede della maggioranza di Poincart, ha già posto innanzi le proprie batterie per la difesa dell'“ Impero coloniale” della Francia. In termini pratici i sudi propositi si tradurranno nella prosecuzione degli armamenti navali e nella intransi- gente negazione della parità mediterranea. Ma l'Italia ha dalla sua parte agni buona ragione per difendere il dliritto già riconosciutole a Washington, e l'opinione pubblica anglo-americana per molti segni ha già ma- nifestato la propria simpatia nei riguardi della nostra giusta causa, Nessuna apprensione dunque. Se l'im- pegno del 1921 verrà contraddetto, nessuno potrà ob- bligarci alla compromissione della nostra sicurezza mediterranea. Là Marina francese potrebbe bloccare l'Italia nel Mediterraneo, ma la nostra Marina non potrebbe mai bloccare la Francia nell'Atlantico e nella Manica. Il Mediterraneo è per i francesi un mare sussidiario, mentre per gli italiani è l'unico mare di rifornimento e di vita. Non potremmo dunque mai accettare una situnrione di inferiorità che ci metterebbe alla mercé di un'altra Potenza. Gli italiani non saranno mai tanto stolti da sotto- scrivere ai solismi del signor Pertina», dichiarato è acido nemico della nostra Nazione. La prevalenza na- vale della Francia significhecebbe per l'Italia un pe- ricolo di affamamento all'inizio di una crisi, pericolo che sarebbe supremamente iniquo e grottesco imporci come " situazione di diritto ”, in omaggio a un disarmo che la Francia nei fatti si rifiuta di praticare. Vogliamo pertanto ripetere alto e forte che l'Italia ha piena ragione di garantire la vita dei propri figli e di assicurare in ogni caso la propria indipendenza nazionale. O questo diritto ci verrà riconosciuto, 0 noi ci rifiuteremo di decretare la servità dei nostri figli. AVVENIMENTI INTERNAZIONALI Se la Francia terrà duro, noi ci terremo ancor più fermamente sulle nostre posizioni © gli eventuali ostacoli che potranno sorgere alla prossima Confe- renza di Londra ricadranno in pieno sull'imperialismo francese. Intanto, constatato che tutto il mondo continua ad armare, il bilancio delle nostre costruzioni navali è stato portato a fon milioni, con cui potremo appron- tare circa Jo mila tonnellate di naviglio all'anno. Il programma navale della Francia merita di es- sere attentamente seguito, sopratutto per l'enorme sviluppo che esso dà al naviglio silurante subacqueo, arma specifica dell'‘ affamamento ". E le idee dello Stato Maggiore francese meglio si chiariscono col ri- fiuto di ratificare la speciale convenzione di Washing: ton che vietava l'uso dei sommergibili contro le navi mercantili. E" dunque di tutta evidenza che in caso di guerra la vicina democraticissima nonché Ilocarni» stica Repubblica vorrà praticare un inesorabile blocco contro i rifornimenti, per giunger all'affamamento degli eventuali antagonisti, tra i quali, per ipotesi, potrebbe anche cssere l' Italia. Su questa possibilità & necessario riflettere seria: mente. La linca di sbarramento ToloneCorsica-Bi- serta, rafforzata dalle basi d'Algeria, ci vieterebbe ogni possibilità di traffico verso lo stretto di Gibil. terra. Ed una flotta francese dislocata in Siria in ap- poggio a squadriglie di sommergibili, ci taglierebbe le vie di accesso ai Dardanelli e al Canale di Suez. In tali condizioni i nostri rifornimenti diverrebbero estremamente problematici, con una compromissione forse irreparatile della nostra indipendenza, delle nostre possibilità di espansione, dello stesso diritto di neutralità o di libera scelta delle alleanze. L'AMERICA PRENDE POSIZIONE PER LA LIBERTA' DEI MARI Ma sul tema della “libertà dei mari", ciot della libertà di traffico mercantile in caso di guerra, i pro- getti e le direttive dello Stato Maggiore francese vengono i scontrarsi con la volontà americana ormai apertamente dichiarata. Il Presidente Hoover, parlando all'Auditorium di Washington dinanzi all'American Legion per la ricor renza dell'armistizio, ha pronunciato un discorso che costituisce una vera è propria " presa di posizione". " L'affamamento della popolazione non combattente — egli ha detto — non dovrebbe costituire un'arma di guerra, Tale sistema dovrebbe essere abolito. Le navi che trasportano viveri dovrebbero essere trat- tate come le navi-ospedale, e perciò non assoggettate ad attacchi o a perquisizioni. Malgrado le prospettive paciliche, la pace che ora regna è una pace armata. Infatti gli uomini sotto lè armi in tutti i Paesi del mondo, comprese le ri» serve attive, sono circa trenta milioni, ossia dieci milioni di più che nel periodo prebellico. Le navi portaerei ed altri elementi di distruzione sono molto più potenti ora che nell'anteguerra. Fra le Nazioni regnano reciproci timori, difidenze, odî latenti che costituiscon incentivi di guerra. Nessun quarto di se- colo nella storia dell'umanità ha giustificato la con-
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clustone che non si sarebbero avute più guerre”. Parole sagge, che hanno un valore enorme perché pronunciate dall'uomo che occupa la carica di maggior potenza nel mondo. L'America desidera la pace, ma non crede all'utopia della pace perpetua, perchè il mondo è oggi più che ieri travagliato dai pericoli di guerra. E in vista di una nuova possibile conflagra- zione, gli Stati Uniti prendono sin d'ora posizione per la libertà dei mari. Ciò era perfettamente prevedibile e preveduto. L'economia americana è infatti basata su una produzione in aumento continuo e su un'am- piezza sempre più vasta di mercati. L' ingranaggio delle esportazioni non può arrestare o rallentare il proprio ritmo, senza che contraccolpi immediati si ripercuotano sulla macchina della produzione, sul regime dei salari, sulla vita delle industrie, sul sistema bancario, « su tutti i rapporti economici interni che sono nila base della formidabile potenza finanziaria nordamericana, Gli Stati Uniti non potrebbero dun- que tollerare, senza correre gravi pericoli di crisi e di decadenza, che l'ampiezza dei loro mercati fosse ridotta da un blocco nel Mediterraneo o nel Conti. nente europeo. Per contro, in caso di guerra gli Stati Uniti tenderebbero necessariamente a sviluppare i loro traffici, ad aumentare le loro esportazioni di prodotti agricoli e di macchine. La parità navale con l'Inghilterra aveva questo preciso e deciso presupposto. Dopo gli accordì tra Hoover e MacDonald, il diritto di blocco, che fu arma formidabile dell'imperialismo britannico, verrà fatalmente a cadere. In caso di neutralità dell'Inghil- terra e dell'America, le due Potenze entreranno in gara per accaparrare i migliori mercati nel cerchio dei belligeranti. © se l'America sarà neutrale, l'Inghilterra non potrà impedirle la libertà di traffico, senza ren- dersi responsabile di una provocazione di guerra, La dichiarazione americana è il preannunzio di una garanzia a favore delle Potenze che non detengono monopoli di materie prime e che potrebbero essere solfocate dal blocco navale. Tale è il caso dell'Italia. Non possiamo dunque non accogliere con pieno gradimento la dichiarazione del Presidente Hoover. Essa risponde ad alti criteri di umanità e al diritto di vita delle Potenze più povere, contro la brutalità delle Potenze imperialiste. Nella lotta tra vecchi Stati egemonici e giovani Stati privi di risorse, la dichiarazione americana per la libertà dei mari costituisce un elemento di equi» librio di grande importanza storica. Gli Stati Maggiori possono elaborare i piani più ine- sorabili. Ma vedremo quale Ammiraglio oserà ordinare il siluramento di piroscafi recanti la bandiera stellata. IL PLEBISCITO TEDESCO CONTRO IL PIANO YOUNG Il Plebiscito indetto in Germania per iniziativa delle forze nazionali capitanate da Hugenberg non rappresenta una mossa politica opportuna. Infatti il Governo tedesco si è già impegnato all'Aja per la ratifica del Piano Young, ottenendo in compenso da parte della Francia l'assicurazione dello sgombro to- tale del Reno entro il Fo giugno igia. Le obbliga zioni finanziarie assunte col Fiano Young possono essere considerate onerose dal popolo tedesco, ma giova ricordare che esse rappresentano un sensibile miglioramento sulle ben più gravi condizioni del pre. cedente Piano Dawes. Comunque la Germania ha in- 43 teresse a ratificare le convenzioni dell'Aja, per otte. nere in contropartita la liberazione del proprio ter- ritorio, Se il Governo di Berlino fosse indotto a rifiu- tare la ratifica, la Francia ne trarrebbe pretesto per rifiutare lo sgombro. Il plebiscito di Hugenberg è per- tanto intempestivo e impolitico, anche in considerazione del fatto che lo stesso Stresemann, firmatario dell'ac- cordo, aveva dichiarato che il Piano Young non poteva considerarsi valevole che per un decennio al massimo. Il Plebiscito ha avuto già una conseguenza non certo favorevole per la Germania, contribuendo alla costituzione di un Governo di resistenza in Francia. E il signor Tardieu, nel primo suo discorso presi- denziale, ha espresso propositi alquanto oscuri circa la effettiva volontà della Francia di attenersi alla data del Fo giugno 1930 per lo sgombro deciso all'Aja. Ma d'altra parte i quattro milioni di voti raccolti dal Plebiscito rappresentano una realtà degna di con- siderazione. Essi stanno a dimostrare che le forze di destra in Germania cominciano a trarre profitto dalla viltà rinunciataria dei socialisti e dal malcontento delle moltitudini. Il Plebiscito avrà ulteriori sviluppi secondo la pro- cedura stabilita dalla Costituzione di Weimar. Tut- tavia, anche se esso in ultimo appello sarà destinato a fallire, l'orizzonte franco-tedesco difficilmente potrà tornare a rischiararsi. Se lo sgombro sarà completato al So giugno igia, la missione di Briand apparirà superata. Allora il vero volto della Germania tornerà a profilarsi, con la gra- duale ripresa delle forze di destra, per un decennio solffocate dalla prevalenza della socialdemocrazia. ODIOSA INGERENZA DI AMSTERDAM NELLE QUESTIONI INTERNE D'AUSTRIA Il signor Henderson, membro della II" Internazio- nale socialmassonica di Amsterdam è Ministro degli Esteri d'Inghilterra, ha pronunciato contro 1 partiti di destra in Austria un discorso, che non potremmo non definire odioso è antilibertario, Secondo ogni pro- babilità egli è stato sospinto dalla astiosa inframmet- tenza di Benes, le cui mire di invadente imperialismo panslavo sono da tempo visibilmente rivolte sull'Au- stria. Ma la mossa di Henderson non può lasciare indifferente l'Europa, che ha una tradizione secolare di non intervento, Nessuno potrebbe tollerare che la Il* Internazionale stabilisse un assurdo diritto di in- tervenire negli affari interni delle singole Nazioni. I Popoli indipendenti avrebbero piena ragione di ribel- larsi contro un simile odiosissimo vassallaggio. E° forse l'Europa una Colonia indiana, soggetta ai Vicerk rossi e verdi di Amsterdam? L'Austria è una Repubblica libera è sovrana. Essa ha pieno diritto di scegliersi quel Governo che meglio risponda alle proprie necessità interne. Questo Go- yerno potrebbe anche essere, a dispetto di Amsterdam, una dittatura delle Heimwehren, così come in Russia esiste una dittatura bolscevica e in Jugoslavia una regia dittatura militare. Non è stato dichiarato alla Camera dei Comuni che i rossi di Mosca vanno rispettati e che si deve trattare con il loro Governo? D'altra parte come l'ingerenza bolscevica non è tollerata nelle questioni interne inglesi, così il signor Henderson non può pre- tendere di stabilire l' ingerenza di Amsterdam sulle questioni interne d'Austria. GAETANO POLVERELLI
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DAMIANO DAMIANI. Asvalti vast disegno e SR Hominwi
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I " IN da li PI i = ea E Mil Re e il Principe Ereditario a Modena perda celebrazione della Vittoria, Il Sovrano esce dal Tempio Mo amuralale es;ello alla memoria dei Caduli. Sopra: La deposizione di una corona d'alloro dl Menunento dei Caduti.
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Ma eri ‘re p € si te lof o C'era un negozio di barbiere dinanzi al quale io, ragazza, passavo e ripassaro col batticwore, e non csavo entrare. Il negozio sorgeva a uno dei lati del teatro è il barbiere Rossi, sia per il luogo, sia perche quando una compagnia ilrammatica capitava nella città di provincia era incaricato di riparare le parrucche è di dare una mano per lo truocature, era chiamato "il barbiere del teatro”. Dietro la sua vetrina facevano bella mostra leggiadre faccine di cera incorniciate in riccioli bruni e biondi, teste irrepremsibili di gentiluomini del Settecento, fale o vasetti © arnesi d'usò misterioso, che mi attraevamo irresi- stibilmente. la sacra aureola di cui la mia fantania avvolgeva tutto quanto avoera attinenza col teatro, dalle pietre agli ar tisti, dagli autori alla buca del suggeritore, comunicava la sua luce persino al propritiario di quel negozio, all'uomo ché era Fotae atalio il confidente di più dl'an principe della stona. Quando dovevo Farmi accorciare i capelli — di barba non era ancora il caso di parlare — mi aggiravo coi miei denari già contati là presso; ma la tentazione di commettere un ira- dimento a danno del mio solito barbiere serà, per Fortuna, +rinta dalla mia attaia puaillanimità. Un giorno = èrò iui quattordici anni ed ero alto come adeiiò Cn ell un'idea che mi parve doppiamente geniale. Uîù amico acconsenti a farmi da introduttore in quel sanivaria della cipria e dei cosmetici. = Waorrei — dlisài, dominaado il mio smarrimento — fare Una burla ai mici ali TARA. Vorrei mettermi va paia di tra FIG posticci « una barbetta a pizzo... — Subito fatto, signore — rispose l'imponente figaro con un sorrtia, {La parola * signore e l'accento cisequicso mi rincora» reno subito). Sedetti sulla poliroma ; è, mentire l'amico interpellava con abilità il Posi su questo è quell'attore, e io arrischiavo di tanto in tanto una domanda che mirava a achiudere interi orix- ronti alla mente, il capolavoro fu compiuta. Ero bella, Non mi mancavano che il grande collare, il cap pella piumato è lo spadone per essere un perfetto moschettiere, Mi guardavo nello specchio: incredibile! Non Porthos, forse; ma Aramis, il gentile Aramis si, il temibile conquistatore, noe noilanto l'apparenza iui po effeminata, di forterze e di dame. Usci dal nogoria tutta compiaciuto è, itnia por tempo in mezzo, mi diressi alla stazione, Una donnina che non conoecero,
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EF: dagli occhi biatrati, mi gettò nel passare, © mi parve, uno aguarda assassina, La vita cominciava a sorridermi. Ma resi- sietti alla tentazione, @ stavolta non per puiillanimità, bensi per fermezza di carattere, Non potevo rimunziare al mio piano, Acquistai un biglietto e salti in tresio, Trascorsi il viaggia, un'ora e mezzo circa, nel rimirare di sfiaggita, ogni volta che supponeva di rimanere inciservato, la mia immagine riflezza nel vetro di un avriso pabblicitaria. Mi piacevo sempre di più. Con cauta leggerezza arriociavo di tanto in tanta i baffetti; e mi sentivo invadere sempre più dallo spirito guerriero, Arvova un certo prurito alla faccia, per la gomma riseccata sulla pelle, ma seppi traltenere in tempo la mano tesà a grattare. Non bada: alle siazioni intermedie; sco a piedi, feci il breve viale che conduceva alla porta della piccola cmia; fui subito al centro: quattro altri passi ed eccomi giunto. Bi apri Clemeiina, la cameriara che ben consioeva, anche per un poco riguardoso ceffone appioppatomi qualche mise prima, mal ricambiando una mia dimostrazione di tene: rezza, Stavolta mi csserveò benigna, sebbene un po' circospetta: e menti l'alta considerazione che di me faccra nel tonò con Cul diiae - — Il signore desidera 7 E' gia iascito il cavalier Martucci? - E' ancara in casa, signore. Chi deva annunriare? — ll barone Bombella. ° = Si accomodi. E, chinanido con verso il capo, mi apri l'uscio del salotto. Farso se il barone lBombellà avcist và po allungato la mano su Clementina, non avrebbe avuto stavolta nulla da temere, Così almeno opinai, Sopeaggiunse mio zio, con la figlia. Curiosa per natura e civeltuola com@era, Erminia, la cuginetta Erminia, aveva forse voluto comnoecere | importante personaggio annunciato è farsi ammirare da lui, M'ero alzato in piedi. — Mi perdoni, cavaliere. Sono il barone Bombella di Fi- renze, amico di suoi amici. Ero magnifico. Averòo aspirato persino lo si fhacalizre, amilo), per sembrare un toscano irreprensibile. Se il barbi- tomsore Rossi mi areiio veduta in quel momento, si sarchbe sentito lieto dell'opera sua c orgoglioso nell'ascrivermi ira le persone che lo cacravano delle loro confdense. Lo zio mi interruppe. Egli soffriva un po' di vanità ed era così sensibile a tutto ciò che sapeva di aristocrazia, che non si curo nemmenò di sapere il nome dei nostri comuni amici. — Ma ico la conosco benissimo di nome, barone; è la sua visita mi onora. Erminia, intanto, mi considerava attentissima, Lo zio me la presentò: — L'unica mia figliuola, barone, Sorrisi e strinsi la mano alla cugina: — Un for di leggiadria, cavaliere. Mi permetta di congra- tularmi con lei, = E' tutto il ritratto della sua povera mamma, — sospirò lo ziò, subitamente commosso. (Lontani a inblare panrane; € il dabbenvoma seguiva il mio dire con frequenti sorrisi di approvazione e cenni del capa. Parlai a lungo di Firenze, a me ignota, delle Cascine, di ria Calzatoli, di Santa Maria del Fiore, finche, oggi non so più dire ae per burlarmi dei miei buoni parenti o proprio per cquivaca, intento com@ero nella ricerca delle parole più righe dli ci, mi venne fntta di nominare anche le terme di Caracalla. Erminia, che da qualche minuto, dopo avermi osservato ben hene, si agitava è pareva sulle pine, facenalo smorbe curiose, scoppio in una risata irrelrenalÙile, E, poichè il padre le ai valse corrucciato, rifatiazi un po’ seria, domandò con aria siupità i a Le terme di Caracalla ? non sono a Roma ? — Sicuro; ma a Firenze abbiamo qualcosa di simile... PF." qurito punto Ermiaia e in ci puardammo negli occhi e non ci contenemmo più. La zio ai volgova dall'uno all'altra, rosso ian valto; poi brantala qualche parola. — Ma noa ti accorgi. babbo — proruppe Erminia tra il riso, mentire le lacrume le icarrevano fitte per le gote — cho è Mario? — Che dici? — fece lo zio, cadendo dalle nuvole. n [la dl, quella icsta matta di Maria. E giù a ridere. E io, di colpo, le presi le mani e la trascimai in una danza frenetica. Lo zio corrugò le sopracciglia, fece ancora visibilmente uno ilorzo per comprendere, gli si dipimio sal viso l'irritazione per essersi lasciato accalappiare, finche lo prendemmo in mezzo e trascinano anche lui nel girotondo. E giù a ridere anche lui Allo stropito entrò Clementina, e giù a ridere anche lei (Quella sfacciata pretendeva dli awenmi riconcaciuto subita. La rio SDA ppò via per recarsi alla sua lbanca, Clementina ritorab alle sue faccende. Rimanemmo soli, io e la cugina: renisito anni fra tutt'e due, i passati giuochi d'infanzia in comune, molte aspirazioni per l'avvenire in comune. Rimanemmo soli e ridemmo ancora; poi io cercai di dare ina piega più seria al discorso. Valevo a poca a poco giun- gere al passionale, al patetico, Erminia pareva aspettasse. Ma, invece di pronunziare le parole decisive, non srppi che Artasane. Cercammo di guadagnar tempo e ci alffacciamo al balcone. Mella piccola via passeggiaramo iluè carabinieri, 51 allone tanavano di pochi metri, poi ritornavano indietro, Guarda: vano in Eu Lino di essi mi fece cenno: — Vuole scendere un momenta, signore? Mi sentii mancare il respiro. Addio Porthos e D'Ariagnan, addio sogni di [on Giovani: dinanzi ai carabinieri fui subito invaso dal mio sgomento puerile. Anche Erminia tm pallida, = Scendo sulito Aces — Vuol venire con noi in caserma ? Noa voleva, ma fu come se volessi, — Percht mai? — l'è stata segnalata la sua partenza dal capoluogo. Lei derèe dare certe spiegazioni: non altro, CQetenni dl permesso di risalire per prendere il cappello. Erminia mii abbracciò piangenda, fuori di et: anche Clemens lina cià accoria, lulla spaventata, E avanti, in mezzo ai due rappresentanti della legge. Non pensavo più nemmeno ai balli posticci, alla mia truocatura; non mi cherdevo nemmeno la ragione per la quale mi condu: cevano via; mel mio asino di fanciullo tutto scompariva di nanzi a quella dura realtà: mi conducerano in prigione, l'overa mamma mia, quando sapriso ! i Tutti 1 passanti si volgevano a guardare, e stavolta non me lo [facewa credere la mia immaginazione; forse mi scambia: vano con un ladro, un ladro elegante. un ladro in guanti gialli, e tania più mi disprezzavano; forse con un assassino. Mi sentivo salire le lacrime agli occhi dalla vergogna: e intinti» vamente alza una mano per coprirmi la faccia. Credettera che mi volessi strappare i miei ball pasticci, — Stia gri con le mani, Altrimenti le meito le manette — minacciò uno dei carabinieri. Utbbadii prontamente. = Lei è anarchico! — domandò poi il carabiniere, rabbonito. — la un anarchico 7... {Parerà marmima mia LA La un amire chica 7,._ Nemmeno prr sogna, — {Coni han telegralato dal capoluogo. Lei è stato rico nosciuto alla stazione, Ci voleva poco, dopo iutio, a ricone scere che la barba cera fina, Porero barbiere Rogal, calunmare così l'opera sua... Mella camera ili asciurcazà, im Gann fi, ebriti più di un'ora: è il miò avvilimento era grande. Ma, quando mi condussero dinanzi al tenente dei carabinieri, trovai IL mio zio con Er minia è mi sentii subito un altro, La cosa cera gia chiarità: l'ufficiale stesso mi accolse mezzo ridendo e mi interrogò più per le apparenze che per aliro. Ero libero. = Se wusl riprendere i suoi aggeggi — aggiunto il tenente indicando 1 miei poveri balli e la barbetta che giacevano, n masugli ignobili, sulla scrivania — faccia pure. Era troppo. Mi trattava proprio come un fanciullo che non
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sà rinenziane ni suoi balocchi andati in frantami... Usci di la come un cane frustato e ritornai a casa dello zio. Mi ritrovai acla can Emminia, ché, recathal di (EA all'ullizcro alel babba, aveva coniribuito alla mia liberazione. Era contenta, rideva come due ore prima: ma mi trattava un po di protettrice, pareva cho anche lei non mi considerasse più che come un fanciullo scornato, non altro. Continui n achersare anul mio cani i — Dunque, barone, dove eravamo rimasti col discorso? Parlavamo di Caracalla, mi pare. E aspirara le ci di Caracalla, la bricconcrlla. Il rulicala © La beffa, Ero compromeobià, Cra perduto per sempre. Firminia si sarebbe sempre burlata di me. Ma salcai la siivazione : = Ridi purti ma nan ani che ha rischiato di rimanere in carcere per venti o trent'anni, per la vita forse? Ella parve pron; ml guardi irnsecolata : — Che ti salta in mente? Allora io prosunziai la grande frase, con aria pensosa, con alfettata gravità: — (Cara mia. un errore giudiziario è presto commesso, E d'un subito Erminia, riconquistata, mi geitò ancora le braccia al colla, Comnao alifendaermi, ARRIGO DE ANGELIS
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.Diulgheroff: Ritmi di ana derca, LA MOSTRA FUTURISTA A MILANO La Mostra Futurista alla Galleria Pesaro £ stata veramente rivelatrice. Trentatrè pittori italiani origi- nalissimi. ll futurismo ha winto su tutta la linea, nella pit- tura, nella scultura, nella architettura, nella musica, nella moda femminile che esprimono con uguale in- temsità il ritmo glorioso dei motori volanti della Coppa Schneider. In politica il Futurismo, precursore del Fascismo, lotta da venti anni per imporre in modo sempre più definitivo, la sua morale religione d'una Italia Crea- trice adorata al di sopra della stessa libertà. Coraggio virile aggressivo, amore del pericolo, novità e origi- nalità sorprendente, coloratissimo dinamismo pensante e muscolare. Le ambizioni del Futurismo non riposano però su questo indiscutibile divano imbottito di allori. Un grande programma di nuove idee e nuovi sen timenti collettivi sarà prossimamente regalato da noi agli avanguardisti ed ai Futuristi di tutto il mondo, Questi si manifestano impazienti feticisti delle bombe senza fine o pazienti tradizionalisti delle nostre bombe di iem. Per esempio, allo scenografo berlinese genia» lissimo Piscator che ci accusa di non seguire metico- losamente oggi tutti i principî dei nostri manifesti di venti anni fa sull'Arte-politica, rispondo che il Futu- rismo era allora l'anima stessa dell'Italia interventista e rivoluzionaria e aveva quindi compiti precisi e speciali, Cggi il Fascismo vincitore esige un'assoluta disci. plina politica mentre il Futurismo vincitore esige una infinita libertà creatrice; ciò forma un completamen» tarismo armonioso, Mentre prepariamo il balzò in avanti noi interve» niamo nelle polemiche di stracittà e strapaese col primo dizionario Aereo, al grido di straciclo! Gloria agli uomim che vestiti di amianto, seduti nell'inferno di un motore, la cui potenza è simile alla divinità, si lanciano a seicento chilometri all'ora, seminando come stracci dietro di loro i pezzi del suono sconfitto ! Gloria agli uomini che, col loro giro della Terra in tredici giorni, l'hanno rimpicciolita come una fresca arancia rugosa da spremere e mangiare deliziosamente. Sono questi | nostri inspiratori nelle città soffocanti giustamente ridotte a l'umile funzione di aeroporti ri» fornitori per la vita aerca. In Italia soltanto noi Futuristi guardiamo in alto, I novecentisti sono tuttora curvi sul passato in un prato seminato di ruderi e chiuso da filari di critici e cipressi. Sono dei Futuristi di destra o meglio dei Futuristi d'acqua dolce, che temono l'oceano salato e turbolento dell'invenzione, ce s'illudono di modernizzarsi mediante a rcaismi futuristeggianti irrigidimenti plastici è volute ingenuità formali. Nuotano in una ticpida acqua op- portunista che lascia intravedere nel fondo vecchie tombe. Sono la consolazione dei collezionisti che te- mono anch'essi egualmente l'accusa di futurista è l'ac- cusa di passatista. Sironi è un buon pittore soltanto nei suoi disegni futuristi per la ‘ Rivista illustrata del Popolo d'Italia” e ne suo paesaggi urban.
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Prampolini: Mussolini ( Architettura spaziale)
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Prampolini: Paesaggio di Capri. Gli ex futuristi Carrà e Soffici che furono imspi= rati nel loro periodo creativo sono ora imbottigliati in un odio polemico contro i loro compagni di ieri rimasti in prima linca o fuori trincea, Esaltano l'ita» lianità e rifanno a Pisa oa Poggio Caiano i paesaggi di Cezanne Gauguin e Renoir. Esaltano il cattolicisamo e, come dice Fillia, fanno della pittura protestante, grigia, avara, austera, casta, priva di vita. Ma constatiamo con gioia che Margherita Sarfatti, teorico del novecentismo, si esprime nelle sue dotte 55 fArcbileltuna «paciale). conferenze coi principî stessi del Futurismo: origina- lità, rinnovarsi, finiamola con la tradizione. Principi magnifici questi, che attraverso infinite beffe e aspre critiche viaggiano colla formidabile dinamica delle idee, anche senza il nostro aiuto bellicoso. Co- siechè il Futurismo vince è stravince nei suoi nemici accaniti e nei suoi amici tiepidi, dovunque, in tutti i modi. Per esempio il premio della futura Biennale Ve- neziana, da destinarsi ad un'opera di soggetto fascista,
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46 Diulghe coff: Alorimelti (Architettura astratta) risponde al nostro concetto di modernolatria che dichiara in- dispensabile un soggetto vivo nuovo © palpitante, Il fascismo infatti è il sog- getto più moderno e più vivo che si possa offrire a un pit- tore italiano. Oltre ai Futuristi è ai novecentisti esiste una lerza categoria di tradizionali più tori che vegetano intorno ai musei, felici di copiare meti- colosamente le cosidette realtà. Questi difendono il loro si- stern fotografico urlando con. tro ogni originalità, come im- potenti che al buco della ser- ratura criticano i gagliardiì fecondatori. Il loro bisogno di corteggiare, con affannoso ri- tardo, un regime palitico di cui odiavano, per temperamento, lo slancio aggressivo e il vi: gore antitradizionale, li spinge a confondere, più o meno sinceramente, in un unico disprezzo, la santa libertà dell'Arte colla balorda libertà socialde- motratica comunista della politica. Questa minacciava di disgregare all'interno c avwilire all'esterno il popolo italiano. Abbiamo infatti condannata questa bestiale libertà nel 1911 quando lanciammo i giovani intellettuali alla con- quista di Tripoli, gridando contro gli anarchici che "la parola Italia è più grande «ella parola libertà‘. Come dice Luigi Russolo, l'onica tra- dizione dell'Italia è quella di non averne, L'Italia d'oggi è la risultante di una serie di rivoluzioni politiche e cdi una serie di rivoluzioni dell'Arte è del pene siero giunti insieme attraverso una grande guerra vittoriosa, ad un regime di forza ercativa ed orgoglio nazionale. I pittori Futuristi d'oggi si sentono in buona compagnia con Boccioni, Sant' Elia, Giotto, Leonardo, Michelangelo. L'esposizione Futurista che la Gal. leria Pesaro ha presentato al pubblico Antonio Marasco: Le Pale di San Martino nelle Dolomiti.
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Milanese offre la trasfigurazione plastica della realtà d'oggi e del domani. Stati d'animo e forze misteriose espresse pla- sticamente. Prospettive aerce, architet- ture degli spessori d'atmosfera. Simul- tancità e compenetrazione di tempo è spazio, lontanovicino ricordatosognato esternoinierno. Il grande dinamismo plastico insomma realizzato da Boccioni, Balla, Russoalo, Prampolini, Depero, Dottori, Benedetto, Fillia, Marasco, Tato, ecc. Una pittura virile ottimista, coloratissima e movi» mentata che risponde alla fantasia e ai muscoli dei volontari del Carso, degli squadristi è balilla. Con questa pittura esaltante e os- sigenante Depero riscalda ora di equa» toriale sangue italiano i grattacieli di New York. Con questo liquido fuoco veloce Pram» polini ha decorato la nuova sede del Fascio di Parigi. Con questo senso aviatorio del colore Dottori ha ornato l'aereoporto di Ostia. Fillta : Nodo meccanico 17 Munari: Architettura femminile A Napoli lotta vittorio» samente il Gruppo dei Futu- risti Circumvisionisti, che dai erateri del Vesuvio e dalle scogliere strapiombanti di Capri sanno estrarre un fu- turismo ardente ricco di co- lore napoletano. Con tenacia Piemontese il gruppo Torinese moltiplica î suoi sforzi riusciti verso una sempre maggiore intensità pla- stica volumetrica. Il Gruppo dei pittori, Fu- turisti Milanesi guidato dal giovanissimo e genialissimo Bruno Munari si presenta in piena efficenza. Sorprendente varietà di temperamenti artistici, diversi e opposti, solidarizzati sol- tanto dalla religione dell'a- riginalità potente di una Italia divina. F. T. MARINETTI
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sa LE COLONNE E LA BASILICA DI SAN LORENZO IN MILANO Dire che Milano è quasi priva d'antichi monu- menti può essere una verità; ma una verità ingrata agli orecchi dei milanesi, amantissimi della loro città e caldi assertori di un primato che, in questo campo, non è certo possibile dimostrare. In verità la metropoli lombarda, nella sua rapi- dissima espansione monocentrica seguita con ritmo celerissimo specie nei primi tempi subito dopo la li» berazione dal dominio austriaco, ha demolito tutto quanto inciampava il suo cammino con tal furia e con tale mancanza di riguardi che non hanno riscontro forse in nessun'altra città. Tali distruzioni, per altro, convien subito dirlo, riguardano piuttosto monumenti o avanzi dell'età di mezzo è, più specialmente, d' epoca posteriore, non monumenti dell'età romana, in quanto ben poco di tale epoca si potè trovare, specialmente prima dell'inizio del secolo scorso. Le tardive recriminazioni seguite alle accennate distruzioni, recriminazioni non ancora cessate ali nostri giorni, non potevano naturalmente servire a ridare quanto era ormai irrimediabilmente distrutto; servi rono invece a ridestare in molti un vigile sentimento di difesa per tutto il pochissimo che ancora si po- teva salvare, e specialmente per la basilica e le famose colonne di San Lorenzo. La preferenza per San Lorenzo è dovuta a due ragioni facilmente comprensibili : prima al fatto che è questo il solo monumento romano di grande impor- tanza che trovasi in Milano: ingombrante d'altra parte, con lo storico colonnato, la viabilità di un'an- gusta arteria, è sovente preso di mira dalle furie ico» noclaste; poi perché intorno ad esso è imperniata una secolare questione storico-archeologica che attende tuttora d'essere risolta; risoluzione che potrebbe fi- nalmente dare il colpo di razia a una affermazione el Verri che diede origine a un pregiudizio largamente diffuso, Negava il Verri — de- ducendo la sua affermazione dalla mancanza di avanzi nel sottosuolo — che Mi. lano avesse mai avulo, pri- ma dell impera, monumenti e costruzioni romane di ualehe importanza, È quin» di che non avesse mai avuto prima d'allora importanza e lustro di città come soli- tamente asserivasi. Questa ipotesi — alquanto arbitra. ria — fu avversata dalla quasi totalità degli studiosi e degli storici del suo tempo è cli quelli che vennero poi: pria perché non è possi- ile immaginare che Milano da umile villaggio — come opina il Verri — fosse mi- racolosamente assurta in Particolare della facciata della chiesa di Kan Lorenzo brevissimo volger di tem all'importanza di fastosa capitale, qual'era senza dubbio ai tempi dell'impero, in epoca in cui l'evoluzione e lo sviluppo dei centri abitati avveniva assai più lentamente di quanto non avvenga oggidi:; poi perchè la concorde affermazione di cronisti e scrittori autorevolissimi, contemporanei o quasi, toglieva ogni dubbio in proposito, e finalmente perché la mancanza lamentata dal Verri poteva beentz: simo attribuirsi alle tre devastazioni subite dalla città, seguite da immediate riedificazioni invece che da al- luvioni, insabbiamenti o interramenti, che avrebbero servito alla conservazione dei resti archeologici. L'affermazione del Verri — storico cesareo — e come tale preoccupato forse di non far cosa agradita all'imperatore esaltando il passato romano di un po- palo soggetto, fu in parte distrutta dagli scavi e dai ritrovamenti occasionali avvenuti nella prima metà del secolo scorso: ma il pregiudizio da lui seminato andò ugualmente radicandos: nei meno colti, D'altra parte gli scavi archeologici praticati in varie epoche, non furono mai portati avanti con mezzi adeguati, anzi rimasero quasi sempre a metà, sicché la questione cui abbiamo accennato non fu mai risolta. Scavi operati nel 1912 nella sona archeologica (che è appunto intorno na San Lorenza dove storici è tradizione sono concordì nell'affermare csistesse la città monumentale dell'epoca romana) portarono a scoperte rilevanti e a conclusioni della commissione archeologica, allora nominata dal Municipio, che par: vero assai prossime alla meta. Poi tutto fu nuova- mente sospeso e il sopraggiungere della guerra © di necessità ben più urgenti, fecero piantare in asso ogni cosn fino ai nostri giorni. Quanto siamo andati esponendo ha lo scopo di far meglio intendere la por- tata di un recente prov- vedimento che, per le ac cennate ragioni, avrà ins dubbiamente una larga ri- percussione nella cittadi» nanza milanese: vogliamo dire della nomina, avvenuta recentemente, di una com- missione municipale la quale dovrà riprendere e portare finalmente a termine i la» vori rimasti interrotti di- ciassette anni or sono. Dovrà, questa commis: sione, esplorare inoltre le sottostrutture del tempio e delle famose colonne per giungere, "e possibile, alla soluzione del controverso, secolare problema della vera natura dell'edificio cu le fa- mose colonne appartennero e concludere con un piano che segnerà i capisaldi per il tracciamento del futuro piano regolatore della zona. vista dall'alrio prospiciente il Conrò Ticinese.
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Qui si rende necessario uno sguardo retrospettivo r considerare le vicende dello storico monumento, è le ipotesi sinora affacciate dagli studiosi circa la sua primitiva natura. Il primo documento storico che nc- cenni con csatterza alla basilica di 5. Lorenzo è un atto che parla del se Ilimento ivi avvenuto del vescova Eusebio nel 465. Nel sec. VIII, si accenna alla basilica come eminente è preziosa per le opere d'arte che vi si trovano, Il Muratori parla poi di un dina oaa sonia, divampato il primo snbato di quaresima el 1071, i seguito al quale si ridusse in cenere ogni cosa. Dopo non molta tempo le condizioni dell' edificio, ricostruito, dovevano essere molto precarie a giudicare da una lettera che il vescovo Benso di Alba dirigeva a En- rico IV pregandolo di provvedere alla piiivaztà della chiesa “ che non solo merita di essere ritenuta come la più magnifica costruzione del mondo, ma è anche una fondazione di Galla Placidia ", {Il riferimento a Galla Placidia riguarda una cappella che si trova nella chiesa). L'allarme del vescovo d'Alba parrebbe fondato, rchè il Muratori desunse dal calendario Sitoniano a notizia che nel 1103 l'edificio crollò; mentre, se- condo Arnolfo, sarebbe stato distrutto da un altro incendio nel 1iog. In ogni modo durante i secoli bassi regna intorno alla basilica il più assoluto silenzio, spiegabile col fatto che la nuova costruzione era certo ben lontana dal primitivo splendore. Poi sopravvenne una terza rovina; © ciò accadde per decrepitezza, secondo il Muratori, il 10 giugno 1553; il 5 alla ventesima ora, secondo l'ambasciatore del marchese ali Ferrara, Tomaso Zerbinati, il quale ne di notizia al suo signore con laconiche parole. L'anno seguente, per ordine dell'arcivescovo Carlo Borromeo, si intra- prese per la terza ed ultima volta la ricostruzione della basilica sotto la direzione del Pellegrini il quale ne fece un'opera cgregia: ma prima di giungere alla cupola, nacquero gravi dispareri intorno all'opera dell'illustre architetio. Lun direzione dei lavori fu allora assunta ida Mar: tino Bassi, capo, per così dire, degli oppositori, men- tre il Pellegrini abbandonava l'Italia e si recava a Madrid per la costruzione dell Escuriale. Il Bassi, però, pur con- ducendo quasi a termine la bellissima costruzione cui dedicò tutto il suo forte ingegno, cadde negli stessi errori da lui rimproverati al predecessore e fu per questo amareggiato da lotte e ostilità che finirono per troncargli la vita in età gio- vanissima, Pomo della di- scordia era la grandissima cupola che il Bassi voleva illuminare con un solo lu- cernario posto alla sommi- tà, mentre i suoi oppositori pretendevano ch'egli apris- se alcune finestre anche nel tamburo, Seguirono aspre polemiche, dispute e trat tative per parecchi anni, durante i quali i lavori fu- rono dall'arcivescovo so- spesi, finchè il Bassi dovette arrendersi e concedere l'a- ' doo AI L'arcone e le colonne da TE la dea Aa di dan Lorenzo PI a FILI IENA 4 H DA ‘ Ni “oh 59 rtura di otto finestre, I lavori procedettero a ri. ento anche dopo la morte del Bassi, finché nel 1636 la chiesa venne consacrata dal cardinal Federico Bor- romeo, restando però incompiuta la facciata, la quale venne ultimata soltanto nel 1894 dall'architetto Nava. Ne venne la basilica dall" aspetto imponente che ammiriamo ancora ai nostri giorni. La forma prescelta fu quella ottagonale con due ordini di portici disposti l'uno superiormente all'altro. L'ottagono, costituito da quattro grandi archi intercalati da quattro archi mi- nori poggianti su quatiro pillastri, serve d'appoggio alla eran cu “ E" una delle chiese più perfetto del tipo bizantino — scrive il Melani — con una pianta à sviluppo poligonale composta di un sistema di nic- chie di un ritmo e di un'andatura splendide, con una doppia fila di gallerie e la cupola nel mezzo: una bel- lezza ". E il famoso Burkhardt: “ Pochi edifici possono paragonarsi f questo in splendida ricchezza prospet- tiva e potrebbe essere uno dei più ricchi interni del mondo * 4 Esaurita in modo schematico quella che sarebbe la parte storica, passiamo ad alcune considerazioni di ordine accessorio. Fensando che le diverse ricostruzioni della basi» lica dovettero certamente ispirarsi alla forma primi- tiva, che era appunto quella basilicale a pianta otta- gonale, 0 rotonda secondo Ausonio, la chiesa primi- tiva appare evidentemente costruita sotto l'influsso della fastosa arte bizantina. Sarebbe quindi assai at- tendibile l'ipotesi del Novati che ne stabilisce la data di fondazione verso il 553, al tempo cioé di Narsete, magnilica restauratore di chiese in Milano, restando poi * per tutta l'età di mezzo mirabile esempio di ro- MLA grandezza Fo magnilicenza per le purissime linee architettoniche, l'arditezza della cupola, i marmi, l'oro e i mosaici che vi erano profusi " Quindici anni prima era avvenuta la costruzione della chiesa di Santa Sofia che, per essere la sede de patriarca di Costantinopoli, aveva raggiunto una fama mondiale: è assai probabile quindi che Milano, sede della chiesa ambrosiana, che si trovò talvolta a riva- leggiare con uella roma- 113, Agognassi i Avere una muova, grandiosa, basilica da contrapporre a quella, appena costruita, del pa triarcato romano. Ma il punto controver- so non È questo: quale uso aveva l'edificio, in tutto è in parte costruito, prima di essere adibito al culto cri- stiano? Ammesso quasi ge- neralmente ch'esso sia stato trasformato in basilica cri» stiana da Sant'Agostino, cos'era prima di allora? Le sedici colonne antistante fa- cevano parte dello stesso edificio sul quale sorse la basilica, oppure furono por- tate sul posto da altro luo- go come opinarono certuni? er la seconda parte sembra decisivo il responso della commissione del 1913 la quale, dopo gli acuvi et guiti, concluse con l'affer- DG viste dagli archi di Porta Ticinese
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Ii atoestoro pronao della chiesa di San Lorenzo, mare che le colonne appartengono al terzo secolo è furono costruite sul luogo dove attualmente si tro- vano. Per l'edificio la cosa è assai più complicata perché l'edificio primitivo, attraverso le ricostruzioni successive, andò quasi totalmente distrutto. Su questo punto avvenne la ridda delle ipotesi, talvolta contraddicentesi, tal'altra arbitrarie, spesso addirittura puerili. Per meglio intenderci è opportuno sharazzare il terreno da tutto il bagaglio puramente congetturale, trascurare in altre parole tutto quanto è ormai superato o concortamente negato dalle Opi» nioni più recenti, per solffermarci sopra due ipotesi intorno alle quali se ne possonò raggruppare molte altre, apparse con qualche variante di secondaria importanza. Una prima ipotesi è quella che accetta sostanzial: “eta Cui = tà CS PI E | —— Fan Marrit mente la versione del Fiamma e dell'Alciati secondo i quali si tratterebbe di un antico tempio dedicato ad Ercole. Questo tempio aveva nel mezzo una gran statua del nume seduto su un trono d'avorio e cir- condato da statue d'oro ergentesi sopra alte colonne. Le sedici colonne rimaste sarebbero appunto avanzi di quelle adibite a tale ufficio. L'incendio del ropi che distrusse le altre, avrebbe annerite e scortecciate codeste. La costruzione risalirebbe al terzo secolo, cioè al tempo dell'impero il'età riconosciuta dalla commissione del ig ia) e sarebbe da attribuirsi all'im- peratore Massimiliano. La seconda ipotesi attribuisce colonne è primitiva costruzione a un edificio termale. Il primo ad affac- ciare tale ipotesi fu il conte Ercole Silva nel 1811. Il Silva avanzò l'ipotesi di un Forum, ossia di un com-
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gr RT N e E 6l Le «teoriche colonne di San Lorenzo sul Cono Ticinese. plesso di edifici monumentali, centro di vita mondana in cui, secondo l'uso del tempo, non potevano man- care le terme. Senonchè il Silva in base a un fram- mento di lapide allora rinvenuto, fu erroneamente in: dotto ad attribuire ad epoca precedente il terzo secolo, Questa ipotesi, che raccoglie i maggiori consensi, sarebbe inoltre avvalorata dal concordare l'epoca di costruzione di queste terme con quella di un grandioso movimento edilizio determinatosi a Milano durante l'impero; ali più: con l'uso degli imperatori romani cli immortalarsi legando il loro nome a quello di un edi- ficio termale; senza contare che l'avvenimento potrebbe essere giustificato dal geloso desiderio di Massimiliano Erculio di contrapporre le Terme Erculie a quelle Diocleziane dell'imperatore collega. Certo delle Terme Erculie non restano vestigia, se non quelle apparse durante certi scavi praticati in chiesa nel iz13. Si trovò allora dell'acqua sorgiva e, in giro, un lastricato di marmo bianco con sedili pure di marmo. Troppo poco per poterci indurre a recise affermazioni. Terme, dunque, o monumento pagano? E' quello che dovrà dire la Commissione che già si è posta allo studio è che > secondo lo stile fascista > dovrà pre- stamente dare il suo conclusivo responso. Comunque tempio o terme, quanto ora importa + che vengano sollecitamente fissati i capisalei che dovranno cons sentire, con ogni rispetto per il vetusto monumento, un maggior sfogo alla viabilità della zona. Così la rinnovata Italia, condute di pari passo il ripristino dei monumenti che ricordano il suo glorioso passato e getta le basi di quelli che ricorderanno la sua gran» derzza ai futuri. GINO GIULINI Fatagrafia dal Sip. Ariana Mastia di Milana.
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WILLY FERRERO Il rivedercelo innanzi, direttore di orchestra per grandi concerti, nei quali ogni forma dell'arte musi. cale deve essere affrontata e il sentirlo trionfare del pubblico con nobiltà di interpretazione e genialità di intuizione estetica, ci ha fatto pensare un'altra volta che alla gioventù bisogna credere. i Troppo si nega di solito, invece, il cosidetto enfant prodige. Sopratutto nel campo della musica. Avete mai ascoltato il mormorio maldicente, quando trionfano i giovani? Romain Rolland ha defimito ciò nelle prime pagine — le migliori — di quella sua vita di un ar- tista, in cui tante dopo sono le melancomie inutili di una psicologia che diventa sottile sino ad essere no- iosa: Jean Christophe. Ma nelle prime pagine l'inda- gine è preziosa. Passano le vigilie quasi infantili del mortale condannato alla pericolosa ebbrezza di inse- guire in nuvole rosee di suoni il magico mistero della vita. Si addensano a poco è poco intorno alla sua ada- lescenza le perfide curiosità dei volgari, le cupidigie dei profittatori domestici, le negazioni degli imwichi.., E non fu per tutta la sua esistenza Luigi Beethoven una vittima dall'ivafecza delle date per la sua nascita, perchè quel torbido ubbriacone di suo padre — il tenore sacro all'alcoolismo — lo volle fare più fan» ciullo ancora di quello che non fosse ai suoi primi concerti, per qualche utile parallelo con l'adolescenza è con la fanciullezza di Volfango Mozart? E anche i buoni tra la folla, allorché vedono un concertista di sette od otto anni, che balza, ricciuto e roseo o pallido e ansioso sulla pedana, non provano un brivido quasi di rivolta? E per Vi Ferrero, allorchè era una rivela» zione : il direttore d'orchestra decenne, i negatori non affermavano che egli dirigesse da automa, senza sicuro senso della musica altro che per il ritmo? Ecco che ab- biamo avuto torto, signori. Bisogna credere ai giovani! Willy Ferrero, nato negli Stati Uniti di America nel 1 è ancora del resto un caso di fortunata giovinezza, non nel senso che a ventitré anni non si possa tenere in pugno una bacchetta e cimentarsi con Beethoven, ma parchi da trop- pi anni il suo problema d'anima e d'arte si era imposto alla cu- riosità delle platee. Non dove» va egli, dunque, diventare un astro già spento, un giocat- tolo spezzato, una gioia della folla già superata è da dimen» ticare ? E invece no! (Questo figlio di italiani, nato nell'al di là dell'Oceano (Portland), diplo- mato compositore già da un quinquennio a Vienna, ha ri- trovato i pubblici d'Italia, con una gentile disposizione di spi- rito. Un po' di involontaria ife fidenza da principio, ma poi, subito dopo, il buon piacere umano di dirgli di si, di bat- tergli le mani. Non è più il bel ragazzo che balzava al podio come per una festa della sua adolescenza precoce. Ma l'uo- mo non è un pallido rottame. Niente nevrastenia. Una gioia sana di accostarsi e di acco- starci alle fonti inesavribili delle bellezze. Scaturiscono allora dall'a- nima di chi ascolta gli an- tichi quesiti: & un dono o una terribile insidia la pre- cocità nell'arte? Ma si risponde, questa volta, che è un dono, se l'aurora non ha mentito, Si, talora la col. lettività dei vecchi (e si è sempre un po' vecchi, quando sì è anonimi e si entra a pagamento, dove la gioventù vittoriosa è già tutta inluce e riesce a farsi pagare) fa in modo che il giovine troppo applaudito diventi poi una specie di debitore doloroso di quei primi applausi. Persino al divino Mozart qualche amarezza nella se conda parte della sua breve esistenza derivò dal fatto che il cammino gli era stato troppo facile in principio. Per quel mattino della vita, in cui le principesse im- periali gli avevano sorriso, doveva esserci LA ultima anche un vescovo della orgogliosa signoria che lo te- neva a mensa fra i cuochi e i servi e un pubblico delle ira rappresentazioni che non capi subito il “Don iovanni "*. Pietro Mascagni sconta dal 1889 il trionfo inaspettato di “Cavalleria Rusticana”. Ma come è, invece, cortese e buona la folla che rimane fedele! Scompaiono i riccioli, i colletti di pizzo, i calzoncini di velluto corti. Il direttore d'orchestra non è più il Bebé che giuoca al miracolo? Ma che perciò? Egli è ancora un artista: e intorno la sug- gestione rinasce, se pur con altra intonazione. Questo il primo quesito che può suscitare Willy Ferrero, sec edizione, nel dirigere l'orchestra. Ma c'é poi l'altro, di cui riparleremo un giorno, se egli sarà un trionfatore definitivo, Che cosa c'è di nostro in questo artista, che é nato in America, e che si è fatto diplomare a Vienna? Spesso nella lotta dei nazionalismi, anche il nostro mazionalismo, che non ha vergogna di mostrarsi, con- fessa i suoi sacri egoismi, Ed è un egoismo sacro de- siderare che i figli clegli italiani rimangano ilaliani. Ora sopratutto che l'emigrazione cxtraoceanica è quasi sospesa e quindi sono in pericolo supremo di snazionaliz» zazione 0 legale o sentimentale i figli dei parecchi mi- lioni di italiani che vivono in quelle terre lontane. Noi sappiamo che quando nuove generazioni con nuove on- date non soccorrono al di li dei mari la italianità dei vec- chi, si mutano in figli del passe straniero coloro che nacquero dalla nostra stirpe. Persino il sangue, che è tutto nostro scorre invano nelle loro vene. Per Willy Ferrero, inol- tre, il processo di snazionaliz- zazione potrebbe essere favo rito e dagli studî in Vienna e dalle simpatie perla musica sin= fonistica, in cui il primato ita- liano è ancora di là da venire. Ma chi ha potuto seguire il segno direttoriale del giovine Maestro ed è penetrato un co nel suo modo di compren= ere l'arte dei grandi classici e dei romantici nostri e stra- nieri, ha, come italiano, gustato in lui il piacere di un ardore malgrado tutto latino. Ed è per questa latinità fatta d'ar- dore, che si sente in Willy Ferrera qualche cosa di no- stro e gli si vuole italianamente bene rimanendo in attesa delle risposte del domani. Possa egli sempre voler essere è diventare davvero una gloria d'Italia. INNOCENZO CAPPA WFilly Ferrero.
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l'ina seena del Po alto A SK ge” di Luigi Ch fripprirtata te stalle L'ampaga ta di Mai da MM i Milano, rapprescatato dalla Com pagnia Za Hum, ha avuta un viva muc= cesso — di tuit'alira natura =— A gr di Lug Chiarelli. L'autoro ha definito il suo lavoro “ spettacolo, e infaiti il mas- èlma ell'otto "i È ma ggilantò în un atto > iù secondo — nel quale è riprodotto con terriliéante cvulenza l'agonia di un aa mergibile speronaio, (Qui l'abilità del cammreds grafa e dei suoi collaboratori è stata grande, che alla consueta ammiulazione scenagralbca È atata quanzi fa stituita la realtà. lea fine del Tatto NE 41" coll'interno del remmengibile. Fal messo” i, Fanpra stà al Tralre oli NEI TEATRI DI PROSA randello hà aruio ancora una valia il Luigi potere d interessare il pubblico da ian'opera di indagine implacabile © di sorprendente arditerra di situazioni, «d ha coa la fappresentazione di 0 di sind è di sierrano colià un grande ELLCOEIS4O al Teatro di Torino. La nuora commidia intona un P oblema li nero o giu nec ad una conclusione lagica & umana dopo um Fuoco ali argomentazioni nelle quali al pensiero s'incendia a furia di tormeniarsi. Nel fondo, è la Aginmenti disperato dell'u ma piocolo, inesistente dinanzi alla matura onnipotente.
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Ad Napoli: La fontana di Piazza della Borsa illuminata la sera del 25 ottobre.
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CATTEIIE ve Erp s==e-xecma Are La fantastica illuminazione del Castello Angioino a cara dell'Ente Volturno. Fato © Parbda.
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Una scena di "* Le pariage del'midi “ di Pan Claudel. “SE UDIO ART RI ACTEON" Avendo io domandato al Teatro Art et Action LO i ritagli dei giornali parigini riguardanti i suoi spet- tacoli ultimi, L direzione del teatro — Autant Lara — mi ha risposto un pezzo polemico. ‘Circa la critica siamo imbarazzati a rispondervi, perchè noi non la invitiamo alfatto alle nostre rappresentazioni, non perchè disdegnamo il suo parere, ma perché lo giu- dichiamo di scarso pregio per l'arte moderna. C'è pure di mezzo, in questo, il problema del danaro che, sotto tante forme, contribuisce troppo sovente alla confusione degli interessi. E voi, nel vostro paese, come ve la passate? forse avete da lottare di meno contro questi clementi?" Ah, no, non di meno, certo. Art et Action non sa le mie tragicomiche avventure con la critica! Tutto il mondo è paese, tutti i ricercatori di nuovo lottano contro la malcomprensione che è la stessa dovunque. La critica scrive spesso tante assennatissime cose: ha ragione assai spesso, ma, pur quando ha ragione da quei giustissimi punti di vista, può aver torto. Anche allora: proprio allora, le nostre ragioni ideali, sorpas- sanido quelle pratiche, tradizionali, scolastiche è co- munque di senso comune, Ecco com'è italiano e fran- cese, tedesco e americano, d'ogni paese il contrasto che fa, di tutti i modernisti, ancora i primi cristiani perseguitati e cacciati. Come questo " Lavoratoire de Théatre pour l'Affirmation et la Défense d'Oeuvres Modernes" nessun teatro di ricerca spera più ormai che una luce rischiari finalmente le ombre della dif fidenza fra riformatori e conservatori. Giova a noi, comunque, raccogliere qualsiasi spunto per ricordare il contrasto che oggi forma il fallimento mondano delle nostre imprese. Essa rappresenta, per noi, la sicura garanzia della ideale vittoria finale, che ci estinguerà, sia pure tardi, le care amarezze, uniche amanti fedeli della nostra vita di contradizione. Se Monsieur Autant e madame Lara avessero fatto a Roma, invece che a Parigi, il loro teatrino “ Art et Action", nelle condizioni in cui esso agisce, un coro si sarebbe levato a dire: "Ma se il teatro non è tentro e le scene sono approssimative perché lo spazio e i mezzi risultano scarsi; se gli attori non lo sono, perchè sostituiti per la maggior parte da amici ine- sperti, perché ci si ostinano? osa è quello? un teatro? Ma nol Non vogliono che il pubblico paghi i biglietti... Ma glielo facciano pagare invece, e diano spettacoli come è dovuto. Cosa sono codeste stra» nezze?!" Infatt, madame Lara è M. Autant non permettono che gli intervenuti paghino la sedia che occupano, Il loro teatrino o Studio, ricavato in una soffitta, contiene cinquanta posti a sedere ed altri in piedi. Un palcoscenico di due metri per tre costituisce tutta la scena. Alcune stoffette e delle carte sempli- cemente distese con criterio architettonico formano il “décor*, Un impianto elettrico colorato, facilmente attuabile in uno spazio così esiguo, può dare un'at- mosfera intesa con certa modernità, alla microsco- ica scena. Questo teatro, che un tempo si chiamava Liberté et Action, è costituito da un'associazione di giovani, della quale fa parte anche Fernand Diwoire, redattore capo dell'/ntranvigrani e del nuovo setti manale artistico Le Journal Liftenire, poeta, come si dice, ben quotato. Gli spettacoli, curati da M. Edmond Autant e da madame Lara, vengono considerati seriamente. La serie delle rappresentazioni è stata iniziata da oltre dieci anni. Da prima, non avendo una sede propria, questi amatori sono andati randagi per Parigi, por- tando i loro spettacoli dalla sala della Duncan a quella della ballerina Ronsav, dall'Odeon alla Co- médie des Champs Eliates, dal Vieux Colombier alla Renaissance, ottenuti più 0 meno graziosamente.
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bt? Una scenda di “ Une vnison ca cafer" di Artbur Rimbano. Qegi lo “Studio Art et Action, association pour l'affirmation et la défense d’oeuvres ernes”, ha una biblioteca al primo piano, un ufficio al secondo e il teatrino al terzo di una casetta a Montmartre; il tutto adattato con molta proprietà e gusto moderno. Questo, naturalmente, esiste, Larghi o limitati che siano, gli iniziatori posseggono i mezzi per sostenere questa imia ziativa su una linea polemica di disinteresse, che giunge persino — e questo è il punto cardinale — a non far pagare il biglietto d'entrata, il quale potrebbe one- stamente essere preteso, solo che si offrisse in cambio un proporzionato corrispondente. M. Edmond Autant mi riceve vestito da macchi» nista, cioé pittorescamente sbrandellato nel suo co- stume ch'era una volta da aviatore. Salite le scale che wi conducono a questo paradiso di modernità, per mezzo d'una passerella cavalcante una stradetta e un piccolo cortile, all'altezza dei tetti, voi dal teatrino passerete al laboratorio. Questa temibile passerella ha del marinaresto, non soltanto per essere isolata in mezzo all'aria con tanta trasparente leggerezza, ma perché è costituita da assicelle disgiunte e non da tavole. Così che, a traverso l'impiantito, voi potreste ammirare a piombo la gloriosa calvizie del poeta Ma. rinetti che, passando in basso per il cortiluecio è la stradetta, si recasse come voi nell'aerco teatrino simboliprefuturista del vecchio Montmartre. M. Autant, invitato perentoriamente a farmi delle dichiarazioni, ha parlato con molta vivacità, M, Autant è tanto simpatico e bonariamente, direi dolcemente polemico, quanto madame Lara è pensosa e spirituale. 2 “Le direttive di Art et Action, fin dalla sua fonda- zione, che rimonta a una diecina d'anni addietro, sono fondate su una base d'ordine puramente filosofico, e i suoi lavori ne sono la deduzione e l'attiva costruzione.
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"Noi crediamo, dal punto di wista critico, che l'umanità si diriga attualmente secondo le differenti associazioni, che portano alla loro base un mieraba allo stesso tempo corruitore e distruttore”. Ma, penso io, quell 'altoalmente è di troppo, perché è stato sempre così, dato che il microbo è il danaro... “E partendo da tale pr incipiò cssenziale che medi, uniti da codesto ideale, abbiamo rigorosamente escluso il danaro da ogni mostra manifestazione. Di conse- guenza ogni sorta di riclame: annuna, pubblicità, critiche e resoconti compresi, ci sono proibite. Noi non comunichiamo che coi nostri amici, gli interessati che ce ne facciano domanda. Le nostre riunioni hanno per oggetto, vuoi la esposizione delle nostre idee, vuoi gli spettacoli" La salutare abolizione della critica porta tranquil- lità e riposo negli animi di questi credenti: si che essi vivono He loro pura fede, nella catacomba del quinto piano: eroi della soffitta non già languidi e liquefatti come al tempo romantico, ma pieni di salute, di energia e di ottimismo... Infatti M. Autant portava un mar- tello in mano, lo sospetto che, quando egli riceve gli ospiti, prenda sempre quel martello... E' un simbolo, Senza la falce, non è bolscevico. “Di conseguenza, noi viviamo in margine alla so- cietà attuale: xiviamo costruendo un mondo essen- ziale. capace di un'arte che fiorisce in un'atmosfera di assoluta purezza. “Avendo soppresso ogni sorta di operai è di do- mestici, e conoscendo l'opera ideale di tutte le fasi di lavoro realizzante il pensiero, noi eseguiamo intera- mente le nostre realizzazioni: dalla riduzione delle pitoes ai lavori di carpentiere e di meccanico, dalle traduzioni alla cucitura del costumi ed alla incisione e stampa dei manifesti e dei biglietti d'invito", Infatti una eccezione alla regola dell'abolizione di ogni sorta di avvisi viene pur fatta. Almeno per co- municare il programma della recita. Infatti, sarebbe un pochino csagerato portare lo spettacolo ad una purezza d'ideale così astratta, da darlo avanti a una sala completamente deserta. In ogm modo, è, questa, un'idea, e M. Autant saprà apprerzarla in tutto il suo ascetico sublime, — Mon ghe l'ho detto li per li, perchè, se l'avessi interrotto con uno scherzo del ge- nere, avrei corso il rischio di non farlo più parlare di ciò che mi interessava. Comunque, non voglio pri- vare M, Autant del contributo modesto ma eroica: mente idealistico, portato dalla mia proposta di spet- tacoli ultra aristocratici, fatti per Nessuno. Il signor Nessuno è lo spettatore in cui sono riassunte le espressioni massime di ogni perfezione spirituale e intellettuale. Il teatro fatto per un pub- blico d'eccezione porta, per via di serrate è squisi- tamente logiche evoluzioni filosohiche, alla abolizione dello spettatore. Nessuno più di Nessuno sarà mai più capace di entrare nello spirito della wostra realiz» zazione scenica e delle relative sue direttive ideologiche. Ora andiamo avanti nel rapporto al benevole let. tore. Per quanto riguarda l'arte drammatica M, Autant espone delle idee che, nella teoria almeno, sono sanamente teatrali. Vedendo nei suoi repertori, roba di poeti costituzionalmente antiteatrali, si so- spetta che quegli spettacoli dovessero essere stati dei salassi di speranza allo spettatore incappatovi. Ma poichè non si può giudicare una rappresentazione senza averla veduta, come non si può parlare d'una cosa senza conoscerla, dato che la lettura d'un lavoro di letteratura drammatica non conta un bel fico, io non s0 giudicare se l'inscenatore non abbia apportato, di propria. invenzione e sempre con relativa corrispon- denza al “pathos” del lavoro, tutte quelle parti di azione e di visivo che, aggiunte alla poesia, costi- tuiscono il teatro. Comunque, io ho assistito a una mortale traspo- sizione scenica d'un poema detto drammatico — è mi- stero che fosse — di Paul Claudel, e per poco non morivo soffocato da quattro eterne ore di altissimo ma, permettete, lamentoso simbolismo. Né quella volta ho veduto vivificato il lavoro da alcunchè di teatrale aggiuntovi dall'allestitore. Lo spettacolo non c'era. Si recitavano delle tiritere infi- nite: ecco tutto. "L'autore se ne sta ambasciatore al Giappone, quel vigliacco, e noi dobbiamo pigliarci queste nespole a Parigi!", mi diceva un meridionale che mi porto sempre appresso. M. Autant spiega tutto, però. "Per quanto riguarda essenzialmente l'arte dram- matica, noi ci riliutiamo di partecipare alle comuni concezioni della esecuzione. Cordero l'opera che oggi ci accontenta, secondo la sua capacità di sug- gestione alla rappresentazione. Infatti, trasportata nella esecuzione, questa idea base (che é il co mi mento letterario, scritto per il teatro) si Grazia completamente e, applicandosi al contatto con la ma- teria-materiale, trova la sua risoluzione; mentre è nello sforzo stesso d'artigiano che noi realmente sentiamo le idee nuove che la luce, il legno, la carta, i tessuti, i rumori, i meccanismi ci | rropongono ", Come si vede, & un alflar serio. Ed è certo che ogni altra volta che io non ho avuto la fortuna di assistere a questi spettacoli, lo sforzo cerebrale di M. Autant dere aver toccato i limiti dell'inesprimibile. “Per quanto mi chiedete dal punto di vista tec- nico — aggiunge Autant — non saprei cosa descri- vervi. Vedete: per il Afistére de da charilé de Jeanne d'Are di Peguy, le strisce di tappezzeria traspa- rente, a piani successivi, traverso le quali i personaggi apparivano, ci vennero suggerite a line di chiudere sctenicamente e staccare Qgni parte dall ‘altra al modo visionario medioevale, ch'è carattere precipuo del. Fat rapprescalazione con marchere antiche cei * Delines de Clyleartestre" di Canudo,
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Un personaggio nella “ Morte del Dotta Fast” ei ML de Crbelderode raffigurato dalla sola marchera. l'opera di Peguy. La materia impie- gata, tutta condotta sul ricordo della piccola pastorella di Dimrtmy, rap- presentava il principio luminoso del quadro obbiettivo”. Dev'essere stato bello assai, questo uadro. E dire che per me il sHonero di Peguy recitato resta un mistero, non è una esagerazione... * Per le 1: pifcee fintariste: presen- tate da Marinetti, allo sco di non perder nulla della rigorosa definizione di composizione dei costumi è dei Atconi, noi prendemmo la decisione di far re- citare direttamente fa magueller, vale a dire di far agire proprio i figurini e non gli attori. Noi eravamo dietro a ciascuna «ilonelte, permettendoci di conservare le deformazioni particolari e caratteristiche a ciascun personag- gio, per o che una umanizzazione troppo precisa o diretta non li potesse sfigurare ". I figurini furono dunque ingranditi c articolati se- condo le proporzioni di ciascun interprete, Questi ultimi, vestiti completamente di nero sino ai guanti e alle maschere, li animavano, disparendo del tutto sul fondo di velluto nero, Io già avevo notizia di codesta realizzazione, avendomene parlato Marinetti con molto entusiasmo. Essa mi pare molto interessante, perchè il famoso trucco fotografico del cinematografo, così utilizzato e applicato al teatro, è una novità ai tempi nostri. M. Autant sa che è mia debolezza il mecca- nismo scenico, l'effetto ingegnoso, e, comunque, il fatto autentico della realizzazione pratica, unica trionfante sulle tronfie teorie più o meno filosofiche alla moda. Per ciò egli è così gentile da raccontarmi altri det- tagli che non sarà discaro conoscere, in quanto che la prima dote del teatro che interessa il pubblico, d'ogni classe e d'ogni tempo, è il meraviglioso scenico. "Per la Fanfara d'una sera di primacera di Gils Ga- ribe, abbiamo trovato una graticola mobile che, spo. standosi in altezza e di fianco, permetteva il cambia- mento della scena a vista, con insensibile sostituzione graduale, che avveniva davanti agli occhi dello spet- tatore". M. Autant dice insensibile; voleva forse dire lenta... Questi giuochi scenici si compivano bene solo nei se- coli scorsi, per i grandi balli. Qggi in un piccolo tea- trino non si sono davvero realizzare, sotto il naso del pubblico. Nei grandi teatri li facciamo ancora: ma sono cosette divenute ormai arcaiche è primitive, Ci vuol altro! “Per la rappresentazione del Paese che # core vo- «pira di Yeats, lo scenario d'influenza era piazzato tra gli spettatori © gli interpreti, e questi apparivano nl pubblico per wia dei soli diaframmi decorativi". Questo gioco di lanterne magiche è antico quanto le ombre cinesi. Con gli attori veri in controluce, fu fatto anche al teatro degli Indipendenti per una no- vella di Cecoff. " Per l'Orfeo del Poliziano, volendosi conservare al poema la sua particolare potenza d'evocazione, noi ne abbiamo distolto la figura plastica. I personaggi erano figurati su una tapperseria fluttuante, e soltanto i visi espressivi degli interpreti si animavano "A la place des attributs signalétiques de chaque gtre du drame ‘, Le espressioni di M. Autant sono molto eleganti e moderne; ma questo è un vecchio gioco scenico po- polare russo, detto Luboc, che unò conosce, tanto stato abusato dal teatro miniatura dei profughi moscoviti. Comunque l'ansia di ricerca, la sete di nuovo che accende M. Autant, Madame Lara e i loro collaboratori, è veramente unica nella Francia, che il mondo vede smaniosa di questo nuovo, mentre non sa qual sorta d'ostinato tradizionalismo si cori in tutte le espressioni di vita e d'arte della così detta capitale del mondo. (Quest'anno l'Art et Action darà il Cristoforo Colombo, ferie drammatica di Michele de Ghelderode, che sarà rappresentata come "“essai justificatif de l'affabulation en histoire"; formula come un'altra, ma commedia come poche della così detta (ormai infeli- cemente detta) “ avanguardia ”. Michele de Ghelde- rode è un giovane forte poeta fiammingo, noto in Italia per La morte del doltor Faust che gli Indipendenti ha inscenato nella mia riduzione. Art et Action rappresenta pure: Cina di Lord Byron, come "essai anachronique sur les origines de la famille". fre saio en Enfer di Arthur Rimbaud, allestito perché "essai de dramaturgie par analyse spi- ritualiste du lyrisme". Gaya di Albert Lepage, ‘“con- séeration en 7 tableaux. - Essai de divertissement com- mémoratif". Quindi sarà tentata la commedia dell'arte col titolo di Coméeie «pentance. “Etude du developpe- ment d'un sujet A 3 directions (Drame, Comédie, Farce). Etude de la réalité de l'hypothése (de l'illogisme au svIlogisme). Réalisation d'une ‘“ Comédie orale” dà 3 phases, sur thé&me donné par le public". “"E' inutile definire i fini di Art et Action. Noi stessi siamo lontani dall'avere idee fisse, dato il terreno instabile della ricerca. Nondimeno esistono ora, mal. grado tutto, leggi d'esperienza, le quali presiedono alla nostra curiosità attiva. Essendo l'ignoranza più vasta della tradizione, i nostri studi presentemento sono dolorosi, “ C'est l'équilibre du moment d'un couple compost de forces cgales ct de sens contraire: le passé et l'avenir. C'est done A la valeur spirituelle de ce chifre que nous espérons calculer les efforts de notre travail, valeur qui se composant seulement A l'infini nous ménera & dcrire plus tard “ La Philosophie du Théltre". La filosofia in teatro, come rassegnazione nella vita, miracolo e morte nostra teatrale, è però la più profonda c vera filosofia che si possa scrivere... Lo stesso motio del teatrino Art et Action suona: " Meglio fare un passo falso avanti e correggersi con coraggio, che far bene e restar stazionari ". Esso somiglia al motto nostro: “ Meglio fare e pentirsi, che non fare e pentirsi". ANTON GIULIO BRAGAGLIA
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til) LA PAGINA DELLE SIGNORE Iistgni di diem Pinbinan. ( "Le rivendicazioni femminili — mi diceva avant'ieri a Na poli, Fanny Salazar Zampini — sono tutt'altra cosa delle rivendicazioni femministe”. Non ci Socuperemo di quest'ultime. Quanto alle prime, la dama in questione ce le spiega con be parole. “La miglior carriera per una donna — ella dice — è indubbiamente quella di farsi sposa per diventare madre, E fin qui siamo tutti d'accordo, Comincia il divario nei casi in cui la donna na costretta a lavorare, Invece di insidiarla e di ostacolarle la via dell'attività, magari con una spruzzatina di ralicolo, ai chiede rina acla cosa: il rispetto per il sua lavera”, La contessa Salazar non è più giovane di anni, benché lo sin enormemente di spirito. si può dunque affermare che è siatà una delle pionerò in quel movimento ragionerale che tendeva a riconoscere nella donna oltre ad un tenero cuore sopraffatto dai deveri incombenti, ion' intelligenza altrettanto necomsaria © utile, Prendete infatti qualche esemplare di modestissime mogli n late un rapido cosame delle loro qualità e delle Laro attività, con relativi risultati. Con cuore e tesia bene equilibrate nella capersa, la barca convugale andrà benissimo, Ma col sola cuore, pur accompa: gnato dalle migliori intenzioni, la barca di famiglia non tar- ilereblbe a correre alla deriva con grave pericolo li naufragio totale, L'intelligenza vola invece piaò sostituire qualche volta il cuore, perchè ha gli occhi acuti (vedi lungimiranti e dilli- denti un poco) che il cuare non possiede, benché da lungo £ LI O LÌ 1 tempo ai vada ripetendo ch'esso ha delle ragioni che la ra: gione non conico. La nostra pioniera dunque ha affermata la propria perso- malità in tempi bea più difficili dei moatri, anche fuori del focolare domestico, sosenendo le idee che la infiammavana, con cpuscoli e conferenze, in patria © all'estero, incoraggiata à questa propaganda da Ruggero Bonghi e protetta da quella Regina squisita che fu Margherita di Savoia. Ascoltavo la dama canuta spiegare il suo nuovo lavoro " L'untine Maloramericana “ con fusa e fervore #enienti è mi domandavo quante delle giovanissime ribelli d'oggi saprete bero fare (dise è molto più facile} tante cose per servire una o parecchie idee. Il più sovente chi opera molto ha poco fiata per annunciare quello che dovrà fare. Clare il foprio tempo nl mat cost vuel dire toglierlo alle altre: il lavoro è un ingranaggio esclusivo ed ascorbente. Più ha e più vuole. Se una si lascia prendere da quel mec- cantiamo trasformatore, come potrebbe pai arrivare a divertirai, a lisciarsi secondo i complicati dettami della moda, a flirtare can molti a con pochi, & passare in rivista le collezione delle buane sarte ? # Lei lavora... come la invidio! è il modo ideale di pas sare il tempo ho sentita dire più wolte da belle fumastrici grovimetto, che quel tempo — il più prezioso, perché il solo insostituibile fra i dor che riceviamo — lasciavano scorrer iù senr'avvodoricnto, colo l'acqua fra le dità rag, iù vane frivolezze, in sconsiderate lacune di pensiero, Men già che si voglia condannare l'ozio o che la lettura dei # Due modi di avere vent'anni“ (lucio d'Ambra) ci abbia malamente impressionati. Mel senao latino, Tozia rappresenta anzi una meccssllà. sparsa come fresca cav nell'alfannoso e ardente deserto della vita laboriosa. Qzio voleva dire, allora, il ben guadagnato riposo, quella che viene dopo il lavoro, Came tale, è una provvidenza; ritempra le forze e prepara energie ed ispira: rioni rinnovate, Menire lozio dei giorni mostri, quello illimi tato, ottenthra le facaltà spirituali, infiacchisce Ù volantà e alffoga nell'inerzia ogni velleità di nobili slanci. Noi stessi ne abbiamo l'esempio, in certi giorni liberi, che avorame segnato di dedicare a tante occupazioni che le quotidiane cure abituali non ci consentivano di attuare: Venuta fnalmente l'attesa giornata spoglia di doveri, È
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passata fra l'uggia di un piccolo rimorso, l'assillo ottuso di un buon proponimento da attuare cinque minuti più tardi. e Tea di una soffice poltrona. L'azio afferra in certe apire dalle quali è difficile sprigionarsi. Quelle lunghe are non han data dl profitto chè si ritico talvolta è cogliere in cinque minuti attesi con ansia © rubati con avidità e scaltrezza fra una corsa cd vna faccenda, Cera l'allenamento. L'ingranaggio era in moto, Ma non rammarichiamoci troppo. Anche così, può aver lavorato il pensiero, Henraà quel fneccasario rilniaanmento, forse, il giorno di lavora che ci aspettava, non sarchbeo itato con icuò, come quell'intervallo d'ozio lo aveva preparato. urlo the importa È di nan fare gli intervalli più lunghi degli aiti. E° nei momenti d'ozio, purché siano eccezionali, che la spirito si concentra e il subecsciente lavora a preparare terra smossa, pronta alla fecondazione, Le decisioni balzano, improvvisamente pronte, fuori dal Giu delle inveticart: Hi problemi si trovano belli è risolti : le altrui anime enigmatiche, penetrate dalla nostra acuteaza più colagica messa in azione nel raccoglimenio, diventano chiare c trasparenti. Grande mecessità, por prat rai mella vita, la lettura del pensiero altrui. É non è così difficile, come vor: neblee farci ercileni chi ha l'abitudine dl precipitarsi a testa avanti contro le porte chiuse. Noa occorre avere un marito ipnotizzatore. che vi fasci gli aeschi e «i lanzi poi. dal fono di ina sala affollata. la der manda che qualcuno del pubblico gli suggerisce. la condizioni normali. basta darsi il tempo di riflettere e metterti per un momento al posto dell'amico è dell'avver sario. Tuito divenia così Facile ed evidente. I nostri interessi racnala perdano rilievo mentre acquistano chonmme importanza a salute. la famiglia, le aspirazioni, i sentimenti, le faccende dell'altro. Ma va lato, fra tutti, va preso in considerazione LI ciale. Non al più chiamare sentimenta, ne Facolià. benché sbriga i tre quarti delle azioni buone e cattive che compie la umanità. E dicendo tre quarti, siamo catremamente guardinghi © invercelmilmente ottimisti, Si parla dell'amor proprio. La regola va dunque modificata casi: Per leggere chiaramente nell'anima altrui, sostituirsi mo- ralmente alla persona da siudiare, acquistando prima di tutto la sensibilità del suo amor proprio ‘. Condcaco dint atniche, ertsciute insiemao tante {dicevamo le favole) come le dita di una mano, Pure qualche litigio nasceva sempre lira lora, perché la meno riflessiva delle due trovava sempre molo di urtare. leggera e indiretta sia puro, la siaiori: tibulita dell'alira. Pasta dire a una donna: * I cappello che porti ti ata male" per darle noia, SI ammelle con quello che sa, in qualche modo, essere meno bella. Si accusa di scarso iscernimenio e caltivo gusto. Che volete di pai? Si sono perdute più battaglie per una mancanza di tatto ca per una vera ragione iangibile e giusta. gnuno spera ali possedere milte qualita o, per lo mena, spera che gli altri le vedano in lui. ed è ferito dalla critica, Se è di spirito, non darà a dividere il risentimento. Ma questo non vuol dire che, manilrità cd occulta, Mori custa ugualmente, Non date dunque consigli non richiesti, perchè vorrebbe dire che vi siimate più ACCOrA, più saggia, più raperta ilel- l'altra. Se poi il consiglio vi è domandato e sopratuito con FI invocazione alla piena sincerità, state ancora più in guardia. impiegate tutto il vostro acume per indovinare quale sia il se greto desiderio dell'interlocutrice. Chi domanda consiglio, sa nissimo quello che vuol fare, ma preferisce non averne la re sponsabalità. Se non cogliete nel segno, l'amicizia può correre gravi pericoli, Meglio. duaius tergiversare e lemporeggiando dar modo all'altra di tradirsi. Un po' l'abilità delle sonnam- bule, che di psicologia pratica patrebibito ilar lezione a pro fessori d' Università. Nemmeno occorre mentire, per tenersi in equilibrio. È questo mi ricorda una signora, che insegnava alla figlivola la quasi insensibile — apparentemente — differenza che parsa fra l'edu- cazione e | ipocrisia. " L'edistazione ” dicera “ serve a non offendere la suscet tibilità altrui. E dunque una forma di altruiimo, L'i ipocrisia invece, che fa comodo a noi soli, e figlia dell'egoismo ". La bambina. male convinta, obiettava : * Ma sc un'amica mi domanda, per esempio: — Ti piace il vestito che porto oggi” = o a me non piace, come farò a non offendere e a non mentire 7", " [lira — suggeri la mailie saggia — che preferisci a quello un altro dei suol alati e avrai conciliato tuto". ("8 sempre ua vestito di ieri sul quale appoggiani, o qualche wappatoia elegante, colla quale aalvara. Basta colisla cercare. Come quando giedicate una persona. E' così facile parlare. delle qua, lità, passando sotto silenzio i difetti. Ma poiche siamo arri vati ad un vestito, sara il momento di accorgersi che il regno della moda è stato fin qui indegnamenie irascurato, Le car telle sono così numerose che non abbiamo più posto per nuovi modelli, © il sacco della posta in partenza vieta di ricomin- ciare l'articolo. Ma forse il male non + così grande. A que st'ora, le mie lettrici hanno già vedute le nuove collezioni, fatta la loro scelta, © stanno pazientemente o imparientemente aspettando la nuova stagione e le sue variazioni, portando indosso i Frutti delle loro laboriote selezioni, Se non sono pre- suntuosa. devanò anche essersi dette, qualche volta: " La no- atra informatrice condensa ua poco le nodizie di sartoria, mà ce le da con qualche anticipo o abbastanza esatte”. Se mi illuda, disiagannatemi. Non vi farete una nemica. MANTICA BARZINI
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73 ISIS TE 1) PR. i d'la Pa LR Mantelli e stoffe invernali All'ippedromo Mii i ad ife di iis.
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Ta — = a — e wr 7 a die _— x si SE. Balbo cit Maresciallo Badaglio assivtono alle mancere di bombardamento aereo. A VOLO RASENTE “ Più da presso, sempre più da presso. "Le Fiamme nere avevano adottato l'arma corta, non volemmo esser meno, noi Fiamme blù. “Lo sanno le fanterie austriache a cui il vento rasente dell'ala strappava il fazzoletto di su la nuca pavida *. Così Gabriele d'Annunzio, parlando dei mattini dell'Hermada, quando i sum velivoli “aravano" la montagna, gettando bombe e mitragliando le truppe nemiche. La denominazione “volo rasente” trae origine da questa rievocazione appassionata del Poeta combat- tente, ma il metodo d'azione ebbe durante la guerra su tutti i fronti di fog cata applicazioni spo- radiche e limitate ad offese alle truppe di rincalzo durante le battaglie. Lo sviluppo del metodo, la sua giustificazione teorica e pratica, il perfezionamento dei mezzi e delle modalità, tutto ciò è lavoro di dopo la guerra, propugnato, esperimentato, rischiato da pochi appassionati... UNA FOLATA IMPROVVISA Nel metodo d'olfesa a volo rasente s' impiegano velivoli monoposti o biposti veloci, armati di medio carico di bombe incendiarie o distruttive, e di mi» tragliatrici postate in modo adatto a sparare con- tra terra. Si parte in due o tre squadriglie dal proprio cam di aviazione, si avvicinano le linee del fronte 0. confine, si sorvolano alla minima quota pente con le accidentalità topografiche previamente studiate: si procede sempre bassissimi con rotta incostante verso l'obbiettivo prefisso sfruttando per celarsi a seconda dei casi le dorsali dei monti, le valli tra le colline, tutti gli ostacoli e perfino la vegetazione. Giunti presso l'obiettivo, che può essere una sta- zione ferroviaria, un porto marittimo, un edificio od un gruppo di edifici industriali, una centrale elettrica, un accampamento di truppe, un altro campo d'avia- zione, eccetera, i velivoli assalitori rapidamente si dispongono nella direzione migliore per l'assalto, e per attuare la ripartizione già fatta dei singoli bersagli: i subito investono la località in uno o più scaglioni, irrorando liquidi venefici, distendendo nebbia laeri- mogena, sparando colle mitragliatrici, lanciando bombe incendiarie 0 bombe a frammentazione o bombe mina: e prendendo subito dopo la via del ritorno, sempre volando rasente sui boschi sui prati sui paesi sui colli sui monti sul mare. Una folata | due, tre minuti d'azione, al massimo; non preavviso, non avvistamento d'un gruppo di ve- livoli alti od altissimi nel cielo, non bombito dapprima remoto che s'avvicina, Ma un fragore improvwriso, alcune grand'ombre fuggenti, una nuvola mortifera, una serie di schianti, incendi e rovine che rimangono ed un rombo che s'allontana. I VANTAGGI Quale sarebbero i vantaggi di questo metodo che Apparsce nuovo, rispetto ai metodi pria consueti 7 {E" bene sapere che il nuovo metodo non pretende di sostituire ma di integrare i vecchi). Ecco: il lancio di bombe dal velivolo è, come ogni altro tiro, tanto più esatto quanto è minore l'altezza ossia la distanza fra lanciatore e bersaglio. Se per bersaglio s'intendesse una grande città, qualunque altezza consentirebbe un tiro esatto. Ma bisogna lasciare a pochi esaltati visionari la ipotesi di una forza aerca tanto numerosa da spianare e rendere “ terra di nessuno” parecchi grandi agglo- merati urbani, costringendo in poche ore o pochi giorni il nemico ad implorare pace. Un concetto più razionale di rendimento dei mezzi disponibili {pochi o molti che sianol, su gerisce nom già di disseminare le proprie bombe od | propri gas. mi di impiegarli con oculata parsimonia contro precisi
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interessanti bersagli isolati oppure contenuti nel grande obiettivo cittadino o industriale o rurale. A questo punto gi considera che una bassa quota, utile alla esattezza del bombardamento, è troppo pe- ricolosa a causa della reazione nemica agente con cannoni, con mitragliatrici, con velivoli da caccia, specie dopo i grandi progressi fatti da questi mezzi di guerra. ‘entar di volare di giorno sul nemico a quote fra i trecento è i quattromila metri, significa tsporsi con quasi certezza, non solo ad ervicamente precipitare, ma, ciò che più conta, a non poter compiere l'azione bellica prefissa, a non ersi nddentrare nel cielo nemico che poche diecine di chilometri, Allora la tendenza del dopo guerra fu dapprima soltanto di raggiungere quote sempre più elevate, fino a quella che con parola inutile fu chiamata “la su- perquota ". ossia verso i settemila o gli ottomila metri d'altezza. Diciamo tendenza, non realizzazione, perché set bene 1 velivoli da primato {récord) abbiano raggiunto i dodicimila metri, sebbene alcuni velivoli da caccia is sano raggiu: ere i novemila metri, tuttavia i weli- voli da bombardamento si debbono contentare di al- tezze assai minori, e sono costretti a raggiungerle as- sai lentamente, Più in alto si desideri andare, minore è il carico di bombe che si può trasportare: più lontano si de- sideri andare, minor quota si può raggiungere: da più alta quota si lancino bombe, minor probabilità «è di colpire un determinato bersaglio. Più bombe si vogliono portare, più velivoli x debbono adoperare; più velivoli si adoperino, minor probabilità x'é di giungere di sorpresa cpperò di elu- dere la reazione. ui geee rio aunii Cgil Sil, Ne Deb I 75 Queste verità tutti gli aviatori le sanno, ma pochi le hanno considerate. fCosicché, malgrado il progresso teonico, si può dire che oggidi per colpire dalla quota di settemila metri, con una bomba da cento chili, un cerchio di cinquanta metri di diametro (cerchio inscritto in una sagoma di grande nave da guerra, o di edificio industriale, 0 di stazione) occorre mandare nel cielo almeno quaranta velivoli capaci di cinque bombe ciascuno. I velivoli suddetti per essere adoperati a tal fine debbono possedere modernissime sceltissime caratte. ristiche, impianti speciali contro il freddo e l'aria rarefatta, ed impiegare un'ora circa per salire alla quota richiesta. Oggidi invece un solo velivolo monoposto veloce che porti una sola bomba e lanci a volo rasente, ha la quasi certezza di deporla nel predetto bersaglio. Una bomba che ne vale duecento | Se è vero che le suddette cifre non sono inop- pugnabili perchè sufficienti esperienze di lanci da set- temila metri non sembra siano state fatte, certo è che l'offesa a volo rasente ha il cento per cento di pro- babilità di colpire, epperò il paragone sopra esposto non può essere lontano dal vero. Si aggiunga che quando il cielo non sia limpido, sereno, scoperto fino ai settemila metri, 0 si deve ri- nunciare all'azione o la quota deve essere abbassata, a costo di affrontare le rischiosissime quote medie e basse. Il volo rasente invece non ha altri ostacoli meteorologici che la nebbia e il temporale violento. Volando ad alta quota si è uditi ed avvistati da grande distanza, da Bimnui si trovi sopra una vasta superficie di terra o di mare, e la rotta può essere seguita, definità, integrata, precisata nel suo finale ohiettivo. Volando rasente il fragore del motore resta a ll milragliamento a colo rasente.
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È Ù SERE rale I LE I Id#dd a A sin. dall'alto; Anci puntata di bombe, - Gili effetti sul bennaglio. circoscritto in raggio tanto più breve per quanto più il terreno è accidentato; l'avvistamento è possibile solo per una stretta striscia lungo la rotta, la rotta stessa difficilmente può essere riportata sulla carta per dedurne la mita. Perciò il volo rasente rende sommamente agevole la sorpresa. Il tiro dei cannoni contraerei e impedito, quello delle mitra. gliatrici è inefficace nella mag- gior parte dei casi e spesso è pericoloso per i propri amici, in quanto al combattimento aereo, esso si svolge a volo rasente in condizioni meno contrarie ai ve- livoli incursori. Fin qui abbiamo edotto i no- stri lettori soltanto di quanto riguarda il volo rasente su terra; varrebbe la pena cdi illustrare, se lo spazio ce lo consentisse, la questione del volo rasente sul
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Mt "MAE 7 ll s PI Veni. à Ù pie ì du lle” Lu Y L lf: ———ETtTTcT ct Sti. ia . ; TOO î bi lina cortina di mebbia tesa dagli aeroplani per occultare le mancere. mare contro flotte nemiche. Certo, sul mare non stanno ac- cidentalità topografiche adatte a servire di nascondiglio nel- l'approccio e prima dell'assalto. Ma & più agevole ai velivoli assalitori assumere una for- mazione ampia, a raggiera, con rotte d'approccio convergenti, in modo da disperdere il fuoco della difesa, in modo da im- pedire il tiro dei navigli retrostanti defilandosi dietro gli an- tistanti, in modo da superare quelle poche diecine di secondo durante i quali si resta a tiro dei cannoni e delle mitraglia- trici, in modo da lanciare i siluri e le bombe e fuggirsene via. SAPIENZA DI CAPI Il metodo d'offesa a volo rasente, dapprima poco com- preso e poco Apprezale, ha fatto da breve tempo rapidamente gran numero di proseliti. Per convincere del tutto i dubitosi, occorrerà certamente riprodurre per quanto possibile le condizioni reali della di- fesa e dell'offesa nviatoria durante la guerra; fare ciot delle adatte manovre. Occorrerà delimitare un territorio fra monte e mare, di tre vo quattrocento chilometri di perimetro, comprendente dieci o dodici definiti obiettivi importanti, e sistemarlo a difesa con posti di ascoltazione e di avvistamento, reti di comunicazione, impianti controaerei simulati con macchine fotografiche e ci- nematografiche, e velivoli da caccia a disposizione. Contro tale territorio, durante un periodo d'una quindi- cina di giorni, abbia libertà d'azione a volo rasente uno stormo di squadriglie (previamente addestrate ed organizzate) con l'uso di nebbie pseudo tossiche, di mitragliamenti a salve, di innocui simulacri di bombe! La nebbia lacrimogena difra dagli aeroplani per diminuire la capacità difensim degli derennari,
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3 a SI ; Tr gere _ limi DITER i ae TE SE dl minitro Ballo porta in volo SUE il Maresciallo Badoglio. Se la fede di questa nuova forma di guerra avia- toria non ci fa velo, opiniamio che la sorpresa sarà completa e l'offesa sarà ctficace nella maggior parte dei casi, con poche perdite da parte degli assalitori. L'assalto a volo rasente, l'assalto con l'arma corta, dimostrerà davvero d'essere l'equivalente avintorio del colpo di mano delle squadre di ardite fiamme nere che con poche bombe e pugnali conqui- stavano posizioni già resistenti al sacrificio d' intere eroiche brigate. E se in questi ‘ colpi d'ala guerriera "" sarà scon» volta un'officina, scompigliato un porto, distrutti gli hangars d'un campo d'aviazione, incendiata una sta- zione, l'azione dei pochi “arditi fiamme blù" equi- varrà in taluni casi alla vittoria in una piccola o grande battaglia ter- restre o navale. LL) Se abbiamo creduto opportuno di trattare in queste colonne que» sto argomento militare, chi è perché già nella stampa quotidiana è ap- parsa notizia di una esercitazione d'attacco a volo rasente effet SE. Balbo; segulto dalle Autorità militari, erre wa: tuata per ordine di S. E. il generale Balbo, Mini- stro dell'Aeronautica, alla presenza sua, di S. E. il Maresciallo d'Italia Badoglio, di S. E. il Sottose- gretario di Stato per l'Aeronautica, di S. E. Ban zani, Capo di S. M. del R. Esercito, del generale Valle, S. Capo di S, M, della R. Aeronautica, è di uno stuolo di alti ufficiali dell'Esercito, della Ma- rina, dell'Aeronautica, della Milizia. Le fotografie mostrano S. E. Balbo che con- duce personalmente in volo S. E. Badoglio, mo- strano la folla delle Autorità, l'assalto aerco con le mitragliatrici, l'ondata delle nebbie, la dimostra- zione di esattezza di puntamento del lancio di bom- be contro bersaglio predisposto all'uopo. Le menti dei nostri Capi, non chiuse in un cieco "no" contro le nuove idee e le tatti. che nuove, ma convin- te che l'aviazione è velocità, sorpresa, au- dacia ed impeto, gi compiacquero dei ri- sultati e si proposero di promuoverne più complete esperienze ed applicazioni. AMEDEO MECOZZI abbandona il campo dopo le manovre.
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Pri da = er | | j | e E mite Se EN Ta L, ì at % pes a hp een a ta E Aa 1 rec a y0 I - == x % =" n = ca» Pal Fr Cod 2 È - --_ - È La gara delle Case cortrutirici d'acroplani per il turismo sereo. L'arrivo a Milano, all'acroporto di Taliedo, del irimotore Ford in giro di propaganda per l'Europa. Sopra: Un'esposizione di nvonoplani Breda da lurtvmo in Piazza del Duomo,
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ENZO AI IL r f CEI ra : n Tu + CARATI TA ne ET J ELA. i Maio 4 1g alfran va! FIAS ESSI i ea PO ER ATI too AR E X: cU LS = iL L i ri Ù , ->svwewve_A.z.,geE)O)B)(BEB©\G:| £“-“=- li più pemate e il più leggero dell'aria al confronto. Afenire il dirigibile inglese “Rioni, il più grande del mondo, qui ancorato al suo pilone d'ormeggio, sé mostralo lenlo è poco maneggevole, il “Da N" ba calalo splendidamente «ul Iatgo di Costanza con 159 persone a bordo.
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sta sn N ere pe e e II gi | — cca 2 ig er C'est: STE eee SATURN LE RO Fuperienze è tentativi nel campo aeronautico. in Germania si provano con succenro apparecchi privi di coda. L'astatore Espenianb, una del pionieri del colo librato, «ul suo nuovo velivolo e, in allo, un altro monoplano prima della partenza e in die fari di volo.
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a parele untana, allo vtacio di Los dageles in California.
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LA RIAPERTURA DELL Il divieto di caccia grossa nella Somalia italiana, divieto che risaliva al dicembre del 1937, è stato ora abrogato da $, E. il Governatore Corni, essendo cessate le cause che avevano consigliato l'adozione Îa elefante tinatinio, = Al cen tro, da sinistra: Wa ippoposamo call'analo. - La grappa di aria i IT Uma atagnifica coppia di leopardi. ct Somalia,
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CACCIA IN SOMALIA di tale provvedimento. Il di» ritto cli caccia è però regolato da particolari modalità © su- bordinato a cinque specie di autorizzazioni, secondo le armi usate e la caccia che s'intende praticare. SE il Governatore con una coppia di leoncini a ia callività. Uova di coccodrillo in esclosione. Un gigantesco esemplare di corcodrilla.
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LE MINACCE DEL TABALCO E GLI ATTACCHI AL TABACCO I non fumatori non possono comprendere il ta- bacco, Il luogo comune che il fumare è una forma di umana stupidità (mentre nella concreta realtà il fumare è uno dei pochi fenomeni che distingue gli uomini dagli animali, ed afferma la umana conquista del fuoco) non ha valore di sorta, di fronte ad un bisogno che continun anche quando tutti i bisogni pare “i arrestino. Così che i condannati a morte quasi sempre si avviano al patibolo fumando: forse perché il famo li abitua a rivolgere gli sguardi verso il cielo, e lì persuade della vacuità di tutte le giore della terra; ll fumatori soli sanno che questa lora abitudine, un po' vacua, & in fondo una grande forma di filosofia, formata di poco, ma che serve a uccidere quel tempo che poi a sun volta uccide noi, Ecco perchè i nemici del tabacco si reclutano tra coloro che mai hanno fumato: mentre invece negli altri peccati umani i nemici più acerrimi del peccato si ritrovano proprio tra coloro che il peccato hanno prima provato € goduto. Le minacce al tabacco non sono di oggi: ma aggi si fanno più vivaci, forse perchè vi è più gente al mondo che desidera Cesara dei nemici contro 1 quali marciare in rra, 0 forse perchè realmente vi sono spiriti imamabiondi che si a zinnio di fronte alle cifre di consuma. Cifre che sono seriamente gigantesche. Non an- dremo i cercare numeri grossi in America: basta guardare il paese nostro che pure fuma assai meno degli altri, Sono cifre da vertigine! oltre tre miliardi e mezzo di lire annue trasformate in fumo nella pe- nisola, con quasi ottocento grammi di tabacco per abitante! E vi sono regioni, come Trieste, dove ogni abitante fuma più tabacco di quanto non consumi caff& {oltre un chilo e mezzo di tabacco all'anno di fronte a poco più di un chilo di caffe!) Così che riesce facile pensare a tutti 1 ragiona= menti dei moralisti e degli educatori sullo sciupio di denaro che va in fumo, sulla possibulità di dirigere al- trove questa enorme ricchezza, di educare diversamente le generazioni future, e chi più ne ha più ne metta. Agli Stati Uniti i cavalieri delle grandi iniziative dopo aver strappato alla nazione il regime secco, vor- e rat bero proibire il regime gazoso. Ford è alla testa. I maligni osservano talvolta che questo grande creatore di industria (che ama essere anche un grande e attivo educatore) scorda che l'automobile determina un numero di vittime ben altrimenti alto e certo che non quello dubbio del tabacco (gli S. U, hanno oggi iB.000 morti annui per automobile!) e che se la logica che egli impiega nella battaglia contro l'alcool e contro il tabacco dovesse essere traslata a tutti i campi, finirebbe egli col chiudere la propria fabbrica, Ma resta ad ogni modo il fatto che (A più parti si ad- dita questo pericolo per la civiltà: pericolo indubbio ecomomico, e certo anche sanitario è demografico. Vi ha chi aggiunge che se ci si commuove per poche migliaia di vittime a cagione degli stupefacenti, a titolo non diverso dobbiamo commuovercì per il tabacco, il quale in ultima analisi è un fratello mi- nore degli stupefacenti, con una maggior estensione di danno economico in dipendenza della maggiore am- piexza di consumo, Battaglie e discussioni che nel frattempo non im- pediscono affatto che il mondo fumi, e che dopo l'abi- tudine dei maschi si inizi anche quella delle femmine. E' nozione comune che il tabacco ha formato una delle prime droghe importate dall'America in Europa. Colombo scoprendo l'isola di Tobago aveva osservato gli indigeni consumare delle faglie essiccate di una pianta che più tardi Linneo classificava tra le sola- micosi & alla droga fu conservato il nome indigeno di tabacco, I nativi americani da tempo consumavano il tabacco e lo coltivavano. Nei paesi del nord (Canadà, Stati Umiti), che.al- lora non portavano sempre gli stessi nomi geografici che oggi li contraddistinguono, il tabacco era gene- ralmente fumato. Cavalier La Salle, il definitore del corso del Mississipi {scconda metà del 1600} e il dona- tore della Luisiana da lui scoperta e denominata da Luigi XIV, sempre vedeva usato, tra tutte le tribù dell'immenso territorio percorso, il tabacco {anzi la pipa), come segno di amicizia, Al sud i primi visita- tori e descrittori del Brasile {ricordo i due noti rape porti di De Lerw e di Hans Staden) fanno a loro volta cenno dell ‘abitudine di fumare, osservata tra gli indigeni Tupi e Guarany, La tradizione messicana maya, e In genere le credenze di tutti i popoli mativi dell'America, attribuivano alla pianta del tabacco delle wirbi benefiche : ed è probabile che avendo scorta come il succo della foglia allontani gli insetti, sì sia pensato ad una definita attività è se ne sia tratto un corollario di terapia popolare. Gli spagnoli prima, gli inglesi, î portoghesi è gli olandesi poi, si abituarono facilmente al nuovo pro- dotto. Anzi fu una delle prime conseguenze questa del fumare, verificatasi tra gli eserciti doro la scoperta dell'America. Va ricordato come durante quasi due secoli i mari orientali americani furono il teatro delle lotte tra gli curopci: francesi e olandesi contro spagnoli; inglesi contro francesi; olandesi contro portoghesi... esempio mirabile di cristiana “aiar anta offerta dai bianchi ni poveri sopoli del nuovo mo Così di frequente piccoli siurciti o piccole armate occupavano isole e terraferma, è le abitudini passa- vano rapidamente dagli indigeni ai soldati, i quali poi le portavano IT Europa. Molto di frequente anzi erà questo l'unico bottino che restava agli avventurieri, della loro vità movimentata. Nel 1600 il tabacco si cera già diffuso con larghezza in Europa. Il curioso si è che la diffusione si fece in un doppio modo: come tabacco da naso e come ta- bacco da fumare. Anzi il tabacco da fiuto ebbe ben altra inportitza del tabacco da fumare: abitudine questa ultima che si è largamente diffusa dopo la ri- voluzione francese, mentre il fiutar tabacco s1 è ridotto A poco a poco, quasi senza che noi ce ne accorgessimo. La pianta era stata introdotta in Europa prima da Keleigh, poi da Thevet e in ultimo da Nicot: e al Kicot rmmase l'onore di dare il nome al “vegetali interessante {Nicotiana tabagum). L'attenzione degli studiosi di allora si era rivolta con amore al vegetale e nel 1636 abbiamo già buone descrizioni della pianta c trattati appositi che si occupano delle sue virtù è delle sue caratteristiche. Si credeva veramente ad una azione antifebbrifuga e antinfettiva : termine che naturalmente va inteso con una significazione molto lata, poichè in quel periodo si aveva una vaga e mal definita idea delle infezioni. Anzi i difensori del tabacco si dividevano in due campi: quelli che esaltavano le virtù del tabacco preso
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per naso, e quelli che di- cevanò ogni bene del ta- bacco fumato, Uno scerit- tore alla fine del 1700 dichiarava che il fumare è infinitamente superiore al fiutare, perché chi fiu- ta fiuta per sé solo, chi fuma per contro fuma... per tutta la famiglia, pensando bene inteso che il fuma fugava le febbri a beneficio di tutti! L'idea che il tabacco possedesse pregi di ccce- zione come pianta medi» cinale le ha anzi valso una speciale terminologia di pianta santa, di pianta sanatrice... è contri» buito alla diffusione. La pittura francese © fiamminga si è soffermata più di una volta con in- teresse sul fumare, sulle tabaccherie ove si fu- mava collettivamente e dove gli amatori della nuova droga si ritirava» no a consumarla in liete riunioni. La pipa di imitazione americana formò la pri» ma manifestazione del fumare : molto più tardi giunsero i sigari, e solo in tempi prossimi a noi le sigarette, Le quali ul- time si sono andate dif. fondendo nei tre lustri prima. della guerra © du- rante la guerra, diventando una delle forme più co- muni e pratiche di preparazione del tabacco. Il tabacco ricco di storia e di fama, passato at- traverso la esperienza di due mondi e di molte civiltà, elogiato dalle Facoltà in altre epoche, ha oggi trovato la sua dichiarazione di guerra, Le inchieste intorno al consumo di tabacco, intorno ai danni del tabacco si susseguono senza posa, In In- ghilterra un intero laboratorio (quello di Dixon) la: vora quasi csclusivamente a rintracciare le pecche del tabacco e delle sue applicazioni. La guerra non è neppur recente, poichè già nel roo si avevano avuto mmaccie e scomuniche, con in- terdizione al Clero di annusare e con minaccie ai bor- ghesi che si davano a quella che era anche definità "ubbriacatura secca". Ma nel 1723 un Papa intelli- gente, Benedetto XIII toglieva tutti i divieti e lasciava che si fiutasse e si fumasse tabacco, comprendendo che al postutto nulla di specialmente riprovevole po- teva scorgersi nella abitudine non ripugnante anche se non del tutto innocua. Però contro il fumare ebbero vigore in molti paesi divieti e proibizioni relative : tra altro in alcuni Stati si facevano pagare forti tassazioni ai fumatori, Nè me- raviglia che di qui sia derivata l'abitudine al mono- polio statale per i tabacchi, adottato da moltissimi paesi civili, Oggi la guerra ha un aspetto più razionale, più sereno © poggia almeno su tutta una documentazione che ha il suo pesa, selibeene poco riesta a determinare in fatto di modificazioni al costume, Le accuse ed i rimproveri sono di vario ordine. La pianta del inbacco; da ana stampa del " Trattato &il Tabacco" i IL Nennder (Lione 1656), Li Si rileva anzitutto lo sperpero grande che i popoli commettono attra» verso all'abitudine: la quale anche se fosse in» genva dal punto di vista della salute, resterebbe pericolosa nei rapporti della economia dei po- poli. Si iunge che il tabacco devia da altre attività che hanno ben maggiore interesse e di- venta un comodo rifugio per tutti coloro che non amano forzare le proprie attività cerebrali. Ma sopra ogni cosa si addita il danno fisico che il tabacco determina: danno legato ai velem della distillazione, della combustione. Discussio. ne troppo tecnica perché passa essere riportata in queste colonne, ma dalla uale derivano alcuni po: stulati non dubbi: l'azio ne della nicotina e delle basi piridiniche ottenute dalla distillazione e pas- sate dal tabacco al fu- matore, azione dell'alde- leide formica, dell'ossido di carbonio, delle trac- cie di acido ciamidrico. I medici hanno buon giuoco a porre innanzi il vadro vario delle lesioni che con frequenza varia e diversamente interes. sante accompagnano il consumo di tabacco: da quelle che interessano le parti vasali infino ai disturbi della visione, per la certa ma non frequente azione sul nervo ottico. Gli educatori ed i sociologi sono specialmente allarmati dall'aumento imponente del consumo: è ves dono con terrore consumarsi in un materiale che nella migliore delle ipotesi dovrebbe classificarsi come ine genuo, una aliquota tutt'altro che indifferente della mo- chezza che ogni anno 1 popoli conquistano. Le indagini al riguardo dicono cose da impressionare: giovani che arrivano (è un dato della inchiesta inglese del 1926 nell'esercito) a consumare cento sigarette al giorno, uomini che dedicano al fumare una quarta parte del loro tempo, individui che consumano nel tabacco oltre il dieci per cento del guadagno giornaliero. Valori tutti che a ragione commuovono ed obbli- ganò a pensare e che giustificano almeno in parte la campagna che si riprende con vivacità contro il ta- bacco. Ma la guerra non muterà l'abitudine e poco spo- sterà il consumo. L'uomo ama le illusioni è a rie vive per le illusioni : ed il fumo è la suprema e la più va- porosa delle illusioni. Nella piccola nube che si alza dal sigaro è un segreto di fantasia che nessun scritto raggiunge ; e spesso per uccidere il tempo l'uomo nulla cli meglio sa scoprire se non questo seguire le nuvo- lette rigie che si innalzano dalla foglia aromatica del iu iaccn Per questo non ostante tutte le guerre e tutti gli attacchi a torto od a ragione il fabio vivrà e si diffonderà come una conseguenza fatale della vita ci- vile che tenta attaccare alla realtà ma lascia aperto la via alle illuzioni anche più vuote. E. BERTARELLI
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non esclude la sensibilità Anche un motore della forza di molti cavalli richiede una minuziosa sorveglianza per dare in proporzione il rendimento massimo e più regolare. Perciò affidate il vostro motore a mani esperte e ricordate sempre che una lubrificazione difettosa e una benzina scadente sono causa di attrito, surriscaldamento, vibra- zioni, diminuzione di potenza e deperimento del motore. “ Standard Motor Oil” | “Lampo Benzina Superiore” assicurano la massima durata alla vostra macchina. — So- cietà Italo-Americana pel Petrolio, Genova. LAMPO BENTINA SUPERIORE & STANDARD MOTOR OIL assicurano la massima prolezione e potenza STANDARD MOTOR DIL di vide anche uv buite » @ Rliate siandàrd “Motor Cup I Linea” a Sisndanl Biggor HI "lambio «elocità e Dulleseapiale* Lt È Saampata ua Tara ala la Ger fai l” ni gara _ Milani Sor An sta he Ae Ciralela Alberi dl Lasswin = Milano, Via Mastegna bh
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LAÀA RIVISTA ILLUSTRATA DEL Direttore: “POPOLO D'ITALIA" Fondatori: ARNALDO MUSSOLINI MANLIO MORGAGNI - MANLIO MORGAGNI REDAZIONE, Amministrazione MILANO ia Lovanio, te - TEL. N c6ss Anno VIII - ABBONAMENTO per il 199 L. 108 Estone L. 0 - N. 13 Dicembre 1939 - LA RIVISTA cice ogni mese HUMERO SEPARATO L. id Palbbliziohi Cosprinfonirià sisliiina Uatona Pulibdicità Praliaza, = L dii di siprosdoilona è di inedurtbne insa riammvail per tel | puri 2 ———-=-- =_= SEGNO DEL TEMPO Nel numero di novembre, presentando la documen- tazione fotografica delle manifestazioni di popolo per la celebrazione dell'annuale della Marcia su Roma, constatavo come l'unità degli spiriti, in Italia, sia ve- ramente intera e profonda e leghi è cementi ogni grado di cittadini, Il comsenso è generale e liberamerite palesato non solo nelle adunate, che oggi avvengono per le grandi occasioni, ma nella concordia della vita, nella condotta disciplinata e severa del popolo che lavora e produce, nel tervore delle iniziative è delle opere. Ma nel concerto dei pensieri e delle azioni degli italiani nuovi, concerto la cui fusione dei toni suscita l'ammirazione, se non la mal celata invidia, dei fore- stieri, in questo concerto una nota spesso esce assai disuguale ad avvertire che qualche stonatura si ma- nifesta nell'armonioso insieme. Vi sono certuni che, coltivando nel fondo più re cesso del loro spirito, ancora non ben precise titu- banze. ed avendo la fede recente non ancora ben temprata, credono assolvere il dovere, loro imposto dal grosso distintivo all'occhiello, esprimendo lodi, € spesso esagerate, per ogni starnuto di gerarca, per ogni parola declamata da un balcone, per ogni trovata uomini nuovi gabellano per riforma e che la vi- sione reale delle cose rigetta quasi sempre nel limbo dei nati morti. Vi sono altri, che per non parere dei tepidi, le medesime lodi non controllate innalzano per ogni fatto e per ogni gesto, senza che ne abbiano penetrato il significato e compresa la portata. E vi è poi il nucleo più numerosa che così fa perchè fanno gli altri. Ed è a credersi che pi elogi di costoro siano da- vuti alla buona fede, alla ingenuità, al cuor tenero, perché vi è poi chi non lesina i plausi per scopi c spesso possono toccare, molto da vicino, ambizioni ed interessi personali. Così si è andata formando una... usanza di trovar tutto bello, tutto buona, tutto eccellente, tutto impo. nente, dinamico, sorprendente, eroico — e perché non divino? — quanto, nella fatica quotidiana, è prodotto dai dirigenti, che hanno l'obbligo di vigilare è di non dormire perchè le conquiste della rivoluzione siano pietro difese e strenuamente conservate. ‘abbondanza della aggettivazione elogiativa ha rag- giunto nei discorsi, è anche nella stampa, pro ioni evidentemente iperboliche. Tutta la gamma delle qua- lifiche laudative è impiegata è, quasi che mancassero termini adatti nel nostro ricco vocabolario, se ne cor niano di peregrini, i quali, o perchè spesso non sono di facile comprensione o perché echeggiano sonori ed escono rotondi dalle esercitazioni oratorie, fanno molta strada ed hanno l'avvenire assicurato. Una vera epi- demin. Non erano valsi i moniti scesi dall'alto a met- tere in guardia contro il pericolo di quest’ incensa- mento gratuito e formale; il mal vezzo continuò con qualche aggravante così da lasciare l'impressione D5 non si amassero — e quindi tollerassero — che le a provazioni gettate a piene mani, con le parole più belle. Ma il consenso sentito, il consenso che è materiato di fede e di propositi, il consenso che dalla coscienziosa valutazione della realtà non ha blicano di essere espresso con l'ampollosità delle frasi adulatorie. Il Fascismo, che è forza, azione, costruzione, vita, non si concilia con questa superata concezione di esteriori adesioni. Il Fascismo non si lascia addor- mentare dal dilagare di questa incomprensione che % e gli entusiasmi, che disorienta, che alimenta l'abitudine al quieto vivere, al lasciar vivere e che attizza ancora la oramai tramontata assurda fiducia nel benefico influsso dell'antico «tellone. Il Fascismo è lotta, è combattimento, non ama adagiarsi sulle molli coltri o sui guadagnati allori. Ha un cammino da compiere nello sviluppo della civiltà umana, è questo cammino proseguirà vittorioso nonostante gli ostacoli, Le insidie, lé stanchezze, i agguati e gli assalti. Nella lotta il canto allettatore delle sirene è inu- tile e dannoso, e poichè gli orecchi erano tardi a sentire, e poiché l'usanza poteva divenire abitudine e costume, ecco la voce del Duce — nuovo inconfondi- bile segno del tempo — elevarsi nella solennità della riapertura della Camera corporativa, ad ammonire fieramente: fl (roverno non ama anzi disdegna gli elogi insulsi, le «violinalure falue: desidera, inecce, la dircus- sione schiella, aperla, obielliva, intelligente, cioè fascivla, I vivissimi e prolungati applausi che salutarono il nuovo richiamo ad un tenore più consono allo spi» rito, alle dottrine ed alla tradizione fascista, dimo- strano che fu inteso è che sarà seguito. Ma il richiamo, che non dà luogo ad equivoci, dalla Camera corporativa scende pal Paese ammo nitore ed eccitatore. Il Fascismo non teme la discussione intelligente, schietta ed obnettiva. Anzi là ricerca perchè da di» scussione, che non sia vana logomachia ma intensa rassegna di fatti, le opere nascono sane e vitali. sm. Ml,
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% LI LI Giustizia: Lhargna di Éh, Thamian
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Le truppe inglesi lasciano |Fiesaden «solatate dalla quardia d'onore francese. GLI AVVENIMENTI INTERNAZIONALI LA SCOMPARSA DI CLEMENCEAU La scomparsa di Giorgio Clemenceau ha avuto nella stampa mondiale una eco di ampie necrologie. Noi riveleremo brevemente che egli fu un forte mi- nistro di guerra, ma un pericoloso negoziatore di pace, e che il suo esasperato nazionalismo, come lo aveva condotto con brillante implacabilità alla vittoria, così lo spinse poi a imporre un trattato di pace impolitico e imprevidente, che È la causa precisa e specifica di quel senso di insicurezza e di instabilità da cui la Francia è oggi travagliata. Quest'uomo terribile aveva vissuto la tragedia del 18ro, aveva protestato all'As- semblea di Bordenux contro la cessione dell'Alsazia- Lorena, e per quarantaquattro anni sino alla nuova guerra aveva alimentato nel suo spirito solitario c au- toritario il pensiero della rivincita. Quando nel 1917 fu chiamato al Governo, egli portò nella direzione po- litica e nella condotta della guerra l'esasperazione dell'antica tragedia, In volontà ferrea della rivincita, l'odio e lo spirito di vendetta che si erano temprati e ingigantiti in quasi mezzo secolo di attesa. Fu ve- ramente un grande Gallo, guerriero, brillante, intran- sigente, Egli aveva tutte le grandi virtù, ma anche tutti i grandi difetti della razza celtica. Quando giunse all'armistizio, 11 vecchio combattitore non si limità a imporre ai tedeschi la firma della resa nella stessa Sala dell'Orologio a Versailles, ove essi nel ibi avevano proclamato la costituzione dell'Impero. Più duro del Brenno antico, egli impose alla Germania una spogliazione implacabile e una indennità di guerra senza precedenti nella storia, che avrebbe dovuto ammon- tare a 131 miliardi di marchi oro, pari a circa boo miliardi di lire attuali. A dieci anni di distanza, il Trattato di Versailles mostra quanto fosse lontano dallo spirito di equità ro» mana che guidò invece l'Italia nella condotta verso i propri nemici, Îl processo contro i responsabili di guerra fu dovuto abbandonare. L'indennità di guerra, prima indicata in cifre astronomiche e irrealizzabili, fu ridotta a somme più ragionevoli. L'occupazione della sona renana non sarà mantenuta oltre il 1gio. Ma la partita che poteva esser chiusa nel 1919, ri- marrà ancora aperta e la pressione imposta da Cle- mencenu fu tanto forte che la Francia subirà ancora per lustri è decenni l'incubo delle richieste della Ger» mania, la quale reclamerà sempre nuovi svincoli, per la Sarre, per il Corridoio polacco, per Danzica, per l'Alta Slesia, per le Colonie, per i piani di indennità già tre volte riveduti, per gli armamenti, ecc. Dai suoi stessi connazionali definito “il Tigre", Clemencenu fu insuperabile nella spirito di rivincita, ma per ciò stesso egli era il meno indicato per det- tare una pace equa e duratura. Il suo spirito impla- cabile ha dato alla Francia un Trattato che non è di pace, ma di guerra. E la sua Nazione sente che quel Trattato non può esser difeso se non con arma- menti formidabili, in contraddizione con gli obblighi del Patto stesso, che imponevano il disarmo generale. Forse questo spirito di intransigenza è proprio tanto della Nazione Gallica quanto di quella germa- nica, per le quali da secoli è da millenni la pace non è che una imposizione di guerra e la vittoria è sem- pre fondata sulla umiliazione del nemico, sino a che questo non riprende energia per una nuova guerra. Comunque, non sono i francesi che possono par- lare di equità, di pacifismo e di riavvicinamento cu- ropeo. Non sono essi che possono accusare l'Italia
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di imperialismo. Solo l'Italia fu saggia tra le Potenze della vittoria. Ma essa fu da Clemenceau spogliata dei diritti coloniali. E questa fu nera ingratitudine. Gli italiani non dimenticheranno che la Francia, da loro salvata e beneficata nel 1914, nel 1915 e nel 1918, si rivolse poi contro di essi al tavolo della pace. Il problema della nostra necessaria espansione colomale rimane insoluto per causa e colpa di Clemenceau. Le Colonie furono incamerate dalla Francia c dall'Inghil. terra che non hanno più alcuna possibilità di colonia zazione, mentre l'Italia, che ha esuberanza demogra- fica, non ebbe alcuna parte del bottino, E per giunta, allo scopo di tenerla immobilizzata, fu creata ai suoi fianchi una tenaglia di alleanze armate. Questa fu la pace del " Tigre". I FORMIDABILI ARMAMENTI NAVALI DELLA FRANCIA Come sono lontani i tempi idilliaci di Ginevra, quando Briand, profeta della pace, lanciava l'invo- cazione messianica: “ Indietro i cannoni!" Ora è proprio la Francia dei conservatori che mette in li- men, con una imponente vastità di programmi, nuovi cannoni, nuovi incrociatori e nuovi sommergibili, ri- fiutandosi ostinatamente al disarmo e compromettendo le sorti della prossima Conferenza di Londra. La li- nea direttiva del Governo Tardicu-Maginot-Leygues si & resa evidente attraverso la stampa ufficiosa. Il Pewpe dichiarava che gli armamenti devono essere commisurati alle necessità reali di ciascun Paese e che ciascuna Potenza deve esser essa sola giudice di tali bisogni. La Francia pertanto vuol essere sola a valutare quanto la sua sicurezza esige. Sullo stesso tono il Petit Parisien informa che non è minimamente in facoltà dell'Italia di fissare un livello comune di armamenti, Altri giornali lasciano comprendere che le “necessità " della Francia sommano a Soo.oco ton. nellate di naviglio, a un dipresso pari ai sette decimi della flotta britannica. Se si considera che le pro. porzioni fissate a Washington erano, per le coraz- rate di linea, di 3,5 rispetto a 10, si può lapalissia namente concludere che la Francia intende raddop- piare la propria flotta e ridurre della metà la di- stanza proporzionale con quella inglese. Alle identiche conclusioni conduce l'esame dello Statuto Navale approvato dal Parlamento francese nel 1934. Esso infatti stabiliva il programma delle co. struzioni in circa 800.000 tonnellate, con un complesso di ben ventuno incrociatori «fandin@ da 10.600 ton- nellate, di cui sedici per le acque metropolitane e cinque per la protezione delle Colonie. Quest'ultima divisione è puramente formale, in primo luogo perchè in caso di necessità tutte le squadre potrebbero cssere con- centrate per la difesa e per l'offesa nelle acque me- tropolitane, e in secondo luogo perchè non è con una «quadra ridotta che potrebbe assicurarsi la parte delle Colonie, le quali eventualmente non sarebbero esposte se non all'attacco di Marine oceaniche potentissime, e cioè all'offesa delle forze navali britanniche, o giap- ponesi, o americane. Cid considerato, il programma francese dei ventuno incrociatori risulta, secondo le informazioni che si hanno sugli accordi Hoover Mac Donald, di molto superiore a quello inglese è uguale Fr quello americano, I lati deboli delle argomentazioni che i francesi op- pongono, appaiono di tutta evidenza. E' illogico infatti affermare che ogni Potenza è ar- bitra di valutare da sola le necessità della propria difesa navale. Questo principio risponde alla libertà di armamento, ma conduce fatalmente alla corsa de- gli armamenti, in quanto i bisogni di ogni singola Po- tenza sono sempre proporzionali alle possibilità di of- fesa delle altre, e se una di esse stabilisce un alto livello di efficienza, le altre sono di necessità spinte ad equilibrare “in atto” la somma delle loro forze. Di conseguenza, se la Francia richiede un massimo di efficienza, in luogo di favorire il disarmo essa ol bliga le altre Potenze a sostenere lo stesso ritmo nella corsa agli armamenti. Se il programma esposto dalla stampa francese risponde, come si può ritenere, alle lince ufficiali, non È più un semplice problema franco-italiano che si pro. spetta alla vigilia della Conferenza di Londra, Il Go- verno conservatore Tardieu-Maginot-Leyguwes ingaggia una vera e propria gara navale franco-britannica. La Marina di Leygues verrà ad assumere, nei confronti della flotta inglese, il posto di competizione e la forza potenziale di minaccia che in passato avera la flotta di Von Tirpitz, e con ben altre possibilità geografico. strategiche, poichè mentre la marina tedesca poteva esser facilmente bloccata nel Mare del Nord, la flotta francese potrà facilmente bloccare il Mediterraneo, tagliando le linee di comunicazione inglesi tra Gibil- terra, Malta e Suez, verso le Indie. E' pertanto da prevedersi che il formidabile pro» gramma navale francese incontrerà a Londra, soprat- tutto e in primo luogo, una recisa opposizione britan- nica. Se altre circostanze non interverranno, può dirsi che la Conferenza si aprirà sotto auspici poco favorevoli. La stampa ufficiosa francese sembra aver dimen- ticato che il Corennni impone una limitazione generale degli armamenti e che il disarmo tedesco era espres- samente considerato come premessa per tale limita- zione. Se dunque la Francia, per un nuovo spirito di militarismo e di imperialismo renderà impossibile un accordo sulla diminuzione degli armamenti, nel 1950 o al più tardi nel 1951, quando il Reno sarà del tutto sgombrato, la Germania imporrà il proprio yues sso, dichiarando le altre Potenze inadempienti agli impegni contrattuali assunti con la firma Cocenant è reclamando anche per sé il diritto di armarsi secondo le necessità della propria difesa. E' questa una scadenza non ancora prossima, ma ogni persona di buon senso non può non prevedere che l'intransigenza francese minaccia di condurre la storia societaria verso tale fatalità. Sarà preciso- mente in nome del Patto generale della Lega delle Nazioni, in nome del disarmo mon avvenuto e degli impegni non rispettati, che la Germania reclamerà il pieno diritto di provvedere alla propria difesa ar- mata. Allora nessuna colpa potrà esser rivolta al. l'Italia, la quale rimane sempre ferma nell'impegno di accettare le cifre di armamento più basse, purché non sorpassate dalle altre Potenze continentali. LA CRISI INTERNA TEDESCA La Germania è travagliata cda una profonda crisi interna, Il Plebiscito voluto e capeggiato da Hugen- berg contro il Fiano Young è un errore politico, so- prattutto per la sua intempestività, in un periodo in cui l'occupazione militare francese continua sul Reno. Ma esso rivela il malessere è lo scontento di una Nazione, cui l'intransigenza francese dieci anni dopo la pace non di ancora tregua. Il monito di Schacht, Presidente della Reichabank,
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i FRI Li Mi lan È Li di B r Ì L'ultima parata celle Iruppe inglesi in partenza da Wiesbaden, dinanzi al Quartier Generale britannica, perché alle concessioni dell'Aja non se ne aggiungano altre che potrebbero compromettere l'equilibrio della valuta aerca, documenta dinanzi alla Nazione le pe- ricolose debolezze del Governo socialdemocratico. La politica di Stresemann continua, ma ogni giorno più in Germania i sintomi del malcontento e del di- sagio si precisano, Evidentemente il Governo socialdemocratico ha la funzione di garantire il rinunciatarismo tedesco, in corrispondenza dell'occupazione militare francese. E il Governo dell'impotenza servile. Ma cià i segni della ripresa si avvertono, non solo attraverso lo sviluppo economico e non solo nelle instim= tive e Impolitiche forme di protesta del Plebiscito. Le organizzazioni di Hitler misero in linea, nella grande adunata di Norimberga, Fo.bò vwomini militarmente armati c inquadrati. E' una grande forza che si prepara e che ha una sicura fiducia nell'avvenire della propria missione nazionale. Intanto la socialdemocrazia rivela la propria im= potenza. Legata ni patteggiamenti elettorali e alle compromissioni demagogiche, essa — come il laburismo inglese = dissangua l'erario nei sussidi di disoccupa- zione che rappresentano premi di corruzione e non risolvono i gravi problemi della produzione. La socialdemocrazia rimarrà sicura al Governo sino a che le baionette francesi saranno sul Reno. Ma a partire dal giugno del prossimo anno, termine presumibile dello sgombro, le sorti politiche interne della Germania saranno soggette a mutamenti profondi, La politica di Stresemann, la quale è ancora in funzione, può essere paragonata alla politica italiana nel periodo Nitti-Sforza. Ma la storia cammina e tra- volge gli uomini che non rispondono alle esigenze nuove. La spirito nazionale tedesco è in travaglio di ripresa. Esso comincia ad abbandonare l'atteggiamento servile e succube. Nuovi tempi si preparano. MANIFESTAZIONI FRANCO - [UGOSLAVE Come era prevedibile, l'arrivo di una squadra na- vale francese nei porti jugoslavi ha dato luogo a scene di fraterno entusiasmo italofobo. I marinai francesi tono stabi portati in trionfo a Scehenico, con grida adi ecviva, di abbasso e di morte, facilmente immaginabili, Lo spirito balcanico e semibarbaro della plebaglia ju- goslava nòn sorprende. Ma dai fatti di Sebenico sale ancora una volta un monito per l'ingenvità italiana. I francesi sono tanto buoni nostri fratelli, che volta per valta vanno a cercare in tulte le latitudini - dall'A. bissinia alla Libia, alla Jugoslavia » i no&tri peggiori nemici, per divenirne protettori e amici sino alla follia. Bisogna che il vecchio satolto sentimentalismo ita- lico ceda il campo alla saggezza della esperienza. Bisogna essere amici con gli amici e nemici con i nemici: rendere agli uni tutto il bene possibile è agli altri tutto il possibile male. Non si disperdono le margherite. E non si con- cedono grotteschi sorrisi sentimentali a chi regala cannoni e mitragliatrici che domani potranno sparare contro i nostri figli. Ed anche in relazione alla Conferenza di Londra, la solidarietà franco-jugoslava non può esser dimenticata. GAETANO POLVEREILLLI
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GLI LEANDRO È figlio di Romagna; terra madre di scienziati, pensatori, letterati, cospiratori, poeti, ergi, celebrati nel mondo per le loro azioni egregie, e del Duce nostro che il mondo ci invidia. Forte nel corpo come nello spirito, Leandro Ar- pinati ha in st le caratteristiche fisiche e spirituali della razza che, prosperante nel mezzo della penisola, raccoglie e riunisce tutte le capacità e le virtà del nostro popolo. Arpinati & un buono, e la bontà consapevole gli spira dalla serenità del viso, nel quale sfavillano gli occhi pensosi ced è l'impronta inconfondibile della più schietta dirittura morale. Uomo di ferrea volontà e di saldo proposito, ha idee limpide e quadrate, un intuito antiveggente e un meraviglioso buon senso. In questo sta il segreto del suo successo nel comprendere e nel risolvere i pro: blemi d'ogni ordine della complessa attività politica € sociale odierna. Egli ha intessuto tutta la sua vita, ancor giovane, di fatti, il cui cumulo appare di già come il risultato del lavoro, degli sforzi e della attività di una intera e lunga esistenza. Venuto dai ranghi, ha raggiunto i vertici più alti della gerarchia, pagando sempre di persona. Presente a tutti i rischi, marciò sempre al. l'avanguardia, assumendo in ogni evenienza le respon- sabilità, anche le meno grate è popolari, pur di ser- wiré in ogni momento, e proficuamente, l'Italia e il Duce. Pratico, positivo, domina gli womini è le cose con la forza della ragione, con la calma e la inflessibilità dei propositi. Arpinati non si stanca, procede per la sua via fin che la meta non sia raggiunta, non si spaventa degli ostacoli, non teme le avversità, serenamente inizia e conduce la battaglia e serenamente vince. Questa pacatesza di lottatore gli proviene dalla consapevo- lezza della propria forza, che opera in lui silenziosa mente, ma in modo irresistibile e porta le sue azioni n quei risultati che ci appaiono come niaturali conse- guenze di cause inevitabili, e sono, invece, il portato di un pensiero lungamente maturato, di una lotta ani- mosamente condotta e conchiusa. Leandro Arpinati quando ha attuato un progetto, non riposa sugli allori. La sua attività, che non si appalesa all'esterno se non per il lavoro compiuto, il suo spirito di iniziativa lo spingono a ricercare muovi e più aperti campi d'azione perchè l'Idea si concretizzi in opere feconde. Così egli ha propagato il Fascismo nella sua Ba logna. La regione bolognese ha veduto materializ- vhrsi, con Arpinati, le aspirazioni ad un ordine nuova apportatore di luce, di progresso vero e di benessere, e tramutarsi in realtà tangibile e concreta quello che era simbolo luminoso e lontano. Leandro Arpinati nacque in Civitella di Roma. gna nel 1592 e la sua adolescenza conobbe le spe- ranze, le collere, gli odi, i turbamenti dei lavoratori manuali, inconsapevoli ed ingannati, proni e bruti nel- l'attesa del promesso miracolo che non si avverava mai. UOMINI DELLA RINASCITA ARPINATI Comprese che bisognava istruire il popolo per di- singannarlo, per toglierlo alla suggestione dell'irrag- giungibile miraggio, e a questo fine rivelse i suoi sforzi. Ascoltò = nel 1919 = l'appello di Benito Mus. solini. Da allora non vi fu battaglia del Fascio di com. battimento in cui egli non fosse. Partecipò al tragico conflitto nel teatro Galffurio di Lodi, glorioso episodio di audacia e di protesta contro gli ipotecatori della nostra potenza economica e gli insultatori della Vit- toria, e, arrestato, dovette subire alcuni mesi di pri- gionia. Egli, che durante le clezioni del 1919 aveva sostenuto, precursore solitario, la sua prima battaglia fascista, iniziò un anno dopo, durante le elezioni am ministrative a Bologna, la riscossa politica e patriot- tica con coraggiosa azione. Da allora è rimasto sempre sulla breccia superando responsabilità, sacrifici ed ostacoli. Fu capo in tutte le azioni che richiamavano per la loro audacia e per i pericoli che presentavano, sangue freddo e testa a posto. La sua fama si andava, intanto, estendendo nella coscienza dei cittadini, che vedevano in lui un asser- tore deciso e senza paure della dottrina mussoliniana, e l'unico che sapesse vittoriosamente tener fronte alla tracotanza dei dominatori di allora. Î cittadini bolo» gnesi compresero anche che il giovane fascista inten- deva riconciliare, definitivamente e positivamente, i lavoratori con la Patria, i cittadini con lo Stato; che l'amore di Patria non era un sentimento da ripudiare, che Patria e Lavoro sono termini che si identificano nella stessa necessità della vita. La predicazione dis- solvitrice e nefasta che si era interposta fra questi due termini, causando il più deplorevole disordine negli spiriti e nelle cose, andava stroncata. Bisognava guarire il male e sanare la piaga se non si voleva che la cancrena divorasse tutto il corpo. Leandro Arpinati, con pochi dei suoi pronti a tutto: scompigliò l'armento dei vociatori, mise in fuga ver. gognosa tutti i predicatori dell'odio e della distru- zione, e ottenuta intera vittoria, non si arrestò a po- lemizzare coi morti. Incominciò la ricostruzione sul terreno sgombro, ed oppose la realtà delle opere alla nullità delle pa- role, dimostrando chiaramente che il lavoro non do- veva rinunciare a nessuno dei suoi diritti, ma a tutte le dannose ed arbitrarie illusioni, a tutte le cupidige an- ticconomiche, Egli dimostrò come il Fascismo fosse il più potente coefficiente della conciliazione degli inte- ressi è non l'esasperatore della lotta tra le classi. Una nuova coscienza occorreva, quindi, formare nel popolo rinsavito. Per questo fine egli si diede a tutto uomo a cliffondere l'educazione è l'istruzione, L'istituto superiore fascista Mi coltura è, appunto, la conseguenza di questa propaganda, così come fu la prima grandiosa affermazione spirituale dell'Italia fascista. Deputato dal 1921, Leandro Arpinati, seppe su- bito emergere per il contegno sempre schicitamente e rigidamente fascista e per la non comune prepara» zione alla vita politica. Nell'agosto del 1932 prese attiva parte a Roma e ad Ancona alla repressione
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- - de * Î © _ va SI Leandro Arpinali. dei moti comunisti. La rivoluzione di ottobre lo vide capo delle balde squadre bolognesi. Raggiunta la vittoria, conquistato da Bento Mus: solini il governo del Paese, egli, che del Duce è um fedele attuatore di ordini, condusse il Fascismo bolo» gnese alle conquiste civili. Volle dare al Fascio la sua cara, volle che 1 giovani avessero la loro Università fascista e, accanto, romanamente pensato cd attuato, il fifforiale, monumento solenne che testimonierà nel tempo la potenza vivilientrice del Fascismo, quando cuori saldi e menti pronte vollero realizzarne i postulati. Capo del Fascio, Podestà del Comune, Preside degli È Li è è tu] n (4 FITREF-=73 AMETALFO POS nn! n 2GINE "ESTERE Fail Pasigalal Mialeng rei Enti sportivi, alto Gerarca, Vice-Segretario del Par- tito, membro del Gran Consiglio, Sotto-Segretario al Ministero degli Interni, egli fu sempre, ed è, di una onestà scrupolosa e di una attività sorprendente. Vi- cino collaboratore del Duce, ha sempre dimostrato con la sua fedeltà e la sua disciplina come si ami veramente e come si segua nell'attuazione del propositi Colui che ha voluto e saputo rigenerare l'Italia. Il valore di Arpinati appare dall'armonia di tutta In sua complessa azione. Lo si ammira, gli si vuol bene perchè egli è veramente un uomo benemerito del Fascismo e del Paese. MANLIO MORGAGHI
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Le grandi opere del Regime: da "Diellinsima" Firenze-B i L'abballimento Gellulilava diaframma della galleria alla presenza delle Autorità e del Cardinale Nasalli Rocca. Sopra: Le maestranze adunale per la cerimonia inaugurale.
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L'urrivo a Roma dell'obelisco destinato al Foro Mussolini.
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fa) ù ret lie ii ia i DI pi Riga E PI ia ti 1 ai L= fio I 4 ; di sito so Li "ar rica AI L'Ti Je a io iti i - " : siii nea Dc | be Realizzazioni fasciste nelle fontane Colonie. ll nnoso mole sel porto comerciale di Modi. Sopra: Ga mesa al compo per la commemorazione dello Aarcia su Moma e della Vittoria.
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ET. + TARE E E O DITE FI IE POTE AE RTRT TI Ta ul Saia” Pt di 4 a ; Ta NA Da ; hd ace i + oe bal bi to) PF. ti î| i i +” i Parc rie ma li re n e ll sellimo anniversario del NNPFIL Ottobre celebnalo a Magadiscia, ai AR Aacn degli Abeezi e SL E. dl {rovernotore Corni visitano il anoco acquedolto, e fvopra) enirano nella Cattedeale per assistere alla messa volenne.
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di pisa > Î Mi| ——__———— ii $i tlc se hall e e VT I MITE l'anniversario fascista a Bengasi. L'adunata allo Stadio e (sopra) la messa al campo.
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Td sarta atalfie srse A PROPOSITO DELL'OCCUPAZIONE LE VICENDE DELLA Nell'agosto dello scorse anno il capo senussita Sil Mobe sat dl Abe iaeiava dai Cafra di Beagasi dee dei vudi figli perebi virilarsere la città e porlasstre al Governo d'iIlalia, i suoi na ini, de saprrssioni più vive dalla sta divozioae e la preghieni i insiargli a Cafra wo nostre melica cssendo cali sofferente è ma- lalicedo. I due giovani senueciti rimane un misi a Bengasi, scpitali da capl amici, e quando ne setlembre, sl decisero a riformare nella lonfana casi Sabariana, inristetteto vivamente perch dl Ga verme della Colonia Invelazse a Cafra una minsione vamitaria, per i faro pale è per gli abitanti delle cat, «peoeviali di sedici è di medicinali. ST asilo Ciocrrna, lenato conto delle sariommazioni cei die giovani che garantivano la incolumilà dello minsione, stabiliva che questa di segulese a Cafro La predella missione fa cos composti: dal cap. medico soll. Ciovanni Beezzi, dal maresciallo ratidelegrafista Mono Paligbeodi, dall'interprete Alco Fornari £ dell'infermiene d'imrnilà Afarnidl Moser Enna ser un com piùo esclusivamente sonifarie e, come tale, era allrezzata e dotata per l'impianto a Cifra di un anibulistorto sesdice alle a vd affare le esigenze di fronte alle quali la missione, dopo am aerio Suit, adi fra prîpanita. Il capitano Brezzi e i vuoi compagni lasciarono Gialo il primo sttobre e di allora al priori di gennaio 1919 un pauroso ilenzio greco allerme alla missione che, munita d'ana «stazione nadiatele- grafica portatile, dovera lenere informato dl Goremno della Colonia sia del viaggio che del sue arrive a Cafra, ll circi gennaia arcorse nn lalegramima Siena, casi Sabiriana sul coine Figiriamo=l'inmaice, a firma dell'interporite Fornori, aveertiva il Corre che Mobrmeo dl Abed era ate spodestala dai predoni "oemeta "ali Cafe è che da matarione era stola da questi caltu- rata in pieno deserto a qualtrocento chilometri da Cufra e che il capitano ‘Brezzi, il marescialia radiotelegnafista e l'in fermione ccana colà prigionieri è in grave pericole Felt, il Fornari, era «lale iavinie in Cirenaica per sottaporre al (focerno le condizioni pretese dai predoni Sabarioni per dl ni» «calla, Il Governo della Colonia dispontea immediatamente in pro- parilo e ai primi delle corse aprile la missione rientrava a Bragarni. fa narrazione sella «dramanica ovdisstà dei componeati la dal Sabani, DI CUFRA IN CIRENAICA MISSIONE BREZZI missionari, che aggi pabblichirmo, è quello fattaci dal capitano Beezzi e di amai valoransi compagni ssrcili miracolosioenia ehi della mistirioza casi del Habana e ritorna d'allualità in occasione cell'accupazione di Caffra per apera delle stosntre fruppe " nboriane ". LA PARTENZA DELLA MISSIONE La carovana lasciò l'oasi di Gialo alle ore otto del mat- tino del primo ottobre. Alle nove Gialo non era ormai che on pinto oscuro nell'immensità gialla del " Serir” e la marcia versa il sud ebbe inizio in una mattinata bianca di sole sslle solitudini sterminate del Sahara. Alle diciassette la guida, che camminando sola ed isolata precedeva di almeno trecento metri la carovana, ai fermò, Bir Battifal, prima tappa del viaggio, era vicina. Alle diciotto la carovana poneva il campo e i be- duini accendevano i fuochi per la cena A Bir Battifal nom c'è niente all'infuori del pozza, All'intorno si stende la piana giallastra del ‘* Serie" piatta © uniforme, sconfinata, immenia. Attorno al posi vorsero le tende; i cammelli si accovacciarono e mantò la guardia, sotto le stelle, Chi nen ha viaggiato nel deserto non saprà mai quale ne silenzio esista al mondo; l'impressione È viva Teura va attraversando per la ma wolta na solitudini iLakata è appunto quella datati dall’ privi era tale di ogni rumore sulla terra piatta, o andulata dalle dune di sabbia, quale un mare immobile sotto il sole implacabile. E° il nulla assoluto inconcepibile alla nostra immaginazione, A Bir Bavifal la carovana sowiòd tre giorni per ablbeverare i cammelli, caricare la provvista d'acqua per gli womini e si- stemare definitivamente i carichi. Alle ore sedici del inv ose tobre la marcia in avanti fu ripresa, puntando su l'uadi Zighen cen direzione Sud. La carovana camminò tuita la notte al lume delle aielle innumeri, che rendeno chiara la piana dexer: tica. Alle sette e trenta del mattino del quattro ottobre -sostò a El Hameimat: un monticello di anassi grande come un pa: racarro, punto di riferimento per le carovane in marcia, donde riparti al tramonto. | giorni cinque, sei e sette furono impie- gati marciando di notte è scitando di giorno su l'immensa ta:
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ZA valiere, Il “ serie” subisce una lieve depressione .sull'uadi Fareg dove ha iniziò una sirsizia di dune sabbioto profonda circa venti chilometri e facilmente superabile dai cammelli. Durante la quarta marcia un grave incidente funeatò la carovana: una delle guide, un ferzanese sessantenne che aveva solcato il deserto per centinaia di volte in tatti i sentii. ni ad- dormentò sul cammello e cadde riportando la frattura della colonna sertebrale. La carovana sontò tre ore e riparti col sua carico doloroso. Al levar del sole vennero messe le tende a El Freich, altro miscchio di ansai accatastati per atrwine di punto di riferimento, La notte dal sette all'atto ottobre venne raggiunta la località di El Maasul, avvistata all'alba, & supe- rata dalla marcia che continuò sino verso le dieci del mattino, La notte dall'otio al nove la guida mori dopo un'agonia pittosa. Fu necessario sostare per la iumulazione che avvenne al lume delle lanterne. ll suo corpo venne ravvolio in un lenzuolo e calato in una piccola buca scavata nella sabbia tiepida sulla quale furono accumulati dei sassi. All'alba la marcia riprese lagziando dietro di at quella powera tomba in solitudine: Paoma del deserto rimase nel deserto, per sempre. LA CATTURA La sera del nove la marcia fu iniziata per tempo, Alle quindici e trenta la guida rimasia apri il cammino seguita dalla lunga teoria dei cammelli. La carovana contava di giungere prima dell'alba all'uadi Zighem nei cui pressi è scavato il pozzo di El-Harasc dove aveva deciso sostare, impiantarvi la radio, abbererare di muovo | cammelli, che da sei giorni non bevevano e rilornimai d'acqua per le ultime ia pe- Il capitano Brezzi contava lasciare Bir EI Harasc al tra: monto dell'undic onde raggiuagere, in quattro tappe, l'oasi di Cufra. e ultimare così il viaggio all'alba del quindici ottobre, A mezzancite la guida, che precedeva col fanale d'orientamento per i cammelieri, costò per annunciare d'essere centrati nella zona dell'Uadi Zighen e consigliò il capitano Breazi di fermarsi in attesa dell'alba che awrnebbe permessa di individuare meglio la posizione del pozzo. Questa guida, rimasta sola dopo la morte del ferrancae, eri un certo Salak-eg-Gerna, " mueia dell'Ailet Amira, e scomparve dopo la cattara della carovana. Alle quattro del mattino sorse l'alba e alle cinque la mar- cià fu ripreta afiraverio una zona duiseminata da una serie di cocurzali sabbiosi, dell'alierzza di tre quattro metri ognuno, attraverso | quali la carovana si inolirb in direzione del porro Alle sette la guida riparò precipitosamente sul grosso che la seguiva ©, quasi contemporancamente, A cinta cinquecento metri di distanza, apparvero dei gruppi di armati che sino a quel mamento cranò mmasti Appiattati fra i cocuzioli di sabbia. Dopo alcuni attimi il capitano Prezzi si accorse di avere di fronte, diaponti a semicerchio, almeno duecento uomini armati. Nel gruppo centrale, che avanzara di buon passò, svento» lava una baniiera nera con merzsaluna bianca. Non c'era un minuto da perdere, Il capitanò Brozzi ui consultò rapidamente con i figli di Mobamed-ek-Abed i quali si «lecizero di avanzare soli per rendersi ragione di quanto avveniva e possibilmente parlamentare con gli armati. i fu deciso. Il Breszi ardinò al capo carsvaniere, coro Regeb Gas drabu della tribù “ Mogarba “, uomo fedelissimo e deciso, di far serrare la carovana e di apprestare gli armati alla difesa. ciò che venne eseguito con calma e ordine. latanta i due giovani Ata ri parlamentavano CO i capi IP compo della missione a Bai Battifal, prima tappa cul “ave”. IH Capitano Breszi è l'inferpeete Fornari a Gialo pocbi giorni prima della parlinza, “ gueia e, dopo un colloquio molta breve, si vide un p” petto di armati muovere incontro alla carovana immobile. Ii capilanava certo Mohamed Tab, zio dei duo senunii. Questi intimo al capitano di arrendersi; gli armati che avera seco spianarono | facili. Resisiere era un volersi suicidare: l'esiguo numero di armi di cui la carovana disponeva in confronto di quello dei pre doni, la scarsità delle munizioni, l'impossibilità di raggiungere i porsi è riformirai d'acqua, anche in caio di sspravrento, consigliarono il capitano i alla resa. Cera inolire la spe: ranza che i figli ali Moabamed-el-Abed avrebbero chiarito la situazione, con la loro influenza sugli “ sueia "” speranza per aliro che doveva cadere nella stesa sera come vedrema, I componenti la carovana furono disarmati è prodati nu bito. Breeri, Fornari e Poligheddu dovettero consegnare tutto quanto contenerano le laro tasche: a Brezszi era rimasto un anello d'oro che gli fu strappato per ultimo, Alle dieci la carovana riprendeva la sua marcia verso Ovest e a mezzogiorno raggiungeva, sotto un sole implaca: bile, i possi di Bo-Jktla dose metteva cam Durante tutta la giornata il capitano, l'interprete e il ma: resciallo radiotelegrabata rimasero appartati è guardati da nu- mrrore sentinelle è la sera. dopo lorà insistenti richieste. fu dato loro da alamarai e furono loro consegnate due coperte cia- sthedunò per la notte, Quando questa scese si gettarono sul mudo terremo, al- l'addinecio, in attesa dell'alba, GLI INTERROGATORI — Prima di tutto — disse un capo ‘“ zueia ai tre mostri connazionali non appena Furono in sua presenta — vi avrerto che prima di sera vi impiccheremo senz'aliro. Poi, chiamati da parte il capitano & il Fornari, ili iniziò il primo interrogatorio, | esso sovraintesero ire capi € più isamente: Maba: med ben Sand ed Scinvich della tribù Briasa, Mustafà bon Hassen di Bengasi, emigrato a Cufra data la sua speciale tendenza alle ciplorazioni nelle tasche del prossimo, e Hascem bian Abdalla, " aueia ©" di Cufra,
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Il copiano Arezzi è l'interprete Fornari a Cafoa dt mine step fa callami Mobamed ben Sand dirigeva l'inierrogatorio, gli altri due avevano il compito di odia ai nostri che qualunque fos- sero stati i risultati di ciso, al inamonio avrebbe avuto luogo la loro impiccagione, Questa progiodiziale sostanzio la sin golare riunione e fu l'anima di tutte le domande. ll Fornari, che serviva da interprete, se la senti a ripe tere come un cupo e macabro ritornello almeno una cinquan tina di valie. Mahamed bea Sand diase loro che ormai dovevano abban: donare ogni speranza d'ottenere aiuti da Sidi Mobamed el Albed che erastato spodestato dalla insurrezione degli "zueia”. Essi costituivano una piccola parte dell'esercito che teneva EI (Giof e le casi dell'arcipelago sabariano di Cifra, che si era costituito un governo rivoluzionario e una “ Giahmur (repiabblica) dal quale era partito l'ordine di affrontare la ca- rovana dei figli di Mohamed el Abed per predarla dei dani che il Governo lialiano doveva inviare al loro re e dei documenti comprovanti il suo tradimento. — La Senmussia — affermò Mobamed ben Sand — ha rovinato la Cirenaica e vuole rovinare ora anche Culfra: Mohamed el Abed pagherà per suo conto e voi per il vostro, poiché avete tentato l'occu- pazione pacifica delle casi d'accordo col traditore. Questo ragionamento filava alla perfezione secondo la matta bestialità del predome, che a un tratto si mise a gridare mi naccioso: — Fuori i saldi. Il Fornari rispose che all'infuori di quelli di proprietà per sonale già consegnati, nt egli né i suoi compagni possedevano altro e ne ebbe per risposta un: vedremo in veguito. assai minacciosa. Il capitano Brezzi spiego con molta chiarezza quali erano gli scopi della missione, la quale aveva carattere esclusiva mente sanitario senza fini politici. ma la versione non fu ame meessa nemmeno per ipolcii, , L'interrogatorio durò circa un'ora e fini cal solito ritor nello sulla impiccagione. Verso sera il capitano Preazi cb un secondo collaquia, durante il quale chiese e ottenne che gli fossero assegnati dei viveri, specie quelli costituiti da carne in scatola che la reli gione mussulmana impediva loro di consumare. Axrenne allora questo strano episodio. Dalle casse sven 24 trate della carovana apparvero dei barattoli di marmellata di ciliegie. = Che cosè questa roba? — chiese uno dei predoni. — Sangue di porco con ruccherò — riipoie pronto il Fornari. = Tieni questa heria. Furono inoltre salvate alcune bottiglie di vino bianco ché si fece passare per olio di ricinò e qualche scatola di carne in conserva, Venne la sera. Quando il sole tramontò, romaviro e enorme ai limiti della piana gialla, tatti wi aspettavano l'im iccagione che non venne. Il mattino del giorno undici comincia Da slivisione del biottina, | prigionieri seppero per incidenza che i predoni erano cen: toquarantacinque, quasi turtti "o muigia " salvo on piccalo gruppo di tredici womini già appartenenti alla guardia personale di Sidi Redi, sottomessosi spontantamente sino dall'ottobre 1937 ed attualmente a Bengasi, e un piccolo gruppa di " Auaghir" e “ Mogarba © fuorusciti. Questa guardia del corpo di Sidi Reda era quanto di più ameno si sà immagimaro; x componeva di un colonnello, ili cito ulliciali superiori e subalterni (capitani) ili due aottoe ufficiali © .. infine di due saldati. La divisione del bottino svelò ai mostri il sistema di ripar- liione adoperato dai predoni. Riuniti i "talbur" ua tizio inieio Il bando degli oggetti, stimandoli per proprio conto e offren doli ai gregari. Un pijama del Fornari fu stimato due “ me- pedi” (quindici lire) e trovò subito l'acquirente; un paio di stivaloni del capitamo Brexzi cotto “ megidi ‘ {60 lire) e così via di seguito. Alla fine dell'operazione, durata tre giorni, fa fatta una media dei valori ripartiti, e chi aveva avuto merce per un valore superiore ad essa dovette versare in contanti la differenza che fu, naturalmente, divisa fra coloro che detta media nan avevano raggiunto. Rimasero così sprovvisti di tutto, quasi nudi, e in balia della massa dei predoni che corcavano il danaro renza tro- carlo. semplicemente perchè non c'era. Durante le tre giornate impiegate per dividere la preda le interminabili discussioni fra i capi eramo tulle informate sul genere di morte che si dovera scegliere per i mostri tre connazionali. C'era chi valeva l'estcuzione immediata mediante la fuci- lazione. aliri preferiva l'impiccagione, aliri ancora consigliava ela lergiversare im attesa di crenti îagari raggiungendo ilaino predane Salah el Atensc accampato Ira i monti Harugi. kel pomeriggio del giorno îinedici ottobre vi fu una violen: tisaima cliscussione fra i capi "aueia “ e i figli di Mobamed el Abed. finita la quale fu permesso a questi ultimi di pro: seguire per Culra semplicemente con i cammelli di loro pro. prietà e pochi viveri. Partirono la sera stessa. I capitano Brerri invio loro cautamente l'infermiere Jeme: nia Massad, il quale poté loro parlare. Essi gli comunicarono che. raggiunta Cufra. avrebbero consigliato il loro padre a ine tervenire per la salverza degli lialtami. Massaud riferi che piangevano di rablua e di dolore. Sul tardi della sera stessa il capitano Brexzi è il Fornari subirono il secondo interroga» torio. Lascio qui la parola al capitano Brerzi che così racconta la truce scena, Li NOTTE TERRIBILE " Fummo introdotti io c il Fornari sotto la mia grande renda Moretti cho era stata trasformata in sede del Comande degli "Crusia Al lume di una candela acorgemmo circa una irentina di womini accoccolati all'ingirò e matti armati di facile. fe care del medicinali della aiarione in allesa di sssene caricate.
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di Fummo interrogati da un tale che poi sapemmo essere certo Abd el Hamid bu Matari. Il Fornari, consigliare perfetto della lingua, udiva tutto e rispondeva a tono, ciò che gli procurò sino da quel momento antipatie fe- noci. L'interragatoria s'inizià col solito preambolo sul- l'impiccagione, Poi le solite domande del primo interro gatorio ci furcao ripetute in bell'osdiae. Sua ramo gli scopi del nostro viaggio? Chi eravamo? Quali le in tenzioni del Governo per l'occupazione di Culra? ecc. eee. Mia questi non erano che pci dei importanza as sai relativa; la congrega voleva il i questa domanda aticaa, e alla osta risposta che non avevamo un solo soldo, l'assemblea esplose in un urlo selvaggio e bestiale. Abd el Hamid ba Matari pre: pare allora ai presenti la noitra esocuzione e la pro- posta, che oramai si ripeteva da ire giorni, fu rata da un secondo urlo unanime, non meno selvaggio del primo. Sembrava, in ogni modo, che per ueciderei fccorresso al predoni una giustificazione. Questa mia impressione era cor roborata dal fatto che costoro, nella loro rozza e primitiva semplicità di barbari, arvorano sentito cho noi dicevamo la verità e che la nostra uccisione a sangue freddo, data che non cravamo stali calturati dopo an combattimento, ripagnava loro, In fondo poi la mostra morte non avrebbe poriato loro scssun vanlaggio, A parte il timore delle rappresaglio dla parto dell'Italia c la resa dei conti di fronte al nostro Governo il giorno in cui i mostri avessero occupato Culfra. Abd el Ha mid bia Matari cominciò cos a dare un'importanza enorme al fatto che avevamo con noi l'apparato radio telegrafico e a uan Saeroletto tricolore irovato in una delle mbe valigie, = Tu => disse rivolgendosi a me — giungendo a Cufra avresti impianiato quel diabolico meccanismo è inalberato la bandiera tricolore dichiaranda Cufra italiana. A quella sbalorditiva uscita risposi: = È rai sarci diftao con i medicinali? Alla mia risposta l'assemblea rimase assai male; in ogni modo il capo predone rispose: — Ma arrecati chiamato le truppe già pronte a Gialo per venire a occupare Culra. = St questo fatto fosse vero, che sarti venuto a fare prima di esso? La lagica li dlisnrmavar sui loro visi, di solita impassibile © imperetrabili, traspariva la delusione non disgrunta dalla paura di essere turlupinati. A un iratto ci lasciarono nella tenda © uscirono quasi tatti Erano andati a interrogare il Poe ligheddu e l'infermiere Massavd. Came asppi poi, a costoro dissero che nai eravamo guà atati condannati a morte « li invitarono ed essere sinceri onde evi- tare la stessa he. Poligheddu e Maisaud noa potevano Fare altro che confermare quanto averamo detto noi e questo fatto li inferoci maggiormente. Tornarono urlanti e atravolti. Lo fui trascinato fuori e accompagnato preias Poligheddu o Masaud, mentre Fornari subiva un altro interrogatorio speciale. Non appena fui uscito uno dei predoni appoggiò la canna della sua pistola sulla tempia del Fornari e gli intimò di rivelargli il nascondiglio del da- naro. Il Fornari, con molta calma, gli ri- pett quella che aveva detto. Poi lo accusa: romo di travisare le mie parole. = Tu non traduci ciallamente > eri Abd el Hamid > e fici li ammarzerema, Fornari riaposc: — Fate presto. Lo spinsero luori © lo consegnarono ad alcuni armati. La aod- te erà chiara è mel lata — raccontò For nari — «dis soa di mentichoerò mai più quelle stelle brillanti che finsai come sc le vedessi per la prima volta. sero di non poterle rivolere mai If cipe predoae Solid ben Creta seciao di neatri ig saro rgag a Ba la. Valea folegrafia cstalenli più. Due predoni mi averanò allerralo per le braccia, mia ia mi sviscolai. -_ Sa camminare da solo — dissi — ligciatemi. Mi lasciarono, Percorremmo circa cinquanta metri è ci fer marmo a siloaso di una dei monticelli di sabbia. L'accam: pamento aboi predomi Era avroalta mol ilenzio è nell'oscurità ; solo il fisco chiarore delle candele nella nostra grando tonda occupata dai capi macchiava d'uma luce nebbiosa la notte sa- hariama. Fui lasciato con la spalle rivalte al manticella aab- biaro è gli armati si schierarono: vdii gli scatti regolari degli otturatori, poi i fucili mi furono pentati addosso a meno di quattro metri di distanza. Abd el Hamid mi venne vicina, = Parla — mi ripoit — pusi ancora salwarti. — Fai presto, imbecille — risposi. — Parla — disse ancora — se tu ci riveli il nascondiglio del danaro avrai salva la rita, — Sbrigati — dissi ancora — ‘“ vecchia cammella ‘, L'ingiuria, atroce per un beduino, fu seguita da due colpi tola che il mascalzone mi sparò vicinissimo all'arsechio Pi “PI mi stordirano, poi, facendo ua balzo di fianco, gridò : Sparate. Una vampa accocante mi tolse per qualche attimo la viala: non caddi, rimasi in piedi ma incapace a formulare un pensiero. A un traito mi accorsi di camminare seguendo un ome che mi teneva per mano. Fui introdotto nella tenda € cadi nélle braccia del capitano Brersi mentre il P che mi aveva accompagnato ciclamava rivolto ai presenti: " Castui è va lialiaio è non un ebreo”. Il resto del racconto di quella terribile notte fatto dal ca- piiano Drezzi assume a sua volta, accenti îragici quanio umani, - Mana ma fui separato dal Fornari — narra Breszi — e mi irovai col Foligheddu e il Massaud intuii che la fino di tutti era vicina. Questa persuasione mon ci atterri. Se ci ripenso ora, con calma, provo un brivido gelido in tutto il mio casere, ma allora noi eravamo tramquilli tale era la nausza che È predoni gi provocaranò, il disgusto e l'umiliazione di ea sere nelle loro mani inermi e impossibilitati a reagire, Improv= vinamente il silenzio Fu lacerato da due colpi d'arma da fuoca, seguiti, quan immediatamente, da una scarica di Fucileria. Poi ili nuovo tutto cadde nel silenzio. Attendemmo immabili, irrigiditi da uno spasimo nervoio dominato da un senso di orgoglio più forte di noi, decisi a ur- lare fino all'ultima il aoatro disprezzo è la nosira superiorità d'uomini civili al cospetto dei ladri del deserto. Eatrà Mohamed ben Saad ese Sciusich. = Ta ti invito per un'ultima volta a parlare — disie valto direttamente a me — altrimenti fra un quario d'ora mo: rirai come è ora morto il tuo compagne. Massaud tradusse lentamente, — Nan ho aliro da dire — risposi — © avele Ucciso Fornari, potete ammazzariti tutti. Massaud soa aveva finito di tradurre che sul limitare della tenda apparve il pridone che trascinara per mano il Fornari. (Ci abbracciammo nell'oscurità mentire tutti uscivano, I MEDICINALI Quella notte nessuno dormi. Quando il sole sorse, irradiando I deserto giallo di vampate bianche, i predani ai accinaeròo a distruggere le casse di medicinali rimaste sino allora miraco= loiamente intatte. Il capitano Piressi intervenne indignato. — Che tu ci ammazzi — dimo rivolgendosi a Abd el Ha: mid bu Matari — è una cosa d'importanza relativa, ma se non hai il coraggio di farlo non diuruggere i medicinali che _—- . —»ù «a —E («=:gese.eee xk
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Delle Oasi N Fl Giof (Cufra) ferme servire peri feriti o per gli ammalaii: è nel ivo interesse. | capo predone comprese e dichiaro ai colleghi che com- prava lui tutti i medicinali rimasti i quali furono così salvati. L'apparecchio radio fu distrutto completamente: vennero Britale quasi tutte le airinghe ipodermiche per conservare le scatole di metallo che le contenevano; una distruzione bru- tale e inutile. A sera le interminabili discussioni si iniziavano sotto la grande tenda e continuavano sino a tarda ora, fDuesto durarono sino al quindici oitobre, sera in cui fu iniziata la marcia verso Culra, marcia che fu sospesa dopo cime oro al porro di El Harazo dove ci fu un'alira sosta di tre giorni. Qui ebbero luago altre discussioni interminabili che bnivano in rabbiosi litigi durante i quali le armi, sempre a portata di mana, venivano impugnate per un nonnalla. La divisione del bottinò costituiva l'incentivo principale a queste diatribe che minacciavano alii i momenti di Bnire in nn eccidio, Non è immaginabile l'anarchia che regna fra le tribù e. in modo speciale, fra le formazioni armate dei pre- dani sabariani. I gruppi di predoni si eleggono un capo c lo investono d'autorità; questi giura sul (Corano ed è subito parte inte: grante dei capricci di esso gruppo, che comanda e detta legge. Il capo porta i susi uomini all'impresa contro qualche ca: rovana è sorrainiende alla divisione del boiiino se tutto va bene; se, al contrario, va male, è defenestrato # il gruppo si elegge un altro comandante. na serve illimitata di questi gruppi fiaba) formano la " meballa” che ha un suo comandante il cui compito è di frenare le bestiali intemperanze dei capi “ tabur" i quali, alla loro volta, deveno destreggiarsi fra i loro gregari con adula sioni è lusinghe. In questo caos disordinato di genie indisciplinata e bar- bara l'ordine regna per forza d'inerzia e il più forte ha sem pre ragione. | Sidi Mohamed el Abed dominò le casi di Cufra destreg- giandosi assai abilmente fra gli “eueia © ai quali concesse sempre la più ampia libertà di rarziare e altri benefici, ma nella sua residenza. a El Tag. circa duecento schiavi negri nisai bene armati gli conferivano il potere e la facoltà di por ter comandare. La sua autorità decadde a poco a poco dal giorno in cui egli cercò d'imporre l'ordine con la forza, Tag sp Innata nu collina che si eleva a fà appena *pressone desertica in cui giacciono le Da fa ra di Cufra e lassù stanno; la Zavia più sa- cra della Senussia e le tombe dei senussi. fra le quali quella del Madhi, La rivalta degli “ zueiàa ” contro il semusso Mobamed el Abed corava da tempo fra le tribù e ai dere necessariamente pensare che gli approcci di costui per un'intesa cordiale col nostro forerno e l'invio dei suoi due figli a Bengasi. abbia costituite una mossa politica dovuta alla sensazione precisa aruta dal Mohamed el Abed sulla fine vicina del suo regno. Quando i suoi figli partirono per Bengasi gli " zueia “ si riu- nirono, si Armarano e attesero il momento buosò per insargere. La decadenza pietosa della Senussia ebbe qui il suo colpo più dura, L'insurrizione cacciò Sidi Mohamed el Abed, che vedremo fuggire verso il Baorcu francese can tutta la sua fa- miglia e difeso dai suoi schiavi armati, Il motivo fomentatore di essa — affermarono gli ‘aueia" — fu il tradimento del Senusso che aveva inviato i susi figli a Bengasi per trattare col nostro Governo la cessione di Culra la verità ha invece un volto diverso. Sidi Mobamed el Abed 17 nom si era consigliato con nessuno e i predoni miravano al prezzo del tradimento che la carovana dei suoi figli doveva riportaro a Culfra La lara mossa non avora, nel complenio, nessuna ragione sleale. bensi, al solito, mirava al buon bot tino, che mancò. Essi ignoravanò la presenza della no sîra missione sanliaria e l'aver trovato i nostni foce lara supporre un bottino sicuro, Da ciò la rabbiosa de- luzione © l'allanacaa ricerca del slanaro cho non c'era. Nel pomeriggio del diciotto ottobre i predoni leva- rano di nuovo il campo pantanto nu Cufra, *earso il tramonio fu avwisiata sulla destra una ca- rovana di * Magarba” proveniente da Cufra © diretta a Siuwa:; m trattava di circa duecento cammelli #cor- lati da una cinquantina di armati. (Gli agcia ” comunicarona ai “ Mogarba " la cat tura della missione e le due carovane si scambiarono dei saluti, come Fra navi sul mare. Il inaito che intercorre fra Bir cl Harasi e Cura e dl solito “ serir" giallo, piatto, infinito. A circa cinquanta chi lometri dall'uadi Ziglen vna fascia di dune sabbiose, della profondità di una sessantina di chilometri, taglia la piana ster- minata, con direzione Nord Est. (hursta lascia sabbicaa da l'impressione di un mare infinito di sabbie gialle che. scon volte da un ciclone, siano rimasto fisse e immobili sotto il sale che le siclenta. A due giornate da Cufra i nottri segnalarono due catene di colline basse e nerastre denominate dagli indigeni Gebol: ha-Maisc e GebelcenNari, o finalmente la mattina del wen- tuno ottobre apparve la prima casi di El Ageila del gruppo Sahariano delle grandi cas di Culra ". L'ACCOGLIENZA A CUFRÀ La carovana dei predoni mise campo, e veloci messag: geri furono spediti ad annunciare la glorioia novella della cattura dei "cristiani “ agli abitanti delle casi. Nelle prime ore del pomeriggio questi incominciarono ad affluire in folla per vedero i catturati e avvennero scene di delirante entu- siaumo intercalate da fantasie indiaroalate, La popolazione dell'oasi di El Hauari giunse fra le prime. Si traltava di un centinatò di perione, comprese le donne è i ragazzi, che farono schierate in linea di fronte, e davanti a tutta quella miserabile straccioneria riunita il capitano Brezzi, il Fornari e il Poligheddu dovettero sfilare accompagnati dai capi iricnlanti. Più tardi arrive la zione dell''oasi di El Havari e la scena dovetie ripetersi fra grida belluno © fan: L'arrivo di quest'altro gruppo per poco non fu causa del l'eccidio della missione, poicht alcuni malinienzionati riferirono che gli schiavi armati da Sidi Mohamed el Abed erano in marcia per liberare i prigionieri. La voce, che risultò poi falsa, creò fra i predoni umo stato di eccitazione morbosa e alte grida di * morte ai cristiani’ xi levarano mentre tutti si precipitarono a brandire le armi. Un numeroso gruppo di armati capitanati da Hascem ben Abdalla avanzo pre cipitosamente verso | prigionieri caricando i fuxili © langiando grida selvaggio. Hascem ben Ab dalla, sconvolta, con la bava alla bocca è gli cechi iniettati di sangue si mise a ur larè con voce rauca: " Daiemi i cristiani che vaglio ammazrzarli subito. Il clamore era al- tissimo e l'eccitazio: ne, alla quale concor revamo le wrla e 1 tralli delle femmine, assu meva toni parossigtici, In mezzo al A AI e a un tratto il capo predone Abd el Mamid ba iMatari — quelloà siervo che Pl Pat ti x si di al | i | dl bragazino Alraafà bon Massaia, cafe sli Cifna £ nenice dei scale pripionizei,
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26 avewa comprato i medicinali — che, prendeado per una mano il capitano Prezzi, al mizo a strillare: "Il medico no". li amieni si calmarono, soprattutto perché la notizia che aveva provocato lo scompiglio risultò falsa poco dopo. Superato anche quel terribile momento i componenti la nostra missione attesero gli eventi. Cominciarano ormai a comprendere che la loro vita era attaccata a un filo e che il minimo incidente poteva casere lers Fatale, Il disordine è l'indisciplina degli armati ‘ auoia ”, l'anarchia cho regnava sovrana nellé casi, i continui litigi fina i capi e gregari, le incomclusive discussioni sulla lara sarte li ‘mettevano in una condizione pietosa e senza vie d'uscita Si persuasero inoltre di dover contare csiclopiramente sulle loro forze, poichè nessun aiuto poteva loro giungere da nes: nuna parte. Ammesso pure, in via di ipotesi, che una nostra spedizione fosse partita da Gialo, superati i seicento chilometri di de- uerto, fosso gianta a Cifra, ciai sarthboro atati ucciai subito per rappresaglia. Non solo, ma la paura dei mezzi aerei cià im tuti gli '" riachà “. Mon contenti di avaro distrutto la radià sorvegliavano il radiotelegrafista Poligbeddu. che chiamavano “ fratello del dia: valo" per paura che in qualche modo rivscinae a comunicare con Gialo e chiamare gli nereoplani. Jrevano trovato, fra i bagagli della missione, una tela da segnalazioni per acreoplani, bianca con una grande croce roisa al ceniro, l'avevano rigirata in tutti i versi e poi avevano chiamato il Fornari er avere delle spiegazioni. — (Questa — gli avorano detto — serve per i tuoi dane nati nereoplani. Fornari era impallidito. Tutti 1 capi Avevano aiteiò la riapoata che età segulia prontamente, 2 Faih serve — AWera risposto con presenza di spirito Fornari = per arredare la stanza del medico quanda csegue delle operazioni. Qualcuno aveva riso, ma uno dei predoni più evoluti aveva confermato la cosa dicendo: — (Già, casa ha il colore del sangue. È iutio era bmiia fi. Fra i bagagli dei figli di Mohamed el Abed fu inovato va gagliardetto Fascista com il Fascio d'oro, in campò aszurrò. Awvenne un pandemonio. Le invettive al Duce c al Fascinmo assunsero un iono siolentissimo e i captivi dovettero temere un'altra volia della loro vita, il Fascismo e il suo Duce sonò conosciuti a Cufra, Ca- mosciuti e odiati, perché temuti. A tenere acceso questo odia contribuiscono le voci più assurdo ate nella sona delle casi dalle carovane provenienti dall'Egitto e dal Sudan e la persuasione diffusa che col regime fascista si é conclusa per sempre Vera dei compromesii c delle debolezze. Abd-el-Hamid, che nel rgaé era stato a Bengasi, impugnò la quistione del gagliardetio per dimostrare ai suoi correli- gionari l'evidenza degli incarichi politici della miasione. Far- tuna volle che fra i carteggi trovati nelle casse appartenenti al duo giovani sentii venissero rinvenute due lettere dal con- tenuto delle quali les sigma del gagliardeito venne chiarnto. Esso era stato re alato ai figli di Mor Coin el Abed dal car. Borghi di Pen gas. Tuttavia, col pre- testo del gagliardet» to, le discusiioni si riaccmarò intercalate da ingiurie atroci ri valte al Duce e al Fa- sciemò al solo scogio dii umiliare i captivi. MI Fornari ieniò reagire impegnando una discussione com icapidurante la quale cercò di far compréne dere ai casi le vere intenzioni del Cor werao Fascivia verso le popolazioni della Cirenaica e i vaniaggi che sarebbero loro rivati da una leale di capitano Bocszi e l'infermtirni Massa! all danze aes di prigionia a Lafra. Pinne) componrati lo Stalo Maggiore dell'armata di Nidi Redd el Sona sottomissione, (Questo suo atteggiamento per poco non gli coso la vita: gli imposero il silenzio in modo inequivecabile. LA VITA A CUFRA Passò un mese. Trenta giorni triatissimi in cui l'isolamento il più cempleio tolse ai prigioniera agni immediata iperanta. Darante qual lai limmpai st fine a El "of - la più grande delle casi del gruppo di Cufra — e condotti al Gasr (Castello) dove furono alloggiati in una stanzetta nella quale furono accatastato le casse dei medicinali rimasti. Mu: stall Hassan si assunse il compito di carceriere e i suei uomini montarono la guardia nei pressi dell'abitato. In questo frat- tempo gli avvenimenti politici di Culra entravano in una fase di civacità insolita, ll senusso Sidi Mokamed el Abed, chiuso nella zona sacra di El Tag e impotente a dominare la rivolta degli ‘ rueia . inviava dei messi nel Borcu francese e uno di questi veniva catturato © cca; A ifuoilà ucecizione segui ufi conflitto san guinaso, ma le cose non mutarono. Gli “zueia” incapaci a governarsi, avendo perso ogni fiducia nei loro capi cercavano alffansosamente un vomo a cui affidare il potere delle casi e gli stessi capi " rueia © impotenti a fremare gli eccessi e l'a narchia imperante fra i loro gregari, miravano allo stessa scopo. Verso la fine di ottobre apparvò sull'arizzante pelitico di Culra la fi di Saled Saddigh el Senussi, mipate di Mar bamed el | al quale, per decisione unanime, Fu affidato il potere delle oasi. Un banditore annunciò l'avvenimento sul mercato e la bandiera della Senussia sventolò sul Gasr dl prima novembre. Ma non era cho una delle solito farse. I malumori, fameniaii dalla paura che nipote e zio se la intendessero, la difidemza innata e la disittima reciproca, man- daranno all'aria il compromesso che era stato firmato con grande solennità © la banderra senusalia ricadde dall'asta su cui era stata lisata una settimana prima: episodio caratteriatico indi» canto la decadenza della Senassia in Cirenaica. La piazza del mercato è contituitàa da un rasta cortile adrilatero, circondato da un muro a secco nel quale si aprono due ingressi; in un angolo, na rozza Lettoia costituisce la Beladia. 1 commercianti © zueia “ è ‘ magiabra ” espongono mei citati giorni le loro mercanzie è le trattazioni avvengono col fucile alla mano, Cammelli, somari, pecore. galline, burro sudanese, olio di produzione locale, pomidari, peperoni secchi, verdure fresche. grano, orzo, utensili di terracotta, qualche tappeto, tele è in aumenti impertati dall'Egitio, armi da fusco di ogni genere © relative munizioni, comituiscono il vario emporio commerciale di Cufra. lafine vengono acquistati e venduti degli schiavi negri del Sudan. IL MERCATO DEGLI SCHIAYI Lai papolazione delle vasi dall Arcipelago Sahariaso di Cura non supera le quattromila anime e un migliasòo di costoro è composta dischiavi sudanesi. Il beduino di Culfra mon lavora: la suà oecupazione, in Ciafra, è quella di pensare ali sbeatini lella Patria. di discutere dei medesimi e di vivacchiare alla meglio facendo lavorare gli schiavi. Altrimenti si getta mel de- serto, a pridare. Chi non possiede almeno uno schiavo è col- lscato nella categoria dei miserabili.
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Sl cpilono Brezzi cel scio Sane rel fia ce pretese L'iafliao aus di prigisaiaei, de'ralitaià a ceelea è l'infermiere alla al La raccalia dei datteri, di cui le cadi sono micehiiaime è che costituiscono il principale nutrimento della popolazione © dei... cammelli; gli ulivi il cui raccolto viene eseguito ogni due anni © dal a gli indigeni iraggono un olio grezzo ma come mestibile; le culture frattilere (fichi, peschi, albicoochi, gelsi, la * taalha ", l'etelk: i cercali (grano, orzo, miglio) gli ortaggi ipomidori, cipolle, melanzane, cocomeri, meloni, rape, rapa: nelli, peperoni, ecc.) tuiti questi prodotti vengono coltivati, ir rigati e raccolti dagli schiavi sudanesi il cui salario è come posto d'un magro vitto condito con abbondanti razioni di legmate. | più fortunati indossano un camiciotto di tela, gli altri non hanno che il solità porizoma. Questo commercio umano ha luogo sul mercato di Cufra if proporzioni ralleniate — aflerma il Briim > iltanto line tenta sorveglianza esercitata dalle autorità francesi del Sudan, che controllano severamente l'emigrazione nera. Raramente, perciò, alffluiacono sul mercato muovi schiavi: tuttavia il mer- cato avviene, fra quelli esistenti. I prigionieri iialitettero alla vendita di una giovane chiara che fu bandita all'arta. “Se ne stava accoccolata — narra il capitano Brerzi — fra un Fascia di fucili e un tappeto, indifferente, assente, come ee le grida del banditore e le risposte degli acquirenti non la riguardassero. L'asta raggiunse la cifra di Sx" megidi " e la povera creatura, che aveva assistito impassibile al suo com- DMErThO: ib improvvisamente in singhiozzi e fu trascinata via a viva forza dal suo nuovo proprietario ". Un A giorno fu la velta di uno scambio fra uso schiavo e un cammello; altri giorni ancora i neutri assistettero alle vendite di giovani schiavi sudanesi i quali raggiunsero il prezzo variante fina i centoventi e i cenlotrenia " megidi cinscuna. Gli aspelti tarpi di questo miserabile commercio di carme umana, così in contrasto con l'odierna civiltà, assumono la forme ri anti col trattamento bestiale al quale sono soggetti i riga che attendomo d'essere liberati. I mostri prigionieri faromo sera pre trattati riapeltosamente dagli achiari che ca sero loro la za di vedere sto la bandiera ita ia sventolare su Cufra segno della fine del loro atato di servitù ignominicia, LE TRATTATIVE PER IL RISCATTO fi primi di dicembre alcuni commercianii * il a avanzarono delle offerte per l'acquisto del capitano medico e dei suoi compagni. Lo scopo di questa proposta era quello di comprare i fioalri connazionali portarli nei wai della Pron Hera egiziana, e. quindi trattare il riscatto col nostra Gaverno per una cilra evidentemente superiore e tale da consentirgli un largo margine di guadagno. Le offerte e le contrattazioni fra i capi “zueia " e i commercianti ‘* megiabra avvennero aul mercato, come se i membri della missione fossero atati dagli schiavi qualunque, ma non approdarana a nulla data l'in: gordigia degli “ rueia “ e la deficienza di danaro liquido sul HI massimo delle offerte per un acquisto in blocco dei tre nostri connazionali e del Jeminita Massaud raggiunsero le lire venticinquemila. Durante lo svolgersi di queste contrattazioni, che diedero ai nostri la pallida speramza di unn prossima liberazione, gli 29 ‘aucia © costituirono la * mehalla " il cul comando fu affidato all'ottanienne Salah-bu-Creim, con Vinienzione di geitarsi verso il Mard per razziare, CQiuesta ‘ mehalla ‘’ composta di circa quattrocento womini doveva pei csneroe dliatrutta alal nostri a Bu Atla, ma prima che la sua partenza avreniese il Salah Bu Creim foco rapire i mostri connazionali di nottetempo, decise di sopprimere il Fornari, il Poligheddu e il Mosiand, ritenuti ingombranti, è di portarsi con sé il medico allo scopo di fargli curare i feriti duranie gli eventuali combattimenti cen i nostri presidi del Sud Bengasino, che gli ‘ zueia “ contavano raggiungere supe rando in quindici giorni i settecento chilometri di distanza fra Cura e la sona di El Agheila, Questo colpo di scena, inaspettato, gettò ancora una volta nella disperazione i captivi che vinsero una settimana di ansie, prigionieri della * mehalla ". Ma la fortuna li atatò ancora una volia per l'intervenio di Abd el Hamid bu Matari (quello che astra anoquisato i medicinali) al quale fa conferita il por tere di Culra e a cui i partenti affidaroso l'incarico di prov: vedere ai loro interessi e al bene della Patria. La cerimonia della " Fotah " {bonedizione) avvenne con grande solennità © la sera siessa l'Abd el Hamid si riportò i prigionieri a El Giof La mattina del dicci nocembre la "mehalla ” partiva versa il Nord, Prima della partenza fu eseguita una specie di rivista, alla quale i nosiri connazionali furono cosireiti a par tecipare e durante la quale furono loro restituite le macchine fata pata perché foragrafassero i partenti; tra quelle foto gralie assai bene riwacite, il lettore può ammirare le balde str finite miseramente sotto il piombo delle mitragliatrici delle automobili italiane. Li Abd el Ham, che Aveva vanamogrn le consigliato ii capi a partire, li dissuase di avvicinarsi ai nostri presidi. — Siate attenti > dizse loro — che olire Giallo c'è il pa- drone. e fu profeta. Mell'ambiente di relativa tranquillità che subemiro a Cufra dopo la _parienza degli scalmanali il capitana Beezrzi è il Fornari iniziarono una lenta opera di persuasione e di corru zione su Abd el Hamid. Gli promisero un premio personale igrelo ir avesto concrisò a uno déi prigionieri di raggiane gere la frontiera Egiziana, prendere contato con le nostre au torità di Governo e stabilire il presso del riscatto. AI vecchio filibustiere la proposta non dispia&que e chiese, in un primo tempo, venticinquemila lire salvo, il giorno dopo. a chiederne il doppio adducendo la icusa che egli doveva ta- citare altri capi influenti dai quali, tuttavia, si impegnava di ottenere il consenzo A lasciar partire il Fornari per l'Egitto. Le trattative e le discussioni sulla cifra che il nostro Ger verno avrebbe dovuto pagare a Siuwa per il riscatto dura» fono più di un mese. = lo — disse Abd el Hamid — dato che devo garantire anche gli interessi degli assenti non posso chiedere meno di quattro milioni di lire. Il capitano Brezsi e il Foraari allibirono. — Saitu= disse il Fornari = che cora sono quattro milioni ? = la, na, = E allora come fat a cheoderli; non sai che iuiti i came melli di Cofra non bar merebbero a traspor- tare da sigla una di- fra com enarme? — Facciamo due. = Neanche per sogno. Infine, dopo una settimana di tradtati: we, di discussioni in termimalbili fa fanata la cifra di duecento: mila lire la quale a- vrebbe dorutò sisore divisa fra i 145 pre ibomi chè awerano cale turato la missione. Stabilita la cifra fu steso un regolare contratto, sul quale i capi, cli comune accor- do, incollarono solen: nemente tutti i frane ll radiofelegrafista Mario Pallgbediu gechi giorni pra cella dibrnazione.
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Elì) Adpelli dell'onst di Cifra. coballi delle poste italiane che avevano trovato nelle tasche del capitano, e la sera del veniuno gennaio il Fornari partiva verso Suiva, coù una piccola carovana di cinque cammelli accompagnata da tre uomini con viveri e acqua, appena sul ficienti per superare i seicento chilometri che dividono Culra dalla frontiera d' Egitto. LA LIBERAZIONE Dal ventuno gennaio al due marzo — giorno in cui il ca- pitano Brezni, il radictelegrafistà e l'infermiete lasciarono per sempre Culra — due avvenimenti importanti si verificarono nell'oasi. uno dei quali per poco nos fu loro fatale. La par- tenza di Sidi Maobamed el Albed per il Borca, con i figli, la famiglia, gli schiavi e gli averi, © il ritorno degli “ «ueia " scampati a Ba Aila dal furiozo combattimento durante il quale il mostro ten. col. Maletti distrusse la " Mehalla ", Alcune fucilate degli “ zunia " accompagnarono la carovana del Senusso che spari sul “ serir“.e quello fu il saluto de- gli abitanti delle casi al rappresentante della confraternita se- fuszità ormai priva d'autorità e di prestigio, In quanta al rie terno dai reduci, una trentina in tutto, della grande impresa di Salah ben Creim. grida strazianti si levarono per iutta l'anzi: ogni famiglia avewa persa un congiunta (i morti da noi cantati sul terreno ssmmarono a circa inccento) e il dalore til lutto furono generali. Naturalmente grida di “ morte ai cristiani” risuonarono cupe mentire gli scampati, scheletriti dal lungo digiuno e dalla fantastica marcia di altre seicento chie lametri fatta per ritornare a Cifra, imprecavano e maledi vano all'Italia, « raccontavano il mistero degli aeroplani è delle autoblindate, e la furia degli eritrci a cui doverano la disfatta, I prigionieri, che dopo la partenza di Mobamed el Abed erarmo siati traaferiti a El Tag. È ospitati dal acnosso Samia ed Iia, tipo di imbelle rampollo della famigha semussita ri masta a Culra, dovettero la loro vita a questo mutamento di residenza; ae fossero ri- masti a El Giof sarebbero certamente rimasti «iltime della indignazione popolare, Inolire le mutevoli opie miani dei capi 3 "ruota" co slituivano un continuo peri» cola per il capitana, il ra: dliotelegralisia e il Masiavd, che dopo la partenza del Fornari aveva assunto le mansioni di interprete, Abd el Hamid bu Ma- tari età il partavoce di ques Trasporto di nale Sarli i Fu «illa, dea meballa di Salab bea Corim lascia Caffra. st malumen e delle manifestazioni di solubilità dei caporioni delle cast — Sai — diceva costui al capitano — la popolazione ha i soi diritti perchè volaltri eravate diretti a Culla; sta bene Il fatto che a catturarvi nonò stali contoquarantaciague use mini, ma gli altri che sono qui desiderano pure qualcona è chissà se wi lasceranno partire. Io — concludeva il filibustiere — non vaglio responsabilità. Questa responsabilità se la prese, in certo qual moda, il Sams ed Din che divenne protettore dei mostri. Costui aveva le sue FABIO... ideali. Oltre ad avere avuto la promessa dal capitano di un piccolo premio a parte, una sora si confidò col Brezzi, che comprese sulrito i segreti motivi che lo spine gevano a tanta tenerezza, = Teri sapere — esordì costui — che ia ha lasciata ad Agedabia un po' di cammelli di mia proprietà. = Jih! > dine semplicemente il Breszi fingendosi risa ravigliato, Poi — continuò — seno anche proprietario di qualche cosa in Agebia, percio mi raccomando a te quando Culia sarà ita liana ed io rientrerò in Cirenaica, Forte del convincimento che Sams cd Din l'avrebbe aiu tato per gli tapoati moti... ideali, il capitano er ne servi per convincere | più riottosi, fra 1 quali Mustafa Hasan, candidato al comando delle milizie del Sama ed Din. di cui il Bresszi atteane la nomina, la quale gli conferiva il diritto. di contrallaro il mercato e perciò un. compenso giornaliera, latanto le notizie del Fornari iardavano e l'ansia aumentava. Sola il diciotto febbraio i nostri appressra, ila una carovana proveniente da Sunwa, che il Fornari aveva potato felicemente superaro i seicento chilometri di deserto e giungere in Egitto, e il ventiquattro sera, fmalmenie, giunse la carovana che do- veva rilevare 1 captivi, © il capo carovaniere consegnò al Brezzi il denaro sufficiente a tacitare | capi, non solo, ma (crudele ironia) a pagare il suò mantenimento o quello dei suci compagni per il pe- riodo che erano rimasti a Cufra., Partirono alla ore quattordici edel due marzo ton una piccola carovana di vette cammelli, e nel tardo pomeriggio del sedici marzo l'oasi di Surwa apparve nel sole che lentamente declina» va. E allora quei due vomini barbuti, trsuti e sporchi, si abbracciareno in allenzio è caddero in ginocchia a rin: graziare lddio. SANDRO SANDRI Fotograiza dell'ano,
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Il ll Castello Reale A Praga. LA GENESI DELLO STATO CECO-SLOVACCO Storicamente parlando, l'attuale stato indipendente della Ceco-Slovacchia è sorto da un insieme di cause generali e particolari, sapientemente collegate è sfrut- tate da un minuscolo gruppo d'uomini audaci e geniali, Fra le cause d'ordine generale, sta anzitutto la conflagrazione mondiale: provocata dall'Impero Austro» Ungarico — del quale facevan parte le provincie csecosslowacche > essa fu la contingenza, che permise all'irredentismo ceco di assumere una personalità di scendere in lizza a visiera alzata. In ordine di tempo, la seconda causa d'ordine ge- nerale fu la vittoria militare dell'Intesa sugli Imperi Centrali: vittoria che pressco lo sfacelo dell'Impero Absburgico, assieme alla liberazione di tutte le na- zionalità oppresse. E fu la determinante. Le cause d'ordine particolare, che sorsero e uti» lizzarono la situazione di cui sopra furono invece: all'estero, la formidabile è magnifica attività politico» diplomatica del prof. Masaryk, attuale Presidente della Repubblica ; cd all'interno gli spontanei movi menti insurrezionali cgii e specialmente di quella parte che fu chiamata l'Austria sotto le armi, ed inviata a combattere sul fronte russo ed italiano. E‘ supertluo illustrare quel che fu la conflagra- zione europea, e quel che significò, per tutti i popoli, la vittoria dell'Intesa: vediamo invece qualche ca- ratteristica del prof. Masaryk, che fu l'artefice prin- cipale che creò lo Stato Ceco-Slovacco, e vediamo qualche particolare delle difficoltà giuridiche e degli intoppi politici, che furono affrontati e superati, per giungere all'indipendenza. L'ESULE MASARTK Fin jallo! scoppio della capanna i cioè fin al 191 f Masaryk fu professore ordinario all'Università di Praga, ed insegnava sociologia e filosofia pratica. Nelle sue memorie però egli confessa francamente di non aver mai sentita un'eccessiva inclinazione, nè di aver mai avuta una grande passione per questa sua attività, mentre invece fin dalla gioventù ebbe cea meta ideale l'attività politica. Il professorato cioè, offri i mezzi per vivere, lo aiutò nella carriera poli tica, è... probabilmente non gli fu di dannò, ma non l'occupò mai interamente. Egli infatti venne presto eletto deputato al Parlamento di Vienna, dove fu noto come radicale, progressista ed avversario di ogni sciovinismo. In questa sua quia, egli si creò in un certo momento um nome, lifendendo la minoranza Jogana va contro l'oppressione di Vienna, mentre nella ualità di protessore si acquistò una fama, con la pobblicasicna di una poderosa opera critica sulla i Conoscitore profondo dei Balcani e di tutta la storia dei popoli slawi, il Masaryk aveva sempre ri- tenuto inevitabile il conflitto austro-serbo, e quando questo degenerò in conflagrazione europea, intui € la guerra sarebbe durata molto a lungo, e che la posta doveva esser quella della distruzione dell'Impero Austro- Ungarico, o dell'asservimento di tutti i popoli minori, specialmente slavi, agli Imperi Centrali. De. cise quindi di fuggire dall'Austria, riparando all'estero, animato dalla ferma intenzione di combattere assieme agli Alleati, per la prima soluzione e per la libera- zione della sun Patria. Assunta così la veste d'esule fuoruscito, la sua prima preoccupazione fu quella di mettersi in contatto con le colonie di connazionali residenti all'estero, per concretare un programma d'azione, ed il 14 novem- bre 1915 lanciava un manifesto, nel quale, assieme a tutte De più spiccate personalità ceco-slovacche sparse nei vari paesi, proclamava, in nome del popolo op- presso, di nutrire piena fiducia nella vittoria degli Alleati, a fianco dei quali la Ceco-Slovacchia si met- teva, reclamando la completa indipendenza del popolo ceco, e l'unione della Boemia, della Moravia e della Slovacchia sotto un unico governo indipendente.
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si Con questo manifesto s'iniziò la lotta aperta ed ufficiale contro l'Impero Austro-Ungarico da parte degli esuli cechi. Nel febbraio 1916, sotto il nome di Consiglio Nazionale dei Paesi Cechi", si costitui legalmente l'ufficio che doveva condurre questa lotta, essendo esso “ un'istituzione permanente dei rappre- sentanti legittimi del popolo ceco-slovacco all'estero, sia davanti ai gerani stranieri, sia di fronte alle ca- lonie di connazionali ** ca questa” ' Consiglio Nazio- nale" facevano parte: i due ex utati Masaryk e Duerych, il arcani fanta degli ngi ot Stelanik ed il segretario Benes. Dal punto di vista storico, l'organizzazione ufficiale dell'attività rivoluzionaria ceco-slovacca all'estero, in un Consigli 1à Centrale, sotto la presidenza del Mas saryk, fu un atto oltremodo audace, anche perchè in gran parte arbitrario. Il Masaryk infatti aveva la- sciata l'Austria, ed aveva incominciato a svolgere la sua attività, senza csser mai stato incaricato ufficial- mente da nessun grande partito politico ceto, è quindi in fondo non rappresentava che la sua aspirazione personale. Il Duervch invece era riparato all'estero con una delega regolare dei partiti agrario, vecchio ceco, siiola pacla at e costituzionale, per annodare principalmente relazioni con il governo russo, dal uale 1 suddetti partiti speravano, se non forse ad- irittura la liberazione, comunque certo almenò un intervento nelle decisioni a proposito delle sorti ul- terioni della nazione ceca. Legalmente od arbitrariamente, in ogni caso, il Consiglio Nazionale agi dal giorno della sua costitu- zione come organo diplomatico, dapprima nelle que- stioni concernenti i prigionieri cechi nei diversi aesi dell'Intesa, poi nel problema della costituzione un esercito eli volontari, cd infine nelle questioni relitiohe ure, per far comprendere la liberazione della Ceco- S vacchia fra gli scopi della guerra. Quest'ultimo punto iena: era importante ed essenziale per l'attività del Consiglio, il quale nulla avrebbe avuto da sperare se gli Alleati fossero giunti fino alla fine del conflitto, con il progetto di dividere l'Impero Absburgico in tante parti (tedesca, unghe- rese, ceca e croato-slovena) da federalizzarsi, come era stato ettato nel 1915, nelle Cancellerie di Londra e di Parigi. E E fino al 1918 quasi, durò l'in- certa lotta, fatta di lusinghe, di mezze parole, d'in- certerze, dii astuzie è dli sorprese, Ù fina al iglro nessuno degli Alleati, ad eccezione dell’ Italia, fu net- tamente contrario a negoziare la pace separata con l'Austria, allo scopo di staccarla dalla Germania. GLI ALLEATI E L'AUSTRIA I tentativi di pace separata fra gli Alleati è l'Austria, che presero forma concreta specialmente fra il gennaio 1917 e l'aprile 118, costituirono un pericolo mortale per l'azione ceco-slovacca all'estero. Essi si svolsero infatti con la partecipazione di in- fluentissimi personaggi delle warie Corti, dei vari uomini di governo, della diplomazia, dell'esercito, della finanza, della vita intellettuale è del giornalismo, e furono dominati e sostanziati di tradizioni storiche e d'interessi singoli fortissimi. Ricordiamo fra l'altro le trattative condotte a nome dell'Imperatore Carlo d'Absburgo, dal Frincipe Sisto di Borbone, che si svolsero dal febbraio al giugno 1017, i negoziati del Conte Armand e di Revertera, dall'agosto 1917 al febbraio 1918, il tentativo di Lloyd George è del General Smuts con il Conte Mendsdorff-Pouilly nel dicembre 1917, il secondo tentativo di Llovd George nel marzo 1918, gli sforzi fatti per intavolare | trat- tative direttamente fra l'Imperatore Carlo d'Absburgo ed il Presidente Wilson, nel febbraio 1918, i nego» ziati del Conte Crernin con la Russia dopo lo scoppio della prima rivoluzione, il tentativo dell'Internazionale socialista di Stoccolma nel giugno 1917, ed infine l'in- tervento del Vaticano con la nota di Benedetto XV el 1 agosto 1917. In quasi tutti i paesi alleati regnava durante «questi mesi un'atmosfera favorevole al mantenimento in vita dell'Austria, e ciò anche in seguito alla crisi politica militare che l'Intesa attraversava, per la defezione della Russia. Fu proprio in seguito alla svaporizza» zione del fronte russo, che il più energico degli Al- leati, l'Inghilterra, tentò di accordarsi direttamente con l'Austria allo scopo di porre fine alle ostilità con essa, e così indebolire la Germania. I negoziati furono condotti à Ginevra dal prata Smuts, nel dicembre 1917 è il delegato inglese di- chiarò in quell'occasione che non si sarebbe affatto trattato della distruzione della monarchia austriaca, ma bensi al contrario della costituzione di una più forte Austria-Ungheria, sotto forma di una Confe- derazione di Stati, alla quale avrebbero dovuto ade- rire anche la Polonia, la Romania e la Serbia, ereando così uno stato capace di paralizzare nell'Europa Cen- trale la supremazia militare della Germania. E Llovd George confermò quanto sopra, dichia- rando pubblicamente il 5 gennaio 1418, che il governo britannico non aveva la minima intenzione di smem- brare il territorio degli Imperi Centrali, ma deside- rava solo che alle nazionalità dell'Austria- Ungheria, fosse concesso, accogliendo i loro voti, un vero go- verno democratico si aitenciro Clemencenu dichiarò i di a provare pienamente questo programma, e Wilson ece lo stesso nel suo discorso dell'8 gen- naio 1918. Solo l'Italia taceva, è perseguiva nella sua stretta mortale. Malgrado tutto ciò, malgrado cioé tutti gli sforzi fatti dagli Alleati per salvare l'Austria, stac- candola dalla Germamia, L separazione non avvenne, innanzi tutto perchè l'Italia non l'avrebbe permesso, poi perchè ormai Vienna non poteva staccarsi, né essere staccata, da Berlino, I circoli militari e poli- tici tedeschi infatti, fidandosi nel successo della cam- pagna sottomarina e contando sull'indebolimento de- gli Alleati in seguito alla rivoluzione russa, non vole- vano nè ammettevano neppure di sentir parlare di pace, infondendo così coraggio all'Austria, e nella stessa Austria i circoli tedeschi ed ungheresi si dichiaravano decisamente ostili ad ogni soluzione del conflitto che segnasse un indebolimento dell'elemento tedesco e ma- giaro nei confronti dei popoli slavi. Benes scrive in proposito nelle sue memorie: "Durante le trattative di pace separata Vienna si trovò di fronte a due possibilità : continuare la guerra teva significare evenlualmente la fine, la catastrofe dell'Impero, ma separarsi dalla Germania, avrebbe signiicato sicoramente, affrontare lo sconvolgimento in- terno, forse anche la rivoluzione, o magari l'intervento della Germama. Da una parte cioè, proseguendo la lotta, si riteneva anche nel peggiore dei casi, di uscire dalla guerra perdendo solo qualche provincia; dal- l'altra staccandosi da Berlino, la caduta era sicura. Nè Czernin, nè Tisza, pur discutendo e trattando, esi- tarono quando dovettero scegliere ". Quest'unità organica della questione austriaca con la questione germanica, e l' Le pratica che ne erivava di risolvere il probl email dell" Impero Austro-Ungarico su di un'altra base conveniente i Alleati, favori assai l'azione del Comitato Ceco, è preconizzava la distruzione di quest' Impero, e la sua sostituzione con una nuova organizzazione dell'Eu- ropa sentrale. Infatti, mentre dietro le quinte della storia si svolgevano tanti colloqui e tanti esperimenti, e mentre
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li] cul È pria «E = CRISES SET Ba "i Pl Il Prof. Masaryk, Presidente della Repubblica Ceco-Slovacca. il popolo ceco rimasto in Austria significava sempre più chiaramente le sue ispirazioni all'indipendenza, vediamo il Comitato Nazionale che deliberatamente si mette su di un terreno rivoluzionario, troncando &gni indugio è affermando che il popola ceco AVEva bisogno e pretendeva non soltanto la creazione di uno Stato ceco indipendente “senza” l'Austria, ma si pro= poneva addirittura di crearlo “contro” l'Austria, Sorsero ciob le famose legioni ceco-slovwacche, si ereò l'esercito indipendente di un popolo che non era ancor libero. LE LEGIONI CECO-SLOVACCHE Masarvk si era reso conto della necessità di que- st'iniziativa fin dall'inizio della sua attività, ed aveva detto: " Quando tutti lottano con lè armi alla mano, 1 cechi non possono accontentarsi di lottare coni do- cumenti storici é con gli argomenti di [diritto nitu- rale". E più tardi aveva aggiunto: ‘“ Creando un esercito noi ci collocheremo in una nuova situazione di dimtto di fronte all'Austria e agli Alleati: altro passo su questo cammino sarebbe quello di dichiarare
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d4 formalmente la guerra all'Austria-Ungheria. In ogni caso si formerà in questo modo una situazione poli- tica che ci permetterà, al momento dei negoziati internazionali di pace, di ottenere almeno il minimo delle nostre rivendicazioni. In ogni caso cioé, se noi avremo dei soldati, nè Vienna, né gli Alleati, potranno passarci accanto senza accorgersi della nostra esi- stenza, e i nostri, laggiù in Patria, avranno una mo- neta discambio per ottenere delle concessioni, per la no- stra causa nazionale, anche se le cose andassero male". La questione di un esercito indipendente così fu subito impostata, c rappresentò l'argomento più vivo dell'azione di propaganda politica ceci. La creazione di questi corpi armati però incontrò fin da principio tali difficaltà, da sembrare irrcaliz» zabile. Si trattava infatti di raccogliere volontari sparsi in tutte le parti del mondo, è di inquadrare nuovamente sotto la bandiera nazionale tutti 1 diser- tori è prigionieri d'origine ceca, passati dall'esercito austriaco nei paesi alleati. Si tentò per prima cosa di concentrare in Francia tutti i prigionieri cechi, per creare con essi un esercito rivoluzionario cecoslovacco unico, 1 primi ad essere concentrati furono i prigionieri cecoslovacchi di Serbia, che in numero di 4000 erano Una torre del ponte Carlo IF a Praga. stati salvati dopo la * mar- cia della morte” in Albama, e trasportati dagli italiani all'Isola Asinara. Questi dovevan essere raggiunti dai rigionieri ceco-slovacchi di ussia, e così costituire il rimo nucleo combattente. 1 negoziati per la con- segna dei prigionieri in Rus- sia fallirono, dato che il go- verno russo non volle a nes» sun costo accondiscendere di subordinare l'organizza» zione militare e finanziama cecoslovacca in Russia al prof. Masaryk, già proscrit- to dall'Impero (LCrarista, co- me antirusso ed anglofilo. La Russia invece proponeva di creare un'altra organiz» zazione cecoslovacca, dipen dente dal punto di wista militare, politico e finanzia- rio del governo czarista, allo scopo di preparare la fondazione di uno Stato ce- coslovacco, sotto lo scettro di uno Zar russa. {1 risultato fu che non se te fece niente, né in Francia né in Russia, e che solo dopo la caduta dell'Impero cza- rista, è la costituzione del primo governo rivoluziona» rio in Russia, il Comitato Nazionale Ceco potè otte» nere da Pietroburgo di la- vorare per la propria indi- pendenza senza preventive subardinazioni. Il g ottobre 1917 cioè, proprio Masaryk poteva ottenere dal governo russo il consenso ad organizzare i prigionieri cecoslovacchi in un esercito indipendente riconosciuto dalla Russia. La formazione, per il momento teorica, ed il ricono: scimento formale dell'esercito cecoslovacco in Russia, rappresentò un importante precedente per il ricono: scimento dell'esercito cecoslovacco in Francia, che fu ammesso fnalmente il 16 dicembre 1917, € concen- trato a Cognac, con gli effettivi di diecimila uomini. L'ITALIA E L'INDIPENDENZA CECO-SLOVACCA In Italian intanto fin dall'inverno 1g15, il rappre sentante degli slovacchi Stefanik aveva tentato di en- trare in rapporti con il governo, e le trattative ven- nero riprese nella primavera del 1916 sempre dallo Stefanik fiancheggiato da Benes. Le cose però si tra. scinavano per le lunghe senza arrivare a nessuna con- clusione, finchè il 6 settembre 1917, il Comitato Na- zionale Ceco presentava a Roma un memoriale, chie- dente: il riconoscimento del Consiglio Nazionale, come organo centrale politico e militare, il riconoscimento dei cechi e degli slovacchi come alleati, e per conse- guenza la liberazione degli internati e dei volontari, che dovevano essere trasportati in Francia per en
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La chiesa di Tyn fantasti- camenle illuminata, trare nei corpi armati. Que- ste rivendicazioni erano state preparate d'accordo con il Governo francese, poiché i cechi non pensa- vano ancora alla creazione di un esercito cecoslovacco in Italia. Cosa abbastanza strana, se si considera che in Francia 1 corpi dei vos lontari si sarebbero incon- trati con le truppe tedesche, ma mon con quelle austria- che, che costituivano il vero nemico, Il Governo italiano ini ogni caso, mon credette opportuno di accettare le richieste del Consiglio Na: zionale, e si limitò a per- mettere l'attività di propa- ganda del Consiglio in Ita- lia e la formazione di reparti di prigionieri adibiti ai la- vori di seconda linea. L']. talia, infatti, non era in quel momento'disposta ad accor- dare al movimento cecoslo: vacco il carattere di un fat- tore politico e militare in: dipendente, ‘è tanto meno poteva assumere da sola, è prima di tutti gli Alleati, La responsabilità sd il ri» schio dell'impresa rivolu- zionaria internazionale. Gli avvenimenti in Rus- sia, € il riconoscimento fran- cese dei corpi armati ceco- slovacchi, assieme al favore di molti circoli politici e mi- litari italiani però, dovevano presto maturare il proble- ma anche a Roma. Nel mar- zo chel 1918 Stefanik ritenne giunto il momento opportu- no [pEr presentare algoverno italiano un memoriale, nel quale faceva presente la scarsa utilità dei reparti cocoslovacchi adibiti ai lavori di seconda linea, e solo in rarissimi casi utilizzati come distaccamenti di esplorazione, e chiedeva l'invio di tutti questi uomini in Francia, dove sarebbero stati arruolati nell'esercito cecoslovacco. Aggiungeva che eventualmente l'intero esercito cecoslovacco, comple- tato di questi elementi, avrebbe potuto essere utiliz- zato con grande profitto sul fronte italiano. In un post-scriptum, Stefanik ripeteva la assoluta fiducia del Consiglio Nazionale nella creazione di uno Stato indipendente cecoslovacco, nello smembramento del- l'Impero Absburgico e nella liberazione di tutte le nazionalità oppresse, illustrando l'interesse di primis- simo ordine che aveva l'Italia nel rtecipare all'or- ganizzazione nella nuova Euro Centrale, la quale avrebbe arrestato la marcia dell'imperinlismo germa- nico verso Oriente, e nella quale sarebbe stata com- presa una Polonia indipendente. A questo momento fu la volta di Roma di prender la parola e il governo italiano decise in massima di concedere che un esercito cecoslovacco si costituisse con i prigionitri ammassati in Italia. Chiese per di più, in un primo momento, che tutte le truppe ceco- 35 slovacche di Francia è d'Italia venissero [impiegate sul fronte italiano direttamente contro l'Austria. Il Consiglio Nazionale, per ragioni di opportunità poli- tica, si dichiarò contro questa seconda condizione, ed allora il 21 aprile 1918, anniversario della fondazione di Roma, fu deciso semplicemente che un esercito au- tonomo cecoslovacco si sarebbe costituito in Italia per conquistare l'indipendenza della pro rin Patria. Importante, dal punto di vista politico, il fatto che le truppe cecoslovacche vennero subordinate, nella con- venzione conclusa, all'autorità del Consiglio Nazio- nale di Parigi, per tutto quanto riguardava le questioni nazionali, politiche e giuridiche, L'esercito costituito, essendo autonomo, aveva il diritto di combattere contro tutte le potenze nemiche dell'Intesa, però impegnan. dosi ad esplicare la sua attività sempre sul fronte italiano, e sotto il Comando Supremo italiano. Il go- verno italiano, d'altro canto, prometteva ni soldati cecoslovacchi, come ricompensa per il servizio da essi prestato in guerra, la cittadinanza italiana, con tutti i cliritti spettanti ai militari italiani. A coronamento di tutto ciò, si concluse pure una convenzione nddizionale, di carattere giuridico, ai termini della quale il Consiglio Nazionale aveva il
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36 diritto di promulgare leggi e di esercitare i diritti convenuti, mentre il Consiglio di guerra cecoslovacco poteva giudicare i militari cecoslovacchi ed i cittadini che avevano prestato giuramento di fedeltà e d'ob- bedienza al Consiglio Nazionale Ceco. In pochi mesi, cioè con quella rapidità di com- prensione € di decisione che è dote precipua della razza italiana, il governo di Roma aveva riconosciuto come governo di fatto il Consiglio KHazionale, ed aveva non solo permessa, ma creata, l'organizzazione di un piccolo esercito cecoslovacco, assolutamente autonomo, ed ammesso a combattere in prima linea. Con questi atti, nella primavera del 1918, l'Italia per prima fra le Nazioni alleate, aveva concesso ai cecoslovacchi i tre attributi dell'indipendenza nazionale, cioè la rap- presentanza legale, la creazione dell'esercito, e l'or- ganizzazione delle finanze. E con ciò si metteva uffi- cialmente alla testa delle Nazioni alleate miranti alla soluzione radicale della questione austroungarica, impe- gnandosi, non solo di fronte a st stessa, ma di fronte al monda, di distruggere militarmente l' Impero d'Absbur- go, liberando tutti i popoli oppressi da questo Impero, In data Fi maggio 1918, Îa Francia si affrettava a seguire l'esempio italiano, fissando con una legge speciale gli attributi dei corpi armati cecoslovacchi, ed ammettendoli in prima linca, mentre Masaryk ne approfitta per far incorporare, almeno sulla carta, nell'esercito cecoslovacco di Francia, tutte le truppe cecoslovacche, arruolate e combattenti in Russia. Laggiù sul Volga ed in Siberia infatti, le formazioni cecoslovacche sì trovavano in quel momento avvolte nell'incendio comunista, e sarebbe stato pericoloso la- sciarle, solo con una bandiera, ma senza una Patria, LA COSTITUZIONE DEL GOVERNO PROVVISORIO Dal maggio 1918 all'ottobre, gli avvenimenti pre- cipitarono. Compiuti i primi passi, ottenoti i primi riconoscimenti, affermata militarmente con il sangue la volontà d'indipendenza, bisogna ottenere il ricono» scimento diplomatico della medesima. Ed i cecoslo- vacchi, il Consiglio Nazionale, furono veramente magni» fici nella sottile schermaglia colle cancellerie delle varie capitali, finchè in data 36 settembre 1918, si decise a comunicare ai governi alleati, che un governo prow- visorio cecoslovacco si era costituito, nominando pro- ri rappresentanti a Roma, Londra, Washington | ‘atigi, © ciò in pieno accordo con i capi delle pro- vincle cecoslovacche. Aggiungeva, la comunicazione, che il governo provvisorio assumeva la direzione dei destini politici delle provincie ceche e slovacche, per volontà del popolo e dell'esercito, e che entrava in relazione ufficiale con i governi alleati, basandosi, da una parte sulle convenzioni reciproche concluse con essi, e dall'altra sulle loro solenni dichiarazioni, circa il diritto di autodecisione dei popoli oppressi. Non c'era da esitare o da tornare indietro. Il go- verno francese, il giorno do confermò di aver ri- cevuto il dispaccio, e riconobbe ufficialmente il pro- clamato governo provvisorio, Il Governo italiano, in data 24 ottobre tece lo stesso, con una calorosa nota di Sonnino, nella quale si ricordavano le vive sim cha e l'ammirazione con cui il popolo ed il governo itali aveva seguiti gli sforzi ali vaccilici fatti dai cecoslo= vacchi per liberarsi dal giogo stramiero e per conqui- stare l'indipendenza. Il governo inglese, in pari data, conferma semplicemente il ricevimento della nota, e la stessa cosa fecero, dando il loro riconoscimento, i go- verni serbo, belga, greco. "(Coal — serive Masaryk nelle sue memorie — alla data del 24 ottobre 1918, la nostra indipendenza veniva riconosciuta in diritto internazionale è senza riserve, da tutti i grandi paesi alleati, c la nostra lotta di liberazione era, dal punto di wista internazionale, vittoriosamente compiuta ". Pochi giorno dopo, l'esercito italiano con Vittorio Veneta, doveva compierla anche dal punto di vista militare e politico, vibrando il colpo mortale all'Im- ro Austro-Ungarico, e sfasciando il blocco degli mperi Centrali. Torniamo, ora, un passo indietro, per spiegare come avvenne che pur essendo stato proclamato e ricono» sciuto internazionalmente solo da pochi giorni, lo Stato Cecoslovacco, riusci poi a presentarsi 4 la Conferenza della Face come un fatto compiuto. E porgo Ch ciò dipese principalmente dalla decisione presa Stati Unit d'America. Oggi ormai si sa infatti, ge nel mese decisivo della guerra e della paco ciot nel l'ottobre 1918, il Presidente Wilson fu l'arbitro della sorte della monarchia degli Hohenzollern e di quella degli Absburgo. E fu egli che, fra gli scopi della uerra, mise al primo posto la costituzione di uno tato indipendente cecoslovacco. In verità l'azione di propaganda e l'attività cecoslovacca negli Stati Uniti era sempre stata molta intensa, è Masaryk special. mente vi godeva moltissime simpatie ed una grande hutorità, ma dichiarazioni precise non nè éran mai state fatte, e tutto si riduceva all'appoggio morale, fin che si vuole, ma giuridicamente nullo. Dopo lo scoppio della rivoluzione bolscevica in Russia però, ecco che nell'opinione pubblica ameri- cana avviene un radicale mutamento di giudizio, e le simpatie prendono forma più concreta, mentre l'ap. La morale si trasforma i in aiuto politico e militare. notizie delle legioni cecoslovacche operanti in Si- Vela ed occupanti Vladivostok e la Transiberiana, le descrizioni dei combattimenti da esse sostenuti contro i bolscevichi e contro i tedeschi, sollevano in- fatti un'ondata di entusiasmo, e l'anabasi siberiana d'un esercito che non possedeva un sol palmo di ter- ritorio né un governo, fece sugli americani l' impres- sione della più romantica delle avventure, Masaryk si affrettò a sfruttare quest'impressione, per organiz- zare una grande spedizione di soccorso, alla quale dovevan prender parte i governi amtericano è grape ponese per mezzo di una spedizione militare. Ma tutto cià non bastava ancora: quel che oc- correva era il riconoscimento del Governo È gie cecoslovacco da parte degli Stati Uniti. E Masaryk il 31 agosto 1918, presentò a Wilson un particola- reggiato memoriale, per sottolineare la necessità di questo passo. Il documento è così importante, che vale la pena di riassumerlo. I DIRITTI ALLA LIBERTÀ Masaryk incomincia il suo memoriale, con uno schizzo storico dei diritti della Boemia all" indipen» denza, mettendo in luce specialmente la fellonia del- l'Imperatore Francesco Giuseppe a proposito del suo incoronamento a Re di Boemia, e ricordando la di- chiarazione di Kossuth, alfermante che la Boemia è uno Stato come l' Ungheria. Prosegue, confutando le obbiezioni presentate dall'Austria, secondo la quale il Consiglio Nazionale ceco non sare stato che un comitato di privati e senza territorio, rilevando che neppure la Serbia ed il Belgio avevano in quel mo- mento l'indipendenza territoriale, e che i cecoslovacchi possedevano complessivamente un esercito maggiore di questi due Stati. I cecoslovacchi dunque avevano diritto di partecipare alla Conferenza della pace, avendo essi versato il loro sangue per la causa co- mune come gli altri belligeranti, Il riconoscimento ame- ricano del Eve provvisorio, assieme a quello degli altri Alleati, avrebbe significato infine che non si aveva più l'intenzione di mantenere l'Austria nella sua in- tegrità. Del resto l'Impero austriaco non avreb potuto più mantenersi dopo aver dato soddisfazione
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——_—_ — re °° —— — —---= = ba 1 gar 3F ———-_c - - I —_ = = = = = Cugari n lna È 1 reovopo Una veduta notturna del ponte Carlo IV e, dietro, del Palazzo Reale. alle aspirazioni degli italiani, dei romeni, degli jugo- slavi e degli ucraini: aspirazioni già sancite fra gli scopi di guerra. E questa sarebbe stata la decompo- sizione naturale e fatale di un impero che era arti» ficiale, antinaturale ed antidemocratico, La decompo- sizione dell'Austria sarebbe stata del resto la conse- guenza logica dei principi politici americani sulla libertà dei popoli e sulla concordia delle nazioni. Essa sarebbe stata per di più utile alla Russia che, separata in tal modo dalla Germania da tutta una catena di libere nazioni, si sarebbe sottratta all'influenza diretta di Berlino. Essa avrebbe indebolito il germanesimo, che non avrebbe potuto più contare che sui sette milioni dell'Austria tedesca, invece che sui cinquantun milioni dell'impero austro-ungarico. Masarvk infine rileva che i sostenitori dell'Austria sono la finanza interna- zionale ebraica, il socialismo ed il papato, e nota che il federalismo non avrebbe senso applicato ad un impero che s'è formato e si mantiene con la violenza, essendo uno strumento della Germania, La fondazione di uno stato indipendente cecoslo- vacco invece, ha tutte le giustificazioni, conclude il memoriale, (Questo stato costituirà una barriera reale contro la Germania e sarà abbastanza forte, perché conterrà dai dodici ai tredici milioni d'abitanti. Il po- polo cecoslovacco d'altro canto durante la guerra hi manifestato chiaramente la sua ostilità all'Austria, po- nendosi materialmente e moralmente a fianco degli Alleati; per di più esso possiede il diritto storico al. l'indipencenza, giacché i cechi non sono passati sotto a dominazione austriaca per conquista, ma bensi con libera elezione, e furono quindi sempre indipendenti, avendo la facoltà di annullare il loro contratto con gli Absburgo, che nel passato avevano chiamato sul trono di Boemia. Termina ponendo il dilemma: “L'Ame- rica e l'Europa devono scegliere fra la liberazione di sette popoli oppressi € [FP degradante dinastia mediate» vale degli Asburgo, che dissimula i suoi delitti sotto la pretesa falle d'essere eletta da Dio. No, Dio non é mai stato austriaco ". | memoriale produsse un effetto immediato e com- pleto. Come risposta, il Governo degli Stati Uniti riconobbe immediatamente lo stato di guerra esistente fra i cecoslovacchi organizzati dal Consiglio Nazionale o gli Imperi Centrali, per di più riconobbe lo stesso Consiglio Nazionale, come un governo belligerante dotato di una propria autorità, ed infine si dichiarò pronto ad entrare in rapporti con questo governo per l'ulteriore condotta della guerra. Con ciò il portone della Casa Bianca si chiuse definitivamente per l'Imperatore Carlo, perchè Wash. ington aveva riconosciuto Praga come alleata contro il nemico comune, e la Ceco-Slovacchia in tale veste partecipò alla Conferenza di pace trattando diretta- mente con Vienna la realizzazione delle sue rivene dicazioni Fra tutti 1 prodigiosi eventi della conflagrazione mondiale, nessuno forse appare maggiormente animato da uno spirito di epopea, nessuno fa meglio rivivere e risplendere i tratti eroici di quel romanticismo po- litico che contrasseend il secolo XIX, quanto la storia del rinascimento della nazione ceca. Storia veramente straordinaria, per il sentimento collettivo come per gli sforzi individuali: storia che fornisce magnifici episodi di walore e di sacrificio di tutta una gente, e apporta vera gloria ai capi instancabili, audaci è veninli ROBERTO SUSTER
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ARTURO MARKPICAII E' giunto il momento di invocare alto anche il nome dei nostri scrittori di guerra: dei più werì, dei più forti, dei più schietti, di coloro che ancor oggi amano definirsi " soldati, non tanto perché la divisa, oltre che adornare il corpo, possa anche nobilitare la stile, ma perché una maschia impronta indelebile è rimasta attraverso l'indole, ed è una cicatrice ormai così chiusa che pare diventata una ruga, o è, forse, la ruga di un ricordo ormai così fondo che pare una cicatrice, I tedeschi hanno in questi ultimi mesi inondato il mondo con il loro Renn e con il più diffuso Remarque; gli inglesi ci regalano il dramma della loro guerra che trionfa da un anno a Parigi; prima, Parigi ci aveva raccomandato e naturalmente venduto in centomila esemplari Barbusse. Più pratici, più svelti, realizza- tori di poche ciancie e di sicuri effetti gli americani del Nord avevano invitato largamente le nostre folle ad assistere alla loro Grande Parata. Noi? Noi pensiamo che valga la pena di essere finalmente immodesti. Così come l'anima a vampe ar- denti ed il sangue & fumane fumanti, l'Italia ha dato alla guerra fuochi di poesia e rivoli di cronache im- mortali che nessun'altra nazione impegnata nel tre- mendo conflitto ha certamente fin'ora potuto, voluto ed anche pensato di dare, Sul vertice siamo ancora noi italiani con la nostra disinteressata baldanza, con la nostra noncurante e prodiga fertilità. Arturo Marpicati è uno di quegli scrittori di guerra, nati dalla guerra, decisi a morire per la guerra, wivi nel più vivo e radioso ricordo della guerra, che più ha dato: un romanzo fa codì di Alinosse, un volume di liriche #/ salto sf martino, un acuto e non ancora eguagliato saggio di psicologia delle masse combat- tenti fa profeloria. Autobiografia: non si può rinunziare al proprio cl- metto, al proprio divino pallore, al proprio volto tra- shligurato quando ci si guarda dentro quello specchio li, quando si sa di poter interpretare fedelmente il patimento di milioni di uomini nella luce riflessa delle proprie pupille. Autobiografia: ma sincera nel bene e nel male, trascinata soi vertici e nel fondo, libera nel regno della verità, senza preconcetti politici, 0 tesi filosofi che atte, nella negazione o nella glorificazione, a ser- vire soltanto un calcolo meschino. Che cosa sono Renn, Remarque e Barbusse? Del negatori. La loro negazione filosofica € politica deriva non dalla rinunzia alla verità, ma dalla abile scelta delle verità nella guerra: il dolore, il patimento, l'ab- brutimento, l'annientamento dell'individuo. Questa è la guerra che oggi si vuol mettere in commercio sulle bancherelle del mondo, con il viso com- punto e le labbra sorridenti e bianche e gli occhi ter- rorizzati. Ma non è tutta la guerra, Altre verità splendevano nell'orrore: e bisogna che la storia non le rinneghi. Il poeta che sa fissarle devotamente sulla carta può anche coraggiosamente dirci una più ter- ribile realtà. Marpicati, che non è un negatore, può descrivere anche l'ammutinamento: nel suo libro La profetania queste son pagine tragiche che destano il fremito. Re- marque stesso non osa alfrontarle. Poi che il pro- gramma politico dello scrittore tedesco non gli con- sente di risalire mai oltre il limite della bassa bestia- lità taciturna e digrignante, egli non osa sprofondare, arrischiamido anche di perdersi definitivamente, nel baratro buio della ribellione e dell'anarchia. Arturo Marpicati, invece, osa: può osare tutto. La sua sincerità libera lo fa spaziare dovunque. De- scrive anche l'ammutinamento, sissignori: quel lugubre ne nè a...0/ della brigata di fanteria che s'è buttata a terra fra le pietre, rifiutandosi di procedere Werso la prima linea; e la vana disperazione degli ufficiali, e il colonnello è il generale che minacciano prima, è, poi, pregano. = Ho dei figlioli a casa anch'io, e una moglie che aspetta! dice il generale. Qualcuno mugulando s'avvia, la schiera s1 ricom- pone: e là verso la linea, sotto la raffica, s'‘incurva come un arco, si distende, scocca la frecciata dell'as- salto, Ottomila prigionieri nemici son fatti prima di sera, c le posizioni, che parevano inespugnabili, sono travolte per sempre. La guerra non è fatta soltanto di pantano: è fatta anche di luce. Esprimerla intera così come il nostro scrittore gagliardo osa e può, è segno di una supe- riorità che ci contraddistingue ancora. Così nel suo romanzo £a coda di dAMlinass, ro» manzo di sarcasmo © di dolore, le brutture non sono sottaciule: ma dal fondo acquitrinoso dentro il quale la carne stanca s'é perduta lo spirito vigile — il no- stro spirito sano e sereno — può sempre balzare in- contro alle stelle, e raggiungerle per la via più diritta. "al novembre. "Stanotte — eravamo avvertiti — è saltato, fra boati immensi, il ponte di Vidor, I primi giorni l'ope- razione non cera riuscita: le mine non erano brillate. Poscia, decine di eroi, votandosi alla morte, hanno lavorato nell'acqua fredda, col favor della notte, in- torno ai piloni del ponte, che, alfine, è ora diviso in due, nettamente: è la spaccatura par chiusa dal cielo. “Ho picchiato un caporale, L'avevo udito escla- mare: = l'è ont de finirla co' sla quera porca, se no la finiaro ni: mi scampo de là... “E' di San Giorgio di Nogaro. L'ho battuto, e gli ho puntata, in presenza di tutta la compagnia, la rivoltella sotto il muso, Si é messo a piangere e mi ha chiesto perdono ". Quando può salire Arturo Marpicati è felice; ma capisce che bisogna anche discendere a raccattar l'in- vettiva disperata. Quando può salire il suo canto si fa solare, si ripercuote nell'azzurro, a distesa. Ecco Dueffe, una lirica del “ Volto del martire”, dedicata all'aviatore Baracca: sa de candide ciro i squarcia e a poppa del fuggente afiavitla un'elica fremente. UE il nostro? è il nostro che raggiunge?"
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Lacera lo spazio, rauco e secco, tin tamburellar di mitraglia. Agonizza il romore del ferito aretere : e dala è lu batlnglia ta Sbnltiti, sleepiti dali sifrnati nel erepilio di rosse, evili fiamme; gaville effimere, danza di ceneri, ericebiar di metallici congegni, gf che sul greta del fune con «chicnte r'infrange di fragili legni Fiat. La Saranlaziona Aritoro Marpicati. ll vincitore intanto con l'obliguo calar dello sparviero, rade l'ondei sdel Aire è rolen è rombo de la «ua preda enorme sttillo scheletro informe itncor bmcianie è nerd... Ed è da queste pure altezze guerriere che l'in- cantesimo del poeta s'avvia per la luce pacificata del mare, sulla scia del vento, incontro al destino della sua Piccola eda randagia, che nasce come un petalo sulla ghirlanda della Vittoria e profuma l'aura marina benedetta di Pola e di Fiume. GINO ROCCA
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a La signora Adelina Leofane era virtuosa, ma le piaceva troppo di confessarsi. Non di confessarsi in chiesa, perchè era libera pentairice, ma di confessarsi agli amici, cio che più esat tamente si chiamerebbe fare delle confidenze. Ai primi di giugno, un po' perché cora già caldo, un pa’ per guito di lar diverso dagli altri, aveva già abbandonata la cità per andare al mare. a Portofino, In quella siagione gli qapiti invernali del bellissimo luogo sono già partiti e non sana arrivati ancora 1 villeggianti entivi. La bolla bruna dalle carni bianche e dorale guatava la solitudine, specialmente quanda prometteva di non durare troppo; cd ella aspettava appunto compagnia. (Junnio a suo manto, le cose stavano fra loro ia questi termini: a lui mon dispiaceva di vederla partire. a la non dispiace va di vederlo arrivare, è viceversa. Sarebbe venulio a trovarla un paio di volte, La signora Lebfane aspettava Biagio Zunino, sun corteggiatore molto acceso, che possedeva un fuori: bordo a Portofino 0 le aveva promesso di insegnarte a scivolar sull'asse a rimorchio, esercizio in voga e molto divertente. Ma se Iiagio non fosse arrivato anche più presto che non gli avesse conceduto Adelina, forse non ce l'avrebbe tnoraia. Il mare e la solitudine non fanno sempre lo stesso effetto, Ella redargui lo Zunino per csserai permesso di raggiungerla prima del fissato, ma glie ne fu riconoscente. Sola colla sua Witt, sola coi sudi pensieri, acla a Poriolino nel mese di giugna, la solitudine del mare era di troppo. Le piacera la cosa d'u Livi, i pini che sembran tessuti coi raggi del sole: le piaceva il belvedere accanto alla Chiesa di San Giorgio sull'aperto in finito dell'orizzonie marino: e il golfo caaiio all'ombra delle tre piccole cime della penisola, a specchio del cerchio di case dipinte. Ma la vare del mare, sul belvedere, giù fra gli scogli e le lastre della roccia nera e rossastra, la smarriva; e quando acilera a preadere il tt in un caffeuccio della linda piazza sul molo del paese. le pareva d'essere una di queste forestiere che s'incontrano, meladiche e svagliate. Vedeva già il momento in cui non si sarebbe più mossa di camera, ò sarebbe partita, Non le sarebbe neanche dispiaciuto dli Lar quello acherzo al corteggiatore Zunino, e di lasciarlo di sale. Ma quello arrivo prima ibel fiiniato: è non aveva meriti apecialiazii, ma era fatto apposta per rendere piacevole il tempo alle donne. e ciù Lenta grande apra, me dl'ingegno, né di denari, né di pericoli Si vantava di qualche pazzia, ma di non averne mai fatte fare allo donne per le quali le aveva commesse lai. Noa «ra avaro, e non era neppure fastosa, cosà questa che dà e deve dare alle donne che abbiano il senso della dignità è della freresra un certo sospetto di mercato. Demari, che son pur necessari, ne Aveva ecmpro quanti sccorrerano alle occasioni, Quanto all'ingegno e alla Tellenza ne aveva quel tanto che bastava a mon dar a divedere che glie ne mancasse: e questo è lo stessa che caser belli, ed è malto più vantaggioso, nel consorzio ci vile, che aver iagegno voro. Arora, s'intende, discrezione, ga: lanieria, modo di fase è tatio colle danne. Adelina Lodblane gli piaceva vormentemente. La signora aveva, senza csprimerlo in parole, gusio estetico. Ma perché le piacessero le coso, bisognava che ri si piacome in quelle a st medesima. Se la noia velava il suo intelletto, è se si sentiva men bella o men valida, s'oscuravano anche gli spettacoli di natura e d'arte. Il suo guito era come il riflesso intellettuale, portato al di fuori, di un suo godere di né stessa e dei propri grati di donna bella c sana. Ora che Biagio Za nino era venuto a rompere la sua nota, e che let aveva un icalimone a dirle e dimosirarle la sua bellerza, ai risenii bene fra le bellezze di Portofino, Soddisfatta, si senti più sicura e inattaccalile che mai. Fortolino cominciò invece a piacer meno allo Zunino, il quale a'accorse di non fare nessuna progresso, finché s'indlugia- rono nel pacse e a far bagni sulla spiaggetta di Paraggi. — Parc perlno impossibile! — lborbottava al limone del canotto 0 a terra passeggiando con lei, = Che cosa! = gli chicie Aulelina. — Che vestite di così poco come siete vestite... — sin terruppe. — Sono sempre vestite abbastanza le donne che non hanno intenzione ili Laaciarai spagliare, — rispose lina in ma- Glietta da bagna aderente, La signora Lehfane aveva di queste sontenze, ineccepibili, franche e recite. Ma, per la loro franchezza appunto. simili cose ilette da denna a voro tendono a dare il tracollo alla bilancia del desiderio e del timore, dei pensieri e delle parole. La sentenziosa lesse negli sechi di Biagia, erocala dalla sua parola. una così risoluta vaglia di spogliaria anche di quel poco, che distolse gli scchi sul mare, Un'altra volta, nel pomeriggio, erano davanti alla chiesa di San Giorgio, e alla deatrà avewnno il marne, alla aimiatra il piccala cimitero dli Pam tofino, ricorerato, tassellato nello scoglio, pieno di pace. idelina trasse Zunino sul cancellota, © gli chicao i suoi pensieri alla vista del camposanto. se (Chi ha tempo non Aspelli tempo! — Ah. ma lei è fissaio! Pensa solo a una cosa. = Quando sano con lei, per farzà, — E le pare lusinghiero per mel = È lei come ha fatto a indotinare quello che penso è dle sidera io0 ij Adelina Lebfane avià il discorma sulle generalità inbormti all'amore, e così passo passo presero per la stradetta che con diace al Faro è alla Madaanetta. Noa c'èranò ancora atali in- sieme. La signora Lebfane parlò molto e bene della propria sirtà e del rispetto di st ateasi c della coscienza che la guar: dare la morte senza timore è fare il bene senza speranze di
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compensi oterni, (huesti erano i pensieri che a lei ispirava il cimitero, pensieri wioici. Biagio frustava i magri ciali d'erba fra i sassi del murie: ciuolo a secco con una sua canna da passeggio. Si dimenticava, tanb'erà nascono, di darlo la destra o di coderle il passo nei punti più stretti o quando, una volta o due, s'inerociarano con dei passanti. — E lei dunque che pensa? — domandò Adelina = Mon la credevo filosofa, e ha perso le mie &prranze, - Come sarebbe a dire? — Se lei è filosofa, non conosce e non è Fatta per l'amore: © non c'e speranza per chi s'innamora di un mostro tale, — Ma grazie tanie! — Noa c& di che, > replicò Biagio Zunino, che da bison genovese aveva una vena di bizzaretto, — mon c'è di che. Ma st l'amesii sapuia filosoala, queatà beatialità non Vawrnoi fatta. = La bestialità. scusi tanto, le dice lei adesso! Zunino le piantò gli occhi negli cechi con un tal quale di- sprerzo, fatto di compatimento è di rancore carnale, è disse: — Perché, lei, vorrebbe dirmi che aa l'amore che razza di cosi sia, Leb? — Ma certo! Zunino ridaochib con insolenza. = Ma meglio di lei — ribadi la signora. Zunino cominciò a scaricar l'umore in una risata. Erano a metà delle scalette che conducono sotto i modesti spalti del wecchro castello, ridotto oggi a villa, calle persiane werdi alle lncche dave un tempo s'affacciarano bambarde e falconetti, — Ma meglio di cento pari suoi! — incalzava lei. E Zunino rideva finò allo lacrime. Lai s'era appoggiato al muretto, lei strappava nervosamenie le foglie della siepe sul margine opposto del acntterò a gradinate, Interdetta, adegnata, è im segreto mortilicata. non ebbe la presenza di spirito di piantarlo su due piedi, come avrebbe meritato: e Valuro acne tiva che quel ridere lo vendicava. Allora l'esagerò, mettendoci anche una secchezza pencia e ingiuriosa 4 — Credevo — disto la signora Lebfane — chè amore fosse gentilezza. Questo almeno credevo di saperlo. Zunino s'interru © la guardi. La danna avera gli cechi lucidi, e la voce, che avrebbe voluta far rigida, le era uscità molle è iriito, tromante di rabbia c di umiliazione. — Le chiedo perdono, — disse Biagio asciugandosi gli secchi sensa l'ambra d'ana confusione. Più che con lui, Adelina ce l'aveva con nt stevia, di aoa saper sostenere il punto d'onore e il risentimento dell'offesa. Voleva svergognarlo. e nom riconobbe si stessa quando gli chiese, quasi sommessamente: — Ferchî non bo da saperla! — Signora — disse Zunino stringendosi nelle spalle — sono stato villana, è torno a chiederle perdona. L'amore, sh, l'amore della carme, il desiderio, sarà gentilezza, ma è anche odio, La denna investita da queste parole ai atrinae alla siepe. — Stia tranquilla che non mi muoro, — dinio Zunino colle apalle al muricciuolo. — #* Mon morde", — soggiunse con una certa tetraggino ironica © bizzarra, : — Risponda alla mia domanda, — iagiunse Adelina cer cando di raffermarii nell'orgoglio. Ma la domanda era stata im sé così umile! — Giiel'ha inpegnato suo marito l'amore? — Na. Vede che non temo di dirglielo, — E qui, forse in tradotta dal tono magistrale con cui ella aveva creduto di potersi rinfrancare, comincia a tradirla la sua disposizione a far confidenze. = Na, > continuò, = ma ho imparato cho cosa sla nel fando del mio cuore, nel fondo d'un animo dove l'amore è stato ripaliato, amalo, provervato dalla scienza di cui lai ai vanta! Dove non si confonde con l'odio! E in fondo a questo amimò, l'amorò è latalto è comdaciula meglio, malte meglio che rel suo animo e in quelli dei pari suoî. = lséiperrenza però... — ilisùe Zunino. — La chiamate amore la vostra ciperionza |! — intermappe. > E' quella in cui lo lingete, mentite, comompete. E lo fingeste
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43 solo agli altri: sanreste almeno furbi! Ma lo fiagete anche a soi steal, e credete di conoscerlo, o chiedeto: = La sa lei che cosa è l'amore? — Quello suo, no, Non è altro che bugia, lussuria e noia. Era presa dalle sue parole e molto indignata. E si fosse fermata qui, aveva vinia, = Lt torno a chiedere scià è perdono, — disse Zuninò con rispetto sincero. — lo credo benissimo che lei comosca l'amore come bisogno. come fatto del cuore, {mi spiego come posso), ma l'amore è anche bisogno e fatto dei sensi, della came. Mi compatisca de sbaglia, Adelina rasnicurata, sentendosi superiore, fu presa dalla sua vanità. e, come primo segno, di qui innanzi comincio ad accompagnare il discorso coi gesti. Fece prima un sorriso di condiscenilenza. Dal porticciuola, che non si vedeva da quell'angolo di sentiero, veniva un batter di martelli dei calafati, che stavano riparando i Ganchi di una goletta, «2 Parlinmo anche di questa argomento, = disse Adelina. — Voialiri, — (diceva volaliri con una moi stia di aprezzo mel labbro superiore, cho piacque molto al reprobo Zunino), — voialiri non sapete dire altro che: Bisogna aver provato! Che me sapete di quel che provo io? Nel mio riserbo, nel mio orgoglio, nella mia verginità di senwi? (Zunino cominciò a puntare come un cane da caccia) = Una donna — diceva la signora col venio in poppa — è un essere molto più ricco e più complesso che mon si creda. Kon ho incontrato l'uomo che faccine per me, ma calate quest wumo? Ma, dica di più, forse è RE così. lo ho dei sensi, lo confeno senza falso pudore; e questi sensi si sono raffinati, sottilizzati, Voialiri credete che s'accendano e che si spengano ia un modo solo, ma non sapete i piaceri, al, i piaceri anche dei sensi, che può dare la musica, per esempio, 0 la bellezza d'un pacwe. Per esempio, d'un pare come questo. _ Di qui non si vede nulla, = arzardò Fiagio, — e poi. - M'avera quasi fatto sperare che ci di annotava prima ché venissi io, La signora Leofane riattaccò con vigore la dimostrazione, per uscire dal mal passo. — È i profumi! I profomi, caro il mio «usino, hasnò un potere straordinario tu di me, Sono un mondo per me i profumi. Mi turbano, mi incitano, mi pencirano; mi danno un languore e una forza così grandi che, guardi, gliela dico, mi possiedono d'amore! Gliel'aveva detto, e chimà che cosa rara credeva d'aver detto, quando s'accorse came la prendeva Zunino. Le guardava precisamente le narici, rosse come due delicate conchiglie fragili; è gli occhi suoi eran tanto voraci, così golosa la bocca, che la signora Leofane sbaglio: invece di ridiscendere verso il paese, sali per i gradini. Sono piuttosto rudi; mon poteva andar molto lesta, e sentiva un ronzio delle orecchie, accese il'ana var pa lusinghevole . le tempia, ilolceminte atretta alla gola ; sentiaa il seguace Zunino che bronialava luricanmente mol suo roca accento grmoveno i — Se possono tanto i profumi, pensi mel pensi quello che potrei io che l'amo e che la desidero e la voglio! Adelina cencanA di sca fe, ma ali sentiva nelle spalle, chè acno la parte indifesa è più mortalmente rulmerabile dei guerrieri e delle donne, nella nuca, nella curva sensibile dove il collo s'innesta coll'arco delle spalle. nel caso che la wealte meltera A nudo fino alle scapole, nel cavo dove hanno radici i brividi più lunghi, sentiva quella scoce roca, il respiro caldo che le portava un bacio al qualo non avrebbe potuto rianiere, che l'avrebbe colla e disciolta. — Ma almeno lo amo? — pensò amarritamente la donna che v'era creduta sicura di af. Non poteva risponderti: poteva solo fuggire, che è un invito antico. Dallo spalio ridotto a giardino, mosso da un alito sottile è capricciosa cho veniva Forno di li del mare. o era naio li fra le tre modiche rette della penisola incantata, piovve una folata pigra di alea e di gelso mino, L'odore veemente e suasivo, capace d'impregnaro | sensi è dominare la volantà è di rpirare non sal che dolce e disfatta melanconia, fermò sugli ultimi gradini Adelina, le mani al petto, affannosa © già chiedente d'esser vinta sco malgrado. Ma non erano più soli. Dalla parte del monte, il muretto, più basso, scopriva la vista sel prato sotto l'uliveto. C'era una macchia cupa di fiori e di nobili foghie: l'acanto; © quae la alcuni splendidi gigli quieti ed altieri, Una ragazza sallacciava al muretto. vi. iava le braccia incrociate è sulle braccia poggiava i il senò giovanile e schietto sotto un grembiale semplica. (it; sporgeva, graziosa è furbesca, il mento verro un giorane che si gingillava nella sirndetta, come uno al quale la parola è impedita o che non sa trovarla. Biagio Zunino dovette contenorsi. Se Adolina fosse tornata indistra, ai sarebbe salvata, ma si vergogno di quella PAgazza dai vividi occhi neri che la guardava con benevola e distratta curiosità. Che avrebbe pensato dli loro? E riprese il passo con finta disinvoltura. Accadde che menire passavano davanti ai due, uscì correndo slal cancelletto d'una casa là vicina un'altra ragazza, quasi adolescente, alivigna, che reggeva fra lo mani un tombale in cui shatievano gaiamente i fuxelli come nacchere discrete: è camminava come una capretta spedita. Cante fece una carezza sotto il mento all'affacciata. che rise. In quella parlata | Agere; di rapide consonanti e di strascicate vocali, mddappiando l'erre e sfacendo in esse le sete, la ragazza chiese alla giovinetta : - Che mi carcazi? = Ferchè sei piaciuta a un giovane bello, — rispose la maliziosa, fermandosi soltanto il tempo per dare una gomitata, con rustica grazia incoraggiatrice, al grorandito, E saorraleva negli occhi di Adelina * Biagio, quasi solesse dire: — E' un servizio che faccio anche a var co n'8 ba Adelima senti l'eflicacia di quel delicato lenocinio. Dal basso veniva il respiro profondo del mare aperto. In quel punto, dove il sentiero prende la mezza costa, la riva di sotto volge all'aperto mare, cho anche quando tace respira. Fra i pallidi olivi interrotti da qualche leccio nero e da qualche cipressetto brillava, tutta richiami vanti € poasenti, la luea del largo. il crela uguale e agleane dell'altomare, Il scatisro andara fra acanli è gigli o fra gli olivi, mel verde tenero dei praticelli meravigliosamente solitari, un santiero d'oblio. Cal pra ne insanzi, il mare cominciava a mettere vere, l'infaticato. Il sentiero strottissimo corre fra due siepi metalliche, è Biagio, sentonda che la iva wittima non avrebbe saputo affrontarlo. non precipitava l'inseguimento; solo argomentava ogni tanto carezzevolmente: — Perchè fugge? Se fugge. mi ama, Se mi ama, perchè non me lo vuol dire? Io l'amo, Adelina. Non le voglio mica fare del male. La dilettante di confrazioni temeva quella del ub iso, € procedeva a #olto china, senza valtarai. Appariva l'orizzonte di la dal boschetto dei pini torturati dal vento sull'ultima punta di roccie chè paica le lave d'un fuoco antica, — E sera che la atrada finisce, dove andrà lei? — chiese Biagio. = Tornerò ingdiotro, > dise Adelina continuando avanti — Mon mi vuol dare nemmeno la mano? La signora Lebfano era tanto smarrita d'aver perso il suo orgoglio così senza ritorno e di sorpresa, che si lasciò prendere una maso. — Sono un poco stanca, — disse vaporosamente, mentro con ferma deli catezza Zunino la facera girare su sé stessa, Li le levava il mento, e le figgeva un bacio profondo nella bocca, come sce si fosse trattato della cosa più naturale del mondo. E Adelina gli si rese. la ragionatrice. . alla vista della torretta bianca Gi gialla del faro. =" Dieci minati di strada", insegna un cartello indicatore posto per comodo dei visitatori in paese, al principio del sentiero. RICCARDO BACCHELLI
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di Duce, sequito dalle autorità, inaugura i Alercati di Tnriano. I RESTAURI AI MERCATI DEL FORO TRAIANO Fra le opere del Regime compiute nell'anno VII a Roma, ha assunto un particolare signibicato di im- portanza il fatto che il Duce abbia cominciato dal- l'invugurare, nel giorno della Marcia su Roma, quelle di carattere archeologico restaurate e riportate alla luce dopo secoli di abbandono, di incuranza o di de- vastazione: prima fra tutte, il Foro di Traiano. 1 Mercati di Traiano si possono ora ammirare nella loro integrità strutturale e costituiscono oggi il più importante monumento destinato a dare una vi. sione della vita quotidiana di Roma antica al di fuori della politica, della religione e delle armi. Il Duce ne iniziò la visita, percorrendo la fronte a pianterreno che comprende undici botteghe con stipiti e architravi è pavimenti a mosaico; sali poi al piano superiore, ove si allineano altre ventun botteghe e si recò infine dove l'edificio ha il suo coronamento, fra una serie con- trapposta di altre botteghe, il tracciato della Via Bi- beratica e una grande aula dalla volta maestosa. La visita suscità l'entusiasmo di Benito Mussolini, che della rinascita è della sopravvivenza di Roma Imperiale nella Roma moderna è artefice primo.
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44 — peg eli uh 7_ Sac 4 1 La Fia Nazionale dopo la sistemazione dei Mercati; nel Jondo la Torre delle Milizie. Sopra: Leseda del Foro Traiano,
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(o amet E e Z pura (ESPRIT Fai SILE BA 4 pai = CASE #1d}" Vechta completa dei nuovi scavi al Foro Traiash& |
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ha dia "= È ill. RS se talia gr dei Î pr LI ki ds -_ - e, ni è. aragf x Tagrafata dal Alonivento a Fittorio Emanwele II. Fai. Braal
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Te “SO adi £ Le. î L| p "a e II colonnato del Teatro Olimpico di Sabbieneta (apera delle Scantoszi). SABBIONETA, TERRA DI GRAZIA sa Di Sii lierna un deslderia vano de fa bellezza salici. CARDUCCI Vespasiano Gonzaga, principe e poeta, soldato ed artista, innamorato del nostro bel sole, conquisòa dalla poesia placida delle nostre campagne oleszanti, volle che, ove erano casucce miserabili e capanne cadenti, sorgesse la città del suo sogno. Volle che dal nulla, là dove si stendevano i sabbioni candidi lasciati nei secoli dal ritirarsi delle acque negli alvei del gran fiume, s1 clevasse la capitale del suo regno, piccolo ma fulgido come la gloria ch'egli aveva conquistato, servendo il suo Re, sui campi insanguinati d'Europa. E Sabbioneta fu. Miracolo di volontà e di grazia, adornata di gemme splendenti, raccolte in lince armo- niosamente nitiche, vigilata da una rocca potente, costrutta sulle basi romane, Sabbioneta meritò d'es- sere chiamata la piccola Atene della terra virgiliana. E la sua storia è attraente per gli episodi che vi si svolsero, per gli uomini che la governarono, per le vicende d'amore che l'allietarono è i delitti che la fe- cero piangere. L'eroismo dei suoi cittadini nelle difese dei focolari, le loro offese contro nemici implacabili, il rifiorire delle sue arti, la potenza della sua zecca, la produzione della sua tipografia, la serietà dei suoi istituti educativi, i poeti che vi cantarono gli inni più belli e gli artefici che vi lasciarono i loro più eletti monumenti resero la cittadina gonzaghesca celebre negli annali d'Italia, Qggi il visitatore, assetato di xisioni luminose, avido di inconsuete sensazioni, dinanzi alle radiose memorie consacrate nell'opera immortale, ammira com- masso è rievoca | trascorsi splendori con Amaro è nostalgico desiderio. Nelle superbe reliquie, negli im- ponenti avanzi, lo spirito anelante ricostruisce l'epoca lussuosa e vede animarsi la fredda materia, e le vuote sale ripopolarsi di sogni, e le vie silenziose turbinare ancora di smaglianti cortei, fremere ili popolo al ca- spetto delle giostre arditamente gareggiate, e risonare di canti argentini e di squilli melodiosi, osannanti alla gloria del Duca. La crudeltà del fato, l'ignoranza e la cupidigia degli uomini, l'insulto perenne del tempo appannarono lo splendore degli antichi monumenti. Ma tanto ri- mane, tanto e così prezioso sopravvive che l'animo contempla, si commuove e si esalta. Belle vit chiare, ampie, rette, sboccanti l'una nel- l'altra. Due vaste piazze danno aria e sole alle case aggruppate dietro le verdi mura poderose. Maestoso sopra i cinque archi ampi e leggeri, po- sati su solidi pilastri, s'innalza il Palazzo Ducale, Vi accede una gradinata di buon marmo e gli interco» lunni sono chiusi da svelte balaustre. Le finestre, fog- iate al dorico, portano nella trabeazione del frontone a scritta ducale, Leone Leoni, l'Aretino, aveva modellato e fuso per il poggiole colonnette di finissimo bronzo, che rimpian- gono, ora, tristi ed umiliate, il bagliore del giorno negli angoli dell'abside stellata che precede la sala degli Antenati. Dall'atrio, che sprigiona un ampio senso di reli- giosità, dove posano superbi ippogrifi di granito ro- sato ed altri cimeli della arledida Aula del Duca d'Alba, della quale altro non rimane che il ricordo e la nostalgia, si passa al (rabimetto di Piana, nel quale Bernardino Campi e il Fornaretto di Mantova pro- fusero doni inestimabili di bellezza. Il Campi vi di- pinse una casta c nuda Dea, dormente sulle ginocchia di Endimione, ed episodi mitologici can una maniera singolare, e l'ignoto Fornaretto, dallo Zaist nominato anche Bonai, si sbizzarri in una fantasmagoria di grotteschi vividi di colore, gai negli idillii delle ninfe, dei satiri e dei silvani. uesti artisti lavorarono, poi, ancora uniti, come appare da una lettera del Campi al Duca, in data 14 febbraio 1582, al Giardino, il vago ritrovo, la di-
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Chiesa di San Nicolò de' Servi a Sabbioneta: il Mausoleo di Vespasiano Gonzaga fEfalut in bronze di Leoni Leoni - Arcbilettura e alalas in marmo ddl Della Poria)
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er SEA Soffitto del Trono (legno policroma) nel Palazzo Ducale. mora del sollievo che Vespasiano si fece costrurre accanto al Castello e comunicante con la poderosa ed elegante Galleria degli Antichi. i Mel Giordino, come nel Areale, come alla {riranja, con il Campi ed il Bona, operarono gli Alberti, il Weronese, i Pesenti, Camillo Ballino, Andrea ed Al berto Cavalli, Andrea Scu- tellari, Bartolomeo Conti, il fammin da Villa e tutta una valorosa schiera di gio- vani artisti, La potente ed ardita crea- zione, in audace scorcio, alla quale Giulio Romano avrebbe potuto dare la propria pater- nità, che si ammira nella sala degli Antenati, & del Cavalli, che alcuni biografi vogliono sabbionetano. Del Campi È il fregio della distrutta sala degli Elefanti, quello meravi» glioso a fasci di frutta, di fiori e d'erbe intorno a cui svolaz» zano farfalle ed uccelli rari, della sala chegli Equestri, e i vividi freschi della sala dei Miti, una delle interamente conservate e delle più sugge- stive, e della sala di Enea. L'opera degli altri si di- stende anonima sulle ampie è vivificate pareti a raccontare la storia degli eroi e le vwi- cende degli amori degli dei. Statue, stucchi, fregi, capitelli, mensole, nicchie, stipiti, focolari, davanzali, cornicioni, scalee, tutto denota una unica capace e poderosa mente direttiva ed un Salito dell'Angelo (legno di velino greggio). sicuro buon gusto. Il Gabinetto delle Grazie del For- narcito mantovano è una delle squisite creazioni che si devano è raffinato senso di bellezza, Ma dove la mente riman presa e stordita è davanti ai soffitti sabbionetani che sono forse unici, ma certo singolari ed arditissimi capolavori di scultura in legno. Lo stato di buona conservazione permette di ammirarli nella loro com- piuta e rara eleganza. I pre- giosi lacunari furono dal man- tovanòo Giambattista Briziano scolpiti a figure a tutto rilievo, è rosoni, a stemmi, ad ani- mali, a cartocci, a festoni con una varietà, con una raffina- terza, con una fantasia ed una straordinaria precisione che avvincono, conquidono, abba gliano td entusiasmano. Il concetto informativo è sempre nuovo, il disegno pu» rissimo non mai volgare, la esecuzione perfetta. l legni ussti furono i più costosi e 1 meglio resistenti. Il Baldi as- sicura nelle sue "Prose", edite in Venezia nel 1590, che Ve- spasiano aveva fatto wenire
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Hi salone degli specchi con visione della Galleria degli Antichi, dall'Egitto e dall'Arabia il ceste, il aftimo e l'alfvo, perché il Briziano ravvivasse i legni esotici con la potenza della propria genialità è li collocasse ad ab- bellire il Palazzo. Le impalcature sabbionetane sono la più alta te- stimonianza della meravigliosn arte del discepolo di Giulio Romano, Come alta testimonianza della feconda genialità del Duca mecenate, sono i diversi imponenti monumenti sparsi per la elegante città, primi fra i quali la Galleria degli An- tichi che si innalza maestosa nella Piazza delle Armi e che raccolse, un tempo, i tesori meravigliosi che compongono, oggi, per la massima parte, il Museo antico di Mantova, e il Teatro Olimpico, il primo sorto in Italia dopo il Palla- diano di Vicenza. E' opera dello Scamorzi, il Vignola, è conserva ancora nel Teatridio e nell'Odeo la seducenza fastosa donatagli dall'insigne architetto. E a pere d'arte di molto interesse smo sparse un co ovunque, e in Santa Maria Maggiore e in S. Rocco, nella Sinagoga, ai Cappuccini, nelle case private. Ma un monumento ammi- rabile, omaggio al genio di un potente, al cuore ed alla infelicità di un principe» uomo è nell'Incoronata, sorta per volere del Duca sulle rovine di San Niccolò de' Servi nel 1586, Nella chiesa ottagonale, con il loggiato a bifore di gusto medievale e con la cupola da vadi alta, decorata dal bolognese Borelli, il Gonzaga volle essere sepolto quando la morte, il 36 feb- braio 1591, venne a toglierlo al suo tormento, ai suoi do- lori e, forse, a qualche acerbo rimorso, Gian Battista Della Porta wi innalsòb un mausoleo, costi- tuito con marmi rarissimi è preziosi e, sull'urna sontuosa, pose la statua che Leone Leo. ni, il discepolo di Michelan- gelo, aveva fusa e collocata, nel 1588, nd uno dei lati della scalea di Palazzo Ducale. Lo bellezza calma e forte che emana da quel bronzo, il capolavoro dell'Aretina, è so- vata, Il Duca pare che viva, che oda il suo popolo ancora, che provveda per il zuò bene, per la felicità della sua terra di grazia e che nella quiete silenziosa di quelle vélte so- nore non senta più l'amarezza delle domestiche offese. GIAN FRANCESCO MARINI efifftto dei grappoli (legno di sétino e cedro greggio).
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= «SAVA { favori di preparazione a Brera per la vpedizione dei capolavori italiani destinati alla mostra di Londra.
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42 A CINQUE ANNI DALLA MORTE DI GIACOMO PUCCINI Si sono riaperti i grandi teatri lirici italiani ed alla Scala di Milano, per citarne uno, abbiamo avuto due rappresentazioni interessanti, succedutesi non col. l'ordine che era stato fissato in un primo momento. Per la indisposizione di una interprete, * La Vestale"” di Gaspare Spontini ha ceduto il passo — ritardo di ‘he ore — alla modernissima "Cam pamna Sommersa ! di Ottorino Respighi, diretta dall'autore. Il fatto nuovo per la Scala era quello che man» casse al podio direttoriale Arturo Toscanini. Ma i uè musicisti, che per i primi sono stati chiamati a farne sentir meno l'assenza, erano degnissimi del grave compito. Il Respi hi, per essere un musicista creatore, che doveva significare le intenzioni e le forme d'arte di un'opera sua, fuori d'Italia eseguita fino ad ora ttutto dal Serafin, ed in Italia dal Marinuzzi e dal Panizza. Il Maestro Guarnieri, rché è, senza dubbio, uno dei migliori direttori dl'enchizira che oggi l'Italia possegga. C'era, è VE, per chi ben guardi, un altro fatto meno evidente, ma che ha il suo significato: la dimi- nuzione della prevalenza assoluta pucciniana nella co- stituzione dei programmi per le stagioni liriche. Cna como Puccini è ancora, con Giuseppe Verdi, il maestro italiano, di cui maggiormente si eseguiscono le opere in Italia, e dove il gusto della musica italiana prevale. Ma comincia ad affievolirsi quel bisogno sentimentale, più ancora che artistico, di far riudire tutte le opere sue, per cui i programmi delle passate stagioni ave- vano quasi un valore commemorativo. In un grande teatro italiano (il Regio di forino) st è persino messo insieme un discutibile programma, senza neanche uno spartito mascagnano 0 pucciniano, Cè, invece, il " Ka- buceco ". Necessario? L'osservazione non si fa qui per csprimere un qualsiasi compiacimento di natura antipucciniana. Sono cinque anni, da quando, due mesi or sono, la lotta contro il male che doveva uccidere il Maestro, si acui nello spasimo. Allora intanto noi vivevamo in attesa di poter udire “ Turandot". Poi, nel novembre del 1934, la tragedia esplose: Giacomo Puccini si era spento, morì, senza neppure poter scrivere quell'ultimo duetto di amore, di cui forse segnò le lince melodiche, nei gesti, che parvero di benedizione e di ispirazione, dell'estrema agonia. Il dolce Maestro di Lucca ci è ancora caro. Ed anzi l'allontanarsi nel tempo, e l'illanguidirsi dei ri- cordi terreni che ci legavano alla sua vita, fa sì che ci si delineino meglio innanzi le caratteristiche supe- riori della sua arte e le ragioni del suò meritato suc cesso, coi motivi ideali e pratici della continuità della sub suggestione muzicale anche per l'avvenire, Egli fu un melodista non di gran volo, ma sincero è personale. Posscedette il senso della commozione € l'incanto di una delicata civetteria. Domandò ai suoni dell'orchestra più la grazia che ricama, e l'ansia che suggerisce i tormenti dell'anima, che l'evidenza ed il fasto della sonorità vittoriosa. Possedette i doni del- l'intimismo, senza le profondità dell'universalità reli- gioni. Piacque e piacerà sempre a chi nelle gioie del l'arte si abbandona volentieri alla soavità che accarcarza. Quali delle opere sue, ora che la revisione di un quinquennio ha confermato le conquiste della carriera musicale pucciniana dal 1883 in poi, sembrano desti- nate più sicuramente a vivere di una lunga vita? Hanno forse ragione coloro i quali suppongono, che, ad gigi " La Fanciulla del West", "Gianni Schicchi" e "Suor Angelica" oggi tuttora tenuti in secondo ini e la * Rondine", pressochè ignoia alle platee italiane, debbano e possano un giorno vincere nel confronto delle sorelle più pregiate? O le trion» fatrici sicure rimarranno sempre la graziosa Mimi, Manon appassionata, Butterfly piccolina, e Tosca disuguale? Ed il primo favore concesso a “ Turandot", che certo per la propria malia sul pubblico molto ha dovuto all' atmosfera di riverenza creata dalla morte del Maestro, sarà confermato dai pubblici, quando ogni elemento biografico di giudizio avrà scarsa ra- gione di esistere e la Principessa crudele ripeterà 1 suoi enigmi per platee, che non terranno più alcun conto del dramma di vita e di morte che interruppe il terzo atto dell'opera? I problemi si pongono non con la speranza di an- ticipare profeticamente il respamso delle generazioni venture, ma con la certezza che qualunque sia per essere il destino vario delle opere di Giacomo Puc- cini, nessuno assestamento estetico della sensibilità delle nostre folle da teatro farà scom parire l'arte sua, finché rimarrà in onore l'arte del secolo che ci pre- cedette e deli primi trent'anni di questo nostro secolo, Il futurismo a teatro ha già fatto le sue prove senza caporolgere le situazioni. Il trascendentalismo, il sinfonismo, il ritorno alla declamazione, l'impressio- nismo dissolvente e il piacere vagabondo di tutti gli esotismi, l'imitazione © l'oblio della natura, il folklore e l'universalità metafisica, il fasto ad ogni costo delle costruzioni mastodantiche e la semplicità infantile si sono avvicemati sul palcoscenico e nell'orchestra, ri- chiamandoci talora al più barbarico passato ed av- viandoci tal'altra ai anticipazioni estetiche che hanno messo in tumulto di curiosità l'anima nostra. Ma che perciò? 1 creatori semplici, senza intenzioni di infantilismo voluto, i tradizionali costruttori dalla frase musicale melodica, chiara cd espressiva negati è derisi dalla critica, che a volta a volia si innamora di tutte le più audaci novità, riappaiono di tempo in tempo, con un fascino che non muta, Il mite Pergolesi non risolveva i quesiti dell"al di là, allorché seriveva le pagine della sua “Serva Pa- drona". Sono passati due secoli! Ma se la “Serva Padrona * vien rappresentata, pare che aprano le finestre dei nostri teatri è che è fotti ci inondi un senso di primavera. Questo senso Giacomo Puccini ridarrà alle vene- razioni che ci succederanno, anche quando nell'equi- librio dei giudizi | posteri avranno collocato, possi ila mente, qualche suo contemporanco più in alte, che in oggi non sin stato Messo dalla cospirazione delle i im» prese e dalla negazione della critica. Si capisce che, al solito, si allude a Fietro Mascagni. Nella quaterna gloriosa del melodramma italiano del secolo scorso, da Gionechino Rossini a Giuseppe Verdi, molti sono stati i seltari compiacentisi di pe- sare sulle bilance, se presso a Giove, che era il Ros- sini, più si nccostassero la melanconia di Vincenzo
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41 ll monumento a Pireciai, ora alla "Scala", nello studio dello scultore Troubelzakoy. Bellini, la varietà non priva di dolce tristezza di Gae- tano Donizetti c la ruggente forza del Cigno di Busseto, che meglio sarebbe stato denominare il leone, se dal ruggito volevasi caratterizzare la maschia possa della sua ispirazione. Finchè, invecchiato il fascino rossi» niano, trascurato Vincenzo Bellini, reso crepuscolare nella sua suggestione lo stesso Donizetti, il bisogno di idolatria, che vince i pubblici, non venne indirizzato werso la nuova religione: quella di Giuseppe Verdi. To non so quale quaterna oseranno plasmarsi i nostri figli, allorchè con libertà estetica di giudizio porranno vicini i nomi dei maestri post-verdiani, da Arrigo Boito, che sopravrive in un'opera sola, ad Ildebrando Pizzetti, che è il pioniere del Novecento, Sarà dimenticato il mite Catalam? Sarà confermato il disprezzo che ha mortificato recentemente la " Gio conda” di Amileare Ponchielli? Quale posto concede- ranno i critici venturi al Franchetti, allo Smareglia e ad Umberto Giordano? Si oserà onorare Ruggero Leon- cavallo? Non werrà ercato un mucleo a parte per i raffinati dello strumentalismo, da Ottorino Respighi, attraverso Riccardo Zandonai, al Pick Mangiagalli î Scrivano i nostri Maestri. Ciò che ci auguriamo è che l'equilibrio dei giudizi, più che dal travaglio è dall'indagine ul passato, possa essere spostalo dalla gloriosa sorpresa di nuove travolgenti energie. INNOCENZO CAPPA
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VENEZIA SENZA ZAGO Talvolta un piccolo segno può far parlare un ri- tratto di donna, puo darci l'indicazione precisa del tempo in cui essa è vissuta. Si pensa a Venezia regalandole un'espressione tipi camente settecentesca. Quello era il tempo del suo ultimo bagliore, del suo Goldoni, della sua vitalità più singolare. Un piccolo segno è scomparso dal volto di Venezia: è scomparso l'ultimo neo. Pare, adesso, che la città non conservi più alcuna traccia viva del suo passato galante @ spiritoso, capriccioso e ammaliatore, fur- besco e singolare. Zago non c'è più: l'ultimo tratta, gentile è pie- colino, ma che bastava a indicare una gloriosa storia, una gioconda tradizione, un'indole precisa e quasi ancora una superstite moda, è scomparso. Un ometto calvo, sorridente e impettito, amava conservare non soltanto lo spirito, ma le usanze dei suoi nonni; e andava nei pomeriggi al Caffè dell'An- gelo. dopo di aver fatto colazione tardi, e tornava a casa per appollaiarsi dentro il "diagò " a contemplare il viavai delle gondole sul canale, ed il traffico del- l'Erberia, Riusciva col buio per andarsene a teatro: ascoltava la commedia con religione, le maniche sulle ginocchia, le labbra strette, gli occhiolini lu- stri. lornava a casa verso mezzanotte per la cena. Saliva e scendeva cauto, tranquillo, per i gradini del ponte, passava dinanzi al monumento di Goldoni e salutava con un sorriso. Se c'era la luna, se la notte era tiepida e calma, un pochino si fermava: è forse travedeva su per la scalea deserta di Rialto le bautte misteriose, le lanterne vagolanti, i palazzi avvoltolati. Trovava a casa, la lampada sul desco: sedeva beato, e annodava con le piccole mani sulla nuea il tovagliolo bianco. Narrava i pettegolezzi, la trama della commedia ascoltata poco prima, pronosticava del tempo, chiedeva le novità della casa pregustando già, nelle parole, con la lingua spesso e le labbra umide, il sapore dei cibi. Puliva con il lembo del tovagliolo le forchette di buon argento San Marco, dai rebbî consunti, e l'arlo dei piatti... Giungeva fumante la zuppiera in tavola: — Sia benedetta la grazia di Dio! L'appetito non manca, creature. E' scomparso. Fu l'ultimo, Aveva la sensazione di esserlo: ed il suo attaccamento a tutti i ricordi era diventato negli ultimi tempi, quasi maniaco. Chi custodirà adesso quella suî casa tiepida e gia lenziosa che era diventata il museo modesto di tutta una vita, che rappresenterà domani l'ultimo anelito del settecento in pieno travaglio di riforme, di mine, di tarbini, di rinascite e di orientamenti veloci è inattesi? Coincide, la morte di Zago, con una mostra vene- ziana appunto del settecento: è si tentò di far rivivere quel tempo con bambeolotti di cera fredda, quando un piccolo uomo che era ancor vivo sorrideva fra le piccole cose morte della sua casa polverosa, e trascorreva le ore più dolci contemplando i rami della vasta cucina, riordinando i cimeli, carerzando con le mani grassoccie le pipe e i bastoni, le fibbie e i cammei, ripiegando con rassegnazione le fotografie che volevano ormai chiudersi avvizzite come i fiori morti... Si accusò Zago =— l'attore giovane, dei tempi più ilari e audaci — di snaturare un poco l'indole vera del teatro veneziano. La sua comicità parve talvolta troppo pepata e salace: abbandonò la linea di una signorilità furba e galante che era rimasta fedele ad una tradizione secolare. Emilio Zago "ndnzolo” è gondoliere, cantastorie ridicolo o furfante sornione, è galletto intraprendente della commedia moderna snaturava un poco l'indole antica più sobria ed ingenva. Appunto e soltanto per- chè quell'indole s'era già snatorata nei campi e nelle calli, di una Venezia già diversa. Traendo diretta mente l'osservazione dal vero, l'attore aveva aderito d'istinto ad una lepiderza più sboccata, ad una fantasia di linguaggio più accesa c sfacciata, ad una spregiu- dicaterza più alterzzosa e scanzonata. E dove era il posso si sovrappose qualche volta il trivio, e dove era soltanto la marioleria fanciullesca dell'arte antica apparve volentieri, quasi sui margini della malavita moderna, la bravata impudica. Questo fu il periodo del traviamento giovanile: è se sì prolungò oltre il necessario, bisogna incolparne il furor del loggione, già più guasto, che incitava il proprio idoletto a fare il matto e lo portava in trionfo con l'impeto delle ovazioni più fragorose e inebrianti. Oggi c'è purtroppo, qualche altro attore veneziano della giovane e forse ultima schiera, che si lascia tra- viare da simili vittorie facilone: ed anzi che volersi mettere in testa della folla per trascinarla dove l'arte comanda, segue servilmente i capricci più pericolosi. Zago scontò il suo peccato con l'unica malinconia che offuscava negli ultimi tempi la sua placida mente serena, € con le pratiche più devote all'idolo incon- fondibile della teatralità veneziana: Goldoni. Rientrando in Goldoni, l'attore ritrovò il meglio di se stesso, Pantalone è Rustego ritece il proprio destino d'artista per affidarlo al culto dei fedeli, alla luce dell'immortalità. Fu l'ultimo. S'era riaccesa in lui — nei suoi occhi buoni ed anche nella sua dolce parlata quasi sacer- dotale, e nei suoi piccoli gesti composti che parevano aver l'aria di benedire la giocondità della vita — si era riaccesa in lui l'altima luce velata è tranquilla di un tempo lontano, Ebbe la sensazione d'essere vera- mente l'ultima persona viva che si affacciava dal “ diagò " di quel tempo sul turbinio irriverente è de-
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d'caldi mea fotografia di Emilio £ago. formante della modernità: ed allora il suo culto per i ricordi, per tutti i sassolini raccolti lungo la strada della sun carriera di artista, divenne mania. Pareva che gli restasse soltanto questa missione da compiere: ricordare e far ricordare. E Venezia, vedendo passare questo piccolo ometto calvo e impettito, bonario e sorridente, ricordava e riVIPOVa, Quando si fecero i suoi funerali, un mese fa — gran folla nella corte del Leon Bianco, e le calli intorno 45 Fot, Forresclo Sosttola - Padoa allagate da un profondo silenzio, e i gondolieri con gli occhi lustri, e le comari con il lembo dello scialletto fra i denti stretti per non lasciare prorompere 1 sin- ghiozzi, cd anche i piccini, con gli oechi imbambalati, stupiti di veder portar via in una così piccola cassa tanto destino di Venezia; — quando si fecero i suoi fu- nerali, la Mostra del Settecento ai Giardini si chiuse. La città si ammantò di nebbia, e pensò che una fine era giunta. Che bisognava, sopito il dolore, che bisognava ricominciare. gf.
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I LIBRI PIÙ BELLI Se per i raccoglimenti della ercazione, per sentirsi vera mente ispirati e compencirati dai fantasmi dell'arto. bisogna irovarii in wiato di grazia, io penso che lo steso raccoglimento, e un po' della stessa stato di grazia coscorra per avvicinarai all'opera altrui, quando quest'opera agili ih soi tutto un mondo lontano, che per cssoro rivisto dallo spirito ci richiama a meditazioni profonde. Quesie meditazioni mi sono dettate oggi, dall'aver passato qualche ora in compagnia d'un libro dalla copertina grigio-verde; Analagia begli scrittori merli in guerra (Wallecchi editore, Firenze); a cura di Cesare Paillovani. Ì nostri serittori morti in guerra: da Gioranni Mellini di Poggio a Caiano, autodidatta e collaboratore di Laceta, interventiatàa del primo Fascio Berenlina, moria na Plava il 7 luglio 1915. a Napoleone Battaglia di Lucera, ferito a Oslavia, accecato e [atto prigioniera, morto nel luglio 1920 dopo cinque anni di cecità e di prigionia; e in morsa (l'ordine è quello della data di morte) vi sono nomi di martiri come Cosaro Battisti, dî aralenti politici come Qmaltiero Castellini è Huggero Fauro. di artisti come Umberto Poccioni, di porti come Giosuî Bars e Virgilio Locchi, di critici come Renaio Serra. Ventisei: di- ciotto medaglie al valore, ire medaglie d'ora, tredigi volontari. * Noa uno che, inquieto 0 pavida, abbia aniteso il suo de stima Butta gli agbna Aamilati inconiro, con passo fermo, hanno recato la loro afferia prima che la patria chiedesse. Non una frase, nei loro scritti di combattenti, men che sincera c coa- vinta, religiosa è severa". può scrivere il Padovani nell'au: stera presentazione, ‘“ Ecco lo siato di servizio della letteratura italiana durante la nootrà guerra”. Vienvoglia di mettersi sull'attenti. in silenzio. come ne il sacri: licia di questi enoi si fosse compiuto seri, come se li vedessimo tutti schierati sal campo della gloria nell'ora della bella morte. A parlarne sotto una veste critica sembra di olffenderli. Sono intamgribili, pur ©nal wickni e preventi: hanno conquistato una cerlezza indistruggibile, che i fa puri o transumanati, E ad ognuno di loro. per smorarli non indegnamente. si verrebbe poter dedicare non pocho righe ma qualche pagina. I lettori. nos moi, dovranno cercarli, cercarli e distinguerne la virgole fisnomie in mexzo al manipola, in coi un loro commilitone, acuto critico e scrittore, Cosaro Padovani, li ha raccolti adempiendo con severa dignità un mobilissimo compito, colmando una lacuna ch'era sentita. E s'aveedranno come aiiraverso tante dissimiglianze di indole e di stile vi sia una catona ideale che tutti li collega: la forza morale che ai avverte negli scritti d’'ognuno, l'intima forza che, oggi più che mal, an queste pagine, attesia delle ragioni spirvivali che cos dussero alla nostra guerra, Dovremo ora noi richiamare le parole infiammato di Cesare Painieti. i capitoli in cui il +alontario Guialtiera Casmellini, rie- vacando la figura di uan patriota del Risorgimento, G, C, Abba, di maslrava, giovaniavimo, mirabilmente maiuso alla siniesi storica c all'indagine politica? Piuttosto che a quelli, ci sembra si debba una parola di attenzione al più giorcani Chl ai meno lamaosi: din Enzo Perac- cone di Muro Lucano, che nei calloqui col cano Tell", sua bdo compagno di trincea, mostra una sensibilità ricca 2 pensasa, ad Annunzio Cervi, sardo, cho solianto per an notturno eroica "Il sonno dei cannoni latini“, meriterebbe d'esser citata ; dall'aviatore Fumagalli, di Genova, che ha un " Qapedale © e un “attacco aereo” vivi e potentemento dinamici. a Marta Pichi, fiorentino, alto spirito di solitario e di poeta {la questi ventisei, una buona metà sonò fiorentini è toscani è hanno compiute la loro preparazione spirituale e culturale a Firenze), Ma più penetrante è tuttavia più violento riel rivivere la guerra da vicino. fra le pene, ci sembra Napoleone Battaglia, vera frcelazione di quest'antologia. Tae sue parole son quelle d'un cieca (" Piambò in me una natte di tomba il due novembre, il giorno dei morti). Ma bisogna tentire èatme questa circo abbia assistito alla sua iragedia, a quella disperata illusione del risorgere d'una " vita nuova"; come il ano mondo sin divenuto, nella tenebra. musica e luce, per accorgersi daveora © nontire con lui come, per non poter più ritrovare la luce. sia morto. Ascoltiamalo mentre dipinge brutalmente sb atesso, lira le mani dell'oculista austriaco che per primo lo visito; (" Le mani posato sulle mie tempia si chiusero accressendo avidamente la stretta la quale csprimeva un desidera rialento di possessa') E ci accorgeremo che forse nessuno come lui ha parlato per rutti. “lo tratto il mio cuore come un bambino malato... verniae Gortbeo nel " Werther": è uno dei tanti versetti ci taii da Valentino Piccoli in testa a ciascuna novella conte nule nel suo nuove «olume, fa feti ella felicità (Ermea Jacchia editore « Vicenza). e sembra che li raccolga e li ar monizzi un po Lulli. come un lema musicale che diffonda sul libro il suo ritmo dominante. donne e gli uomini del Piccoli. è principalmente le daane, hanno, si, il sione malato: ma nel ripetere la fliaae del Goethe intendiamo riferirci anzitutto all'autore: che, pur non rinunzianio all'analisi, tratta i soi personaggi come am- malati che siano anche bambini: e tuttavia pensa, come il Leopardi, che “il nostro fato, dove che egli ci tragga. è stguiro can Anima forte Cal gramile ". Kia rail “silice a Fondo di Queste pagine: vasta mini son aconsolata, nache so parecchi protagonisti BIOCOT* bono all'amore e al dolore, come la piccola idea bionda mella Matfe all .Mizaca, come Laura, la maglie, | {Imibre dira de arebillen, come l'aqtrisettà +«enoziana nel La Poi gina di (Fafesada, come la fanciulla abbandonata no l'/ncan- basta del galli. Malinconia che non è negazione è rinunzia, ma sbocca in uni senso di accettazione consolatrice: così che anche per la pic» culla; Mignon sant ben P- | proposto ripottli i werda di Baudelaire: Sos Bini, ansa Aes, girl abvanez la eovfrane? (ione na dicin renale dà sog imaporneti. Quesno bisogno di pacilicazione nel dolore mi sembra una caratteristiitàa del Piccoli prniatore 0 caservatore profondo; ma più mi sembra a lui personale la fusione degli elementi lirici A quelli spuritiali, l'equilibrio ina realià e laniazia con cor sianiemente c felicemente raggiunto, da daro a molte figure le ali della verità poetica. e al libro un segno, una vita. un rilievo ritoncacibile e non dimenticabile. Le vicende non somo, per foriuna, quelle di tutti i giorni. Seno fatti della spirit; imma È singolare come A quest'cleva- zione immateriale si presti un'altra qualià. dello ecrittore:; la fantasia. Un autore come il Piccoli cho non scrive evidentemente per la "trovata © navellistica. ha, in tema di fantasia, delle Efarviale autentiche, sempre intonate al sua atile. Basterebbe il cane Tom nella Cranatfa si sangue: il cano che, vicino alla morte, quando il suo sirazio d'essere ibolorante assomiglia ad uno strazio umana, diviene vomo; "Lo iquarcio sanguinono gli si chiuse, prese forma d'una rossa cravatta vermiglia, il pela bianco e nerò si trasformi in un golla vestito umano, piubba mera e calzoni bianchi“. E l'uomo da alla bestia, divenu: tagli simile, consigli ali molta saggezza e di molto è goismo, finche quegli, per troppo godere ed cssore beato, deve tor: mare animale. Ma anche più originale, in tema di irovale, mi quella del Malrimonio di Monsirar Bonobea, Moasicue Fouchon è il valto ilare che fa da Lappo a una bottiglia di Cherry-Brandy, abbandonata nella loggia d'una villa signorile in messo a tanti oggetti diversi, tra un porta: cenone, un masso di carte, un'edizione dei Plans du mal “E un pupazzeito dalla testa rotonda, dal naso rosso, vero tip d'ubriacone: non ha cià, ma guarda con malizia alle belle donnine; non ha parola, ma sa muovere il meiato è ricace ad aprire e chiudere la bocca con un ghigno, non si sa se troppo scimmiesco è troppo umano ", Cra, anche questio placido Monsieur Bouchon si motto a parlare, © cio + umanizzà, quando sArdelia, una giovine gie Enora. oppressa dall'invettiva dell'amante che crudelmente l’ingiuria, grida a cosiui: “ Guarda, piuttosto che sposare un uomo come le, prendo come marita quel turacciole di Cha- monix! E AFouchon divesta, per un momento d'illasione, un omiciaticlo galante © lezioso, poi perfino imiraprendente. Vuol liaciare la donna. accostare a quelle di lai lo ae viscido labbra appiaitite Ed ella rabbrividisce, trema. Sparito lo spettro, sonic il suò cuore come chiuso da ogni pparie è faito pesante; mon un cuore vitale, ma una pietra; 0 s'accorge che nom batte più, s'è fermato. Allora, è ss quasi dalla ne- cossita fisica di aprire quel cuore indurito... Ma mon vogliamo sarrare ali più. Ver consiatare come sia lata, con quanta misura sia "' ripreso di quel suicidio, bisogna leggere la novella, Leggetela. sembra Ù. ali
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San Lorenzo (Firenze) Aeygaafarte ei È ('biappelli
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BO SNESISTENINZENIE —-oc.e ci Pi Ei = s— a ig» da LR © i. n Pa da tia Fotografia dinamica presa da A. G. Bragaglia nel igi. - Ua nonto che passa, SUCCESSI AMERICANI DI IDEAZIONI ITALIANE Francis Brughiere, operatore fotografico americano, ha usato in alcuni suoi films un sistema di illumina- zione scenica che la generosità di Alberto Spaini ha per primo rivendicato al sottoscritto, debuttante nel igii appunlo con il ritrovato suddetto, ritrovato ancor oggi ndoprato dall'americano Brughiere per una applicazione di grande stile al cinematografo. La fotografia dinamica {Cir Anton Giulio Bra- gaglia: Folocinamisate, con 16 tavole, Editore Ugo Malato, Roma 1912, terza edizione) è stata da me tentata anche nel cinematografo nel 1917 per alcuni flms girati alla * Kovissima=' che io stesso dirigevo. Questa Casa, di Emilio de Medio, aveva il teatro a Roma, alla Porta del Popolo, è fu la prima editrice veramente moderna. Essa, per libertà di fantasia è modernità assoluta di eriteri stilistici precedette la Germania nel tipo di films “ Caligari's” {e natural- mente mi canzonarono proprio quei mercanti che orà hanno dovuto acquistare " Caligis”" gene anos) c precedette l'America per il sistema dell’illuminazione e di “presa” oggi usate da Francis Brughiere, Questo operatore americano — scrive Spaini — con vecchi principi, vecchi perché promulgati fin dial 1911 da noi in Italia, con esperimenti ben riusciti, ha ottenuto nuovissimi e bellissimi risultati. La sua scienza Tenera ca egli l'ha subito messa a dispo- sizione cli complicate arti: scenografia, cime» matografo. Uno ACRORATA DI — si capisce anche lui americano = Bell Gaddes, ha messp in scena la “ Divina Commedia”, Certo che Dante vide le anime dannate e i diavoli nella luce che ha inventato Mister Brughiere. iudicando un particolare della “Jeanne D'Are" rescntata a Parigi come opera scenica del solo Hell addes e non del Brughiere si ha l'impressione che la figura umana qui perda la sua caducità camale, sia ele vata a pura immagine; quella spersonalizzazione che avviene già nelle pantomime — se i ballerini hanno spirito — per cui | personaggi si trasformano in su- blimi fantecci è in statue. Sarà un enorme progresso per il teatro — di prosa e di musica — il giorno in cui gli interpreti avvolti di magiche luci, isolati entro una sacra tenebra, si sentiranno più separati dagli spettatori che se fossero nascosti in maschere opache. Se ottiene di questi effetti nel teatro, liguriamoci cosa saranno le films di Brughiere. Conosciamo alcune prove di una pantomima fantastica girata in America: " Assenzio". Interpreti principali sono due ballerini. Per intendersi: chi ha portato la cinematografia a queste raffinatezze, vuole che ogni gesto sia il risul. tato d'intimi perfetti ritmi, Ma con meraviglia ve- diamo così che i più grandi meravigliosi e fantastici effetti sono ottenuti per mezzo di compenetrazioni, sdoppiamenti e movimenti di corpi che ricordano la fotodinamica del nostro Braga glia, sebbene assai meno originali come teoria e di invenzione più banale * E' vero, come osserva Spaini, che le compenetra- zioni dei mici ritratti e composizioni cre si rilevino facilmente dalle scene del film * Assenzio” come è vero che quella spersonalizzazione notata per gli oggetti in luce piena, è la stessa da me trattata teoricamente nel libro citato c praticamente nelle tas vole aggiunte, I rapporti della oca e del movimento sulla corporcità delle cose e la loro espressione per noi, il loro diverso significato. sono argomenti tecnici dell'inscenatore sensibile, quanto mai eleganti. La Fo- todinamica, nella fotografia e nel cinematografo, sa- rebbe definita dal Fromentin: l'art d exprimer l'ina visible par le visible" più che ogni altra mai. Essa Aveva avanti a sé quattro @ cinque strade per cui si cercavano nuove sensazioni di ritmo, nuovi mezzi di espressione, simultaneismo di rappresentazione e quindi imitazione delle sovrapposizioni che nel nostro cervello o nella sensibilità in generale producono gli inconsci paralleli e confronti di cui si vale l'espressione. La rivelazione contenuta dall’ incosciente della vertigine è parte della visione fotodinamica; e la vertigine, di- ceva il James, contiene la forma primitiva è confusa
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“e del movimento: “ci accorgiamo nella vertigine che il movimento esiste". Il movimento come espressione della traiettoria d'un oggetto in spostamento o esso ancora come suc- cessiva occupazione di uno spazio ove risulti l'esistenza d'altre memorie visive di oggetti spostativisi, è rive- lazione della wita e del mistero delle sue evoluzioni. Il movimento, essenza liricissima della vita, ha per espressione la traiettoria, che & il risultato dinamico del gesto compiuto, fatto quasi d'aria visibile, di ve- locità rivelata. Essa forma in noi la sensazione del movimento. La simultancità delle rivelazioni sorprese, come espressive dei momenti più elevati e caratteri. stici, mira ad altri fini più misteriosi è cioé meno spiegabili in poche parole. C'è un parallelismo di im- magini, evocatore d'impressioni che presenta e impone sensazioni altrimenti inafferrabili. Queste, date al cine» matografo o al teatro come sparse d'incantesimo del grande quadro magico dell'arte scenica, possono costituir mezzi prodigiosi di suggestione. Ma noi questo lo sapevamo e tali mezzi li abbiamo usati. Alcuni anni or sono $. A, Luciani, in una sua ubblicazione sul cinematografo, seriveva: “ Vi è una rma intermedia fra l'istantanca e il cinematografo di cui non si è tenuto conto abbastanza, ma che da- cumenta e chiarisce ancor meglio le tendenze della pittura modernissima: il fotodinamismo scoperto è propugnato da A. G. Bragaglia nel 1911. Col quale procedimento è possibile ottenere non la scomposi- zione, come nelle fotografie di Marey, bensi la sintesi e la traiettoria del movimento "'. La “squisita teatralità” e la “infinita capacità suggestiva " riconosciuta da Spaini nei mezzi fotodi- namisti, applicata al film, ottiene risultati maggiori, perchè legati a un romanzo che tiene e aumenta l'at- tenzione e l'interesse. Anche questo lo sapevamo. Ma è inutile saperlo. Possiamo riportare una con- clusione di Spaini :; “ Ma queste bellissime cose che abbiamo ammirato e discusso finora, passano in seconda linea dietro una rs © * i dra dr pi È i F) ni domanda urgentissima che si affaccia. Come mai il Brughiere ottiene oggi in America e in Europa suc cessi così straordinari, morali è finanziari, in grazia delle stesse scoperte che Bragaglia faceva quindici anni fa e che se gli hanno portato soddisfazioni mo- rali, non gli hanno mai dato i mezzi di applicarle su larga scala per compiere quella rivoluzione del gusto e quell'educazione del pubblico che pure è la sua segreta aspirazione?" Il régisseur Bel Gaddes, del quale il Brughiere è, abbiamo veduto, collaboratore tecnico nei films mi quali wiene applicata la mia fotodinamica, ha pre- sentato a Parigi, alla Porte 5. Martin, una “ Jeanne d'Are" di madame Mercedes de Acosta: lavoro let- terariamente inconsistente, appoggiato com'è tutto alla messa in scena. In questo lavoro, che io ho ve- duto a Parigi, si utilizza la luce colorata come mezzo di emozione e di suggestione: a fini determinati e conseguenti a dottrine moderne. “ Quali sono i principî di questa messinscena? ‘ si chiedeva un autorevole critico parigino, Henry Hi» dou, nel Journal der Débate i) Agli occhi della spettatore francese certi fatti ca- ratteristici appaiono subito. L'uso che il Gaddes fa della luce è singolare". La critica francese dunque è andata senz'altro alla ricerca della dottrina ame- ricana. Ma, ahimè, a Parigi conoscono soltanto ciò che viene portato a Parigi. idee straniere che non vengono portate lassù al fine di farle segnalare a ri» petizione, non esistono. Come i francesi ignorano il tente contributo tedesco perchè non vanno mai in ermania, così ignorano tutto il resto del mondo che non si sia dato la pena di tenerci ad essere cono» sciuto a Parigi. Ecco dunque perché le idee di Bel Gaddes sembrano nuove. Senonché sono esse le rea- lizzazioni del Teatro del Colore di Achille Ricciardi, mentre è facile vedervi per rinforzo l'utilizzazione fatta di tutti gli altri sistemi di luce scenica, da quelli pri- mitiwi di A. Appia alla Luce Psicologica del sottoscritto. Bragaglia {fotografia del rqi): Suonatore di chitarra.
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ppia, però, non ha dato mai nulla di suo a Parigi; ed il sottoscritto non mai parlato in Francia di questa sua an- tica applicazione, realiz- sata due anni prima dello stesso Teatro del Colore, r un lavoro di Rosso di Ban Secondo, felice patro» cinatore e padrino di que- st" avventura colorata ‘ corsa Insieme, lo dunque ho ammirato alla Porte Saint Marhbn le magnifiche realizzazioni di Bel Gaddes; ma ho su- bito rimpianto il povero Achille.... Vediamo dun- que la bella descrizione di Henry Bidou, Le migliaia di spettatori che assistet- tero al tentativo Ricciar- diano del Teatro del Co- lore — come pure i fre quentatori degli spettacoli miei = vi sapranno rico» noscere gli effetti dome- stici, trà i nuovissimi, sine golarissimi giuochi di luce americani. “ Un raggio si posa sull'ercina e non la lascia più. Ella vive nella pro» pria aura di luce, Il pro- cedimento in principio sem» bra puerile. Segnalare il personaggio principale te- nendolo sotto il fascio del proiettore, guardate ma- lima!" Questa identificazione luminosa del personaggio l'ha inventata Ricciardi. Sotto uno schizzo di luce al selte (mi si conceda l'espressione futurista), egli ha dato personaggi di Maeterlink e Tagore. Le luci isolate erano la parti. colarità fondamentale della ideazione ricciardiana. Avemmo più volte a discutere con lui di questo, a proposito dei lavori che io avevo realizzato due anni prima nello stesso Teatro Argentina dove Ric- ciardi trasse il suo esperimento. Mentre questo mio “colore tono, liquido ed atmosferico "serviva " il dramma, seguendolo nella vicenda, per rivelarne la forma e intensificarne con la suggestività il significato, nella mente di Ricciardi il colore era plastico; esi- steva per st: parsconenio indipendente che non re- iva A servire i dramma, “ma ad agire nel dramma”. Infatti Ricciardi vedeva come estrema conseguenza del suo teatro "il dramma di colore”, assoluto o ng- giunto all'episodio letterario: come il dramma musi. cale nel melodramma. A suo tempo io osservavo come questo sia un fenomeno di quell'interferenza delle arti osservata da squisiti competenti; ma come sia pure, essa, un'opera di arte quasi indipendente, pur se parallela e contemporanea; c per essere precisi, più contemporanea che interferente. Mentre, circa le differenze finali della Luce Psi- cologica e del Teatro del Colore resta dimostrato che solo i collaboratori miei han capito gli scopi op. posti cui mirano la prima e il secondo. mia luee intende umilmente commentare la poesia e collaborare alla creazione di un'atmosfera di suggestione: il Teatro del Colore invece vuol giun- gere a dare il dramma di colore indipendente, sol- tanto motivato dalla “ poesia ". Bragaglia « {Fot del 1911) Folodinamica : Jia Ruvkaja. 59 Achille Ricciardi era con me d'accordo che i due sistemi posseggono in comune un lato solo: quel. lo dwessere visivi ambedue e di portare l'elemento del colore in teatro, in modo iù disciplinato e più li» ro, secondo che sia l'uno £ l'altro. Nel Teatro del Colore un rosso nasce mm scena è cli entra, come vi entra o come può apparirvi un personaggio; un viola può secondarlo, seducendo un prossimo giallo, assumendo sagome ed espressioni, mò» venze € proporzioni di spa- fio, Secondo nil propria azione e con funzione in- dipendente. Come le ar- chitetture dei calcidoscopi suggeriscono alla fantasia, così, molto più sapiente mente è senza causalità, questa ideazione può sug- gerire emozioni è creare uno spettacolo senza me- tafisica o malintere valo rizzazioni simboliste. La bella mente di Achille Ricciardi sapeva accendersi di fantasmi iri- dati e di magiche alluci- nazioni — " ricercando il senso del colore, puro, astratto cio da un va- lore formale della visione — facendo della scena ‘ non una cornice" — ma un'essenziale parte del dramma, se non lo spettacolo intero. Abbiamo dunque veduto come a Parigi sia stato rivelato l'uso della luce “ non pas selon les lois du jour", Henry Bidou ha osservato subito che le luci della ribalta sono sbagliate e che bisogna abolirle perchè “il giorno viene dal basso. Le narici, il sotto. mento, l'arco delle occhiaie sono illuminate, mentre nella luce del giorno sono sempre in ombra ‘. (Insomma scoperte nuovissime! Quelle che noi discutevamo tanti anni fa, quando ancora non avevamo abolito le nostre ribalte). Che quindi la luce nei lavori di letteratura drammatica va messa al servizio della poesia, come è al servizio dello spettacolo negli altri generi teatrali. “Enfin on a toujours cherché à baigner certaines sen- timents dans une lumitre convenable ". Quindi “un fascio di luce bianca illumina Gio- vanna d'Arco, isolata, vestita di grigio", mentre “ un'ombra profonda, commovente, palpitante, piena di invisibili e mostruosi avversari, sviluppa questo pic» colo punto bianco ". Già: ma l'ombra di Ricciardi, attorno alla luce isolata determinante il cuore dell'azione, era altret- tanto ‘fantastica d'una smisurata grandezza". Volen= do, ogni ombra può essere un incubo. Lasciamo stare | Dunque il “rond de lanterne magique ” come le atmosfere colorate, esteriorizzanti l'incantesimo di un momento psicologico determinato, sono tutti effetti ideati e realizzati da Ricciardi con il Teatro del Co- lore, e da me, con la Luce Fsicologica, in separati tentativi miranti ad è posti fini artistici, ma ambe- due basati sul colore Tie: Potranno fpaler i parigini; non stupirebbero iromani, ANTON GIULIO BRAGAGLIA
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LA PAGINA DELLE SIGNORE 1 giornali americani sono tulti fatti in modo da colpire le più pigre fantasie, ma i supplementi domenicali rispondono a questa missione più ancora dei quotidiani. Non ai sa ancora se siano maggiormente iacaricati di im- prossionare il pubblico, i redattori ovrero gli illustratori. Propendo per questi ultimi, senza dimenticare gli ignoti ma preziosi compilatori di titoli suggestivi e cubitali. Quanda in un sebegy, la dattilografa stanca, il commesso moroso, la madre di famiglia modesta ed in ritardo no hanno adaechiato uno, con ampia caposizione di figure misteriose è motissime {che a conti fatti, calla storia hanna poco è niente da fare). potete essere certi che per prima cosa, appena usciti dalla vertiginona scatola di sardine che è il treno, essi cor reranno a comperare quella pubblicazione che ha svegliato il loro appetito di avventura. per pascersi avidamento di bas: ilfoadi è di altiazima sccietà. 1 più desiderati e quindi i meglio pagati collaboratori, dapò i campioni atletici e gli astri del cinema, sono le persone che hanno dato i più gravi scandali, non ultime quelle che possono datare la loro prosa dal fondo di una prigione, Ma sopra tutto valgono le persone specializzate. La rabrica della moda, in una di queste pubblicazioni è naturalmente trattata, o per lo meno firmata, dalla donna meglio veslita del rasada È non 4 una fanfarsnata La lima è propria questa, fedelmente copiata; "Sean Nosb ( Afardime Fhabonamet ), dba sd heal Sese ceman". il Un bellissimo processo di divorzio, che permise alla signora di farsi impalmare dall'erede del celebre {quasi quanto lei) ape- riliva, Aveva incominciato col mettere in evidenza la necessità in cui viene a trovarsi una donna notoriamente elegante, di spendere patrimoni, per non venire meno alla propria mia sione nel mondo. La signora in questione ha in fatti logorato due o ire marili, sostanza compresa, piuttosto che lasciare ira- montare una gloria che le era stata tanto faticosa da conquistare, Riflessioni di questo genere, dette forse con un'ombra di disapprovazione, ii hanno attirato un'apotirofo oratoria che trasmetto alle mie lettrici, non senza avere premesso che par lava un giovanotto. '* Weatirai bene nan è dono di ognuno, nî cosa da trattare leggermente. E° invece un'arte difficile perché richiede non soltanta usa scienza apecialisaima, tà una Fantasia che abbia la sirtà di vedero in anticipo l'effetto di insieme, mentre va stuiliando i vari particolari; una fantasia sensibile al menomo cambiar di iempo. Il denaro è certamenie necessario a questi risultati, ma non basta, E poi il denaro si piaò trovare, ma il raro dono di scelta deve essere innato pur essendo suscettibile di perfezionamenta, Una donna vestita bene, dimostra cho ra dedicando la propria attività ad uma selezione che può lsenia» simo essere chiamata umanitaria, perché montro ella fa a at il più gran piacere, raggiunge insieme il piacere degli aliri. E questa, ia «inei. una glorificazione della buona educa: zione. lo adoro una danna ben vestita a prima vista, perché îîi sò convinto ida un perrò che ai piaò in qualche modo ridurre quasi bella una donna brutta, ma che impossibile fare qualcosa di una donna inelegante. Una donna che abbia clahorato il proprio gusto nel vestire, si può sempre pensare una disaminntrice di bellezza, ia ogni manifestazione. Avrà una séclia miaiuralmente raffinata di pentieri, ali parole, gli prati, di letture, come di forme e di colori. Porterà la propria in contentabilità in tutti i campi, ed eleggerà l'uomo più nobile come il veatlia più diutiatà. Per Quero mi Fa e miphe piacere di essere modato da una donna ben vestita © d'essore veduta vicino a lei. E minchino a Jean Nash, che persegue al ogni costò ipirsfà scopo sella sua vita”. Come vedete, i giorani sono sempre ingenui, tanto più quando «i credano malto progrediti. In ogni modo, wesiire bene. non è più un derivata riprovevale, per quanto piacevole della frivola ranità, Va salendo sulla scala della nobiltà, verso il puro reame della bellezza e dell'arte. L'abito fa il monaco, più che mat, DI questo parere è il consiglio difensore di un maturo impresario milicaario, che affronta, in questi grorni, un processo pericolaio, Almaandro Pontages aveva alle ine dipendenze una giovane ballerina, Eunice Pringle. che trovandosi spesso a dovere con- sultare il suo principale su nuovi passi da muovere, lo andava a trovare vestita in molo suecinto e audace, cioî senza maniche è con gonne cortissime; semplicemente le gonne di sei mesi or sono, dice l'accusa. Credendar da quello vesti provocato « incoraggiato, l'im- presario rispose con ardimento, tanto che deve ora rendere coato alla legge. — Si vede = dice una magistrata di Brooklyn, la signora Teannetie Brill = che l'uomo ignorava che essendo la moda uguale (ben più che la legge) per tutti, in quel torno di tempo tutte le donne poievano cssere ascuante di provecazione grave. Lin altra imagiatrata, lean Nora, mbadinee il permisero della collega affermando per conto suo che il vestito non riflette già la moralità della persona che lo porta, bensi il capriccio della {Dirgni di Bepi Fabiano).
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"n moda. La atessa persana ieri seminuda, si coprirà domani dal collo alla caviglia, e nom avrà per questo mutati | suoi prin- cipi morali, se ne ha. Confusa così dalle giudichesse, la difesa pricò un perità in Charles Lemaire, il Cancaba di Broadway, che conosce senza dublio lo donne e i loro costumi meglio di chiunque altro. Egli ha incominciato col separare le sirene in tre categorie. ll frutto acerba, la sirena di asile, è quella che ostenta un lusso sfiremato, Il frutto acerbo attira i secchi signori che amano prodi» gare paterni consigli. La sirena signorile piace, senza spavene tarli, ai giovani appena usciti dal governo della Famiglia. Avrà vesti accollate, ma aderenti, poca e bene intesa truccatura. © alfetterà sempre la più innocente semplicità, La terza specie è quella della donna fatale, che porta in giro su di at un'intera vetrina di gioielliere, per dimostrare le pazzie che ba fatto fare, incoraggiando gli amatori ad imitarla; e vi racconterà, fra due boccate di fumo, quanti womini si asna uccisi perchè rovinati è respinti o traditi da lei. Lémaire propendo a credero cho la ballerinetta del procciao appartenga alla categoria dei frutti acerbi, e mon sia così in- grnua come la iprculazione curalesca +«orcebbe far eredere. Della stessa specie è un buon esponente quella Lita Grey. che sedicenne obbligb poi Charlex Chaplin a sposarla, E +è nolato che queste scaltre ragazzine mettono in grado di dar loro au- tarcwali consigli soltanto le feeraone che hanno, altre all'espe- rienza, una ricchezza notoria. Che cosa direbbero gli avvocati del maturo © perseguitato impresario, se invece della corta vestita Eunice Pringle, agli avesse scritturato fanina Smolinska, della quale si occupa oggi la cronaca di Hollywood] Janina, che aveva lasciato le Folies Bergeres per la dorata California, si è presentata per la prima solta allo studia, nel costume usato dalla nosira madre comune Eva, prima che Adamo le aveste regalate le spoglio delle biitio ucciso da lui, Alle rimostranze del direttore, Alan Crosland, ella rispose con candore di non capire l'ingleie. Ma quanido un interprete intervense, corse arrossendo a coprimsi, e tornò con una pio csla callana ia più. Suppongo, per spiegare questa penuria di indumenti, che la poveretta non arcsse altre vesti che quelle dell'anno scorsa. Il suo amor proprio di donna arrivata da Parigi, le ristava di indossarle. bl Vagliamo fare noi un corredo ideale a Janina? Incominciamo dal più necessario, per lei; dai veatiti da sera. Forse le piacerà questo, che arieggia un poco ad un peplo greco, ed è fatto in quel piatto velluto, che si chiama panao, li un candore di avorio. Un altro, nella itessa siolfa, può cs sere nero; avra la lunga gonna movimentata, aperta ad un fianco che apparirà strettamente drappeggiato in un sott'abito di stoffa laminata di argento. Non facciamo economia ed aggiungiamo un bell'abito di raso bianco, naturalmente lungo, dalla scollatura bizzarra, spe cialmento sul dorso, che non vuole sapere, pel momento, di simmetrie, Con quest'abito, se la può sopportare, potrà avere una accosciatora di iloscia seta argentea, che figuri guernita di due treccie della medesima seta, arrotolato intorno alla testa. ovvero in due crocchie sopra le orecchie. Il mantello di raso si guernirà di belle volpi argenteo, a meno che non preferiate qualche pelle di zibellino. Per le sero in cui ai senta un'anima spagnuola che vuole manifestarai a suoa di nacchere, facciamole avoero un abito di amoerro roaso fuoco, dalla gonna ampia, e per i pranzi intimi, qualcosa di semplice. Il verde emeraldo in raso può avere una spallina di smeraldi grossi, che formeranno anche la cintura, e guerniranno le scarpette. Nelle quali lecito ci sia sbizzarrirci, anche perchè gi ae cordano più così rigorosamente al veatiio. Basta che richiamina un particolare. Stoffe antiche, pietre vere, ricami d'oro e d'ar- gento, niente è troppo bello per gli irrequieti piedini che dan zano. Le gonne sono lunghe, ma così trasparenti verso il fondo, cos irregolari nelle loro appendici caudali. che i fabbricanti di calze e quelli di scarpette poisono ancora dormire fra due guanciali: i loro capolavori si mantengono in vista. Però, incamincianalo propria dalla base, che atiamo trai- tando, mettiamoci in guardia contro una tendenza alla sontuo- sità orientale, che sembra attirarci inresiatibilmente. Può essere la conseguenza dello frequenti riaito che ci fanno i maharajaba i quali non solo soggiornano in Europa, ma vengono a sposare le scritirici americano © le profumiere di Nizza. Pub essere ancora uno scatto di reazione contro la sem: plicità che ci ha ringiovanite per tanti anni.'Scusiamola, spie ghiamolo come possiamo, ma stiamone lontani: lo sfarzo è dif ficilmente di buon gusto. Per il resto del corredo la povera Janina aspetterà qualche giorno: il tempo di farlo su misura. MANTICA BARZINI
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ht QUELLO CHE LA MODA PRESCRIVE PER LE FESTE SERALI Un modello fantasia di hi Ri deu to stampate teli dive n qui floreali ci tinte Settcale. Jp Fologralie di 1 Da: | jar Sotto: Man serie cariala di vestiti da «era — ego. rifl... assi I "i da ded ATA nr ” Al nia ant i a
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da A Parlane i a Tri: E ASI pa di di “dunder”, che ba un'ampiezza d'ala i fi metri, accanto ad uno del modelli normali. VELIVOLI L'uno dopo l'altro e certo prima di quanto qual- siasi lodatore dell'aviazione non si sarebbe immagi» nato, 1 velivoli giganti escono dai loro arsenali è si librano in collaudo. Qualche settimana fa era il " Dornier Do X", idrovolante a dodici motori; pochi giorni fa è stato lo " Jupiter [1 58" neroplano quadrimotore. Il primo, vero vascello alato con uno scalo at- trezzato come una piccola nave; l'altro, interessante applicazione di teorie geniali che mirano a ridurre il velivolo a un'ala volante dentro la quale siano pas» seggeri ed equipaggio. La cosa più ammirevole in queste ultime realiz- sazioni della tecnica e della industria aviatoria, con- siste in questo: che tali gigantesche macchine, benché audaci nella concezione è nella costruzione, spiccano il loro primo volo felicemente, senza esitazioni e senza pentimenti, senza aver bisogno di modificazioni, mo» strando in tal modo che i progressi dell'ingegneria aviatoria sono ponderati e sicuri. Chi lo avrebbe detto went'anni fa? quando si andavano costruendo, provando, rompendo, riparando tante “ strane forme delle chimere senza bellezza è senza virtù partorite dalla mania pertinace e dalla presunzione ignara, condannate irremissibilmente a sollevare la polvere e nd arare il suolo". ORGOGLIOSI PROGETTI LIES quasi tre anni or sono, furono presentati agli uffici dei brevetti industriali germanici parcechi pro- getti per velivoli giganti, Eppure sino ad allora la costruzione di grandi velivoli aveva urtato contro difficoltà che parevano GIGANTI insormontabili. Fondando i calcoli preventivi sopra le strutture dei velivoli di modesta mole allora esi- stenti, s era constatato che siccome il pes a enolo, ossia il peso della struttura, con l'aumento delle di- mensioni cresceva più rapidamente di quanto non cerescesse il carico utile, un velivolo di trenta ton- nellate di peso a vuoto avrebbe potuto sollevare sol. tanto il proprio peso, e neanche un chilogrammo di passeggeri o di merci o di posta. Allora avvenne, per riguardo alla grandezza delle macchine alate, quello che più volte è avvenuto a riguardo della loro velocità: che una Falange di becca nici, anche di buona fama, sostenne con le cifre alla mano che ormai il limite massimo delle possibilità avintorie era stato raggiunto e che sarebbe stato perdere tempo c danaro a tentare nuovi progressi. Dunque circa tre anni fa alcuni tecnici tedeschi chiesero il brevetto per orgogliosi progetti di velivoli giganti. Dornier per un idrovolante da centocinquanta passeggeri, Klamt per un aeroplano pure da cento- cinquanta passeggeri, Rumpler per un altro da cen- totrentacinque, funker per uno da cento e Grulick per uno da settanta. Il principio sul quale, più 0 meno, tutti i sud- detti si fondavano era di cambiare completamente le strutture e invece di tenere concentrati i carichi co- stituiti dai motori, dai serbatoi, dai passeggeri, Bet. come fino allora sheraà usato, pensavano gi ripartirli il più possibile, ottenendo così che le strutture alari ec le altre connesse risultassero proporzionalmente più leggere. Il progetto Rumpler, in particolare, concerneva un idrovolante iransoceanico costituito da un'ala di
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spessore così grande da potere contenere nella parte mediana le cabine pri passeggeri. L'ala era sostenuta sull'acqua da sci galleggianti, cd era unita ai piani di coda da quattro fusoliere. La potenza motrice del Rumpler era di diecimila ca- valli distribuita in dieci motori da mille cavalli cia- scuno, il carico utile comprendeva: centotrenta pas- seggeri per un totale di due tonnellate, sei tonnellate di merci e bagagli, trentacinque womini di equipaggio, benzina cd olio per sedici ore di volo alla velocità di 300 Km. ora. Il peso totale di questo mastodonte doveva essere di 115 tonnellate. Il progetto dell'ing. Grulick era anch'esso per una potenza di diecimila cavalli. Il suo idrovolante aveva le ali ampie 115 metri {più del Rumpler che ne aveva 94) però i pronostici di rendimento erano più modesti, cioé settanta passeggeri, ito Km, ora di velocità e benzina per quattordici ore, Il progetto Klamt, anch'esso per un idrovolante, comportava quindicimila cavalli di potenza in cinque motori da tremila cavalli ciascuno, un'ala Ampia io metri dello spessore di metri 2,50 nella quale si con- tenevano i centocinquanta passeggeri in parcochie ca- bine, La velocità prevista era di 255 Km. ora, il combustibile raggiungeva il colossale peso di 73 ton- nellate sufficienti a Gooo Km. di percorso (da Am- burgo a New-York). L'equipaggio per questo transatlantico era pre- visto di trentacinque uomini e il prezzo di costru- gione: preventivato era di circa Hiuwooo.woa di lire. Assai più geniale era il progetto Junker. Questo celebre costruttore si era prefisso di realizzare il velivolo “ tutt'ala abolendo perciò la fusoliera, di- sponendo i piani d'impennaggio orizzontale Annali l'ala nel senso del moto sostenuti da due corte prue, e i timoni di direzione subito dietro l'ala, assicurando 63 la stabilità per mezzo di due piani verticali alle estre- mità dell'ala stessa. Il brevetto funker dell'acroplano dell'ala datava già dal 1gio, come convezione. Il suo equipaggio sarebbe stato di dodici uomini, i suoi passeggeri in numero di cento, le cabine pei passeggeri sarebbero state sistemate nell'ala, a de stra e a sinistra di un corridoio longitudinale, men- tre un altro corridoio, o balconata, avrebbe occupato tutto il bordo dell'ala (nell'interno naturalmente) «d avrebbe offerto, da grandi vetrate, lo spettacolo del viaggio, Lo spessore di quest'ala nella parte centrale io» vewa essere di metri s.70 c la sua lunghesza ali sot tantaquattro metri. Nella parte centrale avrebbero preso posto l'equi» paggio (ossia il pilota, il navigatore, il comandante in una apposita cabina a vetri sopra elevata, il radio telegrafista, l'ingegnere motorista) mentre i bagagli, la benzina e l'olio, sarebbero stati verso l'estremità dell'ala. Altra particolarità interessante del velivolo lunker: esso era anfthio, ossia poteva partire e posarsi sia sul suolo sia sull'acqua. Infatti soito l'ala erano si. stemati due grandi galleggianti, mà ciascuno di essi conteneva quattro coppie di ruote, a volontà spor- genti o rientranti. Lo spazio interno di questi galleggianti giganteschi non era perduto, giacchè in ciascuno era sistemata una sala da pranzo per trentasei persone. I motori erano quattro, ciascuno di mille cavalli, situato con la sua elica sul bordo dell'ala, assai sporgente cl accessilmle in valo per eventuali ripa- razioni. Il peso totale del "1. 1000" (come questo veli. volo era chiamato) doveva essere di Jo tonnellate € la velocità massima di 200 Km, ora. che Lai È i Vian i Betti (PI i lie ER Ae PTT i P prinni voli del'asece “ Janke 7 sulla città chi Dessaai.
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Be RITI EEA PIE MNT E SI Sundee gi | qanle” è if ea “Sunker ja i Î mior" nl ca ; po d'avtazione È i PMernran, i il dimione è i È piani di coda ki sel in i de chat. * Botto: Le im E pressiondnti proporzioni del deritole di aller. para id, SR "SME IE SR [isti Nesi Cna = “| LE REALIZZAZIONI PODEROSE Si diceva due anni fa che il "|. 1000" fosse in costruzione notevolmente avan- sata, Sembra ora, invece, che fossero in costruzione elementi di esso per studi di det- taglio, ma che la mancanza di disponibilità finanziarie abbia impedito di porre mano n così mastodontica impresa. Pur tuttavia il "|. 38" testè uscito dalle officine Junker non cessa di essere una realizzazione meravigliosa. Nei suoi brevetti del 1910 Junker aveva promesso di sop- primere la fusoliera, ma nell'" |. 38°" la fusoliera. esiste perché forse gli studi non sono ancora completi. 1 "1.38" è un aeroplano a ruote. La sua ampiezza d'ala è di 45 metri, il peso a vuoto di 15 tonnellate, il peso a carico completo circa ventiquattro tonnellate, i inalaii ona quattro Jupiter cella poteman totale ali If cavalli. L'avtonamia chilo»
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metrica con Jo00 Kg. di carico utile sarebbe di 4ooa Km Il “|. 38" costruito nei can- tieri di Dessau ha fatto le sue prove regolarmente portando Kn piccolo numero di passeggeri: do- dici; ma nella sua grande ala e nella potranno ospitati molti di più quando le fusollern caserme installazioni relative saranno ter- | minnte, } Parlando di velivoli giganti, non I è male fare un cenno al recente primate raggiunto da un altro xe- livolo tedesco, l'idrovolante “ Rorh- hach Bomar"” trimotore di duemila cavalli di potenza motrice, che ha L'ala densi NP ite mu iù il #7 A la PIRATI i Quello che si cede del motori nascosti nello spessore dell'ala. sollevato a 3200 metri di altezza il carico di sei tonnellate e mezza. Questo carico equivarrebbe ad ottantacinque passeggeri, se le dimensioni dell'idrovolante permettessero di allogarli. Ma é ben certo che attrezzando questo velivolo per un'auto» nomia di 4000 chilometri, lo si potrà utilizzare in rotte transa- tlantiche pel trasporto di lettere e merci per almeno mille chili di carico remuneratore. Un altro velivolo di grosso tonnellaggio testè costruito è “Iris II” della Ditta Blackburn britannica, Questo idrovo. lante della potenza di duemila cavalli vola a 200 Km. all'ora con cinque nomini di equipaggio e ventotto passeggeri. Il velivolo che ha commosso il mondo + però il "Do X" La sua ampiezza d'ala è poco maggiore di quella del "]. 58", ossia di quarantotto metri, con la superficie totale di 434 metri quadrati. La piccola ala o pinna, che si vede nelle fotografie, ha l'ampiezza di metri venti, lo scafo è lungo quaranta metri, alto sei metri e largo dieci. Nei voli di collaudo il “Do X", la cui potenza motrice è di seimila cavalli ripartita in glodici motori, pesava in totale quarantotto tonnellate e mezza. La velocità massima sembra essere di 200 Km. all'ora, è l'al- tezza massima raggiungibile a pieno carico sembra essere di m. 000.
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Il *Do X" è intera- mente metallico, salvo la ri- westitura di una parte del- l'ala che è di tela. Nel fondo dello scafo sono i serbatoi della ben- zina, quattro da tremila li- tri ciascuno e tre da 1700 litri, ma & possibile siste- marne altri sei da 1300 li- tri ciascuno, Vi è anche un serbatoio d'olio da mille litri, Nel piano mediano dello scafo stanno undici cabine pei passeggeri alte m. 1,90 e delle dimensioni medie di metri 3,00 per d,5o e un corridoio centrale. pin ear @ di SI ha | e | IL COLOSSALE "O N° ORGOGLIO PELLA AVIAZIONE GERAMANICA Sopra al piano delle cabine sta il piano di co- mando, nel quale il posto dei piloti sovrasta tutto. I dodici motori sono sorvegliati da un capo mo- torista che, in una cabina apposita, ha tutti i loro strumenti di controllo e le loro leve di comando. In un così grande ve- livolo gli incarichi che nei piccoli sono riassunti nel pilota risultano ripartiti. Un comandante dirige il velo, traccia la rotta e dà ordini al pilota riguar- do ad essa: il pilota si occupa soltanto ilel valo mantenendo la direzione e la quota ma non si eccupa dei motori, limitandosi a richiedere con una manetta apposita un totale di po» tenza motrice da ciascun lato dello scafo. Il capo motorisia invece governa i motori, li ferma, li fa verificare, riparare se 0c- corre. Annessa al posto di comando sta la cabina radiotelegrafica. Come italiani, vorrem- mo che il "Do X" fosse stato ideato e costrutto in Italia, ma se pure csso è tedesco, non si può fare a meno dall'ammirare al- tamente questa meravi» gliosa realizzazione. A sin. dall'alto: fa pera del “Do N" ricordi #ratta- mente quella di ana greani torpedinicna, = L'imponente velivolo di dodici matari nel suo banger alla vigilia def olo con fg paemargeri.
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69 Infatti ecco la recentissima notizia che il dott, Rohrbach, non avendo trovato in patria | capitali necessari, s'è accor- I dato “con la Metal Flying Boni Corporation di New | fork, per la costruzione di ULTRA. TVELEER' apparecchio pgante interamente metallico. Questo apparecchio sarà più grande del "Do X" è potrà trasportare 270 passeg- geri, oltre l'equipaggio, mentre il "Io Xx", come è noto, né ha portati soltanto... 169. I nostri lettori leggendo queste esaltazioni di opere strantere mon debbono eredere che in Italia non si lavori, si Quale smisurata diomedea occanica sta apprestando nei suoi cantieri il solitario di Vizzola?" chiedeva il poeta nel 1919, quanda la Ditta Ca- proni costitui il suo triplice triplano nel quale molte at: tuazioni modernissime erano genialmente anticipate. La “ diomedea * ebbe mi- sera fine, ma pochi giorni fa la Caproni inizio le prove del suo "Ca go” da' seimila ca- È valli, del peso a vuoto di quime dici tonnellate, e del quale si dice che porterà altre quindici tonnellate di carico utile, a zoo Km. ora, e fino a Jqoos metri d'altezza... AMEDEC MECCA! fi porto di pilolaggio dèppro coi «piso di ini dI di lrimolore sella finca € bicago-hkin Francisco, L'ing. Claudio Dornier da dieci anni lavora intorno alle sue concezioni aviatorie, ed ha rea- lizzato una serie di idrovolanti "Libelle" “ Wal" "Super Wal" che sono successivi sviluppi di una stessa idea fondamentale. ANCHE L'ITALIA LAVORA! Se la Germania avesse mag- giori disponibilità economiche, è certo che i suoi costruttori di aviazione ci fornirebbero ancor maggiori meraviglie. Lifficio postale in funzione ami grandi apparecchi cella linea Chicago-San Francine,
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ipme, al ci da gr brano i Al 1494 4 di «Ml diet Roma). Le gloriose vittime è
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1) SOI TTI RIE AREE e III LI —————_ - gui TE" EO Cortes e Bellonte rilornati a Parigi dopo il record di distanza omologato in questi gierni con 7905 chilometri. Sopra: Ji muova velivolo di Lindbergh, che ba una velocità di spo chilometri orari e un'autonomia di 7300, d “ a l e Sme = 3. age
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Le dimensioni dei prossimi dirigihili si possono imaginare dalla grandiosità degli bangarns. Sopra: L'banger di Aderon nggli Siali Uniti, dove si inizia la costruzione di una nueva aeronave è (salto) il nuovo bangar di Friedrichebafen.
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Di F PeFSi Ti ee ai Campionalo fomano pei fuori bordo sul Teerre vinto da Venturi sullo scafo “Giovinezza” con motore italiano Laros, S E. Renato Ricci partecipa alle gare. Sopra: Un passaggio del Bar. Lazzaroni per la prova del miglio.
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Come negli allri sporto invernali, anche nell'bockey gli italiani «sostengono gagliandamente il confronto col Nord, Ne Palazzo del Cbiaccio a Milano fa «quacdea cittadina fin alto) ba battuto i giuocalori di KVillacco.
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gi DEI e AREA IRE RE r = : A Pi in mus Lao - L'incontra di calcio Jfra de squadre rappresentative dell’ Ialia è dal Portogallo allo Stadio di Son Sire a Milano, winlo dai nostri calcialori per ba n
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Il maestoso aspello di un paesaggio mort
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TO sulle Polomiti, sotto le nevi invernali.
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La ALT marcia invernale della Società Esncunsionisti Milanesi alla capanna Stoppani sul Resegone bi savulo ua suécanra arandiaro.
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La cella del Cibinlci, 79 iS Pe de ALL ASSALTO DEL GHIULCÌ CAUCASICO COLLA SPEDIZIONE ALPINISTICA ITALIANA Ghiulei! Caucaso selvaggio è nevoso, non ancora esplorato ma aspirazione vivissima di quanti sone, nel mondo, alpinisti di alta montagna, italiani massima= mente: Sella e Gallo, Ronchetti e Colombo, Di essi solo Ronchetti, milanese, tentò il Ghiulet; gli altri ascesero e toccarono il Sugan, il Diktan, il Kostantan; il Ghiulci resisteva, prefe riva dominare, anche col suo mistero, il caratteristico Balenr, agglomerato pretta- mente caucasico di piccoli villaggi, im uno spazio ri- strettissimo, vasta casi ben densa di popolazione, fra valli è montagne. È si Qegi anche il Ghiulci-è stato esplorato ed è stata una comitiva di giovani italiani che l'ha osato, così. senza aiuti, senza intese precedenti, studiando da soli le posizioni, armati di molta volontà e di garctti a tutta prova. I loro nomi: Leopoldo Gasparotto, conte Ugo Ottolenghi di Vallepiana, Alberto Rand Herron, italianissimo di Firenze, nonostante cil nome; e la di- scendenza americana, e Ralph Zinger. La catena del Caucaso, istmo montuoso per quasi mille chilometri fra due mari, non è — comesi può credere — un unico allineamento di cime e di valichi ma un assieme di catene parallele, lungo quella che ne è come la direttrice, la principale. Così i sistemi del Laila, del Diktan-Kostanian, del Ghiulci, del Sugan non sono che più brevi catene separate da quella cen- trale, che allinea le sue cime tra l'Urak ed il Cherek, Due vette ne emergono, il Sugan, di 4490 metri ed il Ghiulci, profondamente staccato, formante gruppo
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Da sinistra: d' canpa-bee a Ta piedi nell'alta calle Upzi- male, = Alaromim, mel Hhdllae n sé, ansi dominatore di altri secondari, che lancia al cielo la sua cuspide graniticaà di jrb metri A queste punte aveva guar. dato, con Maggiore insistenza di altri, il prof. Vittomo Ron- chetti di Milano, che, cal dot» tor Colombo, ed una guida, pure italiana, avevano rag riunto una delle vette laterali; Sella e Gallo, dalle Valle Psegan, avevano raggiunto il ghiacciato Sugan. Ora, non solo il Ghiulei è into, ma le valli glaciali adiacenti non hanno più misteri, ma una co- municazione è stata aperta fra l' Urziwatchi ed il Psegan è su una vetta sventola un ga gliardetto del nostro Club Al. pino: " Punta degli italiani". Riprendiamo la comitiva i 2400 metri, dove hu posto Il campo-base. 14-15 luglio, (Quattro Chi] cinque giorm dopo i nostri giovani sonò già a Agia metri uU gii luglio la meta è raggiunta, ma dopo quante peripezie, quanbe dif ficoltà, quanti pericoli! Giunti sul colle, agli ago- gonti jr3 metri...“ cantammo, cantammo — scrive Leopoldo Gasparotto — nonostante il vento ed il freddo". E con- tinun poi: "La punta centrale, clegante cono di ghiaccio ci istillòà ancora dei dubbi, perciò discendemmo è ne attaccammo il pendio. La vetta era mag- giore di un metro. Non tro: di nome {etero Tur.
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Lba sinistra: JMestia, da dureita capitale sella Svaneria. = Il cane po a goeo ms colle del Gbialei, vammòo rbcce, solo molto più in basso affiorava uno scoglio; con gioia constatammo quindi che il predominio spettava alla più bella. Griunse il momento solenne: al riparo dei venti, dietro il torrione, sulla cresta, usci dal pacco una scatola che Vallepiana aveva serbata con curà eclozasima, difendendola dai famelici assalti dei com- pagni. Erano i canditi della vittoria, Poi ricominciò il bal- la. Da principio la neve infida, che ricopriva gli scalini ci ob- bligò ad un lavoro tutto deli- caterza e decisione; in com- penso poi il ghiaccio troppo vivo originò un contrasto non desiderato, Dovemmo scali- nare ancora. Alla fine un bel chiodo di alluminio nel ghiaccio, DeR- santon metri di funicella pen soloni sulla parete e giù an corda doppia velocemente co- me se fossimo stati sulla torre De Lago. Un altro chiodo, un'altra discesa © poco dopo, con una corsa spensierata sui pendii mansuefatti, eravamo a casa: il tempo magnifico ci spingeva à formare un nuovo progetto [Beer ill porno dopo" Questa semplice, franca pagina di diario dice con molta eloquenza con quale tranquilla serenità i nostri giovani com- pievano una delle più difficili ascensioni «che l'alpinismo di oggi conosca. Poi, raggionta la meta, si divorano le prov- Lu “porta scegli italiani ic
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hi SCRISSE _e= Le cime del Bagkobasbi é cel Nacborbila, wiste e si torna al campo-base per riposarsi e dor- mire "con sufficiente continuità”. Si pensa: "chissà che lungo riposo, dopo peripezie e fatiche di giorni e di notti”. Neppure per sogno. Leggiamo: “"..al mat- tino dopo con Vallepiana, sempre instancabile è pieno di entusiasmo, persino più giovanile del mio, che pure covava da oltre un anno, scesi il ghiacciaio fin sotto un ciali glaciale, che aveva origine da un colle compreso tra la più alta vetta della breve catena è sud-est del Ghiulel ed una sua lontana anticima ", E così, all’attiva della spedi- zione, si possono iscrivere due cime e quattro colli, tutti nuovi, ad uno dei quali fu dato il nome di Vittorio Ronchetti. La discesa fu anche più difficile, più “laboriosa ” per dirlo colle parole stesse del diario — perchè, nella cordata Herron, che aveva sofferto d'olftalmia, quasi non vedeva più e perché si temeva che un ponte di ghiaccio, che aveva servito otiimamente per altraver- sare un crepaccio prolon- dissimo, non avesse resistito tanto tempo. Leopoldo Gasparotto come si cedono dalla "punta degli italiani’. Il 3o luglio la comitiva era tornata a Kaumis e il giorno seguente Gasparoito e Vallepiana partivano per la valle Psegan; gli altri due si recavano invece in Svaneria, per visitare quella regione e riunirsi agli altri nel Buksan, Fu in questa parte del loro viaggio che Gasparotto cd il sua compagno raggiunsero l'altra vetta inesplorata, che chia» marono © Punta degli ila- liani ‘“ {4300 m.} in memoria di tutti coloro che, dalla nostra terra, erano saliti in quelle montagne, per car- pirné i segreti a prezzo, la- lora, di sacrilici ammirevoli, Hel viaggio di ritornò, Gasparotto, rimasto solo volle tentare un'ascesa in sky fino a 5639 metri, al Mingi-tan. Di quei giorni — è per la settima volta — i tentativi si erano ri- petuti da altri alpinisti, di altri paesi, solili a racco- lierài alla Basa, all'"Al- farsa della Sovietshy tu- ristof Basa”, Tentativi e niente più, fin allora. Ora invece anche al Caucaso il pattino da neve ha trionfato. Ed il gagliardetto del Club Alpino Italiano ha sventa= lato anche su questa cima. GIOVANNI MUSSIO
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LE NUOVE ATTIVITA MORALI DELLA CROCE ROSSA Si è già avuto occasione di nocennare in queste colonne alle nuove attività morali della Croce Rossa, trasformata nel dopo guerra, in strumento di propa- nda igienica ed educativa, ed in elemento efficace di cooperazione di varie forme d'assistenza sanitaria. Le muove funzioni sono certo più promettenti e fruttifere di quelle che han dato origine al sorgere della Croce Rossa, e bisogna convenire che questo organismo internazionale ha assai bene compreso la sua nuova missione, « ottimamente la va attuando. E se talvolta facili critiche si sono mosse alla Croce Rossa organo paramilitare (la più facile è quella che in ogni cosa essa è insufficiente anche alla più modesta necessità bellica sanitaria, così che meglio è nella assistenza sanitaria guerresca a arsi è pog- giare sugli appositi organi tecnici militari), nessuna eritita e nessun sospetto possono onestamente muòo- versi n questa Croce Rossa che in pace educa, as- siste, lavora. In tutti i paesi le organizzazioni della Croce Rossa {legate tra di loro da un civile e cristiano interna» zionalismo fattivo per il bene), cooperano a questo lavoro complesso; e se in paesi remoti, selvaggi 0 barbari, l'assistenza sanitaria è l'educazione igienica hanno iniziato il non facile cammino, il primo merito è della Croce Rossa. Una delle opere più fattive compiute dalla Croce Rossa negli ultimi tempi, è la creazione di ospedali “di fortuna " nelle zone lontane dai centri civili, e la creazione in queste regioni di personale indigeno Cia pace di cooperare all'assistenza sanitaria. In Africa e in Asia spesso — quando si tratta di paesi a iniziale civiltà — l'assistenza agli infermi è tutta di là da venire. I negri e i gialli sono ancora la facile materia prima per tutte Îe sventure è per tutti i dolori: e non è facile pretendere dai pionieri della civiltà una efficace azione in questo senso, E' qui che la Croce Rossa conduce la sua bella campagna di bene. Mon più il sospetto di inutile e vuote ostentazioni e di vane parate: ma un lavoro na» scosta, silenzioso, quasi ignorato, di bene, che ha fatto della Croce Rossa come la Missionaria della salute. Suo il bell'esempio — lo citiamo come pal chei più evidenti — del Congo belga. o Congo belga > nata più di un terzo dell" Europa (3.400.000 1 poche decine di medici e con poche migliaia di È i mcbi quasi sperduti nel dedalo delle foreste. Nel 1936 la sezione belga della Croce Rossa ho imziato il suo apostolato africano, creando piccoli ospedali e di- spensari, sparsi nell'immensa colonia (vasta So volte più della madre patria). Per la prima wolta l'assi- stenza ai negri flagellati dalla dissenteria, dalla ma- laria, dalla malattia del sonno, dalla spirochettosi, è diventata una realtà concreta: e attraverso alla Croce Rossa 1 negri hanno imparato ad amare 1 bianchi ed a considerarli qualche cosa di più e di meglio che non semplici conquistatori e sfruttatori di ricchezze, ccanto ai varii ospedali, questa Croce Rossa ereava a Pavva Lenni nel CUOre del elga ss 1IIIL scuola preparatrice di infermiere e di levatrici indi- gene. Le giovani infermiere si sono scelte tra le figlie dei capi trib selvaggi. Sono state educate, istruite, preparate: e ogni anno decine di donne negre educate all'europea, si spargono per l'immensa colonia a por tare il beneficio dell'opera loro, Non più lo stre o la strega assistono la giovane madre o i colpiti dalla malattia del sonno: ma fanciulle convertite ed istruite, le quali arrecano ai fratelli di colore tutto il beneficio: della parazione civile, Nel 1937 la Croce Rossa belga ha wisitato circa zoo malati e ne ha ospedalizzati 5.00, ha wacci- nato decine di migliaia di negri, ha dato assistenza a miglinia di madri. Giovani europee votate al sacri- ficio hanno dato questa silenziosa prova di eroismo civile, di vivere in mezzo alla forcata, di educare le sorelle nere all'opera benefica. I benefici non hanno tardato a rendersi manifesti. La mortalità infantile (talvolta essa toccava nei negri 180% all'anno dei nati) è rapidamente discesa: in alcune regioni essa non è più che del 30%, e andrà scendendo ancora, Dopo Pavva è stata la volta di Dingila, poi di altri centri: e in pochi anni tutto un piccolo csercito di infermiere lavorerà a trasformare l'assistenza sa- nitaria nel Congo belga. Si è citata l'opera della Croce Rossa al Congo belga perché è tra le meglio documentate e perché è forse quella a più rapido sviluppo: ma in venti paesi sorgono esempi analoghi. Al Senegal, a Nyana, alla Costa d'Oro, le Croci Rosse compiono una identica azione: e in Cina la Croce Rossa gareggia colle Mis- sioni nel lavoro di redenzione. i E' una vera immensa opera strategica di bene che solo i misonecisti possono disconoscere. Facile è la critica che così vasta è la piaga che piccolo può pa- rere il beneficio: ma se il male è valanga, anche il bene può fortunatamente comportarsi come una va- langa. E questo bene de comporta negri attraverso la Croce Rossa forse per la prima volta benediranno 1 bianchi. La Croce Rossa, tra i varii p ammi igienici ed educativi, si è proposto anche "l'aBratellamento dei giovinetti attraverso gli scambi intellettuali nei varii esi, Si tratta di scambi di lettere, di disegni, di tografie. Agli inizii si è dubitato di questa azione, e si è pensato che il successo non valeva lo sforza. Ma il risultato morale nel 1936 e 37 è stato consi- derevole, In Si paesi schiere di giovani hanno accolto con entusiasmo l'idea e l'hanno tradotta in pratica. Si è così formata — sotto gli auspici della Croce Rossa — una fitta rete di interscambi, di relazioni che è certamente nobile nella forma e negli scopi. Ingenvità? Poesia? eppure è questa ingenuità la poesia della vita civile. Per essa forse qualcuno imparerà ad amare degli sconosciuti, è apprenderà A rispettare degli stranieri: per cessa si formeranno fratellanze ge- nerate dalla gentilexza è fiorite di ricordì sia pur tenui, ma nettamente alti e puri. In ogni caso, opera di nobiltà che permette a tutti i bwoni di rallegrarsi della vita nuova della Croce Rossa, la quale può essere strumento vero e sereno nel mondo di educazione e di bene. E. BERTARELLI
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È ‘a = = = —- =-qW: = TRITO LEVATA ERRANTE “Stefani” I iiuovi intpianti alla sede milanese della Sa e per da Inanmissione delle fotografie a distanza. IL PRIMO IMPIANTO DI TRASMISSIONE FOTO- GRAFICA A DISTANZA INAUGURATO A MILANO Quando una diecina di anni fa si attuarono i primi esperimenti di posta herta, parve di aver toc= cato dei limiti insuperabili. Orbene, quel record di velocità è oggi ampia» mente battuto dalla radio, che offre il mezzo di tra- smettere, in pochi minuti a migliaia di chilometri, non più soltanto parole e messaggi, ma fotografie, manoseritt, stampe, disegni, contratti, cheques, schizzi, bollettini, pagine intere di giornali, figorini di moda, insomma tutti quei documenti grafici e pittorici che carabine ‘la multiforme vita del nostro tempo. Uno di questi apparecchi, che non È i perbole chiamare meravigliosi, è stato installato rioni sono nella sede milanese della “ Stefani", per volontà del Grand'UE. Manlio Morgagni, che volle studiare per- sonalmente è da vicino il funzionamento della mo» dernissima apparecchiatura, geniale creazione della "Siemens", per int urla anche in Italia. L' importanza dell'avvenimento è adeguatamente espressa dalle possibilità consentite ai nuovi appa- recchi: permettere la trasmissione e ricezione con- temporanea di imagini, per mezzo del telegrafo, fra Milano, Londra, Berlino, Parigi, Copenaghen, Man- chester ed altre città non meno importanti d'Europa. L'impianto, perfettamente ultimato, funziona presso la sede della " Stefani ", grazie anche alle cortesi di- sposizioni favorevoli delle Amministrazioni Telefoniche Italiana, Svizzera e dei Paesi attraversati, le quali, perché gli ésperimenti à prodassero a risultati con- creti, concessero l'uso dei cavi telefonici a grande distanza; và ricordato à tale proposito anche il pre- zioso concorso della “ Stipel". Il funzionamento ia shiplex, ‘iisaone & ricezione contemporanca, è già stabilito fra le capitali curopee e la metropoli lombarda. Con Vienna, ove già ègi= sica apparecchi " Siemens ", il servizio sarà attivato non appena un cavo telefonico legherà la capitale della Repubblica austriaca con Milano. Poter portare in pochi minuti fotografie di uomini, di cose, di avvenimenti nostrani sotto gli occhi del mondo straniero, poter ricevere in altrettanto tempo fotografie di uomini, di cose, di avvenimenti delle più importanti città europee, commentando e documen» tando con la immediata illustrazione i fatti politici, economici, scientifici, industriali è sportivi del mondo, è tale vantaggio che non abbisogna di ulteriori spiegazioni. Non è nostro compito solfermarci sulla utilità derivante alla Società da questi impianti che pos- sono rendere segnalati servizii alla sicurezza pub- blica, alla medicina, ai gabinetti di ricerca, alla in- dustria, al commercio, all'arte, in una rola a tutte le manifestazioni dell'umana attività. A noi basta l'aver segnalato l'avvenimento che segna un nuovo passo innanzi nella storia del giornalismo italiano.
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Tra le opere del Regime che attestano del fncanda risveglioverilicatosi in Si- ha in agni campa, per iniziativa del Governo Fasciata, © da segnalare il nuova Palazzo delle Poste sorto in Siracusa, II niro edifero, altuato in Piazza Pancali, tra Porto piccole e Porto grande, a cavaliere fra la città vecchia e la città nuova, © opera dell'Archi tetto Prof. Francesco Fi chera, che ha felicemente risolio l'arduo problema 1191 VURDLS IS FILIBRO PT ‘ PREBOPS O VIPER E PARTA I Epirpen ene ULLLI 83 di inquadrare in un ame biente classico una co siruzione mixlerma. Nel nuovo palazzo è stato ab» bandonato il wieio tipo del salone centrale, eogtis iuito da un più pratico criterio di decentramento dol pubblico; la pianime- tria è costituita da una gramile U, chiusa sv un fronte a mezzo di un pra- ticnio carrorrabile for manie unà corto centrale alla quale affluiscomo tutti i movimenti interni ed osterni dell'organismo, ti) proapello principale del Palazzo. | In alto: dl masso Polasza delle Poste è Talranafi a Sinionra e la l'acciala stell'astifficio verro il mare fAneb, Fiebena). LA RINASCITA DELLA SICILIA A «inistra: Um angolo dalla certe. À destra 3 1 clone dal pabblica,
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EERiki = Colossi della tecnica: Dellagli di conchtlure nei nuovi impianti che forniranno l'energia elettrica alla città di Bresda,
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inte == di "i Ju feano IE dn Apeltacali Sell epoca nostra: Prove di nesislenza dol nuova pente di 2 yo melri che sorge presso Saalburg fi Germania). Sopra: Aeraplani giganti in volo sopra i più grandi transatlantici del mondo nel porto di Soutbampian.
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Lor cc i i Diracrana ii gaia LA «a ———- dA; mA. La sommità del pilone d'ormeggio per ctirigilili a Carciagion faghilterra). HANLIO MORODASNI
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Ei ETC id e bi | MENTA SF; ® È eg + - £ Un ponte finito in questi giorni a Detroit negli Stati Uniti ba raggiunto Hmensioni impressionanti. Le lorri a cui è sosmpro some dille cinta cenfolrenta metri e la dirlanza fra le terri è di seicento metri.
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SINAEAE =_= I dolori etto " SOSTA EodHO PIE, ; pra E u-gi ILE]
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Vettura dal motore potente ed elastico che sfida le insidie delle strade più impervie e più ripide ad una andatura veloce e senza scosse, grazie alla perfetta tenuta di strada e molleg- gio e alla frenatura energica ma progressiva. Tutte le attrat- tive di una carrorzeria esteticamente bella e piena di confort, equipaggiata nel modo più ricco e completo. Tale la sintesi della più moderna e ricercata vettura di lusso a buon mercato ITALIANA SOCIETÀ ANONIMA ITALIANA AUTOMOBILI CITROEN Qlifizino a Amministrazione MILANO via M Uipla Trafjano, M. 17 NAPOLI, Largo del Vasto a Chiaia, 67 FILIAL:I: ROMA, Via Vespasiano, 21 ORGANIZZAZIONE DI FENDITAÀ IN TUTTA ITALIA
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ISTITUIO NAZIONALE DELLE ASSICURAZIONI DIREZIONE GENERALE I capitali assicurati presso l'Istituto Nazionale delle Assicurazioni sono garantiti sal Taroro celle State ofirechè dalle riserve ondinarie e vinterdinarie dell'Ente. Le polizze, quindi, emesse dall'Istituto Narionale delle Assicurazioni Fanno il carattere e de garanzie dei Titoli di Stalo, L'Istituto ha adattato svariate forme assicurative adatte ad ogni condizione sociale. Per le “Assicurazioni Popolari" non è richiesta la visita medica ed i premi sono pagabili in rate mensili. Attualmente i capitali assicurati presso l'Istituto Nasionale delle Assicurazioni ammontano a nove miliardi e merro. l'Istituto Marionale delle Assicurazioni che è il regolatore del mercato assicurativo in Italia, ha Agenti Generali in tutte le città del Regno, nelle Colonie e all'estero. Le Agenzie Generali e le Agenzie Locali rappresentano anche * sicurarioni «d'Italia ” Società collegata con l'Istituto Nazionale delle Aailcaraziini per l'esercizio delle assicurazioni contro i danni: Incendi, Furti, Disgrarie accidentali e Responsabilità Civile, Grandine, Trasporti, Rischi Acronautiei, Li
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